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Roma. Le guerre che Roma combatté nel terzo secolo ed ol
tre sono relativamente ben attestate e, tra 11280 e 11200, la
proiettarono da una posizione al margine del mondo medi
terraneo ad una nella quale, guardando ora retrospettiva
mente, la vediamo dominarlo. Dobbiamo analizzare per un
momento i caratteri dell'imperialismo romano, per passare
poi ad esaminare le guerre in cui Roma fu coinvolta fino
alla sconfitta di Annibale.
La società romana può essere considerata una società
profondamente e completamente militarista, in un modo e
in una misura che non trovano paralleli in nessuno stato
greco, neppure Sparta. Benché i Romani dicessero e, in
dubbiamente, in parte credessero di combattere solo guerre
giuste, il valore che essi attribuivano a guerre di conquista
fortunate si manifestò in molte istituzioni fondamentali. Vi
era un'antica costumanza, resuscitata da Silla, in virtú della
quale a coloro che avevano esteso il territorio romano in
Italia era concesso di allargare il pomerium, il sacro perime
tro della città di Roma; i censori, al termine del loro man
dato, pregavano affinché Roma potesse diventare pii
grande per ricchezza ed estensione e gli haruspices, sacer
doti dell'Etruria, venivano consultati, almeno a partire dal
tardo terzo secolo, per sapere se un sacrificio fatto all'inizio
di una guerra facesse presagire (come sperato) un'esten
sione dei confini dello stato romano; Ennio (Annales, v.
465 V) parlava di «voi che desiderate che Roma ed il Lazio
si espandano». Che il territorio romano si sia ampliato durante tutto il periodo in cui Roma stabili la sua egemonia in Italia è, comunque, ovvio; i territori presi ai popoli conquistati ed usati per la fondazione di colonie o per assegnazioni individuali divennero ager Romanus, territorio romano, a meno che non fossero trasformati in colonie latine. La progressiva espansione dell'ager Romanus può essere delineata fino al 200, dopo di che lo schema rimase immutato fino al 91. Sembra infatti che i Romani ritenessero che il successo nelle guerre di conquista fosse la ricompensa per la loro devozione e la garanzia della giustezza della loro causa.
A livello individuale, un generale che riusciva a dare alla guerra una felice conclusione era ricompensato con prestigio, bottino - e la popolarità che poteva conquistarsi tramite la distribuzione di esso - e clienti tra i vinti; era
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anche probabile che gli fosse concesso il trionfo, una celebrazione pubblica e religiosa, e straordinariamente spettacolare, della vittoria. Lo spirito competitivo dell'oligarchia romana faceva sí che nessuno dei suoi ambiziosi membri fosse insensibile a tali onori; le loro pretese, anzi, sono pittorescamente documentate dalla frequenza con cui sono satireggiate da Plauto: ad esempio nell'Amphitruo, 657 (cfr.
192 e 196):
Io li misi in rotta al primo attacco grazie all'autorità ed al comando conferitomi con investitura divina,
o nell'Epidicus, 381 (cfr. 343):
Ritorno al campo col bottino per merito dell'audacia e dell'autorità di Epidico.
Un altro fattore, che operava sia a livello collettivo che individuale, era il bisogno imperioso di intromettersi in vicende geograficamente lontane; di fronte all'appello di Sagunto nel 220, Roma non poté fare a meno di udire, benché Sagunto fosse situata in una zona della Spagna che Cartagine ragionevolmente considerava nella propria sfera d'influenza: un altro elemento che suscitò l'ostilità di Cartagine nei confronti di Roma. Parimenti, singoli membri dell'oligarchia si immischiarono negli affari interni dei regni di Macedonia, Siria e Pergamo nel corso del secondo secolo. Di nuovo la ragione dell'intervento era connessa alla rivalità all'interno dell'oligarchia.
Non basta: Roma aveva naturalmente subito delle sconfitte, alcune delle quali temporaneamente disastrose, ma ciò non spiega perché il desiderio di sicurezza, comprensibile in qualsiasi comunità, assumesse a Roma l'aspetto di una preoccupazione nevrotica per la propria supposta vulnerabilità; nel 149 Roma si persuase che Cartagine fosse ancora
una minaccia e debitamente l'annientò.
