![]() |
|||||
Conquest R., “Stalin”,
Negli anni tra la rivoluzione e la fine della vita politica di Lenin si era combattuta una disperata lotta per la sopravvivenza del nuovo regime. Lo stesso Stalin si era mosso da un’emergenza all’altra, applicando la forza bruta e lo slancio per fronteggiare situazioni estremamente difficili.
Nella fase successiva, la situazione appariva diversa. Il regime era stato accettato dalla popolazione, anche se con riluttanza, e per essere sicuro di trovare consenso aveva ripristinato, almeno in buona misura, la libertà economica. Ora le lotte più importanti si svolgevano all’interno del partito, e Stalin, dopo un inizio difficile, riuscì a manifestare la sua capacità di manovra, fino a quel momento sottovalutata.
Il XII congresso del partito si aprì il 17 aprile 1923, alcune settimane dopo che Lenin era diventato definitivamente inabile. In apparenza Trockij si trovava in una posizione di forza. Uno dei suoi sostenitori gli disse che, avendo l’appoggio esplicito di Lenin, era ormai sicuro di svolgere un ruolo preponderante; ma Trockij rispose che, al contrario, questo avrebbe coalizzato tutti i suoi avversari contro di lui. Se Lenin si fosse ripreso, loro due insieme avrebbero costituito una forza predominante, e senza dubbio avrebbero potuto battere Stalin ed epurare la sua nuova élite di burocrati. Persino se Lenin fosse stato malato, ma ancora in condizione di intervenire da casa, la coalizione sarebbe stata molto forte e forse vincente. Ma con Lenin totalmente inabile, Trockij era in balia dei venti, e ancora di più, naturalmente, quando alla fine la morte di Lenin cancellò qualsiasi speranza di una guarigione almeno parziale.
Trockij non aveva idee chiare sulla tattica politica; l’esperienza bolscevica degli intrighi all’interno del partito e delle pastette nei comitati gli era estranea. Era un intruso, e i membri veterani del partito non si fidavano di lui. Se avesse giocato bene le sue carte, avrebbe potuto prendere il potere anche così. In realtà non eseguì nemmeno gli ultimi ordini di Lenin.
Stalin propose che al XII congresso fosse Trockij a presentare la relazione principale, ma questi ebbe il buon senso di rifiutare, ritenendo a ragione che sarebbe stata considerata una conseguenza della protezione di Lenin. Alla fine a fare la relazione fu Zinoviev, il quale evidentemente si considerava il personaggio più importante all’interno del partito, l’erede di Lenin, minacciato soltanto da Trockij il parvenu. Si stava già creando quello che in seguito fu chiamato «triumvirato» o «trojka», in cui Kamenev e Stalin spalleggiavano Zinov’ev contro Trockij. In apparenza (anche se si tratta di un’analisi discutibile) Zinov’ev e Kamenev da soli potevano contare su una discreta maggioranza nel Comitato centrale. Durante tutto l’anno successivo Stalin in un certo senso sembrò meno potente e più moderato dei suoi alleati. I tre, inoltre, godevano del sostegno unanime del resto del Politbjuro, anche se Buharin e altri fecero sporadici tentativi di favorire la riconciliazione.
Il congresso introdusse pochi banali cambiamenti. Stalin lesse il rapporto sull’organizzazione, suggerendo tra le altre cose di aumentare il numero dei membri del Comitato centrale. Era stato Lenin a raccomandarlo, nella speranza che questo avrebbe in qualche modo arginato le tendenze scissioniste tra i massimi dirigenti. In realtà tale azione produsse due conseguenze. La prima è che Stalin riuscì a introdurre un maggior numero di suoi sostenitori senza incorrere, almeno in un primo momento, nel rancore di coloro che altrimenti avrebbe dovuto allontanare. La seconda (destinata a diventare molto importante per il resto del decennio) era che più si ampliava l’organo, più facile diventava organizzare le cose in modo da vessare, o addirittura mettere a tacere, gli oppositori. Dunque il Comitato centrale fu allargato da ventisette a quaranta membri effettivi.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 123
Stalin una volta disse a Kamenev e a Dzerzinskij: «Scegliere la propria vittima, preparare nei dettagli i propri piani, soddisfare l’implacabile sete di vendetta e poi andare a letto... non esiste niente di più dolce al mondo».
