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Deaglio E., “La banalità del bene – Storia di
Giorgio Perlasca”
Dunque, signor Perlasca: perché lo fece?
“Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali.
Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo che sia
stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho
avuto un’occasione e l’ho usata. Da noi c’è un proverbio, che dice: l’occasione
fa l’uomo ladro. Ebbene, di me ha fatto un’altra cosa. Improvvisamente
mi sono ritrovato ad essere un diplomatico, con tante persone che dipendevano
da me. Che cosa avrei dovuto fare, secondo lei? Piuttosto, penso che essere
un falso diplomatico mi abbia aiutato, perché ho potuto fare delle cose che
un diplomatico vero non farebbe. Eh... I diplomatici sono persone strane.
Non è che siano proprio liberi di fare quello che vogliono. C’è l’etichetta,
ci sono le formalità, le gerarchie, qualcuno a cui rispondere, la propria
carriera. Tante cose, tanti vincoli che io non avevo.”
E che tipo era, signor Perlasca? Per caso, non era anche lei ebreo e per
questo motivo si adoperò tanto?
“No, io sono nato da una famiglia cattolica, a Como, secondo dì cinque fratelli.
Mio padre era laureato in legge, funzionario regio in diversi comuni del padovano.
Mio nonno era stato un giudice militare. L’educazione che ho ricevuto in famiglia
diceva le cose semplici, che tutti gli uomini erano da considerarsi uguali.
La famiglia Perlasca da Como si trasferì a Trieste e il ragazzo fu entusiasta
aderente al fascismo, versione dannunziana. Per D’Annunzio litigò pesantemente
con un professore che aveva condannato l’impresa di Fiume. “Mi costò cara,
venni espulso per un anno da tutte le scuole del Regno. A dire il vero, non
ero il tipo dello sgobbone e infatti non finii neppure l’istituto tecnico.
Ero uno a cui piaceva divertirsi, stare con gli amici, giocare al pallone.
Un ragazzo come tanti, leggevo Salgari e sognavo avventure.”
Se ne andò volontario in Abissinia, “Camicie Nere della 28 Ottobre”. Nel dicembre
del 1936 partì volontario per la Spagna, artigliere. “Perché lo feci? Le motivazioni
politiche erano che anch’io volevo impedire che il Mediterraneo diventasse
un lago comunista. Ma ci fu anche un altro aspetto. Se non fossi andato in
Spagna, avrei dovuto cominciare a lavorare, allo zuccherificio di Pontelungo.
E l’idea di stare in un ufficio, proprio non mi piaceva. Così partii per la
Spagna, uno dei settantamila volontari, e ci rimasi fino alla fine. La Spagna
mi e rimasta nel cuore. Degli spagnoli, ancora oggi, amo tutto: il loro idealismo
furioso, la loro fierezza, il loro senso della tradizione, la lingua. La imparai
subito. A Budapest mi dicevano che parlavo un castigliano perfetto, con un
leggero accento gaIlego.”
Perlasca prese uno degli astucci con una medaglia. “Vede questa? Una medaglia
che mi ha dato l’Anpi di Padova. Lo l’ho presa volentieri perché conosco i
membri dell’associazione e sono brave persone. Ma la cosa buffa, però, è che
io non sono un antifascista. Ho smesso di essere fascista, ma non sono diventato
dopo la guerra un antifascista. La mia storia è diversa. A me, per esempio,
diedero molto fastidio le leggi razziali. E non ero il solo: mi ricordo quanto
se ne parlava al ritorno dalla Spagna. Non capivo le discriminazioni nei confronti
degli ebrei. Tanti ebrei erano miei amici, a Padova, a Trieste, a Fiume. In
Spagna il comandante dì una batteria del mio reggimento di artiglieria era
un ebreo, di Roma, si chiamava Vita Finzi. Qui, a Padova era un sottoscrittore
per il fascismo uno degli uomini più ricchi della città, il barone Treves
de’ Bonfili. Franco, come tutti sanno, non era un antisemita. Questo era il
mio atteggiamento. E poi non mi piacque l’alleanza con la Germania di Hitler,
e non fui d’accordo con un’altra guerra. Di Mussolini avevo avuto stima, ma
in quegli anni la persi.”
