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Crowder R., “Psicologia della lettura”,

Il Mulino

 

Gli effetti postumi

L’esistenza di effetti postumi nella percezione costituisce un’ulteriore prova del fatto che il sistema nervoso è organizzato almeno in parte in termini di tratti. Prima però di spiegare perché gli effetti postumi sono così importanti a questo proposito è opportuno descrivere di cosa si tratta.

Tutte le persone, o quasi, che han seguito dei corsi introduttivi di psicologia, hanno subito l’esperienza di dover fissare intensamente una macchia di colore vivo per un minuto circa, e di aver poi guardato un punto su una superficie di un colore neutro, poniamo grigio. Se l’esperienza è stata condotta con cura, senza muoversi, quel che allora si è visto è che sulla superficie neutrale compariva una macchia di colore «slavato» della stessa forma della macchia vista precedentemente, ma il cui colore era complementare a quello di questa. Questa immagine postuma negativa ci spiega molto bene le modalità con cui i colori si formano nel cervello. Andiamo più nei dettagli, e vediamo cosa accade a una persona che fissi per un minuto circa una macchia rettangolare rossa su una superficie grigia o bianca. Poniamo ora di togliere il triangolo rosso, mentre la persona rimane a fissare un puntino sulla stessa superficie grigia o bianca. Egli ci dirà allora di vedere un triangolo verde, uguale per forma a quello rosso originale, ma con un colore più sbiadito.

Le immagini postume colorate vengono abitualmente spiegate dicendo che nei nostri occhi i recettori per i colori sono disposti a coppie. Le cellule retiniche sensibili ai colori sono disposte due a due. Come accade di norma nel sistema nervoso, ogni unità ha un suo ritmo di scarica e di «riposo» normale. Le informazioni sono veicolate dai cambiamenti, in alto o in basso, di questo ritmo di scarica. I recettori semplici per il rosso e il verde non contribuiscono direttamente all’esperienza del colore. Se lo facessero, noi vedremmo sempre e contemporaneamente sia il rosso che il verde, dato che, come abbiamo appena detto, tutte le cellule sono sempre attive ad un qualche ritmo basale. La nostra esperienza del colore dipende invece da un qualche rilevatore di differenze, che ha il compito di segnalare se uno dei due recettori (quello per il rosso o quello per il verde) sta scaricando più dell’altro. Se è quello per il rosso che ha un ritmo di scarica superiore, noi abbiamo l’esperienza del rosso, altrimenti del verde.

Per capire cosa siano le immagini postume abbiamo bisogno solo di un’altra informazione: i rilevatori per il rosso e il verde si affaticano (si abituano) se vengono stimolati ripetutamente da una luce del colore appropriato. Quando ciò accade, la loro capacità di scaricare ripetutamente declina. Se una persona fissa a lungo del rosso, e nel suo campo visivo non c’è nulla di verde, il ritmo delle scariche per il rosso sarà comunque sempre superiore a quello per il verde, e l’esperienza -rimarrà quella del rosso. Pensiamo però adesso a quel che accadrà quando la stessa persona smetterà di fissare il rosso, e osserverà una superficie grigia, senza che vi sia, cioè, una stimolazione diretta né per il verde, né per il rosso. Il rilevatore per il verde scaricherà al suo abituale ritmo «di lavoro», ma quello per il rosso sarà esausto, avendo ricevuto in precedenza un tale sovraccarico di luce a cui è sensibile.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 56

 

Le informazioni vengono prima registrate in una memoria iconica ad alta capacità, ma di breve durata

Le informazioni vengono prima registrate in una memoria iconica ad alta capacità, ma di breve durata. Da questo magazzino iconico, le informazioni vengono quindi analizzate con un processo velocissimo che le pone in contatto con degli stati categorici conservati in una memoria polmone di riconoscimento. Di norma, esse poi entrano in un ciclo che può essere ripetuto più volte attraverso un processo di denominazione. E in un qualche punto di questa operazione di denominazione e ripetizione che le lettere vengono codificate (definite) nei termini delle loro proprietà di linguaggio.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 92

Le persone capiscono che sta per giungere la THE in base alla struttura della frase, e la sorvolano senza osservarla con attenzione. Si potrebbe ritenere che la t si vede con difficoltà in THE, perché questa parola, come articolo, è estremamente ridondante e fornisce quindi poche informazioni. E’ possibile che le persone siano in grado di farne a meno, e se il contesto indica che la parola sta per presentarsi, si riesce a trascurarla.

