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Dennet D., “Brainstorms”
Adelphi
PERCHÉ LA LEGGE DELL’EFFETTO NON SARA ABBANDONATA
“Per inventare qualcosa” secondo il poeta Paul Valéry “bisogna essere in due”. Egli intendeva riferirsi non a un rapporto di collaborazione tra individui diversi, ma a uno sdoppiamento del singolo inventore. “Uno crea le combinazioni; l’altro sceglie, riconosce ciò che voleva e che giudica importante nella massa di cose che il primo gli ha comunicato. Quel che chiamiamo genio si rivela non tanto nel lavoro del primo quanto nella prontezza con la quale il secondo afferra il valore di ciò che gli è stato mostrato e lo sceglie”.’ Questa è un’affermazione plausibile. Perché? E vera? Se lo è, di che tipo di verità si tratta? Di una generalizzazione empirica sorretta da un buon numero di conferme? O di una “verità concettuale”, derivabile dal nostro concetto di invenzione? O di qualcos’altro?
Herbert Simon, in The Sciences of the Artificial, fa un’affermazione simile: “La risoluzione di problemi da parte dell’uomo, dalla più banale alla più acuta, non implica nient’altro che varie combinazioni di prove ed errori e di selettività”. Anche questa tesi è plausibile, io penso, ma un po’ meno. Simon ce la presenta come se fosse la conclusione di un’indagine induttiva, ma questo non è affatto plausibile. Un’estesa ricognizione sulla risoluzione di problemi da parte degli esseri umani può aver condotto Simon a questa tesi, ma la pretesa al nostro assenso ha provenienza diversa.
Io voglio mostrare che la plausibilità di queste affermazioni deriva dal fatto che sono implicazioni di un principio astratto la cui “necessità” (quale che sia) consiste in questo: noi possiamo sapere, a prescindere dalle ricerche empiriche di psicologia, che qualsiasi teoria psicologica completa e adeguata deve sfruttare una qualche versione di questo principio. La versione più consueta del principio che ho in mente è la legge dell’effetto, vituperato beniamino dei comportamentisti. “L’idea, rozzamente espressa,” osserva Broadbent3 “che azioni seguite da ricompensa vengano ripetute, si presenta molto verosimilmente a quasi tutte le persone intelligenti che riflettono sulle possibili spiegazioni del comportamento”. Questa idea approssimativa, una volta raffinata, è la legge dell’effetto, e io sostengo che essa è parte non solo di una possibile spiegazione del comportamento, ma di qualsiasi possibile spiegazione soddisfacente del comportamento.
Per potere stabilire questa condizione di adeguatezza per le teorie psicologiche, occorre, per prima cosa, fare chiarezza sul compito della psicologia. Si consideri il modo in cui le altre scienze sociali dipendono da tale scienza più fondamentale. L’economia, o in ogni caso l’economia classica, presuppone un’ontologia di agenti razionali che perseguono i propri interessi, e si propone di formulare poi generalizzazioni sul modo in cui tali agenti, gli “atomi” dell’economia, si comporteranno sul mercato. Questa presupposizione di intelligenza e di egoismo degli agenti non è oziosa, anzi è necessaria per fondare e spiegare le generalizzazioni. Si consideri la legge della domanda e dell’offerta. È evidente la ragione per la quale la legge è così valida e affidabile: la gente non è stupida, vuole il massimo che può ottenere, sa quel che vuole e quanto lo vuole, ne sa abbastanza da chiedere quanto il mercato può offrire e da riuscire a comprare al minor prezzo possibile. Se questo non spiegasse perché la legge della domanda e dell’offerta funziona, resteremmo stupiti e increduli nell’apprendere che funziona davvero. Analogamente, le scienze politiche, la sociologia, l’antropologia e la psicologia sociale presuppongono certe capacità di discriminazione, percezione, ragionamento e attività razionale, e ricercano poi generalizzazioni interessanti sull’utilizzazione di queste capacità in circostanze particolari. Per alludere a tale caratteristica comune di queste scienze sociali si potrebbe dire che sono tutte intenzionali: utilizzano tutte un vocabolario intenzionale, o “mentalistico”, o “cognitivo” - parlano di credenze, desideri, aspettative, azioni, ecc. - e consentono che le spiegazioni si concludano, almeno qualche volta, con un rinvio a un ragionamento pratico (di solito decisamente entimematico): gli elettori hanno votato per il candidato democratico perché erano lavoratori e credevano che il repubblicano fosse contro di loro; la borsa è in ribasso perché i risparmiatori credono che altre forme di investimento siano più sicure. Queste scienze lasciano alla psicologia il compito di spiegare come mai esistano entità (organismi, esseri umani) sulle quali è così utile presupporre che per-seguano il proprio interesse, siano perspicaci e razionali. Un compito fondamentale della psicologia è, quindi, quello di spiegare l’intelligenza. A beneficio del comportamentista ultrarigoroso, che non si concede neanche la possibilità di parlare di intelligenza (sarebbe troppo “mentalistico”, per lui), potremmo dire, con Hull, che un compito prioritario della psicologia “è di capire ... perché ... il comportamento sia in generale così adattativo, cioè efficace nel ridurre i bisogni e facilitare la sopravvivenza...”.“ La spiegazione dell’intelligenza che si richiede alla psicologia non deve, naturalmente, essere circolare. Non deve spiegare l’intelligenza in termini di intelligenza, per esempio attribuendo la responsabilità dell’esistenza dell’intelligenza nelle creature alta munificenza di un Creatore intelligente, o mettendo un homunculus intelligente al quadro di controllo del sistema nervoso (si veda il cap. 4).
Se fosse questo il massimo che la psicologia può fare, allora essa non potrebbe adempiere al compito assegnatole.
C’è già, nella teoria darwiniana dell’evoluzione per selezione naturale, un esempio di teoria che assolve mirabilmente proprio questa sorta di onere; la legge dell’effetto, come molti commentatori hanno osservato, è strettamente analoga al principio di selezione naturale. La legge dell’effetto presuppone l’esistenza di una “popolazione” di coppie stimolo-risposta, formate più o meno casualmente o in ogni caso arbitrariamente; in questo insieme, ampio e vario, i rinforzi selezionano le coppie ben strutturate, adattative, fortuitamente appropriate, in un modo completamente meccanico: il loro ripresentarsi è reso più probabile, mentre i loro simili non adattativi o meramente neutri subiscono l’ “estinzione” non perché vengono uccisi (tutte le coppie stimolo- risposta hanno una vita breve), ma perché non riescono a riprodursi. L’analogia è molto forte, molto soddisfacente e molto familiare.
Ma la natura del fascino che esercita è stata spesso fraintesa. Broadbent osserva:
“L’attrattiva che sia la selezione naturale sia la legge dell’effetto esercitano su certi modi di pensare deriva dal fatto che non ricorrono a principi esplicativi molto differenti da quelli usati nelle scienze fisiche. Non sorprende, quindi, che la legge dell’effetto sia stata presa non semplicemente come una generalizzazione vera per gli animali, in certe condizioni, ma anche come principio fondamentale in grado di spiegare ogni comportamento adattativo”.
E certamente vero che questi principi tra loro analoghi piacciono ai fisicalisti o ai materialisti perché sono suscettibili di una spiegazione meccanicistica; ma c’è una ragione più importante per apprezzarli: entrambi possono fornire spiegazioni manifestamente non circolari per degli explicanda per i quali è molto difficile escogitare spiegazioni non circolari. Darwin spiega un mondo di cause finali e leggi teleologiche con un principio che è sì meccanicistico, ma che è soprattutto - cosa ancora più importante - completamente indipendente da “significati” o “scopi”. Esso presuppone un mondo che è assurdo nel senso esistenzialista del termine: non ridicolo, ma gratuito; e questo presupposto è condizione necessaria per ogni spiegazione non circolare di scopo. E dubbio che si possa immaginare un principio non meccanicistico e insieme non circolare per spiegare la progettualità nel mondo biologico; qui si è tentati di considerare la scelta di spiegazioni non circolari come equivalente alla scelta del materialismo meccanicistico, ma la priorità tra queste opzioni è chiara. Non è il pregiudizio favorevole al materialismo che ci spinge ad accettare il principio di Darwin in quanto materialistico; ma piuttosto è il riconoscere che ci si è vincolati a spiegazioni non circolari a darci una ragione per adottare il materialismo, una volta constatato che la spiegazione darwiniana (non circolare) della progettualità o della finalità nella natura è materialistica. L’argomentazione è questa: la teoria materialistica di Darwin forse non è l’unica teoria naturalistica priva di petizioni di principio, ma è certamente tale, ed è l’unica che abbiamo trovato, e questa è un’ottima ragione per sposare il materialismo.
Un ragionamento del tutto analogo può farlo lo psicologo che deve decidere se schierarsi con i comportamentisti: le teorie basate sulla legge dell’effetto forse non sono le uniche teorie psicologiche che danno per scontata l’intelligenza, ma esse sono chiaramente non circolari, a questo riguardo, e le loro rivali no: questa è un’ottima ragione per unirsi all’austera ed esigente confraternita dei comportamentisti. Ma non tutto va bene, in quel campo, e da parecchio tempo. Contrariamente alle pretese degli apologeti più ottimisti, la legge dell’effetto non è stata inglobata in alcuna teoria con una forza sia pur lontanamente simile a quella dimostrata dalla teoria della selezione naturale. La legge dell’effetto è apparsa in differenti forme, da quando Thorndike l’ha introdotta come principio dell’apprendimento; ha assunto una funzione centrale, e autorevole, nel comportamentismo di Hull come “legge del rinforzo primario” e in quello di Skinner come “principio del condizionamento operante”; ma la storia di questi tentativi è la storia di fallimenti sempre più articolati nello sforzo di usare la legge dell’effetto in modo significativo. Essa può spiegare molto, riguardo all’apprendimento, ma non sembra in grado di spiegarne tutto. Perché non cercare, allora, un altro principio fondamentale più potente per spiegare il resto? Non è stata solo la testardaggine, o un senso orgoglioso di proprietà, che ha impedito ai comportamentisti di seguire questo suggerimento, ma piuttosto la convinzione che la legge dell’effetto non sia solo una buona idea, ma l’unica buona idea possibile per questo compito. Riconosco che c’ è qualcosa di giusto in questa convinzione; ma quel che vi è di sbagliato ha prodotto un risultato paradossale: la fedeltà alla legge dell’effetto nelle sue versioni comportamentistica o periferalistica ha costretto gli psicologi a commettere numerose piccole “circolarità” per evitare quella principale. La legge dell’effetto viene “salvata” da ripetuti controesempi postulando ad hoc storie di rinforzi e stimoli che non hanno il minimo fondamento, eccetto le esigenze della teoria. Per esempio vengono postulati pulsioni di curiosità, la cui riduzione è rinforzante, per spiegare l’apprendimento “latente”; oppure, quando qualcuno mostra un comportamento intelligente all’apparenza nuovo, si presuppone che ci devono essere state, nella sua storia passata, risposte “simili in modo pertinente” che lo hanno rinforzato. Queste strategie non sono del tutto sbagliate; sono equivalenti alle ipotetiche congetture degli evoluzionisti sugli antenati di una specie, che di solito sono inventate di sana pianta, ma differiscono da quelle dei comportamentisti perché sono chiaramente confermabili o refutabili. Queste critiche al comportamentismo non sono nuove, né sempre corrette nell’applicazione. Lo sono convinto, tuttavia, che nessun tipo di comportamentismo, per quanto raffinato, possa eludere tutte le versioni di queste obiezioni familiari; ma questa non è tesi che si possa sostenere in poche righe. Sarà più costruttivo passare a ciò che ritengo giusto nella legge dell’effetto, e suggerirne un’altra versione che possa subentrare laddove il comportamentismo cade in difetto.
