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Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”

La nudità

Wheeler ha sostenuto che la nudità si evolse molto presto nella linea genealogica degli antropoidi che avrebbe condotto all’uomo moderno, per aggiungere l’ulteriore meccanismo di controllo della temperatura corporea per mezzo della sudorazione attraverso la pelle nuda. Il corpo eretto degli antropoidi venne a essere protetto dalla parte peggiore dei raggi solari grazie alla sua posizione verticale; di conseguenza l’effetto rinfrescante del vento al di sopra della vegetazione più bassa, combinato con quello dell’evaporazione del sudore da esso facilitata, fece dell’assenza di pelo un chiaro vantaggio. Così abbiamo perso il nostro pelo, conservandolo sulle superfici ancora esposte al sole a mezzogiorno, ossia la parte superiore della testa e le spalle.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 137

Il cervello si sviluppa a spese dell’intestino

I neurotrasmettitori che facilitano la trasmissione di scariche elettriche fra un neurone e il seguente sono molto costosi da produrre, e si richiede un dispendio di energia considerevole per reintegrarli ogni volta che un assone scarica. Il tessuto neurale è in effetti dieci volte più costoso da mantenere in ordine, a parità di peso, degli altri tessuti corporei, consumando il 20 per cento circa della produzione totale di energia del corpo, pur avendo un peso relativo del 2 per cento del corpo.

Come possiamo quindi permetterci un cervello più grande se non abbiamo una produzione extra di energia per alimentarlo?

La risposta, come hanno sottolineato recentemente Leslie Aiello e Peter Wheeler, è che noi abbiamo un intestino molto minore di quello che ci attenderemmo da un mammifero della nostra taglia. Considerando il consumo di energia delle diverse parti del corpo, essi scoprirono, abbastanza sorprendentemente, che il cervello, il cuore, i reni, il fegato e l’intestino spiegavano complessivamente dall’85 al 90 per cento del consumo totale di energia nei mammiferi. Perciò, per rendere possibile l’aumento della grandezza del cervello, l’energia extra richiesta per alimentarlo doveva venire dalla riduzione del consumo di energia di uno di tali organi.

Il problema è che cuore, reni e fegato sono strettamente connessi alle dimensioni corporee, per la ragione ovvia di dovere assicurare una sana attività dei tessuti. Un cuore più piccolo pomperebbe meno sangue nel sistema, cosicché i muscoli non potrebbero lavorare con la stessa efficienza; reni o fegato più piccoli non potrebbero assicurare una depurazione del sangue adeguata, cosicché il sangue trasporterebbe meno energia ai muscoli (accrescendo per l’organismo il rischio di intossicazione a causa di un’insufficiente estrazione di tossine dal sangue). In breve, se si vuole un grosso cervello, l’unico organo da cui ci si possa davvero permettere di prendere l’energia extra è l’intestino.

Il guaio, naturalmente, è che non si possono ridurre le dimensioni dell’intestino senza ridurre il ritmo con cui si assorbe energia dal cibo che si ingerisce. E qui l’ostacolo. Il ritmo con cui l’intestino estrae energia dal cibo è direttamente proporzionale alla sua area, la quale è a sua volta ovviamente connessa al suo volume complessivo. Pare che la grandezza del cervello sia condizionata in ultima analisi dal volume dell’intestino. Se si vuole avere un cervello più grande si devono accrescere le proprie dimensioni corporee, per avere un intestino maggiore. La lezione che si può trarre da qui è che le scimmie più piccole non potranno mai essere molto intelligenti — non parliamo poi di evoluzione del linguaggio — non avendo un intestino abbastanza grande per sostenere l’attività neurale extra di un cervello maggiore. Esse non hanno semplicemente la possibilità di risparmiare l’energia necessaria.

C’è però un modo per aggirare in parte questo limite, ed è quello trovato dagli ominidi ancestrali. Si può ridurre l’estensione del proprio intestino senza ridurre la propria assunzione di energia, consumando cibi più nutrienti o contenenti sostanze nutritive in forma più facilmente assimilabile. In tal modo l’intestino deve lavorare di meno per estrarre la medesima quantità di sostanze nutritive.

La maggior parte dei primati si cibano di foglie o di frutta, anche se molte fra le piccole specie notturne si nutrono di insetti. Benché gli insetti siano una ricca sorgente di energia, solo animali molto piccoli possono permettersi una tale dieta, perché gli insetti sono difficili da catturare e di solito hanno dimensioni minime. Delle due diete disponibili ai primati più grossi, quella meno ricca di sostanze nutriti zie —o, almeno, quella da cui è più difficile estrarne — è la dieta a base di foglie. Le pareti cellulari della maggior parte delle foglie sono formate per lo più da vari tipi di cellulosa che i mammiferi non riescono a digerire facilmente.

Le specie che si cibano di foglie affrontano il problema usando batteri per far fermentare questo materiale; l’ospite consuma poi i batteri quando il materiale passa nell’intestino, assorbendo in tal modo indirettamente le sostanze nutritive estratte dalle cellule. Questo è fondamentalmente il modo in cui si nutrono bovini, antilopi e altri mammiferi ruminanti: la ruminazione è un periodo di fermentazione durante il quale i batteri digeriscono le cellule delle foglie. Alcuni primati, come i colobidi e gli entelli nel Vecchio Mondo e le scimmie urlatrici nel Nuovo Mondo, si comportano in modo simile (ma senza ruminare). Questa strategia ha però costi pesanti. Per far fermentare le foglie serve un recipiente alquanto capiente: tutti i mammiferi che si cibano di foglie hanno un canale digerente molto grande: un grande stomaco in cui far fermentare le foglie e un grande intestino, dotato di superfici assorbenti sufficienti per estrarre le sostanze nutriti zie dai batteri. Il consumo di foglie è fondamentalmente incompatibile con un piccolo canale digerente.