Almeno le parole più frequenti vengono riconosciute sulla base della loro configurazione globale, e non delle lettere costituenti.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 115

 

L’effetto Stroop: denominare il colore dell’inchiostro

L’effetto Stroop si può dimostrare chiedendo alle persone di denominare il colore dell’inchiostro in cui sono scritte certe parole. Nella condizione sperimentale, queste parole sono a loro volta nomi di colori, incongruamente però colorati; così la parola BLU può essere scritta con inchiostro verde, e così via.

Un nome di colore scritto con inchiostro di una tinta incongrua (per esempio, ROSSO scritto in verde) tende ad eccitare due logogeni, uno per la parola come è scritta (ROSSO), uno per il pigmento (VERDE); solo il primo dei due nomi è però corretto, ma nella misura in cui il secondo tende ad attivare, eccitandolo, il suo logogeno, vi sarà conflitto. Anche un notevole esercizio lascia l’interferenza intatta. L’effetto Stroop è un esempio perfetto di scrittura automatica. Le connessioni tra scritto e unità di parole è così forte da non potersi ignorare.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 126

 

La possibilità di tornare indietro rende, in termini di comprensione, il leggere più facile dell’intendere

Un’altra differenza nella comprensione del linguaggio scritto o di contro parlato consiste nella possibilità di meglio vedere la struttura sintattica delle frasi. Nel linguaggio

parlato, infatti, noi possiamo di solito utilizzare tutta una serie di indizi in proposito sulla base di quelli che vengono detti gli elementi prosodici, e che comprendono l’altezza tonale, l’intonazione, gli accenti, le pause e il ritmo, e che ci danno moltissime informazioni. Si pensi al diverso significato che assume quella che apparentemente è la stessa frase, quando sono differenti nel pronunciarla le parole che vengono accentuate:

1) NOI abbiamo rifiutato l’offerta.

2) Noi abbiamo RIFIUTATO l’offerta.

3) Noi abbiamo rifiutato l’OFFERTA.

Molte domande vengono identificate in quanto tali solo perché vi è un’intonazione ascendente sull’ultima sillaba. Queste informazioni prosodiche vengono convogliate dal linguaggio scritto solo approssimativamente, e solo parzialmente, attraverso la punteggiatura. E possibile che il lettore le ricostruisca nel leggere, con il linguaggio interiore.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 143

 

Le persone in una frase del genere osservano più a lungo la parola CADDE

Consideriamo ora la frase: «Mentre cuciva la manica cadde dal suo grembo». Si tratta di una frase che viene detta a deviazione, in quanto, mentre viene pronunciata, richiede che a metà venga reinterpretata. Inizialmente, infatti, la frase implica chiaramente che il soggètto sta cucendo una manica; improvvisamente, però, compare il verbo «cadde», che sarebbe privo di senso se la frase affermasse che la persona cuce la manica. Siamo allora costretti a concludere che il soggetto possa star cucendo con ogni probabilità qualcosa d’altro, mentre una manica cade dal suo grembo. Specificamente, le parole «Mentre cuciva» vanno ora interpretate come un sintagma preposizionale. Questa costruzione viene detta «a deviazione» perché la prima parte della frase, sino a MANICA, è fuorviante rispetto a quella che sarà l’interpretazione dell’intera frase.

Frazier e Rayner hanno trovato che le persone in una frase del genere osservano più a lungo la parola CADDE, rispetto a quel che avviene in una frase di controllo dove non vi è una costruzione a deviazione («Mentre cuciva la manica questa cadde dal suo grembo»). Ora, già dal capitolo Il noi sappiamo che per un lettore normale una fissazione media è di circa un quarto di secondo, o 250 millisecondi. Perché le persone possano estendere tale durata in risposta ai problemi grammaticali sollevati dalla parola CADDE, occorre che in questo breve periodo possa svolgersi un buon numero di analisi a livello molto elevato. In altri termini, mentre gli occhi rimangono sulla parola CADDE, i soggetti devono capirne il significato, e capirlo sino al punto di rendersi conto che l’interpretazione da essi abbozzata della prima parte della frase non concorda con tale significato. Se il processo di comprensione si svolgesse una volta che gli occhi hanno già determinato la loro localizzazione, allora nel tempo in cui suona il «segnale d’allarme» in risposta a CADDE il sistema visivo sarebbe già passato a una nuova localizzazione.

Crowder R., “Psicologia della lettura”, Il Mulino, pag. 145

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