La prima cosa da notare è che la legge dell’effetto e il principio della selezione naturale non sono semplicemente analoghi, ma sono fatti per lavorare insieme. C’è un tipo di intelligenza, o di pseudo-intelligenza, che lo stesso principio di selezione naturale riesce a spiegare in modo completo, e cioè quella che si manifesta nel controllo del comportamento tropistico o “istintivo”. L’appropriatezza all’ambiente, la sapienza biologica e strategica, evidenti nella costruzione di un nido, nella tessitura di una ragnatela o in meno complicate disposizioni comportamentali “innate”, vanno spiegate tramite lo stesso principio che spiega la perfezione progettuale delle ali degli uccelli o degli occhi del ragno. Bisogna capire che le creature “cablate” in modo tale da esibire un comportamento tropistico utile nelle rispettive nicchie ambientali avranno un vantaggio, ai fini della sopravvivenza, sulle creature che sono prive di un “cablaggio” del genere, e che quindi saranno gradualmente selezionate dalle vicissitudini naturali. Il comportamento tropistico, però, non è plastico a livello individuale, ed è evidente che creature controllate solo mediante tropismi non rappresenterebbero la soluzione finale dell’evoluzione al problema del confronto tra bisogni e ambiente. Se dovessero comparire creature dotate di un certo grado di plasticità nelle relazioni ingresso/uscita, alcune di esse potrebbero avere un vantaggio perfino sui cugini tropistici più evoluti. Quali? Quelle capaci di distinguere i buoni risultati della plasticità dai cattivi, e di conservare i primi. Il problema della selezione si ripresenta e indica la propria soluzione: supponiamo che negli organismi siano presenti alcune classi di eventi geneticamente dotati della capacità di aumentare la probabilità che si ripresentino gli eventi regolatori del comportamento sui quali essi agiscono. Chiamiamoli rinforzi. Possiamo allora supporre che alcune mutazioni compaiano con rinforzi inappropriati, altre con rinforzi neutri, e poche altre, più felici, con rinforzi appropriati. Queste mutazioni fortunate sopravviverebbero, e la loro progenie sarebbe dotata geneticamente della capacità di apprendere - qui per apprendimento si intende nient’altro che un cambiamento (nella direzione appropriata all’ambiente) di probabilità nelle relazioni stimolo-risposta. I rinforzi positivi più ovvi saranno gli eventi normalmente causati dalla presenza di cibo o acqua, dal contatto sessuale e dal benessere fisico, mentre i normali effetti di ferite o privazioni saranno gli ovvi rinforzi negativi - ma ce ne potrebbero essere molti altri.
Il quadro fin qui descritto presenta creature ben dotate dalla selezione naturale di un cablaggio tropistico rigido, incluso quello di alcuni rinforzi. Questi, a loro volta, permettono l’ulteriore selezione e lo stabilirsi di un cablaggio adattativo “morbido”; la selezione viene fatta all’interno di un insieme di interconnessioni temporanee, essenzialmente arbitrarie e non progettate. Ogni volta che in una creatura fortuna vuole che a una certa interconnessione faccia seguito un effetto ambientale che a sua volta produce un rinforzo come “retroazione”, questa interconnessione sarà favorita. Su questo punto Skinner è molto esplicito. In Science an Human Behavior egli nota che “il processo di condizionamento ha un valore di sopravvivenza”, ma naturalmente egli intende che la capacità di essere condizionati ha un valore di sopravvivenza: “Dove finisce il comportamento ereditario, inizia la modificabilità ereditaria del processo di condizionamento”. Usiamo, quindi, il termine “creature skinneriane” per tutte le creature suscettibili di condizionamento operante, per tutte quelle creature nelle quali l’apprendimento può essere spiegato tramite la legge dell’effetto. Le creature skinneriane hanno la meglio sulle creature meramente tropistiche, ma sembra che ci siano altre creature, per lo meno noi esseri umani e molti altri mammiferi, che prevalgono sulle creature soltanto skinneriane.
Come è facile intuire, il problema, con le creature skinneriane, è che possono imparare solo tramite prove ed errori effettivamente compiuti nell’ambiente. Un frammento utile di cablaggio morbido non può essere selezionato fino a che non ha avuto la possibilità di provocare qualche retroazione rinforzante da parte dell’ambiente; e purtroppo i controlli comportamentali solo potenziali, non ancora utilizzati, non possono ex hipothesi avere alcun effetto ambientale che possa rinforzarli. Eppure l’esperienza sembra mostrare che noi, e perfino le scimmie, spesso escogitiamo e selezioniamo una linea di azione adattativa senza il beneficio di retroazioni e rinforzi esterni precedenti. Messi di fronte a questo dilemma, potremmo sospirare: magari la legge dell’effetto riuscisse a spiegare anche il rinforzo degli elementi potenziali, non utilizzati! Magari questi controlli non utilizzati potessero avere un qualche sottile effetto sull’ambiente (cioè, magari bastasse “pensare alla soluzione” per avere un qualche effetto ambientale) e magari l’ambiente fosse abbastanza benevolo da rimandarci, in risposta, l’appropriata retroazione! Ma ciò sarebbe davvero miracoloso.
E, invece, non Io è. Si può ottenere questo e altro semplicemente postulando che le creature abbiano due ambienti: l’ambiente esterno, in cui vivono, e un ambiente “interno” che portano con sé. Quest’ultimo deve essere concepito semplicemente come una scatola con un ingresso e un’uscita, che fornisce la retroazione per gli eventi che avvengono nel cervello. Ora, per le creature skinneriane possiamo sviluppare la stessa congettura che abbiamo seguito prima per le creature tropistiche. Supponiamo che, tra le creature skinneriane, compaiano mutazioni che hanno un ambiente interno del tipo appena menzionato. Alcune, possiamo supporre, avranno ambienti interni poco adattativi (ambienti che renderanno più probabili comportamenti inappropriati all’ambiente esterno), altre avranno ambienti interni neutri; ma poche altre, fortunate, avranno ambienti interni che casualmente rinforzano, grosso modo, solo i controlli del comportamento adattativi potenziali. In un certo senso stiamo rovesciando il principio della selezione naturale: parliamo dell’evoluzione che gli ambienti (interni) compiono per adeguarsi all’organismo, di ambienti che avrebbero un valore di sopravvivenza in un organismo. Le mutazioni dotate di questi ambienti interni favorevoli avrebbero, in ogni ambiente angusto, un netto vantaggio sulle creature meramente skinneriane, nella lotta per la sopravvivenza, poiché potrebbero imparare più velocemente e più sicuramente (apprendere per prove ed errori non e solo noioso; può essere anche pericoloso). Il vantaggio fornito da questo ambiente interno favorevole è espresso elegantemente in una frase di Karl Popper: esso “permette alle nostre ipotesi di morire in nostra vece”.
Il comportamentista, messo di fronte alle deficienze della legge dell’effetto, insisteva nel rivendicarne una più ampia applicazione (solo così si sarebbe potuto spiegare ciò che rimaneva da spiegare), e questo è proprio ciò che gli abbiamo dato. Egli, in realtà, lo stava interpretando in modo restrittivo. Il periferalismo delle versioni comportamentiste della legge dell’effetto si rivela non così essenziale come si era pensato. Per esempio, i nostri discorsi su un ambiente interno sono un mero residuo di periferalismo: l’ambiente interno è solo un qualcosa di interno che seleziona. Alla fine, sono gli effetti ambientali quelli che danno la misura dell’adattatività e la molla principale dell’apprendimento; ma l’ambiente può delegare la propria funzione selettiva a qualcosa all’interno dell’organismo (proprio come la morte aveva delegato al dolore, un tempo, la propria funzione selettiva) e se ciò avviene si ha un organismo più intelligente e flessibile.
Ci si potrebbe chiedere se i comportamentisti non abbiano già compiuto, e da molto, questo passo verso una selezione o un rinforzo interni. Penso che la risposta più giusta sia che alcuni lo hanno compiuto e altri no, ma che perfino quelli che hanno preso questa strada non avevano ben chiaro ciò che stavano facendo. Da una parte, abbiamo i neoskinneriani, che non si fanno scrupolo di parlare del condizionamento operante che si verifica nel soggetto il quale immagina svolgimenti di azione seguiti da risultati rinforzanti; dall’altra, i neoskinneriani che ancora deridono l’uso di termini mentalistici come “immaginare”. Lui, Skinner, si colloca in entrambi gli schieramenti e spesso nello spazio di una stessa pagina) “La pelle” dice “non è un confine così importante”; ma è difficile credere che egli veda le implicazioni di questa osservazione. In ogni caso sarà meglio, e più chiaro, presupporre qui che i comportamentisti siano dei periferalisti “classici” i quali non vedono tale riapplicazione della legge dell’effetto tramite un ambiente interno.
E importante chiedersi se la proposta di un principio di selezione per mezzo di un ambiente interno non introduca surrettiziamente, nel nostro discorso, qualche incoerenza o impossibilità; se non è così, infatti, potremmo sostenere che, poiché le nostre ipotetiche mutazioni avrebbero di sicuro la meglio sulle creature meramente skinneriane, non c’è ragione di credere che il condizionamento operante costituisca la soluzione finale dell’evoluzione al problema dell’apprendimento o dell’intelligenza, e potremmo tranquillamente “prevedere” la comparsa e il consolidamento di tali mutazioni. Potremmo poi chiederci quanto sia potente il nuovo principio e se ci sia qualche forma di apprendimento o di intelligenza che esso non può spiegare. Su questo punto potremmo permetterci di essere un po’ più aperti del comportamentista, poiché se pensassimo che c’è qualche forma di apprendimento che esso non può trattare, sapremmo dove cercare un principio ancora più forte: una quarta incarnazione del nostro fondamentale principio di selezione naturale (o, da un altro punto di vista, una terza incarnazione del nostro fondamentale principio psicologico della legge dell’effetto). E possiamo già vedere esattamente quale sarà. Nulla ci costringe a ritenere che l’ambiente interno sia geneticamente cablato in modo completo e rigido. Una facoltà più versatile sarebbe quella nella quale lo stesso ambiente interno potesse evolversi nell’individuo come risultato - tanto per cominciare - del condizionamento operante. Non solo apprendiamo; apprendiamo meglio come apprendere, e apprendiamo meglio come apprendere meglio come apprendere.