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 124
Per Stalin la conseguenza più importante della morte di Lenin fu una questione al di fuori del suo controllo. In maggio, proprio prima dell’apertura del XIII congresso del partito, la Krupskaja, seguendo esattamente gli ordini del marito, inviò a Kamenev il Testamento rimasto segreto fino a quel momento, con una lettera in cui parlava del “desiderio preciso» espresso da Lenin che gli appunti “del 24-25 dicembre 1922 e del 4 gennaio 1923, contenenti apprezzamenti personali su alcuni membri del Comitato centrale» fossero “sottoposti dopo la sua morte al successivo congresso del partito per informarlo». Disse che erano stati «messi da parte da Lenin per essere trasmessi al partito».
Quando fu aperto il Testamento Stalin definì la Krupskaja «vecchia troia» e imprecò anche contro Lenin: «Mi ha coperto di merda e si è coperto di merda...». Riferiscono che durante il successivo congresso disse a Sokol’nikov, seduto accanto a lui: «Non è riuscito nemmeno a morire da dirigente onesto», anche se a quanto pare intendeva dire che la “direzione collettiva» fortemente voluta da Lenin era sbagliata, come in effetti si sarebbe dimostrata.
Quando il Comitato centrale si riunì per discutere sui documenti, Stalin comprese con chiarezza che la sua situazione era critica. In quel momento all’interno del Comitato non c’era una maggioranza stalinista, e se i suoi avversari avessero insistito, probabilmente sarebbero riusciti a distruggerlo. Kamenev lesse il Testamento a voce alta. La sua segretaria racconta:
Un penoso imbarazzo paralizzò tutta l’assemblea. Stalin, che era sedutO su una panca della tribuna del Presidium, sembrava piccolo e miserabile. Nonostante il suo autocontrollo e la calma forzata, gli si poteva leggere con chiarezza in viso che si stava decidendo il suo destino.
Ma Zinov’ev lo salvò. Osservò che ogni parola di Lenin era sacra, e che avrebbero «eseguito le disposizioni date da Lenin in punto di morte». Be’, non proprio tutte: «Su un punto, siamo lieti di affermare che i timori di Lenin si sono dimostrati infondati. Sto parlando della questione del nostro Segretario generale. Tutti voi siete stati testimoni della nostra armoniosa collaborazione negli ultimi mesi, e tutti voi, come me, avete avuto la soddisfazione di vedere che i timori di Lenin non si sono avverati». Anche Kamenev sostenne Stalin.
Trockij stava seduto in silenzio, con un’espressione sprezzante. Stalin parlò, facendo cenno al fatto che molto probabilmente mentre scriveva Lenin non era in sé, ma era «un uomo malato, circondato di donne». Il Comitato decise che il Testamento non andava reso noto al congresso (né pubblicato); venne letto soltanto durante riunioni ristrette delle delegazioni di ciascuna provincia, con le postille del Comitato riguardo al fatto che Lenin era malato e che Stalin si era dimostrato soddisfacente. Stalin presentò le dimissioni dalla carica di Segretario generale, che furono respinte all’unanimità. Aveva superato la tempesta.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 128
L’altro avvenimento della vita di Stalin che fu diretta conseguenza della morte di Lenin fu una serie di conferenze da lui tenute in aprile, I fondamenti del leninismo, ben presto pubblicate in volume. Si tratta in un certo senso di un’esposizione perfettamente conseguente delle concezioni da cui deriva l’autocrazia comunista. È scritto in uno stile dogmatico e schematico, e ha il carattere antifonale di tutte le opere di Stalin. Non ha il genio teorico delle Lezioni dell’ottobre di Trockij e nemmeno dell’ABC del comunismo di Buharin. Stalin, a quanto disse Buharin, era “divorato dal vano desiderio di diventare celebre come teorico.