Gli animali che usano la fermentazione devono affrontare altri problemi che hanno implicazioni importanti per la nostra teoria. Una strategia di fermentazione richiede tempo perché i batteri siano in grado di compiere il loro lavoro. E anche una strategia molto calda, in quanto il processo di fermentazione genera molto calore, facendo aumentare la temperatura corporea dell’animale. Se però la temperatura sale troppo, i batteri non possono compiere efficacemente la fermentazione. Perciò, una volta che si sono riempiti lo stomaco, gli animali che usano questa dieta devono riposare a lungo per digerire in modo appropriato le particelle di cibo e per creare un po’ di spazio prima di poter ricominciare a nutrirsi. Se si osserva una mandria di bovini in un pascolo per un periodo di tempo abbastanza lungo, se ne avrà una chiara dimostrazione. Dopo essersi nutriti per un paio di ore, essi si ritireranno tranquilli a ruminare. Un paio di ore più tardi, dopo aver fatto un po’ di spazio nell’apparato digerente, ricominceranno a brucare. E così proseguiranno per tutto il giorno e la notte, alternando assunzione di cibo e ruminazione con un ciclo di circa quattro ore.

Anche nei primati c’è un preciso rapporto fra la proporzione di foglie contenute nella dieta e la quantità di tempo dedicata al riposo. Colobidi e scimmie urlatrici, che si cibano di foglie, possono dedicare al riposo dal 70 all’80 per cento della loro giornata, mentre specie come babbuini e scimpanzé, che hanno una dieta a base di frutta, più ricca di energia, dedicano al riposo dal 10 al 20 per cento del loro tempo. Di conseguenza la quantità di tempo che i mangiatori di foglie hanno a disposizione per attività di tipo sociale è molto piccola (dal 2 al 5 per cento del loro tempo) rispetto a quella dei mangiatori di frutta, che possono dedicare alla pulizia sociale della pelle fino al 15 per cento della loro giornata.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 159

Lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni

Se calcolassimo il periodo di gestazione equivalente per un mammifero convenzionale con un cervello con lo stesso volume del nostro, arriveremmo a una gravidanza di ben 21 mesi. Questo periodo corrisponde esattamente al tempo richiesto dal cervello umano per completare il suo accrescimento: nove mesi di gestazione nell’utero materno più dodici mesi di sviluppo dopo la nascita.

Una conseguenza di questa nascita anticipata è che i neonati umani nascono prematuri e sono incapaci di nutrirsi da sé. Una scimmia, comprese quelle più vicine a noi, i pongidi, è capace di camminare già a poche ore dalla nascita, e dopo qualche settimana di vita entra a far parte a pieno titolo del suo gruppo sociale. Il neonato umano medio, di contro, rende già felici i suoi genitori se riesce a emettere un borbottio. Solo al SUo primo compleanno il suo cervello è abbastanza sviluppato per permettergli di imparare a camminare e di cominciare ad affrontare il serio impegno della vita.

La nostra nascita prematura divenne necessaria perché il cervello umano cominciò a crescere rapidamente in un periodo in cui le nostre dimensioni corporee diminuivano. Avevamo bisogno di un cervello più grande per gestire i nostri gruppi più numerosi, ma stavamo al tempo stesso diventando meno robusti e meno alti in risposta ad altre pressioni eco-logiche. Questo divenne un problema in conseguenza del fatto che il canale del parto attraverso cui il feto viene espulso dal corpo materno alla nascita aumentava solo in proporzione al quadrato della lunghezza del corpo, mentre la grandezza del cervello aumentava in proporzione al cubo. Il tentativo di comprimere una testa sempre maggiore per farla passare per quello che stava diventando un buco sempre più stretto creava inevitabili problemi. Si doveva concedere qualcosa.

Il compromesso fo trovato sull’epoca del parto. Anziché partorire feti che avevano già completato il loro sviluppo cerebrale (come avviene di norma negli altri mammiferi), gli esseri umani cominciarono a far coincidere la data del parto col primo momento possibile in cui il neonato era in grado di sopravvivere e proseguire la crescita del cervello fuori dell’utero. La specie umana cominciò così a procreare bambini spaventosamente prematuri. Ecco perché i veri bambini prematuri - quelli che nascono dopo soli sei o sette mesi di gestazione - devono superare difficoltà tanto grandi per sopravvivere; essi sono in realtà al limite della sopravvivenza, poiché i neonati umani sono prematuri anche quando nascono a termine.

Lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni impose quindi costi considerevoli ai nostri progenitori. I tempi della riproduzione si allungarono, e aumentò l’investimento di energie nella prole. Il bambino umano richiede un tempo proporzionalmente più lungo dei 5-10 anni tipici delle scimmie per assorbire tutte le informazioni ed esperienze necessarie al suo inserimento nel mondo sociale della comunità in cui è nato. Negli esseri umani il processo di apprendimento si dilata su un periodo di 15-20 anni. In effetti, al crescere del volume dell’encefalo tutto si rallenta estendendosi su un periodo progressivamente più lungo, dalla gestazione all’età dello svezzamento, alla maturazione sessuale e alla riproduzione.