Ma c’è qualche incoerenza nell’ipotesi di ambienti interni capaci di selezionare le caratteristiche adattative dei sistemi di controllo potenziali del comportamento (e di favorirne l’inclusione nell’insieme dei controlli effettivi del comportamento, giacché a questo equivale il rinforzo, nel nostro caso)? C’è qualcosa di miracoloso o di circolare in ciò che stiamo supponendo? La nozione di ambiente interno è stata introdotta in un linguaggio esplicitamente non intenzionale: esso è semplicemente una qualsiasi regione interna che può influenzare le caratteristiche dei sistemi di controllo potenziali del comportamento ed esserne influenzata. Gli ambienti interni favorevoli, e quindi selezionati, sono semplicemente quelli in cui il risultato di queste interazioni causali è l’incremento della probabilità condizionale che si realizzino quei controlli che sarebbero adattativi nelle condizioni in cui sono probabili. La nozione è introdotta, perciò, in modo non contaminato da occulti appelli all’intelligenza, ma non è ancora evidente che un ambiente interno possa “funzionare”.
Quali condizioni dobbiamo imporre alle caratteristiche di alcune parti dello schema del cervello per assicurare che la loro selezione ad opera di un meccanismo di scelta ottimamente progettato produca una prestazione finale migliore di una casuale? Poiché la selezione tramite l’ambiente interno è, in definitiva, una selezione meccanica, che può operare solo sulle caratteristiche fisiche di ciò che viene selezionato, ci dovrà essere almeno una correlazione normale o sistematica tra i tipi di eventi fisici selezionati e quello che possiamo chiamare il ruolo funzionale in qualche programma di controllo. Un cablaggio di tipo fisicamente caratterizzato non può essere costituito principalmente da repliche adattative in modo affidabile, a meno che queste non svolgano normalmente una particolare funzione. Questa è la stessa condizione - al livello immediatamente superiore - che troviamo nel condizionamento operante: se le classi di risposta caratterizzate fisicamente non producessero un effetto ambientale normalmente uniforme, il rinforzo non sarebbe adattativo. Così, se e quando questo principio funziona, esso funziona per determinare un’elevata probabilità che al momento opportuno nei programmi di controllo vengano occupati certi particolari ruoli funzionali. I ruoli funzionali saranno allora discriminati, e di conseguenza i programmi di controllo diventeranno ben progettati.
È difficile seguire le tracce di tutti questi presunti effetti e funzioni parlando nel vocabolario asettico del comportamentista, ma un modo più facile di esprimersi c’è: noi possiamo dire che gli eventi che sono repliche fisiche di un tipo selezionato hanno un significato o un contenuto, in virtù del fatto che normalmente hanno un certo ruolo in un’organizzazione funzionale ben progettata. Sono noti molti esempi di potenziali elementi di controllo del comportamento adattativi: le mappe accurate lo sono, come pure le credenze, le aspettative fondate, i concetti chiari, le preferenze ben ordinate, i piani di azione corretti, e in breve tutti gli strumenti prediletti dallo psicologo cognitivista. Come dice Popper, sono le ipotesi - eventi o stati dotati di una caratterizzazione intenzionale - che muoiono in nostra vece. La psicologia cognitiva è allora, in definitiva, legata a qualche versione della legge dell’effetto? Sembra di sì, come spero di mostrare passando a considerare la ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale (I.A.).
Chi progetta programmi di IA fa, in senso inverso, lo stesso lavoro del comportamentista. Abbiamo appena descritto la cautela misuratissima con la quale i comportamentisti si sforzano di costruire una teoria che parta da princìpi meccanicistici per arrivare a quei livelli di complessità ai quali diventa giusto e illuminante parlare in termini intenzionali di ciò che essi dichiarano sta avvenendo. Il ricercatore di (I.A.) parte da un problema caratterizzato intenzionalmente (per esempio, come posso far sì che il calcolatore capisca la lingua naturale?), lo suddivide in sottoproblemi, anch’essi caratterizzati intenzionalmente (per esempio, come posso fare in modo che il calcolatore riconosca le domande, distingua i soggetti dai predicati, trascuri le analisi grammaticali irrilevanti?), poi suddivide ulteriormente questi problemi, fino a che non arriva a descrizioni di problemi o compiti che sono manifestamente meccanicistiche. Ecco un modo di considerare questo processo. Il programmatore di IA parte da un problema caratterizzato intenzionalmente, e perciò è manifesto che egli antropomorfizza il calcolatore: se risolve il problema, dirà che ha progettato un calcolatore che può capire le domande rivolte nella lingua naturale. Al primo, e più alto, livello del progetto egli suddivide il calcolatore in sottosistemi, a ognuno dei quali assegna un compito caratterizzato intenzionalmente; poi elabora un diagramma di flusso di valutatori, memorizzatori, discriminatori, supervisori e simili. Ci sono homunculi in abbondanza: al livello più alto del progetto, il calcolatore viene suddiviso in un comitato, o un esercito, di homunculi intelligenti aventi scopi, informazioni e strategie. Ogni homunculus, a sua volta, viene analizzato e suddiviso in homunculi più piccoli, ma, quel che è più importante, meno intelligenti. Quando si raggiunge un livello in cui gli homunculi non sono ormai nient’altro che elementi sommatori o sottrattori, quando cioè l’unica intelligenza di cui hanno bisogno è quella necessaria a confrontare due numeri e scegliere, se comandati, il più grande, possiamo ritenere di averli ridotti al rango di impiegati “che possono essere sostituiti da una macchina”. A questo punto, l’antropomorfizzazione degli elementi non serve più alla comprensione del problema e diventa realizzabile e comprensibile una visione meccanicistica del procedimento. Il programmatore di IA usa senza timore il linguaggio intenzionale, perché sa che, se riesce a far girare il programma, tutte le assunzioni ingiustificate che ha provvisoriamente introdotto saranno state ripagate. Il calcolatore è più inesorabile di qualsiasi critico umano: se il programma funziona, possiamo stare certi che tutti gli homunculi sono stati eliminati dalla teoria.
Questo modo di operare a ritroso si è rivelato una strategia di ricerca molto proficua, poiché sono stati sviluppati e messi alla prova alcuni princìpi progettuali di grande potenza; è interessante notare che la forma generale dei modelli dell’ IA è sorprendentemente simile all’organizzazione proposta per le mutazioni postskinneriane e che i problemi incontrati echeggiano quelli affrontati dai comportamentisti. Una strategia onnipresente nella programmazione dell’IA è quella che va sotto il nome di generazione e controllo: la citazione di Paul Valéry riportata all’inizio di questo capitolo ne dà una descrizione perfetta. Il risolutore (o l’inventore) di problemi è suddiviso in un certo punto, o in più punti, in un generatore e in un analizzatore. Il generatore sforna candidati per le soluzioni, o per elementi di soluzioni, dei problemi; l’analizzatore li accetta o li rifiuta in base a criteri memorizzati. Simon fa osservare, ancora una volta, l’analogia con la selezione naturale.
L’analizzatore di un sottoprogramma di generazione e controllo non è altro che una parte dell’ambiente interno delle nostre mutazioni postskinneriane; così, alla domanda se il principio di selezione tramite l’ambiente interno opera bene, possiamo rispondere che opera tanto bene quanto i metodi di generazione e controllo nei programmi di IA, il che è sicuramente incoraggiante. Simon, come abbiamo visto all’inizio, è pronto a spingersi fino al punto di concludere che ogni «risoluzione di problemi da parte dell’uomo, dalla più banale alla più acuta» può essere compresa nella programmazione con generazione e controllo: “combinazioni variabili di prove ed errori e di selettività». Questa tesi è del tutto analoga al credo comportamentista secondo il quale la legge dell’effetto può spiegare ogni forma di apprendimento; di nuovo, ci si può chiedere se questa non sia miope fedeltà a un’idea che è buona, ma non necessariamente l’unica buona. I programmi di generazione e controllo possono simulare, e quindi spiegare (in un senso importante), molti casi di risoluzione di problemi e di invenzioni - ma su quali basi si può supporre che siano abbastanza potenti per trattarli tutti? Il comportamentista non poteva difendere il proprio credo; il ricercatore di IA si trova in una posizione migliore.
Alcuni di tali ricercatori pensano che il loro obiettivo sia la simulazione di particolari capacità cognitive «riscontrabili in natura» (perfino le capacità e gli stili di particolari individui umani), quella che va sotto il nome di “sc” o «simulazione cognitiva»; altri, invece, pensano che sia non la simulazione, ma la costruzione di programmi intelligenti utilizzando qualsiasi mezzo. L’unico vincolo imposto ai princìpi progettuali di quest’ultima versione di IA è che essi devono funzionare, e perciò qualsiasi limitazione che il programmatore di IA mantiene è una limitazione che restringe tutti i modi possibili di intelligenza e apprendimento.