Lo studioso Rjazanov, un Vecchio bolscevico, una volta gli aveva detto apertamente che la teoria non era «il suo campo». I fondamenti del leninismo sono il suo primo tentativo serio di ovviare a tale mancanza.
Ma in altro risiede il principale motivo di interesse dell’opera. Oggi è accertato che si basava in larga misura, se non del tutto, su un saggio di F. A. Ksenofontov, segretario di Stalin. Questi lo ammise in una lettera privata, ma in seguito proibì a Ksenofontov di pubblicare il suo testo e gli consigliò di rinunciare a scrivere sul leninismo (poi, negli anni Trenta, lo fece fucilare).
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 128
Perciò è importante rilevare che, anche se dal 1922, nella posizione di Segretario generale, Stalin aveva ampia libertà di manovra nella scelta dei segretari provvisori, nella costituzione delle delegazioni ai congressi e così via (fatto che lo aiutava anche a sopraffare i suoi avversari di livello inferiore), non avrebbe potuto conquistare il potere senza far salire di livello insieme a lui quaranta o cinquanta Vecchi bolscevichi. In realtà erano uomini che Lenin aveva apprezzato solo per il loro curriculum e non per i loro contributi teorici. Ora rappresentavano l’elettorato che un nuovo dirigente doveva conquistarsi, costituivano la base sempre più sicura per l’ascesa al potere di Stalin.
Anni dopo (nel novembre 1937) Stalin parlò in privato a un gruppo di intimi del problema del potere negli anni Venti. In quell’epoca, disse, Trockij era assai più conosciuto di lui. La reputazione di Trockij e di altri personaggi famosi — Zinov’ev, Kamenev, Buharin e Rykov, appoggiati per giunta dalla Krupskaja — superava di gran lunga quella dei suoi sostenitori, Molotov, Kaganovich, Voroshilov eccetera. Lui stesso, in confronto a Lenin, era una nullità nel partito. I suoi avversari erano oratori migliori di lui, che disponeva soltanto dell’apparato organizzativo. Ma i suoi avversari non tenevano conto della base, soprattutto della «componente media, cioè la spina dorsale del partito».
Nell’ultimo anno di vita di Lenin, i settori più importanti dell’amministrazione erano nelle mani dei sostenitori di Stalin: Kaganovich dirigeva il dipartimento Organizzazione e istruzione, Syrcov l’Archivio e incarichi, Bubnov l’Agitazione e propaganda.
Ma c’era una cosa più importante: come già allora notarono alcuni osservatori stranieri, l’apparato di Stalin era di gran lunga l’organismo più efficiente del paese. Raccoglieva sempre di più le fila di tutte le potenzialità politiche del partito e dello stato.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 144
Stalin aveva ai suoi ordini un gruppo di “assistenti della Segreteria del Comitato centrale”. Un collaboratore di primo piano di Stalin era Boris Bazanov, che scappò in Occidente nel 1928, e scrisse un interessante libro di memorie. Più importante era Lev Mehlis, che aveva esordito come sionista, era diventato menscevico, poi bolscevico, era stato con Stalin nella Guerra civile, e in seguito come stalinista fece una vertiginosa carriera.