Deaglio E., “La banalità del bene – Storia di Giorgio Perlasca”, Feltrinelli,
pag. 17
A Perlasca, che era stato un
salvatore, successe quello che capitò alle vittime. Come ha sempre ricordato
Primo Levi, l’idea di non essere creduti fu comune a molti prigionieri dei
lager. Scriveva, ne I sommersi e i salvati: “Quasi tutti i reduci,
a voce o nelle loro memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso
nelle notti di prigionia, vario nei particolari, ma unico nella sostanza:
di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze
passate rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi, neppure
ascoltati. Nella forma più tipica (e più crudele), l’interlocutore si voltava
e se ne andava in silenzio”. Primo Levi riuscì a pubblicare Se questo è
un uomo tredici anni dopo la fine della guerra. Appena tre anni prima
era uscito in Italia, da Feltrinelli, il primò libro che raccontava dei crimini
nazisti, I/flagello del/a svasttca di Lord Russell. La memoria fu lenta,
difficile. Finita la guerra, tornarono, per mesi e mesi, i militari italiani
deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre. Furono seicentomila, e a loro
era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o
della Repubblica di Salò. Solo una infima parte aveva accettato, ma le loro
storie non vennero raccontate. “Animali strani”, vennero considerati, che
il dopoguerra non sapeva bene come classificare e ancora oggi quella vicenda
collettiva non trova spazio nei libri di storia.
Degli ebrei italiani deportati si seppe, naturalmente. Ma con cautela. E non
tutto. L’Italia fu pronta ad autoassolversi per la loro sorte, vantando piuttosto
la rete di umanità popolare che aveva dato a tantissimi di loro un nascondiglio
e un’assistenza: i crimini vennero addebitati al dominio tedesco. Ma pochi,
ancora oggi, sanno, per esempio, che la legislazione razziale non venne immediatamente
abrogata all’indomani della caduta del fascismo, come ci si sarebbe aspettati.
Per ragioni di prudenza nei confronti dell’ex alleato tedesco, il maresciallo
Badoglio aspettò sette mesi prima di cancellare le più infami norme discriminatorie.
E pochi ancora oggi sanno che dietro gli 8566 ebrei che vennero deportati
dall’Italia, ci fu, purtroppo, la collaborazione attiva della burocrazia italiana
o delazione. Solo ora, ne Il libro della memoria, un volume che turba
per la mole, le cartine e i numeri, si può leggere quellc che succesSe. Lo
ha scritto Liliana Picciotto Fargion, dedicando dieci anni della propria vita
a ritrovare i sopravvissuti ~ chiunque fosse in grado di fornire notizie.
Le storie, le circo stanze e i nomi occupano 538 pagine in ordine alfabetico.
Un elenco di poche righe per ognuno, che comincia con Abeasis Alberto, detenuto
a Fossoli campo, deportato da Verona e liberato a Bergen Belsen e finisce
con Vilma (cognome ignoto), detenuta prima alla caserma di Fiume, poi al carcere
di Trie. ste, deportata ad Auschwitz e deceduta in luogo e data ignoti. Un
lavoro di documentazione arrivato quasi fuori tempo massimo; ancora qualche
anno e le fonti non sarebbero state più in vita.
Nessuno dei responsabili italiani della deportazione venne punito. Per tacita
legge di compensazione, si tacque anche sui salvatori. Il muro che si trovò
di fronte Perlasca quando torno a casa fu fatto di questi materiali. Tanta
voglia di rimozione e poca voglia di fare paragoni. Se un uomo solo — modesto,
senza una solida rappresentanza politica — era riuscito in quel. l’impresa,
perché allora altri non fecero come lui?
E poi la sua storia si era svolta in Ungheria, lontano dai fatti nostri, in
un paese in cui dopo la guerra la storia venne messa rapidamente a tacere
e i ricordi soffocati.
La persecuzione degli ebrei ungheresi è ancora oggi pochissimo conosciuta.
Eppure avvenne sotto gli occhi del mondo. Lo sterminio organizzato durò Otto
mesi, dal marzo del 1944 al gennaio del 1945, quando già Hitler aveva perso
la guerra, nel corso dell’avanzata contemporanea dell’Armata Rossa da est
e degli anglo-americani da ovest. Fu uno sterminio annunciato, previsto e
seguito in tutte le sue fasi dalle diplomazie e spesso anche, giorno dopo
giorno, dalla stampa internazionale. Fu anche l’unico olocausto a rimanere
interrotto a causa della precipitosa ritirata dell’esercito nazista; questo
fece sì che Budapest rimanesse l’unica città dell’Europa centrale a non vedere
i suoi ebrei completamente sterminati. Se decine di migliaia sopravvissero,
lo si dovette al salvataggio compiuto da un piccolo gruppo di diplomatici
di paesi neutrali rimasto nella capitale nelle settimane finali dell’assedio.
Di tutta questa storia, il mondo ha sempre saputo pochissimo, tranne un nome,
quello di Raul Wallenberg, il diplomatico svedese inviato del re di Svezia
con il compito di portare in salvo, con ampi mezzi finanziari, il più grande
numero possibile di ebrei ungheresi. Ma più ancora che per la sua opera, il
nome di Wallenberg divenne noto soprattutto perché egli sparì nei giorni dell’entrata
a Budapest dell’esercito sovietico e sulla sua sorte continua ancora oggi,
dopo mezzo secolo, un’incertezza che Mosca non ha completamente eliminato.