Così, se l’IA è davvero lo studio di tutti i modi possibili di intelligenza, e se la procedura di generazione e controllo è davvero una caratteristica necessaria dei programmi di apprendimento in IA, allora tale procedura è una caratteristica necessaria di tutti i modi di apprendimento, e quindi un principio necessario in ogni teoria psicologica adeguata. Entrambe le premesse richiedono ulteriori giustificazioni. La prima è stata suggerita dalla considerazione del principio guida dell’IA: tutto ciò che funziona è permesso; ma, in realtà, l’IA non è più restrittiva di quanto questo principio suggerisca? Non è che, in realtà, l’IA sia lo studio di tutti i modi possibili di intelligenza meccanicamente realizzabili? La pretesa dell’IA di abbracciare tutti i modi possibili non rappresenta un’obiezione contro il vitalista o il dualista, i quali cercano una psicologia non viziata da circolarità ma anche non meccanicistica? Il ricercatore di IA è certamente un meccanicista, ma un meccanicista malgré lui. Egli normalmente non sa, o non si preoccupa di sapere, quale realizzazione fisica avrà il suo progetto, e spesso rinuncia al controllo e alla paternità dei propri programmi in una fase nella quale vi abbondano ancora le costruzioni intenzionali, a molti livelli di distanza da quello del linguaggio macchina. Può farlo perché compiere l’ultima “riduzione» al livello meccanico è semplicemente un problema di trascrizione, risolto da un programma compilatore e dai tecnici che se ne occupano. Le limitazioni del meccanismo non spaventano il ricercatore perché egli è sicuro che ogni progetto che egli può enunciare chiaramente è meccanizzabile. Il suo vincolo operativo, allora, è la chiarezza, e questa in pratica è una caratteristica garantita a tutto ciò che sia esprimibile in un linguaggio di programmazione di un certo livello. Tutto ciò che è esprimibile in questo modo è chiaro; ma l’inverso? Tutto ciò che è chiaro è esprimibile in questo modo? Il programmatore di IA crede di sì, ma la sua convinzione non può essere dimostrata: è, o equivale a, una versione della tesi di Church (tutto ciò che è computabile è computabile da una macchina di Turing). Possiamo vedere, così, che l’ipotesi che esista una psicologia senza circoli viziosi, ma anche non meccanicistica, non conduce a nulla se non è accompagnata dalla supposizione che la tesi di Church sia falsa. Giacché una psicologia senza circoli viziosi sarà una psicologia che non ricorre in definitiva a un’intelligenza non spiegata, e tale condizione può essere riformulata imponendo che le parti funzionali più piccole, o più fondamentali, o meno elaborate, in cui una psicologia suddivide i propri soggetti, non debbano realizzare compiti o seguire procedure che richiedono intelligenza. Questa condizione, a sua volta, è sicuramente abbastanza forte da assicurare che qualsiasi procedura ammissibile come procedura «ultima» di una teoria psicologica rientri nei confini intuitivi di ciò che è “computabile” o “effettivo», nel senso in cui si presume che questi termini siano usati nella tesi di Church. Le funzioni intuitivamente computabili a cui si riferisce la tesi di Church sono quelle che “qualunque sciocco può risolvere», mentre le funzioni elementari ammissibili in una teoria psicologica sono quelle che «non presuppongono alcuna intelligenza». Se la tesi di Church è corretta, allora i vincoli del meccanicismo non sono più severi di quelli che proteggono la psicologia da circoli viziosi, poiché qualunque psicologia che richiedesse compiti elementari “troppo difficili” per rientrare nella tesi di Church, sarebbe anche una teoria con homunculi non eliminati. Così la prima premessa, e cioè che l’IA sia lo studio di tutti i modi possibili di intelligenza, è giustificata, nei limiti del possibile; questa giustificazione non è totale, poiché la premessa dipende da due ipotesi, molto ragionevoli ma indimostrabili: (a) la tesi di Church è vera; (b) è possibile, in linea di principio, una psicologia adeguata e completa.
Rimane da difendere la seconda premessa: quali ragioni abbiamo per credere che la strategia di generazione e controllo costituisca una caratteristica necessaria, e non semplicemente utile e onnipresente dei programmi di apprendimento dell’lA? Cominciamo con il riconoscere che molti programmi di calcolatore di livello elevato non fanno ricorso ad alcuna versione di tale strategia. In questi casi i passi corretti o migliori che il calcolatore deve eseguire non sono scelti ma dati; le procedure del programma sono completamente definite e non flessibili. Questi programmi assomigliano alle creature meramente tropistiche; il loro progetto viene fissato da un processo precedente. Talvolta esiste una successione di programmi del genere, e il programmatore apporta una serie di cambiamenti per migliorarne il rendimento. Questi sviluppi genealogici, comunque, non rappresentano tanto problemi risolti quanto problemi lasciati in sospeso, perché la scommessa è fare in modo che il programma diventi autoprogettato, ovvero “fare in modo che dall’alunno emerga il maestro». Fin tanto che il programmatore è costretto a intervenire sul sistema di controllo per ricablarlo, il sistema non apprende. L’apprendimento può essere visto come autoprogettazione, e Simon suggerisce di «pensare al processo progettuale come a un’attività che implica prima la generazione di alternative e poi la verifica di queste alternative a fronte di un insieme di requisiti e di limitazioni». E’ un suggerimento logico, e potremmo anche seguirlo; ma non ci sono alternative? C’è un modo (coerente) di pensare al processo progettuale, che non ci obblighi a considerarlo come il frutto della procedura di generazione e controllo? Sembra di no, e vi è un argomento che lo mostra. Ho l’impressione che questo argomento potrebbe essere reso più rigoroso (e forse lo si scoprirebbe niente affatto originale) riformulandolo nel vocabolario tecnico di qualche versione della «teoria dell’informazione» o della «teoria dei sistemi che si autorganizzano». Mi interesserebbe sapere se è così; nel frattempo, mi accontento di lasciare che questo argomento, tanto intuitivo quanto schematico, si regga per meriti propri.
Stiamo considerando l’apprendimento, in definitiva, come un processo di autoprogettazione: un processo che, ai fini del nostro ragionamento, viene definito solo dal suo prodotto, e il prodotto è un progetto nuovo: come risultato, qualcosa viene ad avere un progetto che prima non aveva. Ma il nuovo progetto «deve venire da qualche parte». Cioè, occorre informazione che differenzi il nuovo progetto da tutti gli altri, e questa informazione deve venire da qualche parte - o dall’esterno del sistema, o dall’interno, o un po’ da entrambi. Se viene tutta dall’esterno, allora il sistema non riprogetta se stesso; e il caso, gia considerato,in cui il programmatore onnisciente, che possiede l’informazione, impone dall’esterno il nuovo progetto al sistema. Quindi l’informazione deve provenire tutta dall’interno, o sia dall’interno sia dall’esterno. Supponiamo che venga tutta dall’interno. Allora, o l’informazione già esiste all’interno, o vi è creata. Intendo dire: o il nuovo progetto esiste bell’e pronto nel vecchio, nel senso che la sua entrata in funzione a un certo punto è già assicurata dal vecchio progetto, o il vecchio progetto non determina in questo modo come sarà quello nuovo. Nel primo caso, il sistema non ha in realtà riprogettato se stesso; era stato progettato fin dall’inizio per entrare in questa fase a questo punto, e se vogliamo darne una spiegazione dobbiamo rivolgerci a un precedente processo progettuale. Nel secondo caso, il nuovo progetto e sotto-determinato dal vecchio. Questa è una caratteristica comune anche all’altra possibilità che resta, e cioè che l’informazione provenga sia dall’interno sia dall’esterno. In entrambi i casi il nuovo progetto è sotto determinato dal vecchio progetto di per sé; e solo in questi casi abbiamo un apprendimento “autentico” (e non solo «apparente», come nelle creature meramente tropistiche). In tutti e due i casi di sottodeterminazione, il nuovo progetto è o una fase sottodeterminata - con un contributo davvero casuale: nulla qui riprende tutte le fila lasciate dall’indeterminatezza del vecchio progetto - o viene determinato da una combinazione di vecchio progetto e di contributi (esterni, interni o misti) che sono di per sé arbitrari, cioè non progettati o fortuiti. Ma se il contributo degli elementi fortuiti deve dare una probabilità più che casuale che il nuovo progetto sia migliore di quello vecchio, allora quest’ultimo deve avere la capacità di scartare alcuni contributi arbitrari sulla base di caratteristiche del progetto (informazioni) già presenti. In altre parole, ci deve essere una selezione dei contributi fortuiti, basata sul vecchio progetto. Se il contributo arbitrario o non progettato proviene dall’interno, abbiamo ciò che viene chiamato un automa non deterministico. Questo è un automa che, a un certo punto o in più punti del proprio funzionamento, per poter procedere deve attendere il risultato di una procedura che non è determinata dal suo programma e dai dati di ingresso. In altre parole, un analizzatore deve aspettare che un generatore produca un candidato per la sua analisi. Se il contributo non progettato proviene dall’esterno, la situazione è la stessa; solo è posta in modo differente la distinzione tra ingresso e contributo casuale. L’automa è ora deterministico, nel senso che il suo prossimo passo è una funzione determinata del programma e dell’ingresso, ma quest’ultimo è fortuito. In entrambi i casi il sistema può proteggersi da risposte meramente fortuite a ingressi meramente fortuiti solo tramite una selezione, funzione del suo vecchio progetto, degli «stimoli» fortuiti che gli vengono presentati. L’apprendimento deve camminare sul sottile confine tra l’idiozia del tropismo pre-programmato e l’idiozia di un dominio iperplastico delle spinte fortuite. In breve, ogni processo di autentico apprendimento (o invenzione, che è poi una sorta di apprendimento) deve almeno a un livello, ma probabilmente a più livelli, fare ricorso al principio di generazione e controllo.
La morale di questa storia è che i teorici cognitivisti, di qualsiasi stampo, possono continuare tranquillamente e fruttuosamente a utilizzare formulazioni teoretiche che comportano temporanee petizioni di principio; ma se si aspettano che un giorno l’IA paghi i loro debiti (e se c’è qualcosa che può farlo, è proprio l’IA), devono riconoscere che i processi da loro invocati saranno inevitabilmente analoghi alla selezione naturale così come è esemplificata dalla legge dell’effetto. La morale, naturalmente, non è che il comportamentismo sia la strada che conduce alla verità in psicologia; anche la nostra ipotetica prima generazione di mutazioni delle creature skinneriane era troppo intelligente per essere spiegata dal comportamentismo, e abbiamo tutte le ragioni per credere che gli organismi superiori reali siano molto più complicati di così. L’unica consolazione per il comportamenti-sta, a questo riguardo, è quella di aver sofferto di paralisi teorica per una buona causa: non ha dato spiegazioni circolari, e se mai gli ambiziosi cognitivisti arriveranno a uguagliare la sua rettitudine, ci riusciranno solo affidandosi a princìpi fondamentalmente analoghi al suo.