Divenne presumibilmente essenziale un accresciuto ruolo parentale dei maschi, poiché le femmine (possiamo ora chiamarle donne?) non erano più in grado di sopportare per intero la cura della prole, dovendosi occupare anche della ricerca di cibo. In altri termini, fui probabilmente a questo punto che prese forma per la prima volta il legame di coppia insolitamente intenso che esiste oggi fra maschi e femmine della specie umana.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 163

Dimorfismo sessuale nella mole corporea

Questo legame trova riscontro nella riduzione del dimorfismo sessuale nella mole corporea. Per la maggior parte della storia più antica della nostra linea genealogica, durante la fase degli australopitecini, i maschi furono notevolmente più robusti delle femmine, avendo a volte un peso superiore anche del 50 per cento. Nei mammiferi un forte dimorfismo sessuale è invariabilmente associato all’esistenza di forme di poligamia in cui un maschio potente controlla un harem di femmine. Il ridotto dimorfismo sessuale negli ominidi più recenti, in cui un maschio ha un peso corporeo solo del 10-20 per cento superiore a quello delle femmine, legittima l’ipotesi che le femmine fossero divise più equamente fra i maschi (anche se alcuni maschi si davano da fare più di altri).

Un indizio particolarmente attendibile del sistema di accoppiamento vigente fra i primati è costituito dalla grandezza relativa dei denti canini dei maschi rispetto a quelli delle femmine. Nelle specie in cui i maschi difendono grandi harem, o competono con altri per potersi accoppiare con singole femmine su una base di promiscuità, essi tendono a presentare canini molto più grandi di quelli delle femmine, dal momento che questa è l’arma principale da loro usata nelle lotte con altri maschi per assicurarsi l’accesso alle femmine. Il dimorfismo sessuale nei denti canini è di contro trascurabile (e a volte si hanno addirittura canini più lunghi nelle femmine) in primati che osservano la monogamia per tutta la vita, come i gibboni. Negli australopitecini e nelle forme più antiche del genere Homo il dimorfismo era considerevole, e i maschi avevano canini che, relativamente alla mole corporea, erano più lunghi del 25 per cento circa di quelli delle femmine, presentando così la stessa differenza relativa che si osserva in primati altamente promiscui come gli scimpanzé. Pare però che la differenza nella lunghezza dei canini sia andata declinando costantemente negli ultimi due milioni di anni, toccando un minimo 50.000 anni fa, quando i canini dei maschi erano solo di un 10 per cento circa più lunghi di quelli delle femmine. Ciò implica un forte spostamento nel corso del tempo da sistemi di accoppiamento fortemente poligamici verso una modesta poligamia.

Ciò non significa affatto che quest’evoluzione abbia condotto alla monogamia: nonostante l’intensità del legame di coppia umano, non ci sono infatti prove anatomiche a sostegno della monogamia. Le dimensioni degli harem divennero però presumibilmente molto più piccole, forse con due sole femmine associate a un maschio, e molti maschi dovettero avere una sola femmina. Questo è ciò che dovremmo del resto attenderci nel caso che le femmine chiedessero ai maschi di cui allevavano i figli di fornire loro più cibo. Se possiamo fondarci sull’esperienza dei moderni cacciatori-raccoglitori, è improbabile che un maschio potesse procurare cibo a sufficienza a più di due donne e ai loro figli. Ciò spiegherebbe almeno l’incongruità fra i dati anatomici a favore della poligamia e l’intensità del legame di coppia (con le sue implicazioni di monogamia) nell’uomo moderno.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 164

Non ci serviamo però mai di gesti per esprimere concetti astratti, per indicare luoghi o tempi diversi da quello presente, o per fare piani per il futuro. Noi non usiamo gesti per discutere il comportamento di altre persone (tranne che con commenti semplici come l’aggrottare delle sopracciglia). In altri termini, non usiamo forme gestuali di comunicazione per esprimere molto di più del tipo di informazione su stati emotivi che le scimmie, anche non antropomorfe, esprimono con precisione usando vocalizzazioni (e a volte, ovviamente, anche gesti!).

Ma il vero problema nel caso di una teoria gestuale delle origini del linguaggio è semplicemente la sua scarsa praticità: per usare questo linguaggio è indispensabile essere in contatto visivo con la persona con cui si sta parlando. Come imparano rapidamente i figli di persone sorde, quando esse ti voltano le spalle puoi imprecare e dire tutto quel che ti pare. Una cosa forse ancora più significativa è il fatto che, essendoci ai tropici nel corso della giornata esattamente tante ore di buio quante di luce, quegli antichi esseri umani avrebbero dovuto starsene in «silenzio» dal tramonto fino all’alba. Incapaci di raccontare storie dei vecchi tempi, e tanto più di discutere su dove andare a caccia il giorno seguente, non avrebbero avuto altri passatempi per la sera che praticarsi la pulizia reciproca e fare sesso).

La parola, d’altra parte, ci libera da queste costrizioni. Ci permette di ricordare e narrare storie attorno a un falò che si sta spegnendo, di gridare istruzioni o fare domande anche a distanze di mezzo chilometro o più, anche se non riusciamo a vedere la persona con cui stiamo comunicando.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 170

L’emisfero destro è specializzato nell’elaborazione dell’informazione emozionale

Perché il controllo del lancio di oggetti si è localizzato nell’emisfero cerebrale sinistro? Perché non nel destro (cosa che avrebbe comportato il lancio con la mano sinistra)? La risposta che vorrei proporre (e che in realtà non è nulla di più di una congettura) è che l’emisfero destro fosse già pienamente occupato a fare qualcos’altro di molto più importante. Il linguaggio parlato si localizzò nell’emisfero sinistro perché lì c’era più spazio libero. E, una volta evolutosi il linguaggio, si localizzò lì anche il controllo motorio fine per i lanci, o per la stessa ragione o perché l’emisfero sinistro stava già cominciando a specializzarsi nel pensiero cosciente, che è necessario per i lanci di precisione.

