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Crosina M., “Le storie ritrovate”

Eva Haas, scrittrice e giornalista, era nata a Vienna nel 1902. Qui, presso la madre, Eva abitava nel 1938, anno che segnò l’inizio della sua tragedia, insieme a Peter, il bimbo nato dal suo infelice matrimonio con Otto Flatter, un valente ritrattista che avrebbe avuto un importante ruolo come vignettista e caricaturista nella propaganda antitedesca dell’Inghilterra e, a fine guerra, al processo di Norimberga. Otto Flatter (1894-1988) nasce a Vienna da famiglia ebrea e anglofila e frequenta quivi l’Accademia di arti figurative che però non riesce ad ultimare, dapprima perché chiamato alle armi nella I Guerra Mondiale e poi a causa della precarietà della situazione economica. Diviene ritrattista e si impiega come insegnante alla Scuola Popolare di Brùnn che nel 1934 lo invia in Inghilterra per preparare un corso sulla pittura inglese. Otto Flatter però decide di non tornare più nel Continente e, dopo il divorzio da Eva, si risposa quivi con una pianista e compositrice. Lavora ancora come ritrattista, ma la situazione politica in Europa gli stimola la vena satirica. Nel 1937 espone ad una mostra che ha molto successo in numerose città inglesi, 60 vignette ispirate al Mein Kampf di Hitler. Allo scoppio della guerra, come tutti gli stranieri di “nazione nemica” viene internato nell’isola di Man che abbandona allorché, all’improvviso, viene invitato al Ministero dell’Informazione a Londra dove è incaricato di predisporre disegni per i volantini destinati ad essere fatti cadere dagli aerei inglesi sulle truppe tedesche. Per tutta la durata del conflitto riveste l’ufficio di pittore di guerra commentando gli avvenimenti sia militari che politici. Dopo la guerra Otto Flatter viene inviato dal Ministro dell’Informazione per tre settimane come disegnatore al tribunale di Norimberga. Così egli si espresse riguardo ai criminali nazisti ivi processati: Apparivano come marionette dimenticate e abbandonate dal loro burattinaio: provavo per loro ora odio, ora compassione. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche a Parigi, Bruxelles, Praga, Vienna, Londra e Bregenz. Più di 200 sue caricature politiche sono custodite all’Imperial War Museum di Londra: esse testimoniano il punto di vista di un uomo in lotta contro Hitler. Cfr. Dorothea McEwan, Sein Kampf Der Zeichner Otto Flatter (1894-1988), in “Tendenzen”, Heft n. 166, aprilegiugno 1989, Kòln. Proprio grazie all’interessamento della dott. McEwan è stato possibile rintracciare Peter Flatter.

Quale fosse la personalità di Eva, possiamo apprenderlo da stralci di lettere inviate a Peter dopo la guerra da amici che le furono particolarmente vicini e quindi la conobbero assai bene fin dai primi anni della sua vita. Così la ricorda Willem van Hoogstraten:

Conobbi sua madre quando aveva circa 18 anni. Allora ella leggeva molto Dostojewsky e parlava con grande ammirazione di lui. Ogni discorso con lei dal primo momento andava immediatamente in profondità. Ella aveva una così chiara comprensione, un enorme discernimento dell’essenziale. Assai di rado ho conosciuto una persona così amabile, così prodigiosa; metà della mia vita è trascorsa, non posso scrivere nessun dettaglio; solo questo posso dire, che era sempre una gioia discorrere con lei e sentirla per lettera.

e Kàthe Perlberg:

Sono convinta che tua madre fosse una delle persone più intelligenti, profonde, ricche, infelici che si possano trovare in tutti i tempi. Ho incontrato molte persone, sono divenuta abbastanza matura per comprenderlo, saperlo, attestarlo.

Ella non era mai noiosa. Spesso persone anche assai acute e stimabili a lungo andare divengono talvolta noiose. Tua madre era invece sempre vivace, impulsiva e piena di charme nel discorso, nelle sue idee; perciò non era una poveretta, nonostante grande solitudine e disgrazia. Frequentava varie persone che cercavano la sua compagnia.