Ciò lascia aperta la questione di sapere quando e quanto spesso saranno invocati questi inevitabili princìpi di selezione. Nulla impone che i moduli di generazione e controllo siano semplici e meccanicistici in modo ovvio, in tutte le realizzazioni interessanti. Al contrario, gli indizi introspettivi, di un tipo che fra poco illustrerò, mentre sembrano confermare l’affermazione generale che la generazione e controllo sia una caratteristica comune e riconoscibile della facoltà umana di risolvere problemi, provano nello stesso tempo che i generatori e gli analizzatori a noi introspettivamente familiari sono di per sé molto perfezionati - sono homunculi molto intelligenti. Come fa osservare Simon, la procedura di generazione e controllo non è efficiente e potente se il generatore non è dotato di un alto grado di selettività (generando così solo i candidati più verosimili e plausibili in una particolare circostanza), e poiché, come egli dice, «la selettività può essere sempre equiparata a qualche tipo di retroazione dell’informazione dall’ambiente», per ogni tipo e grado di selettività nel generatore dobbiamo chiederci da dove viene: è appresa o innata? Alla fine qualunque risposta fruttuosa a questa domanda indicherà sempre un processo di generazione e controllo: di selezione naturale, se la selettività è innata; di qualche varietà di apprendimento, se non lo è. In conseguenza, non possiamo sapere tramite una semplice ispezione o introspezione se un lampo di genio sia una invenzione “genuina» oppure no - cioè, se l’invenzione avviene proprio ora, o è il risultato di processi d’invenzione precedenti che solo ora producono effetti. È stato il patrimonio genetico di Einstein a garantire la sua creatività, oppure è stato il suo patrimonio genetico assieme alla sua educazione, alla sua storia di stimoli? o forse egli ha autenticamente creato (durante i propri processi di pensiero) le grandi intuizioni legate al suo nome? Spero sia chiaro quanto poco importante sia la risposta a tale domanda.
A questo punto ritengo di aver offerto una giustificazione sufficiente per la prima parte dell’affermazione di Valéry, secondo la quale si deve essere in due per inventare qualcosa: uno crea le combinazioni, l’altro sceglie. Che dire della seconda parte: “Quel che chiamiamo genio si rivela non tanto nel lavoro del primo quanto nella prontezza con la quale il secondo afferra il valore di ciò che gli è stato mostrato e lo sceglie»? Abbiamo visto che ciò deve essere vero, nel senso, un po’ forzato, che i generatori ultimi devono contenere un elemento di casualità o di arbitrarietà. «La soluzione originale di un problema rientra nella categoria della fortuna». Ma, comunque la si interpreti, questa seconda affermazione di Valéry non appare vera. Per esempio, non sempre nelle collaborazioni interpersonali chi sceglie è più geniale di chi produce le idee. Alcuni produttori raramente offrono suggerimenti mediocri; e in questi casi chi sceglie è di fatto un «signor-sì». Altri sono molto stravaganti nelle loro proposte, e richiedono la censura di supervisori severi e intelligenti. Sembra esserci qui un compromesso fra spontaneità e fertilità di immaginazione da una parte, e occhio critico dall’altra. Un lavoro creativo li richiede entrambi, e sapere quanta parte di ognuno sia da attribuire a ciascun collaboratore è una questione schiettamente empirica, soggetta a variazioni continue.
Sembra che Valéry sminuisca il contributo del primo, forse per il semplice fatto che egli ha in mente una collaborazione non equilibrata, in cui un produttore di combinazioni poco selettivo procura moltissimo lavoro al suo supervisore. Naturalmente, come ho detto all’inizio, Valéry non sta parlando di una vera collaborazione interpersonale, ma di uno sdoppiamento dell’anima. Forse egli pensa al proprio caso; il che ci suggerisce che Valéry fosse uno di quelli che sono consapevoli di prendere in esame e respingere molte idee cattive. Egli non attribuisce una grande genialità al suo homunculus- produttore, e preferisce identificarsi con il collaboratore responsabile, il selezionatore. Pare che anche Mozart appartenesse allo stesso tipo: “Quando mi sento bene e sono di buon umore, o quando faccio una gita o passeggio dopo un buon pasto, o di notte quando non riesco a dormire, i pensieri mi si affollano nella mente con una facilità incredibile. Come e da dove arrivano? Io non lo so e non ho nulla a che farci. I pensieri che mi piacciono li conservo nella testa e me li ripeto a voce bassa; almeno così gli altri mi hanno detto che faccio».25 In tali casi la biforcazione produttore- analizzatore coincide con la biforcazione tra il sé conscio e il sé inconscio. Si è coscienti solo dei prodotti del produttore, quelli che vengono poi consciamente analizzati e scelti.
Poincaré, in una famosa conferenza del 1908, ha dato una spiegazione “introspettiva» molto problematica di alcune sue invenzioni matematiche: «Una sera, contrariamente alle mie abitudini, bevvi una tazza di caffè e ciò mi impedì di prendere sonno. Miriadi di idee sorgevano e mi si affollavano nella mente:
le sentivo scontrarsi fino a che, per così dire, si con-giungevano in coppie formando combinazioni stabili». In questo caso, il selezionatore sembra essere scomparso, ma Poincaré ha un’interpretazione migliore dell’accaduto. In questa esperienza introspettiva egli ha avuto la rara opportunità di dare un’occhiata ai processi nel generatore: gli si è manifestato ciò che normalmente non viene visto dall’occhio della
coscienza, mentre le idee che formano le combinazioni stabili sono quelle poche che si presenterebbero normalmente al selezionatore cosciente per un’ulteriore valutazione. Poincaré, insomma, pensa di aver osservato la selettività all’opera nel generatore. Io sono scettico su questa interpretazione (penso che ogni introspezione implichi elementi di ricostruzione razionale, e ne fiuto tanta nel protocollo di Poincaré), ma mi piacciono le sue categorie. In particolare, discutendo di questa esperienza, Poincaré ci dà la chiave per affrontare un’altra questione imbarazzante.
In questo capitolo, infatti, mi ero prefisso due obiettivi. Il primo, che credo di aver raggiunto, era quello di spiegare perché la legge dell’effetto sia così popolare, nelle sue varie forme. L’altro era quello di spiegare perché in tutte le sue forme sia così impopolare. Non si può negare che la legge dell’effetto sembra costituire un affronto alla nostra autostima, e molta della resistenza - persino della repulsione - incontrata dai comportamentisti è sicuramente dovuta a questo. Poincaré ha messo il dito nella piaga. Egli era un pensatore creativo e originale come pochi, eppure la sua analisi del processo che lo porta alle invenzioni sembra privarlo di ogni responsabilità. Egli vedeva solo due alternative, entrambe scoraggianti. Una è che il suo inconscio, il generatore con cui non vuole o non può identificarsi, “è capace di discernimento; ha tatto, delicatezza; sa come scegliere, come indovinare. Che dico? Sa indovinare meglio dell’io conscio, poiché riesce dove questo ha fallito. In poche parole, l’io subliminale non è superiore all’io conscio? Confesso che mi risulterebbe odioso doverlo accettare”. L’altra è che il generatore è un automa, in definitiva, un assurdo, cieco sperimentatore di tutte le possibilità. Questo, naturalmente, non è un migliore homunculus con cui identificarsi. Nessuno, quindi, vuole essere il generatore. Come Mozart dice delle sue idee musicali: «Come e da dove arrivano? Io non lo so e non ho nulla a che farci». Né alcuno vuole essere solo l’analizzatore, perché allora la possibilità di essere creativo dipende dalla fortuna che si ha con il proprio collaboratore, il generatore. La fondamentale passività insita nel ruolo di analisi non lascia spazio al «sé creativo». Ma non potevamo aspettarci un esito diverso. Se vogliamo un’analisi adeguata della creatività, dell’invenzione, dell’intelligenza, questa deve essere analizzata e quindi scomposta in parti tali che in nessuna di esse vi sia intelligenza, e a questo livello di analisi non sopravvive, naturalmente, nessun “sé” con cui vogliamo identificarci.
L’errore di questo pessimismo sta nel confondere spiegazione con giustificazione. Dare una spiegazione non circolare del perché le creature sono intelligenti, non equivale a dimostrare che non sono intelligenti. Per farci un’idea di un “sé” creativo, dovremmo guardare per esempio a Poincaré, giacché lui (e non qualcuna delle sue parti) era certamente un genio.
Infine, non posso fare a meno di menzionare un meraviglioso esempio di intelligenza accidentale riportato da Hadamard: il verbo latino cogito è derivato, come ci dice sant’Agostino, da parole latine che significano agitare insieme, mentre il verbo intelligo significa selezionare fra. Gli antichi Romani, a quanto sembra, sapevano bene di che cosa stavano parlando.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 162
L’idea, per quanto strana possa sembrare, è che togliere da un mazzo tutte le carte di picche sia più facile che lasciare tutte le carte che non siano di picche. Quando si chiede a qualcuno di eseguire quest’ultimo compito, se egli non pensa “in altre parole...” la sua prestazione ne risente. Questa e altre considerazioni analoghe non stabiliscono senza ombra di dubbio la «realtà psicologica» delle rappresentazioni? Come nel primo caso, dipende tutto da quanto in basso nella scala filogenetica Fodor sia disposto a scendere, quando parla di rappresentazioni. Ciò che appare abbastanza plausibile per gli esseri umani non lo è affatto per gli animali inferiori, e sembra che persino gli insetti possano raggiungere un qualche apprendimento di concetti. O un qualche tipo di apprendimento di concetti molto primitivo non richiede la formulazione e la conferma di ipotesi, oppure, se sì, alcune ipotesi possono essere formulate ma non «espresse»; oppure ancora quasi tutte le caratteristiche interne di una creatura possono essere considerate rappresentazioni. Certamente i risultati che Fodor richiama stabiliscono la realtà psicologica di un qualcosa che funziona più o meno come una rappresentazione; ma egli ci ha preparato un pendio sdrucciolevole: chiunque non voglia ruzzolare deve puntare i piedi ora e chiedere altri particolari.