La mia ipotesi si fonda su una ragione molto semplice: oggi sappiamo che l’emisfero destro è specializzato nell’elaborazione dell’informazione emozionale. Ci sono prove del fatto che gli indizi emozionali vengono scoperti più rapidamente quando si trovano nella parte sinistra del campo visivo (e vengono trasmessi all’emisfero destro) che non viceversa.

Una maggiore sensibilità a indizi visivi in una parte specifica del campo visivo

Questo carattere è molto diffuso nel regno animale, e pare abbia avuto origine da una tendenza molto antica a sviluppare una maggiore sensibilità a indizi visivi in una parte specifica del campo visivo. I trilobiti fossili di 250 milioni di anni fa, per esempio, tendono ad avere più cicatrici sul lato destro, cosa che ci induce a pensare che i predatori che li inseguivano li attaccassero per lo più dalla loro sinistra. Anche gli scheletri fossili di delfini di 20 milioni di anni fa presentano per lo più i danni da denti di squali sul lato destro, suggerendo nuovamente che i predatori, quando li inseguivano, si tenessero nella parte sinistra del loro campo visivo.

La documentazione disponibile sulle specie viventi suggerisce che questa tendenza abbia infine dato luogo a una maggiore sensibilità agli indizi visivi ed emozionali nella parte sinistra del corpo. Julia Casperd e io abbiamo mostrato che i maschi gelada, durante i loro scontri, tendono a tenere il loro avversario nella parte sinistra del campo visivo.

Anche noi esseri umani ci comportiamo nello stesso modo. Avete mai notato che, quando si fotografa una persona, essa tende a rivolgere alla macchina fotografica la parte sinistra del viso? Date un’occhiata al vostro album di foto di famiglia. Soltanto in fotografie di gruppo ufficiali le persone guardano direttamente l’obiettivo; nelle fotografie scattate in modo meno formale, quando una persona sa di essere fotografata volge di solito la testa leggermente verso destra, in modo da avere la macchina fotografica nella parte sinistra del proprio campo visivo.

Usando uno strumento chiamato tachistoscopio per proiettare facce di attori su parti specifiche della retina, Jim Denman e John Manning hanno mostrato che è più facile

identificare correttamente le emozioni espresse dall’ attore quando l’immagine viene proiettata stilla metà destra della retina che su quella sinistra (o viceversa nel caso dei mancini). In un altro) studio una mia allieva, Catherine Lowe, ha mostrato che le madri che portano in braccio un figlio si accorgono più facilmente di una sua smorfia senza emissione di suoni se lo cullano dalla parte sinistra del corpo che sulla destra. (Questo spiega perché la maggior parte delle persone, e in particolar modo le madri, cullino i loro bambini piccoli dalla parte sinistra del loro corpo. L’ipotesi alternativa

— secondo la quale per il bambino sarebbe confortevole sentire battere il cuore della madre, che gli ricorderebbe il tempo trascorso nell’utero — è sicuramente sbagliata: il cuore si trova al centro del torace, e non nella parte sinistra, come spesso crede la gente.)

Questa asimmetria nella scoperta di indizi emozionali ha chiaramente un’origine molto antica, essendo già presente in varie scimmie. Mark Hauser ha mostrato che in molte scimmie la parte sinistra del viso tende a rispondere più rapidamente e intensamente della destra quando esse emettono segnali facciali come smorfie. La parte sinistra del viso, com’è ormai chiaro, è sottoposta al controllo dell’emisfero cerebrale destro. Questa asimmetria nella sensibilità potrebbe essere quindi molto anteriore all’apparizione degli ominidi, per non parlare degli esseri umani già in possesso del linguaggio; essa potrebbe essere addirittura anteriore all’origine dei primati. Tutto questo suggerisce che, quando ebbe origine il linguaggio, l’emisfero cerebrale destro doveva occuparsi già massicciamente dell’osservazione e del controllo delle risposte emozionali. Ciò del resto non ci sorprende, essendo il comportamento emozionale di un altro animale a dirci quali siano le sue intenzioni: essere in grado di leggere correttamente tali segnali, e di reagire a essi con una risposta ugualmente ispirata dalle emozioni, è l’essenza della vita sociale dei primati. Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 173

Julian Jaynes

Julian Jaynes ragionò lungo linee in qualche misura simili nel suo libro fondamentale Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

Io ipotizzo che la ragione per cui la maggior parte degli esseri umani usa di preferenza la mano destra va vista nel fatto che il linguaggio permise lo sviluppo di un tipo specifico di pensiero cosciente nell’emisfero sinistro. Ciò permise anche di esercitare un maggiore controllo sui lanci con la mano destra che con la sinistra, favorendo così il lato destro del corpo in generale.