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 16

 

Mi ritengo colpevole che tua madre sia caduta nelle mani dei tedeschi

La probabile morte di tua madre mi ha colpita e annientata più della probabile morte di mia madre e della morte sicura di mia sorella (è morta per consunzione nel cronicario di Theresienstadt). Io risento profondamente ogni giorno la mia colpa  (soprattutto da quando è terminata la guerra).

Il pensiero della sorte di lei è destinato a divenire per l’amica fraterna, ingiustificatamente, un rimorso ossessivo:

Ti devo confessare che mi ritengo colpevole che tua madre sia caduta nelle mani dei tedeschi e che ciò probabilmente si sarebbe potuto evitare se avessi avuto il forte impulso di agire. Ma io era fiacca, passiva, indecisa nel momento più importante e priva di istinto; se avessi vinto la mia indolenza, la mia mancanza di fantasia, mi si sarebbe sicuramente presentata come ricompensa una possibilità, come un sicuro nascondiglio. Un conoscente ora rivisto da poco, ha detto che avrebbe nascosto tua madre. Perché io a quel tempo non ho tentato con domande e richieste presso tutti i conoscenti possibili ed impossibili, vicini e lontani, facilmente e difficilmente rintracciabili? Presso di me? 26 Dubitavo a priori di rimaner inosservata, ciò che in realtà è avvenuto

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 35

Ezio, mio marito, ufficiale dell’esercito, dopo essere uscito dall’Accademia Reale di Torino e dalla Scuola di Applicazione dell’Artiglieria, era stato inviato a Riva sul Garda (1934) come tenente di prima nomina, sotto il comando del cap. Tanas. Ha combattuto come volontario nella guerra di Spagna ed è stato ferito più volte, anche molto gravemente. Il generale Franco lo ha decorato sul campo.

In Italia era stato proposto per una medaglia d’oro e due d’argento ma, dal momento che era ebreo e che non era morto, ne ha ricevuta una sola, d’argento. In seguito alle leggi razziali (1938) è stato radiato dall’esercito e trattato dai superiori come un appestato.

In un’altra lettera, sempre inviata al cap. Tanas, Ezio Ravenna esprime le sue speranze per l’avvenire di contro al drammatico e angoscioso presente che lo opprime:

Le sono tanto, tanto grato, di avermi scritto e di avermi compreso. Mai dimenticherò quanto grande è il sollievo che provo ogni volta che sento o leggo le Sue parole. Ed ogni volta che penso a Lei sento che le parole di adesso, come quelle di allora, che non ho abbastanza ascoltate, erano la voce di un cuore onesto ed onorato:

oggi vedo che Lei ha avuto sempre ragione

Dopo l’8 settembre 1943 Ezio andrà a Roma. Qui, sotto falso nome (Efisio Ravello), entrerà come sergente nell’esercito al comando di un generale che era stato suo superiore in Spagna ed era, anche lui, diventato antifascista. Da Roma vanno poi a Bergamo e continuano il doppio gioco finché vengono scoperti. Il generale viene portato a San Vittore e i subalterni riescono a fuggire in montagna: incomincia la lotta partigiana in Val Camonica.

(Testimonianza di ATTILIO TANAS)

Dopo l’8 settembre ‘43 Ezio Ravenna, sotto falso nome (e lo ricordo con una folta barba) col grado di sergente maggiore, era stato infiltrato in un importante comando militare della R.S.I. in Lombardia: forniva notizie su movimenti di truppe repubblichine e su “rastrellamenti” al comando partigiano (o al C.L.N. non ricordo bene).

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 67

(Testimonianza di ATTILIO TANAS)

Noi spesso andavamo, io e mia madre, a trovarli, direi quasi tutti i giorni, o un giorno sì e uno no, perché questo pover’ uomo [il prof. Ravenna] rimaneva solo, aveva bisogno di sfogarsi. Allora andavamo là, e lui si sfogava, ci raccontava della Grande Guerra e gli tenevamo compagnia. Fumava moltissimo. Ci raccontava tutte le varie imprese militari e ci teneva.., era di un nazionalismo.. .e quindi soffriva molto quest’uomo. Diceva: “Come, io che ho dato tutto alla mia Patria, alla mia Italia, oggi sono considerato...” Soffriva anche per questo. Gli avevano tolto la cattedra, perché lui insegnava all’Università di Trieste. Io pensavo: Hai una Patria che ti fa stare... tu, professore universitario che devi nasconderti come un delinquente, perché se ti prendono ti mandano in un campo di concentramento...” e lui la difendeva lo stesso. Ma difendeva naturalmente l’Italia... Questo è un particolare che proprio mi commuoveva.