La terza dimostrazione di Fodor riguarda la percezione. A questo proposito egli afferma che, come hanno ripetuto gli empiristi (per tutte le ragioni sbagliate), “i dati sensoriali che confermano una particolare ipotesi percettiva sono di solito rappresentati al nostro interno in un vocabolario più povero di quello in cui le ipotesi sono espresse» (p. 44). Per esempio, un empirista direbbe che la mia ipotesi è che laggiù ci sia una mela, e i miei dati sono che mi sembra di vedere una macchia rossa rotonda. A Fodor piace l’idea che la percezione avvenga tramite una serie di processi computazionali che prendono le descrizioni da un vocabolario e le usano per confermare le descrizioni ipotizzate in un altro vocabolario; il difetto principale delle versioni empiristiche è rappresentato, secondo lui, dalla loro tendenza ad esprimere il dato nel “linguaggio ateorico dei qualia» piuttosto che nel “linguaggio carico di teoria dei valori di parametri fisici» (p. 48). Quello che è dato è l’eccitazione di un meccanismo sensoriale sensibile a una proprietà fisica. «Quindi, non c’è ragione di credere che un organismo non possa sbagliare sulle descrizioni che si applicano in un certo caso» (p. 48). Qui però mi sembra che Fodor abbia perso di vista l’importante distinzione tra il contenuto di un segnale diretto al sistema che esso informa e il contenuto che noi, dall’esterno, gli attribuiamo quando descriviamo e il segnale e il sistema di cui esso è parte. Per esempio, parlando del problema della percezione, sarebbe un grave errore affermare che i recettori della retina «dicono» ai verificatori di ipotesi del primo livello: «In L c’è di nuovo una luce di lunghezza d’onda appartenente alla banda del rosso», giacché quel livello non utilizza o comprende (in nessun senso, neanche il più povero) informazioni di quel genere. Quelli che usa come dati sono tutt’al più resoconti con predicati fittizi, non interpretati («in L c’è di nuovo e intensamente F»), e con questi deve confermare le proprie ipotesi fittizie. Forse entrambi i modi di esprimersi sono in realtà inappropriati? Il vocabolario dei segnali non è un qualcosa che debba essere fissato tramite un esame dei segni, almeno a questo livello, e quando ci rivolgiamo a prove indirette della «realtà psicologica» qualunque prova scopriamo sarà per forza neutrale tra predicati interpretati e non interpretati.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 179
Di recente, parlando con il progettista di un programma per gli scacchi, gli ho sentito fare la seguente critica nei confronti di un programma rivale: «Pensa di dovere sviluppare subito la regina». Questa attribuzione di un atteggiamento proposizionale al programma è molto utile e ha un alto valore previsionale perché (come egli precisò) di solito si può fare assegnamento sul vantaggio che si ottiene minacciando la regina. Ma in nessuno dei molti livelli di rappresentazione esplicita presenti nel programma è esplicitamente simboleggiato qualcosa che sia un pur approssimativo sinonimo di “sviluppare subito la regina». L’osservazione di quel progettista appartiene a un livello di analisi relativo a caratteristiche del programma che sono, in modo del tutto innocente, proprietà emergenti dei processi computazionali che hanno una «realtà ingegneristica». Non vedo alcuna ragione per credere che la relazione tra discorsi basati sulle credenze e discorsi basati sui processi psicologici possa essere più diretta.
Tutti questi dubbi sulla posizione radicale di Fodor vengono spazzati via dalla seconda parte del libro, dove egli raccoglie le prove riguardo a struttura, vocabolario e utilizzazione del codice interno? Questi capitoli sfidano lo scettico a trovare un modo per riformulare tutto ciò che non può essere negato in termini meno radicali di quelli di Fodor. Non mi sembra impossibile, ma dirlo non basta, e per farlo occorrerebbe un libro a parte.
Fodor correda l’esposizione del codice interno in azione di congetture particolari e ardite, e la sostiene con eleganti esperimenti e con argomenti ingegnosi. Egli mette insieme una teoria della comunicazione più o meno griceana e una posizione più o meno chomskiana sulla relazione tra le caratteristiche superficiali delle espressioni e i livelli più profondi, ma insorge contro le primitive semantiche (almeno nel loro ruolo consueto nella produzione e comprensione di frasi). Difende le immagini come veicoli delle rappresentazioni interne in aggiunta al suo codice di formule, e sostiene di dimostrare che il codice interno può rappresentare le proprie rappresentazioni e ha un vocabolario ricco quasi quanto quello dell’inglese (sto menzionando solo alcuni dei punti più significativi).
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 189
Affronto infine il problema principale. Supponiamo che l’lA sia considerata, come io sostengo, una forma di indagine estremamente astratta sulla possibilità dell’intelligenza o della conoscenza. Ha risolto problemi generali, o scoperto limitazioni o princìpi molto importanti? Penso che si possa rispondere di sì, con qualche precisazione. In particolare, penso che l’IA abbia tolto fondamento a un problema che ha angosciato filosofi e psicologi per più di duecento anni. Eccone una versione schematica. Primo, se c’è una psicologia capace di spiegare la complessità delle attività umane, essa deve postulare rappresentazioni interne. A quasi tutti questa premessa è sembrata ovvia, tranne che ai comportamentisti più radicali (in psicologia come in filosofia: a Watson e a Skinner come a Ryle e a Malcolm). Cartesio dubitò di quasi tutto tranne che di questo. Gli empiristi inglesi chiamarono le rappresentazioni interne idee, sensazioni, impressioni. Più di recente, gli psicologi hanno cominciato a parlare di ipotesi, mappe, schemi, immagini, proposizioni, engrammi, segnali neurali, e perfino di ologrammi e di teorie completamente innate. Così la prima premessa si può considerare inattaccabile o almeno dotata di grande autorevolezza (si veda il cap. 6). Ma, secondo, nulla è intrinsecamente una rappresentazione di qualche cosa; una rappresentazione di qualche cosa è tale solo per qualcuno; ogni rappresentazione, o sistema di rappresentazioni, richiede perciò almeno un utente o un interprete della rappresentazione, che sia esterno ad essa. Qualsiasi interprete siffatto deve avere varie caratteristiche psicologiche o intenzionali (si veda il cap. 1): deve essere capace di vari modi di comprensione, e deve avere credenze e scopi (in modo da usare la rappresentazione per informare se stesso ed esserne assistito per perseguire i propri scopi). Un simile interprete è allora una specie di homunculus.
Perciò la psicologia senza homunculi è impossibile. Ma la psicologia con homunculi è condannata alla circolarità o al regresso all’infinito; così la psicologia è impossibile.
L’argomento appena presentato è una versione relativamente astratta di un insieme ben noto di problemi. Per esempio, sembra (a molti) che non si possa spiegare la percezione se non si suppone che essa ci dia un’immagine interna (un modello, una mappa) del mondo esterno; e tuttavia, a che ci servirà questa immagine se non abbiamo un occhio interno capace di percepirla? E come spiegheremo questa capacità di percepire? Inoltre, sembra (a molti) che capire una frase udita equivalga in qualche modo a tradurla in un messaggio interno; ma, a sua volta, come sarà capito questo messaggio? Traducendolo in qualche altra cosa? Il problema non è nuovo; possiamo chiamarlo il problema di Hume, perché proprio Hume, sebbene non l’abbia enunciato in modo esplicito, ne comprese bene la forza e fece di tutto per sottrarsi alla sua morsa. Le rappresentazioni interne di Hume erano impressioni e idee, ed egli saggiamente rifuggì dalla nozione di un sé interno abile a manipolarle in modo intelligente; ma ciò lo obbligò a sostenere che le idee e le impressioni «pensano da sé». Ne risultò la sua teoria del sé come «fascio» di (e nient’altro che) impressioni e idee. Egli tentò di porre queste idee e impressioni in interazione dinamica postulando vari legami di associazione, in modo che tutte le idee che si susseguono nel flusso della coscienza fossero trascinate sulla scena da quelle che precedono grazie a questo o quel principio; e tutto ciò senza l’intervento di un supervisore intelligente. Naturalmente non funzionò: non avrebbe potuto ragionevolmente funzionare. Come è comprensibile, il fallimento di Hume è considerato un monito per ogni impresa anche lontanamente simile. Da una parte, come può una qualunque teoria psicologica giustificare rappresentazioni che comprendono se stesse? Dall’altra, come può una qualunque teoria psicologica evitare il regresso all’infinito o il circolo vizioso, se postula anche un solo interprete delle rappresentazioni, oltre alle rappresentazioni stesse?
Ora, non c’è dubbio che alcuni filosofi e psicologi che per anni sono ricorsi alle rappresentazioni interne abbiano creduto in cuor loro che la forza di questa obiezione potesse essere in qualche modo attenuata, che il problema di Hume potesse essere risolto; ma sono sicuro che nessuno ha avuto la più pallida idea di come ciò potesse avvenire, fino all’avvento dell’L4 e della nozione di strutture di dati. Queste ultime possono essere rappresentazioni realistiche dal punto di vista biologico o psicologico, o non esserlo; ma sono comunque esempi che, se non vivono e respirano, almeno sferragliano e funzionano, e se ne può dire che capiscono se stesse, nel senso desiderato.
Come tutto ciò si realizzi può essere descritto in via metaforica (e comunque ogni discorso sulle rappresentazioni interne è inevitabilmente in larga parte metaforico) elaborando la descrizione dell’lA come indagine teorica dall’alto in basso (si veda il cap. 5). In lA si parte specificando un’intera persona o un intero organismo cognitivo - ciò che io chiamo, in modo più neutrale, un sistema intenzionale (si veda il cap. 1) - o qualche segmento artificiale delle capacità di quella persona (per esempio, di giocare a scacchi, o di rispondere a domande sul campionato di calcio) e poi si suddivide questo sistema intenzionale più grande in una organizzazione di sottosistemi, ciascuno dei quali può a sua volta essere considerato come un sistema intenzionale (con proprie credenze e desideri specializzati) e quindi in modo formale come un homunculus. In TA, in realtà, parlare di homunculi è frequentissimo, e quasi sempre molto illuminante. Gli homunculi dell’lA comunicano tra loro, si disputano l’un l’altro il controllo, si offrono volontari, subappaltano, supervisionano e perfino uccidono. Non sembra che ci sia un modo migliore per descrivere quel che succede. Gli homunculi sono spauracchi solo se duplicano per intero i talenti che sono chiamati a spiegare (un caso speciale dell’inconveniente [1]). Ma se si riesce a fare in modo che una squadra o un comitato di homunculi relativamente ignoranti, limitati, ciechi, produca il comportamento intelligente dell’intero sistema, si è fatto un progresso. Un grafo di flusso rappresenta normalmente lo schema organizzativo di un comitato di homunculi (investigatori, bibliotecari, ragionieri, dirigenti); ogni blocco indica un homunculus assegnando una funzione, senza dire come debba essere realizzata (si dice soltanto: colloca qui un ometto che esegua questo compito). Se poi diamo un’occhiata più attenta ai singoli blocchi, vediamo che la funzione di ognuno viene realizzata suddividendola, tramite un altro grafo di flusso, tra altri homunculi ancora più piccoli, ancora più stupidi. Alla fine, seguitando a inserire blocchi nei blocchi, raggiungeremo homunculi così stupidi (non dovranno far altro che rispondere sì o no, se interrogati) da poter essere, come si usa dire, «sostituiti da una macchina». Dallo schema si eliminano gli homunculi raffinati organizzando eserciti di tali idioti che fanno il lavoro.