C’era poi Aleksandr Poskrebysev, che sarebbe rimasto alla guida dell’ufficio di Stalin fino al 1952. Lavorava sedici ore al giorno. La sua dote più rilevante era una memoria fenomenale; e aveva un carattere talmente rozzo da non potere sperare in una carica politica più elevata. Era spesso ubriaco, e usava immancabilmente un linguaggio oltremodo volgare.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 145
Quando litigavano per questo o altri motivi, talvolta Stalin andava in collera. Di tanto in tanto perdeva le staffe per altre ragioni: una volta buttò un pollo fuori dalla finestra del suo appartamento al Cremlino in atto di protesta per come era stato cucinato; una volta strappò dalla parete un telefono da cui non riusciva a ottenere altro che il segnale di occupato. In un’altra occasione, racconta sua figlia, passeggiava nell’appartamento, fumando e sputando com’era sua abitudine. Un pappagallo cominciò a imitare il suo modo di sputare e lui incollerito lo colpì sulla testa con la pipa e lo uccise.
Nadezda la moglie di Stalin, protestava perché il marito beveva e perché era irascibile. In realtà a quanto pare non era un vero e proprio bevitore: consumava solo vino, di solito georgiano. Di tanto in tanto a quanto dicono si ubriacava sul serio, ma di solito gli importava soprattutto di creare l’atmosfera calorosa da bicchierata tra amici. Questo fatto corrispondeva a un altro aspetto molto marcato del suo comportamento, e non soltanto a casa. Si riscontra in tutta la sua carriera lo sforzo di creare un’atmosfera di giovialità, spesso penosa per la sua artificiosità, ma che evidentemente rappresentava qualcosa a cui per qualche motivo Stalin aspirava. Il suo quadro favorito, la tela di Repin con La risposta dei cosacchi del Zaporoz al sultano, di cui aveva una riproduzione in camera da letto, è abbastanza simile alla sua idea di riunione di un Politbjuro ideale: rude, ubriaca, volgare, eroica.
Con ciò non vogliamo dire che l’occasionale ubriachezza fosse priva di significato. Ma quale? E in che modo si ubriacava? In certe culture, per alcune festività, si ritiene corretto dal punto di vista sociale fingersi più ubriachi di quanto si sia in realtà.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 147
Subito prima del XIV congresso, nel dicembre 1925, Stalin si assicurò la defezione del segretario dell’organizzazione del partito di Mosca, Uglanov, fino ad allora fedele a Kamenev. Stalin e Molotov ebbero una serie di colloqui più o meno segreti con lui, che alla fine passò insieme alla sua delegazione dalla parte dello schieramento Stalin-Buharin.
Al congresso Kamenev diede una valutazione di Stalin significativa e sincera:
Siamo contrari alla creazione della teoria di un leader; siamo contrari alla creazione di un leader. Siamo contrari al fatto che la Segreteria in pratica controlli allo stesso tempo la linea politica e l’organizzazione e che si ponga al di sopra dell’organo politico ... Non possiamo considerarlo normale, e riteniamo dannoso per il partito prolungare una situazione in cui la Segreteria controlla allo stesso tempo la politica e l’organizzazione, e di fatto decide in anticipo la linea operativa. Devo dire fino in fondo quello che ho da dire. Infatti l’ho dichiarato più di una volta personalmente al compagno Stalin, l’ho dichiarato più di una volta a un gruppo di delegati del partito. Lo ripeto ora al congresso: sono arrivato a persuadermi che il compagno Stalin non possa svolgere la funzione di unificare lo stato maggiore bolscevico.
Fu questo il «punto culminante del congresso» e Kamenev venne interrotto in diversi momenti dai «tumulti». Nel verbale stenografico alla sua ultima osservazione segue il commento: «Svariati oratori: “È falso! Frottole! E nient’altro!”». E dopo le proteste, ma più deboli, della delegazione di Leningrado, i delegati si alzarono acclamando il compagno Stalin: «Una tempesta di applausi: “Viva il compagno Stalin!”. Acclamazioni forti e prolungate. Grida di urrà. Clamore...».
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 155
Che cosa dovevano fare dunque i comunisti? Si erano liberati dei proprietari terrieri e dei capitalisti, e anche se la NEP aveva permesso la comparsa di una serie di piccoli commercianti e simili, il fenomeno era facile da controllare. Ma nelle campagne i contadini, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione, rimanevano fermi sulle proprie posizioni. Nel 1917-1918 avevano ottenuto la terra dei possidenti, avevano debellato le espropriazioni bolsceviche, ed erano ben saldi nell’ostinato desiderio di lavorare la terra in aziende agricole proprie.