 Noi due cercavamo di captare radio Londra; erano momenti di confidenza, mi raccontava della sua infanzia, di episodi che nessuno sapeva. Io lo ascoltavo con tanto affetto, lo lasciavo parlare fino a tardi, perché mi ero accorta che aveva bisogno di aprire il suo animo: era come una valvola di sfogo.

Abbiamo sempre avuto un rapporto bellissimo. Egli, come mio marito, era un libero pensatore, non guardava razza o religione; per questo soffriva di più, nel vedere tanto odio.

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 70

Mi vennero alla mente le parole del Vangelo: “Non preoccupatevi di quello che direte, lo Spirito Santo vi suggerirà la risposta da dare.” In questo pensiero mi rifugiavo serenamente.

L’ingegnere mi aspettava, ansioso di avere una risposta tranquillizzante. E fu per lui, come per me, una delusione dovergli dire che non avevo trovato niente che lo potesse confortare: nessuno voleva ospitarlo. Ma proprio in quel momento una ispirazione, una forza nuova mi illuminarono. Dimenticando il pericolo gli dissi: “Questa notte si fermi da me, poi vedremo il da farsi.” ma non avevo le idee chiare.

Si fermò, e quella notte si prolungò fino al maggio del 1945.

Come passava il tempo il povero recluso in una stanza al secondo piano della canonica, senza mai poter uscire, non scendendo neppure nell’appartamento del parroco? Il primo periodo lo occupò nel sistemare e restaurare i libri del grande compositore monsignor Celestino Eccher, unico a conoscere il suo rifugio e che aveva portato a Cloz da Trento i libri estratti dalle macerie dell’appartamento bombardato il 2 settembre 1943.

Il Rovighi si dedicò poi a trascrivere le composizioni musicali di monsignor Eccher, con pazienza certosina e grande competenza.

Occupò gli ultimi mesi nella stesura del progetto della casa sociale. Gli fornivo le misure del terreno, il grado di pendenza e tutti i dati necessari; seguivo il lavoro giorno per giorno. Ne nacque un progetto veramente pensato, meditato, corretto tante volte, rifatto altrettante. Alla fine della guerra il progetto era dunque pronto, tanto che si poterono iniziare i lavori nell’ autunno del 1945.

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 78

Ed i figlioli? L’ingegner Rovighi era un padre dal cuore delicato e sensibile, legato fortemente alla famiglia. Era vivo il suo desiderio di vedere i figli. Per soddisfare questa esigenza la moglie fissò dei momenti particolari nei quali passava davanti alla canonica. Attraverso la finestra il recluso poteva vedere, in tal modo, quasi quotidianamente, i suoi figlioli che credevano il loro padre lontano per impegni professionali. Tutto ciò continuò per 18 mesi, finché, arrivato l’armistizio, padre e figli si poterono riabbracciare.

L’ingegner Rovighi era un uomo retto, onesto, che sapeva pregare. Di confessione valdese, sopportava senza alcun lamento la sua pesante situazione. Sereno, paziente ed ottimista, pur in quella dolorosa prova, aveva una gran fede nella provvidenza di Dio. Di coscienza delicatissima; ricordo la bella osservazione che mi fece un giorno: “Voi cattolici fate troppa distinzione tra peccato mortale e veniale, ma non vi sembra che l’uno e l’altro siano offese a Dio? Avere questa consapevolezza dovrebbe bastare per mantenerci sempre nell’obbedienza al Signore”.

Fu uno dei pochi superstiti della malvagità nazista.

A Bolzano continuò a lavorare, infine pensionato, accettò i vari malanni dell’età senza mai lamentarsi, sempre grato al Signore per le cose buone che gli concedeva, aspettando con grande serenità il termine del pellegrinaggio terreno.

Morì per un male inesorabile in un ospedale di Bologna.

Sono certo che il Signore lo ricompenserà per tutto il bene nobilmente compiuto nella vita.”