Lo psicologo Julian Jaynes ragionò lungo linee in qualche misura simili nel suo libro fondamentale Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Egli usò per esempio documenti letterari del Medio Oriente per ipotizzare che la persona che, intorno al 1200 a.C., compose i poemi omerici dell’antica Grecia non fosse del tutto cosciente. Jaynes cita la sorprendente mancanza di introspezione in tutti gli scritti di questo periodo: essi non contengono alcun riferimento a emozioni, dando invece descrizioni narrative dirette. La coscienza, suggerì Jaynes, si sviluppò intorno all’inizio del III millennio a.C., quando l’emisfero sinistro (quello in cui è localizzato il linguaggio) cominciò gradualmente a esercitare un controllo sul più indisciplinato emisfero destro (quello emozionale). Io penso che Jaynes ragioni nella direzione giusta, ma che la sua cronologia confonda due eventi separati: la crescente dominanza dell’emisfero sinistro cosciente (che dev’essere occorsa con l’evoluzione del linguaggio parlato) e la capacità delle persone di esprimere i propri stati emozionali interni.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 174

la voce dei ragazzi assume un tono più grave e più ricco di quella delle ragazze

Alla pubertà, la voce dei ragazzi assume un tono più grave e più ricco di quella delle ragazze. Perché ciò debba avvenire è sempre stato un mistero. Dopo tutto, ragazzi e ragazze se la cavano benissimo con la loro voce più alta, e le donne continuano ad avere una voce dal tono più alto di quella degli uomini, senza particolari inconvenienti, per tutta la loro vita adulta. Una possibile soluzione di questo mistero è che i maschi umani siano stati sottoposti a un’intensa pressione selettiva per conseguire toni più gravi durante i loro anni di attività sessuale. Essi devono competere fra loro per avere accesso alle femmine per l’accoppiamento, e gli scontri a base di urla sono sempre stati importanti (e lo sono ancora) nel processo per mezzo del quale si risolvono le rivalità. Le femmine non hanno bisogno di sviluppare una voce profonda perché non competono nello stesso modo con gli uomini o fra loro. Hanno però quasi certamente gettato benzina sul fuoco della selezione sessuale rivelandosi particolarmente sensibili a voci maschili profonde e aggiungendo quindi al processo della rivalità fra maschi quello della scelta femminile.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 183

Uno degli aspetti più curiosi del linguaggio è la sua inadeguatezza al livello emozionale

Uno degli aspetti più curiosi del linguaggio è la sua inadeguatezza al livello emozionale. Esso è un’invenzione meravigliosa per trasmettere informazioni di fatto, ma viene a mancare totalmente alla maggior parte di noi quando vogliamo dare espressione ai recessi più profondi della nostra interiorità. In tali circostanze ci troviamo molto spesso «senza parole». Il linguaggio è un mezzo meraviglioso come approccio a una relazione: noi possiamo trovare molte cose da dire su una persona con cui pensiamo di instaurare dei rapporti. Dopo che la relazione ha però raggiunto il punto di massima intensità, mettiamo da parte il linguaggio) e torniamo ai vecchi rituali dei rapporti con poche parole e della stimolazione diretta. A questo punto cruciale nella nostra vita, fra tutte le cose che abbiamo ereditato dai nostri progenitori primati riemerge, come modo di consolidare i nostri legami, la cura sociale della pelle. La usiamo perché il contatto fisico è più efficace e rassicurante di qualsiasi discorso, e ottiene questo risultato perché le carezze e lo strofinamento monotoni stimolano la produzione di oppiati più efficacemente di quanto non possano mai fare le parole.

Paradossalmente, pare che proprio mentre acquisivamo tutti i vantaggi del linguaggio, dovevamo impegnarci per conservare alcuni fra i processi più primitivi. Proprio mentre stavamo acquistando la capacità di ragionare e di razionalizzare, avevamo bisogno di un meccanismo emozionale più primitivo per assicurare la coesione dei nostri grandi gruppi e per renderli efficaci. Il linguaggio ci ha permesso di imparare a conoscerci reciprocamente, di fare domande e dare risposte su che cosa stia facendo il tale e con chi. Di per se, però, non dà compattezza a un gruppo. Per andare oltre la fredda logica delle argomentazioni verbali occorreva qualcosa di più profondo ed emozionale. Pare che a tale scopo ci fosse bisogno della musica e del contatto fisico. Noi abbiamo le macchine per il calcolo più notevoli nel mondo naturale, il sistema di comunicazione più articolato, la mente più complessa, eppure in ultima analisi dipendiamo da rozzi espedienti ormonali per assicurare la coesione dei nostri gruppi e per rimanere concentrati sull’obiettivo comune che dobbiamo raggiungere con tanta urgenza per poter sopravvivere e per poterci riprodurre efficacemente.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 185

L‘eredità di Babele

Il capitolo 11 del libro della Genesi  ci narra questa storia:

Allora tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Ora avvenne che, emigrando dall’oriente, gli uomini trovarono una pianura nella regione di Sennaar e vi abitarono. Si dissero quindi gli uni agli altri: “Venite, facciamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servi loro da pietra e il bitume servì loro da calce. Dissero ancora: “Venite, fabbrichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo; facciamoci così un nome per non disperderci sulla faccia della terra”. Ora il Signore scese per vedere la città e la torre che i figli dell’uomo stavano costruendo, e il Signore disse: “Ecco, essi sono un popolo solo ed hanno tutti una medesima lingua; questo è l’inizio delle loro opere. Ora dunque non sarà precluso ad essi quanto è venuto loro in mente di fare. Venite, scendiamo e proprio là confondiamo la loro lingua, perché non capiscano uno la lingua dell’altro”. Così il Signore di là li disperse sulla faccia di tutta la terra e cessarono di fabbricare la città, alla quale perciò fu dato il nome di Babele, perché ivi il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse sulla faccia di tutta la terra.

La torre di Babele non è un mito; essa è esistita realmente.