Anche la mera avidità ebbe spesso un ruolo e si manife
sta chiaramente in un personaggio plautino:
Sí, voi due entrate, poiché io intendo ora convocare il senato per deliberare su questioni finanziarie, a chi sia meglio di
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fronte a tanta determinazione l'unica via che restava aperta all'opposizione era quella di persuadere un altro tribuno a porre il veto alla proposta di legge e uno dei dieci fu infatti convinto.
Visto il veto posto dal collega, Tiberio Gracco fece destituire lo stesso tramite una votazione del concilium plebis; di nuovo, il provvedimento non aveva precedenti ma non per questo era illegale. Esso, comunque, rivelò una fatale fonte di conflitto insita nel sistema politico romano, che si manifesta ancor piú chiaramente negli avvenimenti che circondano la morte di Tiberio Gracco: se si accettava il principio della sovranità popolare, era indubbiamente diritto del popolo togliere ciò che aveva dato; ugualmente, il potere di opposizione di un magistrato all'interno di un collegio di magistrati e, per estensione, di un tribuno nell'ambito di un collegio di tribuni, era una fondamentale norma istituzionale - equivalente ad un principio - della repubblica.
Alla fine, fu approvata la legge ed istituita la commissione di tre membri, di cui facevano parte Tiberio Gracco, il fratello di lui ed Appio Claudio, ma l'opposizione continuò sotto forma di azioni legali intraprese al fine di verificare lo stato di ager publicus delle terre che la commissione definiva tali. Fu poi passata un'altra legge che conferiva poteri giudiziari ai membri della commissione. I loro guai non erano, comunque, finiti:
I potenti erano irritati per tutto ciò che era accaduto e temevano l'aumento dell'influenza di Tiberio [Gracco]. Essi, pertanto, si comportarono oltraggiosamente nei suoi confronti in senato, cogliendo l'occasione offerta dalla sua usuale richiesta che gli venisse concessa una tenda a spese dello stato quand'era impegnato nella distribuzione di terre; ad onta del fatto che altri avevano spesso visto esaudire la medesima richiesta per motivi piú frivoli, essi rifiutarono e stabilirono un'indennità giornaliera di nove assi [tre per ciascun commissario, equivalente alla paga
giornaliera di un soldato romano]... A questo punto, Eudemo di Pergamo portò a Roma il testamento di Attalo III che era deceduto, nel quale testamento il popolo romano era nominato erede del re; Tiberio [Gracco], come rappresentante del popolo, presentò subito un progetto di legge che prevedeva che il tesoro reale fosse portato a Roma e reso disponibile per quei cittadini
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che beneficiavano della distribuzione di terre, perché potessero fornirsi di attrezzature e di animali per le loro fattorie'. (Plutarco, Tiberio Gracco 13-14; la versione tramandata da Livio, secondo la quale doveva essere distribuito denaro in sostituzione della terra, è sicuramente tendenziosa).
La commissione iniziò finalmente il suo lavoro (v. figura 6) e l'opposizione cominciò a tramare una vendetta
contro Tiberio Gracco quand'egli fosse ridiventato un privato cittadino, suscettibile di incriminazione:
E quando i suoi amici, consapevoli dei pericoli che lo minacciavano e vedendo che i suoi nemici si stavano raccogliendo, espressero l'opinione che egli dovesse in futuro coprire nuovamente la carica di tribuno, egli cercò di riguadagnarsi il favore popolare promettendo altre leggi... [Le proposte effettive qui attribuite a Tiberio Gracco erano invece quasi
Ì
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L'epoca ciceroniana, nel suo complesso, fu comunqu, un periodo di indagine e di speculazione sulle caratteristi che istituzioni di Roma cui lo stesso Cicerone partecipò. I sistema delle classes distinte in base al censo si era probabil mente sviluppato tutto nel quarto secolo a.C., al fine d provvedere per la paga di un esercito chiamato sempre pii spesso a combattere lontano da Roma; ironicamente, L paga stessa, di uniforme entità per tutti i soldati delle le gioni, serví a ridurre la differenza fra le classes. Con 1'e volversi della repubblica, i comitia centuriata, che erano ba' sati sulle classes, divennero progressivamente meno impor• tanti in rapporto ai comitia tributa. Nel 167 la tassa imposta ai cittadini chiamata tributum e riscossa in base alle classei fu sospesa; nel 107 C. Mario nel reclutare le truppe ignorà la differenza tra quelli che facevano parte delle classes e quelli che ne erano al di sotto. Nel primo secolo la scomparsa di tutte le strutture tradizionali della repubblica era ormai evidente; E. Gabba ha, a mio parere, ragione a sostenere che proprio questa scomparsa abbia indotto a verificare che cosa fosse venuto meno ed a cercare una giustificazione filosofica. La prima coerente affermazione in proposito viene da Cicerone ed è degno di nota il fatto che vi si trovino mescolati valori aristocratici e popolari 5:
...diciotto [centurie fra quelle] con la piú alta stima del censo. Quindi, separata la cavalleria dall'insieme del popolo, egli [Servio Tullio] distinse il resto del popolo in cinque classi, separò i piú anziani dai piú giovani ed organizzò le classi in modo tale che il potere di votare non era nelle mani della moltitudine ma in quelle dei ricchi e fece in modo che la maggioranza non fosse la parte piú potente, che è ciò da cui, in uno stato, ci si deve sempre ben guardare. Se l'organizzazione esatta non vi fosse nota dovrei descriverla; sapete che lo schema è questo: le centurie di cavalleria e la prima classe, assieme ai sex su f f ragia [ulteriore gruppo di sei centurie con il censo piú alto, quello della prima classe], aggiungendo la centuria che fu creata per i capomastri, con grande beneficio per la città [Cicerone deve qui giustificare l'evidente anomalia data dalla posizione privilegiata de
gli artigiani], raggiungono un totale di 89; se dunque solo otto centurie sulle 104 che restano si uniscono a queste 89, viene raggiunta la maggioranza [89 + 8 = 97] e si può dire che tutto il popolo abbia espresso la sua opinione. Il resto del popolo, cioè un
numero molto maggiore di persone che compongono però solo 96
centurie, in questo modo non è escluso dal voto, il che potrebbe
essere atto di grande arroganza, ma non ha nemmeno troppo po
tere, il che potrebbe essere pericoloso (De re publica, II, 39-40). ,
Una corrente di pensiero alternativa si rivela nella pro
posta di C. Gracco di determinare l'ordine delle votazioni , nei comitia centuriata a caso e nella ripresa di tale proposta da parte dell'anonimo libellista autore dell'Epistula ad Caesarem II attribuita a Sallustio.
Cicerone condivise ed incoraggiò la violenza urbana dei
giorni suoi (si veda Pro Sestio 86, un publico discorso del 56), mentre, nello stesso tempo, sognava e teorizzava una
res publica del passato, prima che tutto cominciasse a gua- ; starsi. Ciò facendo, però, egli sviluppò un'idea incompatibilecon l'idea del governo collettivo del gruppo: immagino la figura di un princeps, imparziale supervisore dell'attività politica. In effetti, Cicerone non seppe resistere al fascino del leader carismatico del suo tempo.
L'ambizione del capo carismatico dell'ultima generazione della repubblica, tuttavia, era poco probabile che fosse soddisfatta del ruolo che Cicerone immaginava per lui.
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NOTE AL CAPITOLO QUINDICESIMO
1 Probabilmente già nel 77, mentre si recava in Spagna, Pompeo li
aveva ordinato la confisca di terre appartenenti ai Volci ed agli Elvi; fu I un altro che si occupò poi dell'esecuzione del suo decreto, ma Pompeo
fu considerato l'autore dell'assegnazione delle terre a Massilia. li
z Il diritto di suffragio dei liberti fu un'intermittente fonte di con- '
flitto fra i politici romani. (
3 La prassi dell'elezione, invece della cooptazione, per la scelta dei
sacerdoti non fu rimessa in vigore fino al 63. '
. 4 Si tratta di un libello di argomento politico, di ignoto autore, che j si finge una lettera inviata da Sallustio a Cesare.
5 Si tenga presente che tutto questo fu scritto in un periodo in cui il
; censorato, dal quale il sistema dipendeva, era in uno stato di sconvolgi
mento. I,I
e che sul trono sedesse sua figlia, la sorella maggiore di Cleopatra. Poiché si stava cercando per lei uno sposo di sangue reale, egli si offrí a coloro che erano impegnati in tale compito, spacciandosi per un figlio di Mitridate del Ponto: fu accettato e governò per sei mesi. Fu poi ucciso da Gabinio in una battaglia campale combattuta mentre egli stava operando per far tornare Tolomeo sul trono (Strabone XII, 3, 34; cfr. XVII, 1, 11).