Gli homunculi di uno stesso livello possono interagire inviandosi messaggi, e ogni homunculus dispone di rappresentazioni che usa per eseguire le funzioni di sua competenza. Così, le discussioni dell’IA effettivamente distinguono tra la rappresentazione e chi la utilizza, compiono il primo passo del temuto regresso all’infinito; ma, come molti autori hanno osservato, dall’armeggiare dell’IA è emerso a poco a poco un legame inverso tra la complessità dell’utilizzatore e quella della rappresentazione. Quanto più rozza e non interpretata è la rappresentazione (per esempio, il mosaico degli stimoli retinici in un dato momento), tanto più raffinato dovrà essere chi la interpreta o la utilizza.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 209
Sia la versione popolare dell’opinione tramandata, sia le teorie più fantasiose ammettono l’esistenza di un terzo processo nell’attività onirica, e cioè la composizione di ciò che è presentato e registrato. Per motivi diversi questo processo mostra intelligenza: i sogni sono di solito coerenti e realistici (anche il surrealismo ha uno sfondo realistico), spesso avvincenti, complessi e, naturalmente, carichi di simbolismo. La composizione dei sogni utilizza le conoscenze generali o particolari del sognatore, la sua esperienza recente e quella più remota; è guidata dalle sue paure e dai suoi desideri, dichiarati o nascosti, in modi che ci sono familiari.
Per studiare questi tre processi sarà necessario manipolarli un po’; si può immaginare che i ricercatori acquisiranno il virtuosismo tecnologico che consentirà loro di influenzare, dirigere o alterare il processo di composizione; arrestare, riavviare o perfino trasporre l’originale processo di presentazione; prevenire o distorcere il processo di registrazione. Si può immaginare addirittura che saranno in grado di cancellare il ricordo «veridico» del sogno, sostituendolo con una storia non sognata. Questa eventualità produrrebbe un risultato davvero strano. Il nostro sognatore si sveglierebbe e comincerebbe a riferire, solo per sentirsi dire dal ricercatore che in realtà non ha fatto quel sogno, ma un altro, che gli sarà subito raccontato. Malcolm vede che l’elaborazione scientifica dell’opinione tramandata favorisce tale possibilità di principio, il che per lui equivale a una reductio ad absurdum dell’opinione tramandata; ma, di nuovo, questa è una reazione sproporzionata a una circostanza sicuramente strana. Nello stato attuale della ricerca sui sogni, se qualcuno volesse contraddire un mio nitido ricordo di qualcosa che ho appena sognato, si troverebbe di fronte al mio più che giustificato scetticismo; ma nella fantascientifica situazione immaginata cambierebbe tutto. I ricercatori non solo avrebbero dimostrato grande abilità prevedendo correttamente, in diverse occasioni, il contenuto dei sogni, ma avrebbero anche una teoria capace di spiegare questo successo. Inoltre, non è necessario supporre che il sogno raccontato al nostro sognatore suonerebbe del tutto estraneo alle sue orecchie, anche se egli non se ne ricorda affatto (anzi, ne ricorda un altro). Supponiamo che si riferisca a un’avventura amorosa con una sua passione segreta, sconosciuta ai ricercatori: il muro dello scetticismo comincerebbe a incrinarsi.
Le cose dette finora non mostrano, a mio avviso, il caos concettuale che Malcolm immagina; per quanto strane, non credo che susciterebbero nel profano -il custode dei concetti comuni - la nausea dell’incomprensione. Come premessa per un romanzo fantascientifico sarebbero inservibili, nella loro pedestre incapacità di allargare l’orizzonte concettuale.
Ma forse non è così che si svilupperà la teoria del sogno. Malcolm osserva incidentalmente che alcuni ricercatori hanno suggerito che i sogni potrebbero avvenire negli attimi del risveglio, non durante i precedenti periodi di sonno. Perché avanzare questa congettura? Forse vi sarà capitato di fare un sogno che arriva in modo del tutto logico e coerente al punto culminante della fucilazione, la vostra fucilazione; qui vi svegliate e scoprite che l’esplosione era lo scoppio prodotto dal motore di un camion passato sotto la finestra. Oppure siete inseguiti per i corridoi di un palazzo, scavalcate il davanzale, camminate lungo il cornicione, precipitate... e vi svegliate sul pavimento perché siete caduti dal letto. Di recente ho sognato che ero alla ricerca, chissà perché, della capra di un vicino; alla fine l’ho trovata, e la capra
belava rivolta verso di me: bee-e-e... Mi sono svegliato e ho scoperto che il suo belato si dissolveva nel segnale (identico) di una sveglia elettrica che da mesi non usavo. Molte persone possono raccontare aneddoti simili, ma la letteratura scientifica li spregia, e sono riuscito a trovare un solo esperimento, tutt’altro che ben documentato: per svegliare alcuni soggetti che stavano sognando furono usati differenti stimoli. Uno, in particolare, fu svegliato facendogli colare acqua fredda lungo la schiena; nel sogno che raccontò, era un cantante d’opera; mentre era sulla scena, d’improvviso sentì e vide il soprano colpito da una pioggia di calcinacci. Si avvicinò per soccorrerla, si chinò su di lei, e sentì dell’acqua che gli colava lungo la schiena.
Che fare, di queste testimonianze? L’elaborazione dell’opinione tramandata può accettarle solo pagando un prezzo alto: precognizione. Se in questi sogni la conclusione è marcatamente preparata dalla vicenda, se non si tratta di un semplice ribaltamento (per esempio: la capra che diventa telefono e comincia a suonare), allora il processo di composizione deve essere stato diretto da qualcosa che “conosce” il futuro. Indubbiamente è un prezzo troppo alto, per la maggior parte di noi. Forse il valore di tutti questi aneddoti svanisce di fronte a una miscela di ragionevole scetticismo, statistica (le coincidenze avvengono, e dobbiamo aspettarcele, almeno a ogni morte di papa), scoperta di sottili influenze da parte dell’ambiente, nuove descrizioni riduttive. Ma se tutto dovesse fallire, si potrebbero escogitare numerose teorie del sogno capaci di spiegare questi “miracoli” in modo meno miracoloso. Forse (per riecheggiare la precedente congettura) i sogni sono composti e presentati molto velocemente nell’intervallo tra l’esplosione, il colpo o il sibilo e la piena coscienza, e c’è qualche sistema di ritardo che sposta la piena “percezione» del rumore nel sogno fino al momento in cui la vicenda non è pronta ad accoglierla. Oppure, in questo breve intervallo i sogni sono composti, presentati e registrati all’indietro, e poi ricordati nel senso normale. O forse nel cervello c’è una «biblioteca» di sogni non sognati, con diversi finali possibili, e l’esplosione, il colpo o il sibilo servono a rintracciare un sogno appropriato per inserirlo, come una cassetta, nel meccanismo di memoria.
Nessuna di queste teorie può essere considerata una semplice variante o una diversa elaborazione dell’opinione tramandata. Se una di esse è vera, allora l’opinione tramandata è falsa. E poiché sia queste teorie rivali sia la teoria che si ispira all’opinione tramandata sono empiriche, e cioè confermabili e refutabili, e poiché le teorie rivali presentano perfino qualche indizio (sia pur di valore aneddotico) a loro favore, siamo obbligati ad ammettere che l’opinione tramandata potrebbe semplicemente rivelarsi falsa: i sogni, potrebbe risultare, non sono come li pensiamo, o forse i sogni non esistono affatto, esistono solo i «ricordi» dei sogni prodotti nella maniera descritta dalla nostra teoria confermata, quale che sia. Malcolm vede che tutto ciò è implicito nell’opinione tramandata e lo considera come un’ulteriore reductio ad absurdum: qualsiasi concezione che ammette la possibilità di scoprire che “siamo sempre solo sotto l’illusione di aver fatto un sogno» è «insensata». Ma, di nuovo, la reazione di Malcolm è troppo drastica. Che per millenni ci siamo ingannati credendo ai sogni, è una tesi difficile da mandar giù; potremmo farlo solo se ci fosse il sostegno di una teoria scientifica solidamente confermata, e in tal caso essa non sottoporrebbe la nostra credulità a uno sforzo più gravoso di quello già sopportato di fronte alle tesi di Copernico, di Einstein e di altri. Sarebbe come apprendere che ricordare i sogni somiglia a un déja vù - ci sembrava soltanto di aver già avuto quell’esperienza; e una volta che lo si creda, non sembrerà nemmeno più (con tanta forza) di ricordarli. L’esperienza del “ricordare i sogni» sarà cambiata, per noi.
Il mio attacco all’opinione tramandata non è, comunque, un attacco empirico diretto. Non voglio asserire che le testimonianze aneddotiche sull’anticipazione dei sogni confutano l’opinione tramandata; voglio solo considerare più da vicino la situazione che si creerebbe se un’opinione rivale guadagnasse credito. Spero di mostrare che l’opinione tramandata è più vulnerabile alle smentite empiriche di quel che il suo status ci farebbe supporre. Tra le teorie rivali, quella della biblioteca di cassette in particolare si scontra con le nostre convinzioni preteoretiche, giacché nelle altre due è ancora presente qualche traccia dell’ipotetico processo di presentazione: essa è molto più veloce di quanto ci aspettassimo, o procede all’indietro. Nell’ipotesi delle cassette, i sogni «precognitivi» non sono mai sognati, ma solo «ricordati» in modo spurio al risveglio. Se i meccanismi della memoria sono vuoti fino al momento del risveglio, e solo in quel momento ricevono, in blocco, precomposta, l’intera storia del sogno, si dovrebbe abbandonare l’idea che i sogni precognitivi siano episodi di cui si fa esperienza durante il sonno.
Supponiamo di generalizzare la teoria delle cassette in modo che valga per tutti i sogni: tutte le storie dei sogni sono composte direttamente in banchi di memoria; fattori diversi (precedenza di composizione, localizzazione dello stimolo di risveglio, grado di “repressione», ecc.) determinano poi quale storia sarà disponibile per essere ricordata una volta desti. Il processo di presentazione è svanito, e benché le cassette dei sogni debbano essere riempite, in qualche momento, mediante un processo di composizione, questo processo può ben avvenire durante le ore di veglia, e può durare mesi (ci vuol tempo, per scrivere una bella storia). La composizione può perfino essere avvenuta molti secoli prima della nostra nascita; potremmo avere una biblioteca innata di cassette di sogni non sognati, pronte per l’opportuno inserimento nel dispositivo di rilettura. Si sono sentite affermazioni anche più strane. Perfino per l’opinione tramandata, il processo di composizione è un processo inconscio o subconscio di cui normalmente non si ha più esperienza che del processo che regola il metabolismo; altrimenti, i sogni non potrebbero essere cosi avvincenti. (Dico “normalmente» perché sembra davvero che esista il fenomeno del sogno autocosciente, in cui si armeggia con un sogno, lo si fa scorrere varie volte, si tenta di riprenderlo quando sfugge, ecc. Qui sembra particolarmente appropriata la metafora teatrale che ravviva l’opinione tramandata. Dopo aver fatto il lavoro d’autore, bisogna ritornare in platea, rientrare nei panni dello spettatore, sospendere l’incredulità e farsi riassorbire dalla vicenda. Alcuni ricercatori chiamano questo fenomeno sogno lucido. Ma di solito non si è per nulla consapevoli del processo di composizione e non si ha alcuna idea di quando possa avvenire). Future ricerche potrebbero dare sostanza al convincimento che le cassette con le storie dei sogni composte al mattino decadano più velocemente di quelle composte nel pomeriggio, o durante i pasti.