La gestione comunista del mondo rurale era stata rozza, ma anche perché era permeata di deliri ideologici che continuavano a persistere. I marxisti avevano sempre considerato i contadini una classe arretrata, e non vedevano l’ora di realizzare il programma agrario del manifesto comunista:
L’abolizione della proprietà terriera ... il miglioramento del terreno in generale, in conformità a un piano comune. L’istituzione di armate industriali destinate specificamente all’agricoltura. L’abbinamento dell’agricoltura con industrie manifatturiere; la graduale abolizione delle differenze tra città e campagna.
In Russia, soprattutto, la maggior parte dei progressisti riteneva che i contadini fossero un freno alla modernizzazione del paese, «gente non illuminata» con una mentalità medievale. Il loro ostinato rifiuto di accettare i progetti dell’intellighenzia urbana è considerato da tutta la letteratura rivoluzionaria russa un tremendo ostacolo per il cambiamento. Anche se alcuni marxisti, tra cui Lenin, capivano che bisognava trovare un modo per neutralizzare o ingannare in breve tempo quella fascia maggioritaria della popolazione, l’atteggiamento di buona parte dei testi progressisti è poco meno che di furia esasperata e di odio verso gli zoticoni ottusi. Stalin, il giovane provinciale più istruito e colto di quanto potrebbe sognare un ragazzo di campagna, ne offre una dimostrazione migliore di qualsiasi altra.
Secondo lo schema marxista delle classi, la massa dei contadini era costituita da «piccoloborghesi» proprietari di terreno proprio ma che non sfruttavano il lavoro altrui. Lenin articolò questo schema individuando tre gruppi distinti: i contadini poveri proprietari di pochissima terra o senza (insieme ai braccianti agricoli a tempo pieno, o «proletari di campagna»); i contadini medi, che secondo la definizione precedente costituivano la maggioranza della classe contadina; e i contadini ricchi o kulaki, che sfruttavano gli altri sul piano economico.
Durante il periodo sovietico, la tattica variava a seconda delle circostanze. Il partito si preoccupava di stabilire il suo controllo sui villaggi tramite i contadini poveri, di neutralizzare o convertire i contadini medi, e di guidare la guerra di classe rurale contro i kulaki. Ma l’idea che esistesse un contadino povero dotato di coscienza di classe, capace di svolgere nelle campagne un ruolo paragonabile a quello dei proletari nelle città era una chimera. I «proletari di campagna», considerati particolarmente affidabili, erano pochi, per lo più i fannulloni e gli ubriaconi locali, come deploravano spesso i comunisti dei villaggi.
In realtà lo schema nel complesso era completamente errato. Innanzitutto l’idea del kulak sfruttatore era sbagliata. Era davvero esistito un ceto contadino ricco, che di solito coltivava settanta o ottanta acri di terra e dava lavoro ad alcuni «proletari» di campagna. Non aveva mai suscitato, a giudicare dai pochi indizi, grande rancore negli altri contadini, e nel 1917 aveva superato incolume l’occupazione delle terre dei possidenti. Ma comunque i contadini ricchi erano stati eliminati tra il 1918 e il 1920, durante la prima campagna sferrata da Lenin per la lotta di classe nelle campagne.
Mentre in campagna aumentava il benessere, gli agricoltori efficienti che avevano cominciato dal nulla si arricchirono un po’. Soprattutto quelli che avevano prestato servizio nell’Armata rossa, i quali spesso già in partenza costituivano la parte più vivace della popolazione, erano venuti a sapere di sementi o tecniche più nuove, e quindi avevano maggiori possibilità di prosperare. In quel momento i comunisti dei villaggi — non che ce ne fossero molti — spesso erano i più accesi sostenitori della NEP, e quindi non avevano nulla contro i kulaki.