Il suo vero nome fu Etemenanki (la parola significa «il tempio della piattaforma fra il cielo e la terra»), e fu costruita nel VI o VII secolo a.C., durante la seconda grande fioritura del potere babilonese. Era una ziqqurat, o piramide a gradini, a sette livelli, coronata da un tempio luccicante di colore azzurro intenso dedicato al dio Marduk, che era allora il dio più potente del locale pantheon assiro. Un secolo dopo, attorno al 450 a.C., lo storico greco Erodoto salì faticosamente le ripide scalinate e rampe che conducevano alla sua cima nella speranza di vedervi un idolo. Purtroppo non vi trovò altro che un trono vuoto.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 191

L’indoeuropeo

Oggi c’è un certo consenso sulla tesi che l’indoeuropeo e gli altri gruppi linguistici europei (basco, uralico ecc.) e asiatici (le lingue semitiche del Nordafrica e del Vicino Oriente, le lingue altaiche comprendenti il turco e il mongolo, e le lingue elemo-dravidiche dell’India meridionale) discendano da una superfamiglia nota come il nostratico, che ebbe origine probabilmente intorno al 13.000 a.C.

Grazie al grande impegno di un gruppo di linguisti russi, i tentativi di ricostruire il nostratico hanno avuto un certo successo, almeno nel senso di riuscire a produrre un vocabolario di varie migliaia di parole che sembrano essere antecedenti comuni plausibili di parole delle moderne lingue eurasiatiche di questa famiglia. Fra tali parole ci sono vocaboli come tik, che significa dito (o uno), da cui si dice che derivino il latino digitus e le parole moderne italiana dito, inglese digit, francese doigt, come pure la parola hindi ek (uno). La parola protoindoeuropea melg, «allattare », ha somiglianze nel protouralico malge, «mammella», e nell’arabo moderno mlg, «succhiare ». Di particolare interesse è il fatto che queste lingue condividano parole per certi tipi di cose ma non per altri. Ci sono parole per cane — kujna, da cui derivano il greco kuon, il latino canis, l’italiano cane, ma anche il tedesco Hund e l’inglese hound — ma pare non ci siano parole associate all’agricoltura. Questo fatto suggerisce che il nostratico fosse la lingua di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissuti in un periodo anteriore alla scoperta dell’agricoltura, avvenuta intorno a 10.000 anni fa.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 195

«Eva africana»

Il DNA mitocondriale presenta variazioni molto maggiori in Africa che altrove nel mondo Tutti gli esseri umani che vivono in Europa, in Asia, in Australia e nelle Americhe, più alcuni popoli del Nordafrica, pare facciano parte di un singolo gruppo familiare strettamente connesso, che è a sua volta un sottoinsieme della grande famiglia dei popoli africani. Procedendo a ritroso lungo la gerarchia delle relazioni, la Cann e Wilson pervennero a una progenitrice comune di tutte le donne, la quale fu chiamata inevitabilmente la «Eva africana». Infine, determinando il numero di mutazioni verificatesi lungo ciascuna linea genealogica, essi poterono fondarsi sul ritmo naturale delle mutazioni dei geni mitocondriali, il cosiddetto «orologio molecolare», per stimare che questa progenitrice comune visse probabilmente fra 150.000 e 200.000 anni fa.

Benché ci sia stata qualche controversia sul modo in cui sono state compiute le ricostruzioni e sui metodi usati per determinare l’epoca in cui visse la Eva ancestrale, l’ipotesi originaria è stata largamente giustificata da successive analisi fondate su campioni di donne più estesi. Fatto forse più importante, essa è in buon accordo con la documentazione fossile: gli unici ominidi fossili che potrebbero essere stati progenitori dell’uomo moderno sono vissuti in Africa nel periodo compreso fra 250.000 e 150.000 anni fa.

A rigore, queste analisi non identificano un singolo progenitore comune: esse ci dicono semplicemente che il DNA mitocondriale di tutti gli esseri umani viventi — anche i maschi ricevono il loro dalla madre — deriva da un numero piccolissimo di femmine vissute in un tempo particolare. Altri calcoli suggeriscono che la progenitrice (o le progenitrici) di tutti gli esseri umani moderni appartennero a una popolazione di soli 5000 individui circa, di entrambi i sessi e di varia età. Questi non furono necessariamente gli unici membri della loro specie (o se si preferisce della nostra) vivi a quel tempo, ma furono gli unici la cui linea genealogica sopravvisse fino a noi, trasmettendoci il loro DNA mìtocondriale.

La vera sorpresa venne quando il genetista Luigi Cavalli-Sforza mostrò che, sovrapponendo l’albero genealogico dei gruppi linguistici all’albero della Cann delle relazioni genetiche fra gruppi razziali umani, sì otteneva una corrispondenza sorprendentemente buona. La dispersione e divergenza dei principali gruppi linguistici riflettevano quelle dei gruppi razziali. Questo fatto suggerisce clic i popoli abbiano portato con sé nelle loro migrazioni geni e linguaggio, sostituendo massicciamente le altre popolazioni umane in cui si imbattevano. Successivamente, mentre il loro corredo genetico andava divergendo attraverso l’accumulo di mutazioni, anche il loro linguaggio presentò una divergenza simile per un processo di deriva dialettale.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 201

Differenze negli argomenti di conversazione tra uomini e donne

Dai nostri campioni non risultò inoltre che gli uomini discutessero di politica o di arte più delle donne. Facemmo però un’osservazione sorprendente: la proporzione del tempo speso a discutere di lavoro e di argomenti accademici o di religione ed etica da parte dei maschi aumentava vistosamente quando essi si trovavano a conversare in gruppi misti. La proporzione del tempo totale di conversazione dedicato a questi argomenti passava dallo 0-5 per cento nei gruppi composti da soli maschi al 15-20 per cento nei gruppi composti da individui dei due sessi, e i maschi manifestavano sotto questo aspetto un cambiamento molto maggiore delle femmine.