Il teorico delle cassette potrebbe, più verosimilmente, scoprire che il processo di composizione avviene durante il sonno, e più in particolare durante i periodi di rapidi movimenti oculari associati a caratteristici tracciati EEG. Potrebbe perfino essere in grado di “tradurre” il processo di composizione (e cioè prevedere la vicenda del sogno che sarà ricordato) a partire da alcuni dati sul processo di composizione. Questa teoria è sospetta, poiché appare simile all’elaborazione dell’opinione tramandata, salvo che manca il processo di presentazione. Le storie delle cassette, ci viene detto, sono composte secondo il filo del racconto: le vicende più lunghe hanno bisogno di un tempo di composizione più lungo e il tempo di decadimento per le cassette immagazzinate è in genere assai breve. Di solito, i sogni che si “rammentano al risveglio sono stati composti solo alcuni minuti prima, come attestano i casi occasionali in cui il contenuto è coerente con uno degli effetti collaterali della composizione: i rapidi movimenti oculari.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 229
Un caricamento in memoria avvenuto per errore o per interferenza non deve poter essere annoverato come esperienza; e però vogliamo garantire che sia possibile un’esperienza non vendica. Il caricamento in memoria che avviene durante un’allucinazione si svolge in circostanze anormali, ma non così anormali da indurci a negare che le allucinazioni siano esperienze. Consideriamo, però, un caso leggermente differente (non so se sia mai accaduto, ma potrebbe darsi). Supponiamo che a mezzogiorno Giovanna, che è ben sveglia, subisca un evento cerebrale che ha effetto ritardato: alle 12,15 “ricorderà» di aver visto, a mezzogiorno, uno spettro. Supponiamo che i suoi ricordi siano molto vividi, ma che il suo comportamento a mezzogiorno (e fino ai ricordi delle 12,15) non mostri alcun segno di orrore, sorpresa, o consapevolezza di qualcosa di spiacevole. Se a mezzogiorno avesse dato segno di essere sotto l’impressione di qua!che cosa di strano, saremmo fortemente propensi a dire che allora ha avuto un’allucinazione, allora ne aveva esperienza, anche se ha potuto raccontarcela solo quindici minuti dopo. Ma poiché a mezzogiorno Giovanna non ha avuto alcuna reazione rivelatrice, e ha continuato a fare quel che stava facendo, siamo portati a dire che l’allucinazione è avvenuta più tardi, alle 12,15, e che si è trattato di un’allucinazione del ricordo di qualche cosa di cui non ha mai avuto esperienza, anche se la causa dell’allucinazione si è verificata a mezzogiorno. Gli eventi responsabili della sua capacità successiva di ricordare non contribuivano, in quel momento, allo stato di controllo del suo comportamento e perciò non sono entrati allora nella sua esperienza, indipendentemente dalle ripercussioni successive. Se però vogliamo applicare questo principio distintivo ai sogni, scopriamo che molto vero-similmente essi per lo più non sono esperienze. Mentre gli incubi accompagnati da lamenti, grida, tremiti e sudori freddi sarebbero esperienze, i brutti sogni sognati in quiete (benché ricordati con angoscia) non lo sarebbero; a meno che, contrariamente alle apparenze, il loro ingresso nella memoria non si realizzasse con un coinvolgimento dell’intero sistema di controllo del comportamento, sufficientemente normale da distinguere nettamente questi casi dalla allucinazione immaginaria ritardata.
Se si scopre che il sonno, o almeno quella fase del sonno durante la quale avvengono i sogni, è uno stato di inattività o di paralisi più o meno periferica; se si scopre che la maggior parte delle aree funzionali essenziali al governo della attività da svegli è operante, allora ci sarà una buona ragione per tracciare attorno all’esperienza una linea di confine che includa i sogni. In caso contrario, ci sarà una buona ragione per negare che i sogni siano esperienze.
Conosciamo già alcuni dati significativi. Il verificarsi dei movimenti REM induce a pensare che nei periodi in cui sogniamo sia attiva una parte non piccola del sistema di elaborazione visiva: non dovrebbe essere difficile (forse è stato già fatto) determinare esattamente quanta parte. Ma perfino risultati decisamente positivi non ci darebbero la prova schiacciante che i sogni sono esperienze, perché in diverse forme di cecità isterica o psicosomatica si rileva una forte attività apparentemente normale del sistema di elaborazione visiva; lo stesso avviene nella cosiddetta percezione subliminale, e in nessuno di questi casi siamo inclini a pensare che si verifichi un’esperienza visiva. Più convincente è, per molti aspetti, il fatto che i sogni servono a uno scopo: sembra che siano utilizzati per riequilibrare gli scompensi emotivi causati da esperienze frustranti fatte da svegli, per razionalizzare le dissonanze cognitive, per lenire l’ansia, ecc. Quando questo compito diventa troppo difficile, il meccanismo dei sogni entra spesso in un ciclo iterativo, o almeno così pensano in molti; i soggetti con disturbi raccontano sovente di essere oppressi ogni notte da sogni ossessivi. Non è plausibile che questi sogni ricorrenti debbano essere ricomposti ogni notte; così, se si può correlare a questi sogni un processo fisiologico ricorrente, questo sarà il processo di presentazione, che così avrà un’utilità: fornire alle componenti emozionali e a quelle funzionali per l’elaborazione cognitiva la materia prima per nuove sintesi e nuove sistemazioni, consentendo forse al sognatore un’immagine di sé più stabile e soddisfacente. Ma non si può escludere che anche questa funzione sia eseguita in modo del tutto inconscio. Le tattiche di autopresentazione e gli espedienti di interpretazione percettiva postulati da teorici diversi (da Freud a Erving Goffman) non sono meno plausibili perché si presume che siano del tutto inconsci; essi compiono proprio una simile funzione autoprotettiva. Osserva opportunamente Malcolm che i racconti di chi ha sognato possono essere usati dai freudiani, e da altri, come una fonte preziosa di informazioni sui processi interni che ci plasmano, senza obbligarci a supporre che siano ricordi di esperienze.
È una questione aperta, e di natura teoretica, se i sogni cadano all’interno o fuori dei confini dell’esperienza. Sarà plausibile quella teoria dell’esperienza che renderà giustizia a tre gruppi distinti di intuizioni sull’esperienza stessa e sulla consapevolezza: le intuizioni che riguardano il ruolo dell’esperienza nel guidare il comportamento attuale; quelle che riguardano le nostre inclinazioni e capacità attuali di esprimere ciò di cui facciamo esperienza; quelle che riguardano la facoltà retrospettiva o rammentatrice di esprimere l’esperienza. In scritti precedenti ho distinto nettamente il primo gruppo dal secondo, ma ho sottovalutato la differenza e l’importanza di questa terza fonte di requisiti per una teoria della coscienza. Una teoria che risponda a richieste così differenti, spesso disarmoniche, deve soddisfarne anche una quarta: quella che riguarda i dati funzionali rilevanti che emergono dall’indagine empirica. Alla fine potrebbe risultare che il concetto di esperienza non individua alcunché di interesse teoretico sufficiente a giustificare il tempo speso per determinarne i confini. Se così fosse, l’opinione tramandata sui sogni, così come l’opinione ordinaria sull’esperienza in generale, ne sarebbe non tanto confutata, quanto resa obsoleta. Sembrerà forse inconcepibile che questo possa accadere, ma non lo si può stabilire con un’analisi concettuale a tavolino.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 243
A me e in me accadono molte cose di cui non sono cosciente, di cui non ho esperienza; e molte di cui sono cosciente. Le cose di cui sono cosciente sono quelle a cui ho accesso, o (per mettere l’enfasi dove è giusto che stia) quelle a cui io ho accesso. Chiamiamo questo tipo di accesso l’accesso della coscienza personale, per chiarire che è la persona, e non una qualsiasi sua parte, il soggetto di questo accesso (qualunque cosa sia) nel quale consiste la coscienza. Per caratterizzarlo, il primo passo da compiere è quello di distinguerlo da altri due tipi che hanno una funzione importante nelle teorie cognitive. Possiamo chiamare il primo processo computazionale. Quando un programma per calcolatore è composto da sottoprogrammi (di solito guidati da una procedura “di esecuzione»), si dice che un sottoprogramma ha accesso all’uscita di un altro. Ciò significa semplicemente che c’è un legame informativo: i risultati della computazione di un sottoprogramma sono disponibili per una computazione successiva da parte di un altro sottoprogramma. E possibile esprimere in termini di accesso computazionale diversi problemi interessanti. Per esempio, Marvin Minsky critica il progetto degli attuali programmi per il gioco degli scacchi, osservando che il sistema supervisore di solito non ha sufficiente accesso (del giusto tipo) ai sottoprogrammi che valutano le varie linee di gioco considerate. In generale, l’organo di valutazione “deve riassumere i risultati della ricerca completa .. e condensarli in una grandezza numerica, che rappresenta il valore di trovarsi nel nodo A [ma] noi vogliamo che S [l’uscita del Valutatore] dica al Generatore di Mosse che tipo di mosse considerare. Ma se S è un semplice numero, è insufficiente per un ragionamento o un’analisi». Sarebbe meglio se il sistema supervisore potesse accedere ai particolari sulla linea di gioco valutata e non solo a un giudizio conciso.
In un contesto differente, gli esperimenti di Julesz, sulla percezione, nei quali ai soggetti vengono mostrate immagini puntiformi generate a caso, indicano che almeno in parte l’informazione percettiva sulla profondità, per esempio, viene elaborata mediante un processo che accede a informazioni poco interpretate sulla configurazione luminosa che stimola la retina. La psicologia cognitiva e discipline affini stanno studiando i percorsi dell’accesso computazionale e se ne traggono utili caratterizzazioni dell’accesso diretto e indiretto, dell’accesso variabile, dell’accesso controllato e così via. L’accesso computazionale non ha nulla a che fare, direttamente, con quello della coscienza personale: moltissime cose che non sono accessibili a noi lo sono invece a parti diverse del nostro sistema nervoso. Per esempio, alcuni livelli del sistema di elaborazione visivo devono avere un accesso computazionale alle informazioni sui cambiamenti dello stato dell’orecchio interno e sui movimenti saccadici dell’occhio, che noi non abbiamo; noi, inoltre, non abbiamo quasi alcun accesso alle informazioni a cui il sistema nervoso autonomo deve accedere, per poter mantenere le complesse omeostasi dello stato di benessere fisico.
Dennet D., “Brainstorms”, Adelphi, pag. 249