E per coloro ai quali la parola «kulaki» fa ancora venire in mente un ricco sfruttatore su larga scala, vale la pena di ricordare che nel 1927 i contadini più benestanti avevano due o tre mucche e non oltre dieci ettari di terreno coltivabile per una famiglia media di sette persone. Il reddito pro capite ditali contadini ricchi superava soltanto del 50-60 per cento quello dei contadini poverissimi.
Per tutta la durata della NEP all’interno del partito continuarono pressanti controversie sul come agire nei confronti dei kulaki, e come affrontare la minaccia al «socialismo» connaturata alla loro classe. Se si voleva una ripresa dell’economia, e una ripresa costante, bisognava pure incoraggiare gli agricoltori più efficienti. Buharin arrivò a dire ai contadini: «Arricchitevi».
Il semplicistico schema marxista conteneva molti errori. Anche se già ai tempi dei greci si era compresa l’importanza politica dei conflitti tra gruppi diversi dal punto di vista economico, l’idea che costituissero un fattore essenziale nella società non era dimostrata dalla storia passata, né sarebbe scaturita da quella futura. In secondo luogo, il ruolo divino del proletariato industriale come strumento di realizzazione eletto dalla storia era, a dir poco, tutto da dimostrare. Eppure i comunisti ci credevano e, come abbiamo visto, ancora alla fine degli anni Ottanta in un certo senso si consideravano i rappresentanti delle «masse operaie».
Ma il partito aveva la sua missione, non soltanto il suo mito. Doveva «edificare il socialismo». Se ci limitassimo a esaminare le forze sociali ed economiche attive all’epoca, perderemmo di vista la dinamica irrequieta del partito. I suoi membri, e ovviamente soprattutto Stalin, avevano un carattere non incline al compromesso ma alla lotta, non agli approcci ragionevoli ma allo scontro.
Ovviamente è impossibile dire quando e con quale commistione di motivi Stalin giunse alla conclusione che l’unico sistema sicuro per salvaguardare il proprio potere consistesse nello scagliare il partito in una nuova guerra civile contro il mondo contadino. Non possiamo nemmeno stabilire se la concepì consapevolmente in questo modo o in un altro simile. Forse credeva davvero che esistesse una classe ostile di kulaki, contrapposta a una maggioranza di contadini più o meno condiscendenti, e che la storia ne richiedesse la distruzione, per far accettare agli altri un nuovo regime agricolo.
Quanto meno, sappiamo per certo che in tutto il periodo successivo parlò come se lo credesse.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 165
Un osservatore favorevole a Stalin, così descrive il suo stile nei discorsi pubblici:
Non è decisamente quello che si chiamerebbe un grande oratore. Parla in modo esitante, per nulla brillante e piuttosto monotono, come se gli riuscisse difficile. Le sue argomentazioni si snodano lentamente: fanno appello al buon senso del popolo, che comprende le cose fino in fondo ma non in fretta. Ma soprattutto, Stalin è dotato di senso dell’umorismo, un senso dell’umorismo contadino, che secondo le circostanze può essere maligno, cameratesco, spesso crudele ... Quando Stalin parla con il suo sorriso furbesco, affabile, additando con l’indice, non crea una breccia tra sé e il suo pubblico come altri oratori; non si erge in modo autoritario sul podio mentre loro siedono sotto di lui, ma ben presto tra lui e i suoi ascoltatori si stabilisce un’alleanza, un’intimità. Loro, fatti della stessa pasta, sono sensibili alle argomentazioni, e ridono allegramente alle storielle più banali.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 170
All’inizio del 1928 Stalin intraprese la sua principale offensiva contro la destra. La serie di manovre che seguirono nei due anni successivi dimostra una tecnica molto diversa da quella che Stalin aveva usato contro i trozkisti e gli zinovievisti. Fino a quando Buharin, Rykov e Tomskij non furono completamente sconfitti, non vennero attaccati in pubblico, e in un primo tempo, pur senza mai allentare la pressione, Stalin arretrava e faceva concessioni verbali ogni volta che i membri della destra sembravano sul punto di scoppiare. Si trattò in questa fase di attacchi generali contro gli atteggiamenti «di favore verso i kulaki» riscontrabili in settori non meglio specificati del partito.