Numerosissime erano le possibilità di arricchimento personale; in un certo senso, non era cambiato nulla dall'i
nizio del secondo secolo a.C. e Cicerone, nell'elencare le fonti di ricchezza all'epoca sua, in qualche misura faceva
eco a Catone il Vecchio:
Riconosciamo, infatti, che coloro che cercano di arricchirsi onorevolmente con il commercio, con appalti per costruzioni o con appalti di pubbliche imposte bisogna che ne ricavino un reddito; ma a casa tua si vedono stuoli di accusatori e delatori che si associano per arricchirsi, colpevoli e ricchi imputati impegnati a corrompere le giurie anche con te come guida, si vedono gli affari che concludi per far soldi come avvocato difensore, i pegni in denaro in disonesti accordi fra candidati, si vede l'invio di liberti a prestare denaro nelle province e a depredarle, si vedono i vicini cacciati dalla loro terra, il brigantaggio nelle campagne, associazioni a scopo di lucro con schiavi e liberti come clienti, si vede l'usurpazione del possesso in caso di proprietà disabitate, si ricordano le proscrizioni dei ricchi, la distruzione delle città italiche, i ben noti frutti dell'epoca di Silla, si ricordano tutti quei testamenti contraffatti, tutte quelle persone assassinate e alla fine si capisce come ogni cosa sia in vendita... (Cicerone, Paradoxa stoicorum VI, 2, 46, pubblicati negli anni 40, ma la prima stesura è, probabilmente, precedente).
L'intero processo si svolgeva su cosí vasta scala da essere, in realtà, qualitativamente diverso. Fu il primo secolo
che produsse la spiritosa battuta in cui si diceva che il governatore di una provincia aveva bisogno di fare tre for
tune: una per compensare le spese sostenute per farsi eleggere, un'altra per corrompere la giuria all'atteso processo
per malgoverno, una terza con cui vivere dopo. Prima degli anni 50 il piú ricco fra tutti quei cresi era Cneo Pompeo;
egli arricchí tanto le casse dello stato quanto se stesso. Il capitale che accumulò in parte fu utilizzato nel tentativo di
controllare l'attività politica a Roma, in parte fu investito al fine di produrre nuova ricchezza. Buona parte di esso fu data in prestito nelle province e nei regni che erano clienti di Roma; Cicerone rimase innorridito quando seppe che Pompeo aveva prestato denaro ad Ariobarzane III di Cappadocia all'interesse composto del 48 per cento annuo:
Anzitutto io discussi con Ariobarzane affinché desse a lui [a Bruto, cioè] i talenti che a me aveva promesso. Finché il re fu con me tutto andò benissimo, ma poi cominciò ad essere incalzato da infiniti agenti di Pompeo. Ora egli [Pompeo] può fare di piú da solo che tutti gli altri messi insieme, per ragioni di vario genere, ed anche perché qui si crede che andrà alla guerra contro i Parti. Ad ogni modo egli viene ora pagato al tasso di 198.000 denarii al mese, e ciò con il denaro delle tasse; né questo è sufficiente a coprire l'interesse mensile. Ma il nostro Gneo è molto comprensivo: non può avere il capitale e neppure riceve tutto l'interesse, ma si accontenta di ciò che riesce ad ottenere (Cicerone, Ad Atticum VI, 1, 3).
Il tasso d'interesse è giustificato naturalmente, in una certa misura, dall'elevato rischio e può darsi che Pompeo , non si aspettasse seriamente di recuperare il suo capitale e neppure di ottenere l'interesse imposto; poteva però essere ripagato in altri modi, cosí come i prestiti fatti tra i membri dell'oligarchia romana s'intendeva spesso dessero un profitto in termini politici anziché finanziari. Si può dire, insomma, che Pompeo tenesse in tasca dei re.
Il problema dell'usura complicò terribilmente la piú importante questione di politica estera che Roma affrontò negli anni 50. Tolomeo XII Aulete d'Egitto era stato cacciato dai sudditi nel 58 e ricorse a grossi prestiti ed alla corruzione per ottenere un decreto del senato in favore del suo ritorno sul trono. Il denaro non poteva, comunque, essere recuperato a meno che egli non riuscisse a tornare nel suo regno; l'oligarchia come riuscí a limitare i poteri conferiti a Pompeo con il comando speciale relativo alle forniture di grano nel 57, cosí seppe anche bloccare ogni proposta concreta per la restaurazione di Tolomeo Aulete, poiché temeva il prestigio ed il potere che sarebbero probabilmente derivati per chi fosse riuscito nell'intento. A. Gabinio, conSole nel 58, ottenne nel 55 di far ritornare Aulete in Egitto