La nostra interpretazione di questo risultato fu che spesso le conversazioni svolgono la funzione di una sorta di lek vocale. I lek sono aree in cui i maschi si raccolgono per esibire le loro qualità come potenziali partner per le femmine.

Non avevamo trovato alcuna differenza fra uomini e donne nella quantità di tempo dedicata a parlare di argomenti sociali: tanto gli unì quanto le altre parlavano di esperienze sociali per il 65 per cento circa del tempo. C’è invece una differenza

circa le persone delle cui esperienze sociali si parlava di più. Almeno nei gruppi di soggetti più giovani, le donne tendevano a spendere due terzi circa del tempo dedicato ad argomenti sociali a parlare delle esperienze e attività sociali di altre persone (e un terzo a parlare delle loro), mentre i maschi spendevano due terzi del tempo a parlare di se stessi (e solo un terzo a parlare di altri).

Questa differenza fra i due sessi ha implicazioni importanti circa il comportamento delle persone impegnate in conversazione. L’interpretazione più plausibile è che le donne siano impegnate nella creazione di una rete di rapporti e gli uomini nell’autopubblicità.

In vista della creazione del tipo giusto di ambiente per potere allevare con successo la prole, la formazione di una rete di rapporti è probabilmente la singola attività più importante a cui si dedicano le donne. Le reti di sostegno fornite dalle donne rendono possibile il reciproco scambio di informazione sui processi del parto e dell’allevamento dei figli, sono d’aiuto nella ricerca di cibo e nell’orticoltura, danno un appoggio psicologico in tempi di crisi emozionale e offrono una quantità di altri servizi di sostegno grandi e piccoli.

Il mondo dei maschi, di contro, è più direttamente competitivo e molto meno orientato alla cooperazione. Direttamente o indirettamente, gran parte dell’interesse dei maschi si concentra sull’accoppiamento o sull’acquisizione di risorse o di uno status che creino future opportunità di accoppiamento. In questo processo la pubblicità diventa un fattore cruciale.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 218

Il contatto oculare

Uno dei primi segni dell’imminente crisi del rapporto fra il principe Carlo e la principessa Diana raccolto dai paparazzi fu il fatto che, nelle loro apparizioni in pubblico, non si toccavano più e non si guardavano più negli occhi. Noi attribuiamo grande importanza al contatto oculare. Come dice il vecchio adagio: non fidarti mai di un uomo che non ti guarda negli occhi.

L’uso del contatto oculare è particolarmente importante nei primi approcci, specialmente per le donne. Il controllo di situazioni che potrebbero condurre a conseguenze indesiderabili è fra i molti compiti di importanza vitale. Studi dei comportamenti in bar frequentati da singles rivelano che, almeno in questi contesti, le donne esercitano una quantità sorprendente di controllo sul corteggiamento e l’accoppiamento. Con poche vistose eccezioni (e in assenza di una quantità di alcol), i maschi sono sorprendentemente riluttanti ad avviare relazioni con donne, a meno che non abbiano ricevuto un tacito incoraggiamento con segnali conie il contatto oculare. I due segnali più importanti sotto questo aspetto sono un forte e costante contatto oculare e il cosiddetto segnale della « ritrosia », in cui il contatto oculare è mantenuto solo per un secondo, dopo di che l’occhio guarda altrove, mentre la persona abbozza un lieve sorriso o arrossisce (spesso lo sguardo diretto è seguito, un istante dopo, da una seconda rapida occhiata con la coda dell’occhio).

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 221

Trovare una compagna è un fatto di pubblicità

Gran parte dell’attività di selezione del partner, nell’uomo come in altri mammiferi, si conclude con la pubblicizzazione da parte dei maschi delle loro merci e con la scelta da parte della femmina. Trovare una compagna è, fondamentalmente, un fatto di pubblicità.

L’antropologa americana Kristin Hawkes ha sostenuto che, nelle società di cacciatori-raccoglitori, la caccia è una forma analoga di «sfoggio » delle qualità del maschio. Essa ha calcolato quanto frutta in termini di energia la caccia ad animali di grossa taglia come le antilopi e ha concluso che è un’attività che non vale il dispendio di energia e di tempo che richiede. Quando gli uomini abbattono un animale, lo portano immediatamente all’accampamento, dividendolo con grande sfoggio pubblicitario con tutti gli altri. In realtà faticherebbero molto meno disseminando in giro una dozzina di trappole e andando a controllarle per cinque minuti a giorni alterni. Eppure gli uomini insistono sull’importanza della caccia e dedicano a essa molto tempo e molti sforzi, anche se è un’attività che dal punto di vista puramente economico non ha molto senso.

La Hawkes sostiene che noi sbagliamo pensando alla caccia come a un’attività economica connessa all’investimento parentale: l’uomo preistorico archetipo che va a caccia per nutrire la moglie e i figli. In realtà, secondo la Hawkes, la caccia fa parte del gioco dell’accoppiamento. La caccia a grossi mammiferi è un’impresa difficile e rischiosa, e per uccidere una grande preda occorre molta abilità.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 223

L’evoluzione del cervello umano è stata sollecitata dalle richieste della pubblicizzazione sessuale

Lo scienziato cognitivo Geoff Miller ha gettato altra luce sul problema suggerendo che l’evoluzione del cervello umano sia stata sollecitata principalmente dalle richieste della pubblicizzazione sessuale. La capacità di intrattenere una persona che si desidera come partner, di incantarla con la poesia e col canto, di farla ridere: sono queste, suggerisce Miller, le cose che il cervello deve fare. E non si tratta solo di sapere accalappiare una persona, poiché questa può in qualsiasi momento essere impressionata di più da qualcun altro, ma anche di sapere mantenere la presa su di essa. Come la Regina Rossa incontrata da Alice in dietro lo specchio, bisogna sempre continuare a correre per restare fermi. Il cacciatore deve continuare a cacciare per dimostrare di essere ancora il migliore della comunità: così il maschio moderno deve continuare a far ridere la propria compagna.