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 81

Da “Dziennik Polski” n. 17, Cracovia, 20 febbraio 1945

Prof Ksawery Dunikowski - Hàftling n. 774

“Hàftling n. 774”. Uno dei primi. Arrestato nel suo studio di scultura dagli sbirri di Hitler nell’aprile 1940, ha trascorso cinque anni nel campo di Oswiecim (Auschwitz).

La fame, i pidocchi, le malattie, le percosse, assassini di prigionieri inermi e di donne, massacri di bambini e tutto ciò in un’atmosfera di torture morali alle quali si sottoponeva ogni “allievo” del campo. Ecco Oswiecim.

Il prof. Dunikowski dipinge la realtà di Oswiecim con schizzi a fondo lugubre, così come gli si presentano alla memoria. «Un giorno scoppia un’epidemia di tifo. Io ero uno di quelli che aveva l’occasione di essere ospedalizzato Quando l’epidemia divenne di proporzioni inquietanti, gli aguzzini decisero di arrestarla in un modo assai semplice. Tutti i malati furono spediti a Rajsk dove vennero sottoposti all’azione del gas. Io sono rimasto in vita unicamente grazie al fatto che quel giorno ero occupato a realizzare uno schizzo del lager. Quest’occupazione del resto doveva in seguito salvarmi più d’una volta la vita.»

Il professore tace un istante come se cercasse di richiamare queste orribili visioni, poi prorompe:

“La cosa più spaventosa per me non è che gasavano e bruciavano degli innocenti. Ma ciò che trovo orribile, orrendo e mostruoso è il fatto che siano riusciti a sradicare nelle vittime pressoché tutti i sentimenti umani, lasciando in esse d’umano solamente la sensazione della fame e una paura terribile. Per giungere a questo fine, i mostri sopprimevano con una brutalità inimmaginabile ogni senso di pietà che un prigioniero poteva concepire verso l’altro.

Malgrado ciò, sentimenti di questo tipo emergevano, sebbene raramente, tra i detenuti.

Io ricorderò un episodio che mi è rimasto impresso nella memoria. Si doveva procedere all’esecuzione per iniezione di 150 bambini della regione di Lublino. Era uno dei metodi usati per assassinare i prigionieri. Iniezioni di fenolo in vena o direttamente nel cuore. L’esecuzione aveva luogo davanti ai detenuti radunati per lo spettacolo.

Una paura orribile si leggeva negli occhi dei piccoli che singhiozzavano e si dibattevano cercando di liberarsi dalle mani dei sorveglianti; ad un dato momento uno dei prigionieri esce dalle file, s’avvicina al medico, alza le braccia e grida rivolgendosi ai fanciulli:

“Guardate, piccoli miei, io vado per primo, non fa affatto male.” Il medico, con un gesto più rapido del solito, affonda l’ago nel cuore del detenuto... Bisognava evitare che gli altri, quelli che rimanevano ancora in vita, si contaminassero con un sentimento di pietà, non bisognava che essi si rammentassero di essere stati un tempo uomini.

M’è difficile parlare della psicologia dei dirigenti del campo. Ci vorrebbe uno psichiatra. Ma per caratterizzarli può essere sufficiente citare una sola frase con la quale il capo del campo, l’SS Fritsch, esprime il suo atteggiamento verso i prigionieri: “L’Hàftling è condannato a morte e non deve vivere più di 6 settimane.”

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 252

Da “Israel” (XXX n.31-32) 2 Av 5705/12 luglio 1945

 

Un altro canto di morte: Monowitz

Il signor Stanco è stato raccolto dai russi. Faceva parte di un campo di 14000 ebrei a Monowitz. Al momento dell’avanzata russa i tedeschi li riunirono e li fecero marciare in ritirata per 100 km a piedi in condizioni di indescrivibile sofferenza per il gelo. Quelli che non riuscivano a continuare il viaggio e cadevano per la strada, venivano abbattuti dalle SS. I disgraziati viandanti venivano torturati fino all’ultimo soffio. Quando attraversando il villaggio delle donne di pietà volevano porgere loro dell’acqua, le SS rompevano il bicchiere e versavano per terra l’acqua davanti alla bocca dello sventurato.

Crosina M., “Le storie ritrovate”, Museo storico di Trento, pag. 253

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