Nel giugno 1928 Buharin inviò una lettera a Stalin per protestare contro il modo in cui era diretto il partito, senza «una linea o un’opinione comune», con la conseguenza che stava diventando «ideologicamente disorganizzato». Stalin vide Buharin e gli disse: «Tu e io siamo degli Himalaya. Gli altri sono nullità”. Quando Buharin riferì la frase a una riunione del Politbjuro, Stalin lo accusò con calore di aver inventato quella storia per alienargli le simpatie dell’organo direttivo.
Per il resto del 1928, Stalin accettò la maggior parte degli emendamenti proposti dalla destra ai documenti sulla linea politica, e contemporaneamente manovrò contro quello schieramento sul piano organizzativo. Ne attacco i membri subalterni, parlò di quanti erano «restii a scontrarsi con i kulaki» e così via. Ma continuava a negare l’esistenza di una qualsivoglia frattura o deviazione nel Politbjuro.
Allora Buharin e Tomskij rassegnarono le dimissioni dal Politbjuro. A quanto pare Stalin le accolse «con le mani tremanti»; furono convinti a ritirarle.
Il partito nel complesso, e comunque le sue fasce intermedie, non erano ancora abbastanza pronti. Ma nell’inverno 1928-1929 Stalin, che aveva attaccato tanto le deviazioni di destra come quelle di sinistra, cominciò ad affermare che ormai la destra andava considerata il «pericolo principale».
Nel febbraio 1929 Buharin, insieme agli altri appartenenti alla destra, dovette affrontare l’accusa, vera questa volta, di aver avuto un colloquio segreto con Kamenev. La Commissione di controllo, pur censurandolo, rifiutò anche in quel caso le sue dimissioni e non gli comminò punizioni. Allora Stalin protestò per l’eccessiva mitezza di tali decisioni. Nell’aprile 1929, davanti al plenum del Comitato centrale, accusò i tre uomini di pericolose deviazioni e di mancanza di disciplina di partito. A quel punto il Comitato centrale finalmente destituì Buharin e Tomskij dalle loro cariche: la direzione della «Pravda» e la presidenza del Komintern nel caso di Buharin, la dirigenza dei sindacati nel caso di Tomskij. Consentì invece a Rykov di restare a capo del governo, chiese che tutti e tre mantenessero il loro posto nel Politbjuro e che la questione non venisse pubblicizzata, anche se Stalin aveva parlato del «comportamento proditorio» di Buharin.
Talvolta le vittorie che Stalin poi riportò sulla destra e sulla sinistra paiono quasi incompatibili sul piano intellettuale, o vengono ritenute semplici episodi nella lotta per il potere. Un’interpretazione sensata, nei suoi limiti, ma che non spiega una delle ragioni principali di quelle vittorie. A guidare gli attivisti favorevoli a Stalin negli scontri con la destra e con la sinistra fu la sensazione di dover lottare contro ostacoli enormi ma superabili, con cui i loro oppositori non osavano confrontarsi. I trozkisti, e in seguito tutta la sinistra, avevano dimostrato una debolezza fondamentale, la loro opposizione al socialismo in un solo paese. Avevano cioè sostenuto che sul piano teorico si trattava di un obiettivo superiore alle possibilità dei bolscevichi della Russia. Poi, nel 1929-1930, anche la destra aveva affermato che l’impresa titanica di distruggere il ceto contadino indipendente era superiore alle forze del partito. In entrambi i casi, per uomini come Kirov, c’era un clima di disfattismo.
Conquest R., “Stalin”, Mondadori, pag. 170