Da due anni però si conosce un altro Wallenberg nello sconosciuto commerciante
italiano Giorgio Perlasca.
I due non avrebbero potuto essere più diversi e più uguali: ricco e protetto
il primo, con uno status speciale che li ermetteva di trattare con le SS e
di offrire denari al posto di vite umane. Uomo solo e in fuga il secondo,
che pagava di tasca propria il cibo alla borsa nera per mantenere in vita
i suoi protetti. Si incontrarono diverse volte, in quei mesi.
“Alla stazione merci, per esempio,” ricorda Perlasca, “dove andavamo per cercare
di strappare qualcuno dai treni. Era bravo, Wallenberg, ci dava l’anima. Lo
incontrai anche nella legazione di Spagna negli ultimi giorni dell’assedio.
1118 gennaio, quando già erano entrati i russi, ebbi notizia certa che Wallenberg
era in una casa della via Kiràly. Vi andai, ma mi dissero che era uscito.
Credo che sia morto quel giorno, per una bomba o una pallottola vagante. Nel
dopoguerra, quando si sollevò il suo caso, feci l’unica cosa che potessi fare.
Nel 1952 andai a Milano e sottoscrissi una dichiarazione giurata su quanto
sapevo, sulle circostanze dell’ultimo giorno in cui so per certo che era vivo...
Mi aspettavo che mi chiamassero, invece nessuno mi ha mai fatto sapere niente.”
“Da quando è stato scoperto,” dice la moglie, “Giorgio è ringiovanito.”
“Diciamo piuttosto che mi hanno scombussolato la vita,” dice lui. Pero, certo
che sono stato contento. Ci sono delle soddisfazioni che non potrò dimenticare.
In Ungheria non ero più tornato, dai tempi della guerra. Quando mi hanno convocato
per la premiazione, sono arrivato a Budapest con il treno. Siamo entrati alla
stazione di Budapest e mi sono sporto dal finestrino, volevo rivedere se mi
ricordavo i luoghi. Mentre il treno arrivava sul binario, ho visto un sacco
di gente sulla banchina. Mi chiedevo: cosa sarà successo? Quando sono sceso,
mi sono reso conto che erano lì per me. Mi hanno insignito con l’Ordine della
Stella d’Oro con corona e me la sono messa all’occhiello della giacca. Questa
è la più alta onorificenza che concedono, in Ungheria. Pensi che ho camminato
per strada e sono andato in treno e le persone che la vedevano si toglievano
il cappello, mi salutavano battendo i tacchi, e qualcuno facendo il saluto
militare.”
“Ora mi capita di incontrare persone che dicono di ricordarmi. Ma a me, purtroppo,
non dicono nulla, perché loro erano bambini al tempo. Quelli che conoscevo
io, sono tutti morti. Io vedo che loro si dispiacciono perché non mi ricordo
di loro. Ma come faccio? Erano dei bambini a quel tempo. E ce n’erano tantissimi.”
Ho rivisto Perlasca diverse volte negli ultimi due anni. Alle onorificenze
israeliane e ungheresi, ha aggiunto ora quelle spagnole (curiosamente, la
commenda dell’Ordine di Isabella la cattolica, la regina che nel 1492 descretò
l’espulsione degli ebrei) e quelle americane, che gli sono state consegnate
a Washington e a New York. (“Ormai, quando parto, mio nipote mi chiede: nonno
quante medaglie mi porti stavolta?”). In Italia la sua storia è stata raccontata
al programma televisivo Mixer e in quella occasione mi è capitato anche
di accompagnarlo ad un colloquio privato con il presidente della Repubblica.
Eravamo organizzati malissimo, parcheggiammo l’automobile nel posto sbagliato
e quindi ci dovemmo fare un bel pezzo a piedi dentro i giardini del Quirinale.
Perlasca un po’ era divertito e un po’ seccato. “Mai capitata una cosa del
genere. Sia a Budapest sia a Gerusalemme, mi hanno portato con la macchina
fin sulla porta.”
Perlasca ebbe un breve colloquio con il presidente Cossiga che lo ringraziò
“come uomo e come italiano” per tutto quello che aveva fatto. Uscendo Perlasca
disse che aveva paura gli offrissero una croce da cavaliere. “Sa come diceva
Vittorio Emanuele Il? Un sigaro e una croce da cavaliere non si negano a nessuno.”
Invece, finora non gliel’hanno offerta. Né la croce da cavaliere, né altro.
E questa è una dimenticanza che per Perlasca èun cj-uccio, oltreché un fatto
di cui non riesce a capacitarsi.
Deaglio E., “La banalità del bene – Storia di Giorgio Perlasca”, Feltrinelli,
pag. 23