Ciò che rende quest’idea particolarmente attraente è una proprietà del sorriso e del riso che solo pochi conoscono: essi sono due attività particolarmente efficaci nello stimolare la produzione di oppiati endogeni. Entrambe implicano movimenti muscolari insoliti e il riso, in particolare, è sorprendentemente dispendioso in termini di energia. Uno scoppio di risa irrefrenabili lascia esausti e senza fiato. Il pompaggio discontinuo di aria attraverso la trachea richiede una grande quantità di controllo e di sforzo.

Quando si è imbronciati e taciturni si è più infelici. La ricetta migliore per la felicità nella vita è quindi quella di sorridere il più possibile, poiché la maggiore quantità di oppiati che vengono così a scorrere nelle vene danno calore e felicità. Similmente, quando si riesce a far ridere una persona che si desidera come partner, la si induce in un senso di sicurezza narcotica.

Il sorriso e il riso hanno una storia naturale affascinante. Lo psicologo americano Bob Provine registrò la frequenza con cui le persone ridono durante una conversazione. Egli trovò che le donne sorridono e ridono più spesso degli uomini, che lo fanno di più quando ascoltano che quando parlano, e che è più facile che ridano in risposta a cose dette da maschi che da femmine. Per confronto, gli uomini ridono molto più raramente per cose dette da una donna che da un uomo.

Queste differenze fra i due sessi nel sorridere e ridere in risposta a determinate situazioni sono state interpretate come riflessi del modo in cui la società è dominata dai maschi: le donne sorridono e ridono di più a battute dette da uomini perché sorriso e riso esprimono subordinazione. Si suppone che questi comportamenti siano l’equivalente umano di modelli di rabbonimento animale, come rannicchiarsi con la coda fra le gambe.

In alcune circostanze, in effetti, certe forme di «falso» sorriso o riso possono essere forme di rabbonimento. Uno studio compiuto sui medici in un ospedale, per esempio, mostrò che era molto più probabile che i medici giovani sorridessero ai medici più anziani che viceversa, e che era molto più probabile che ridessero alle battute dei loro superiori. Ci sono però molti tipi diversi di riso e sorriso e non tutti sono gesti di rabbonimento. Dopo tutto, noi spendiamo molto tempo a ridere e a sorridere a neonati, che non hanno certamente alcun potere su di noi, come pure con i nostri amici, senza soffrire di alcun senso di inferiorità.

Una spiegazione molto più plausibile è che spesso una donna, quando sorride a un uomo, lo fa per incoraggiarlo a interessarsi a lei. Le donne sono impegnate in un gioco costante di valutazione, attraverso il confronto del partner attuale con altri maschi. Per lo più sono felici di conservare il compagno che hanno, ma per loro è importante continuare a valutare (dopo tutto nessuno è perfetto, e potrebbe anche essere il vostro stesso partner a lasciare voi). Verificare ha capacità di un maschio di farvi ridere può essere un modo come un altro di valutare di nascosto le sue qualità.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 222

Il «principio dell’handicap» di Zahavi, e l”«ipotesi dei figli sexy» di Fisher

La biologa inglese Marion Petrie, per esempio, ha mostrato che le femmine del pavone preferiscono i maschi con un maggior numero di macchie oculari nella coda. Questi maschi si accoppiano più volte, fecondano più uova e procreano più figli destinati a sopravvivere dei maschi con meno «occhi ». Questi risultati furono poi confermati sperimentalmente eliminando delle macchie oculari dalla coda di alcuni maschi o aggiungendone alla coda di altri.

Sono stati proposti almeno due meccanismi per spiegare come si verifichi questo effetto. Uno è noto come «principio dell’handicap» di Zahavi, dal biologo israeliano Amotz Zahavi che lo ha proposto per primo, alla metà degli anni Settanta. Zahavi ha sostenuto che il comportamento dei maschi equivale in effetti a dire: « Ma guardatemi! Sono così bravo che posso permettermi di appesantirmi con tutto questo fardello, e tuttavia riesco ancora a sfuggire ai predatori. Accoppiatevi con me se volete che i vostri figli e le vostre figlie siano bravi come me!» E la stessa cosa che aveva mostrato in un altro modo Kristin Hawkes.

L’altro meccanismo è noto come l” «ipotesi dei figli sexy» (o processo “a cascata”) di Fisher. Il grandissimo genetista e statistico inglese Ronald Fisher (uno degli artefici della moderna teoria dell’evoluzione neodarwiniana) sostenne che la scelta del tutto arbitraria da parte della femmina di determinati caratteri maschili poteva condizionare la selezione sessuale in modo da produrre caratteri inutili come la coda del pavone. Il motivo è molto semplice: se alle femmine piace un particolare carattere, come gli occhi delle penne della coda, è probabile che le loro figlie ereditino da loro lo stesso gusto. Poiché per una femmina è vantaggioso produrre figli che abbiano i caratteri preferiti dalle femmine in generale, esse hanno interesse ad accoppiarsi preferenzialmente con maschi che abbiano molti occhi sulle penne della coda (o quale che possa essere un altro carattere preferito). Questo comportamento condurrà a un’intensa selezione per produrre maschi con la coda ornata da molti occhi, e alla rapida evoluzione di questo carattere nella popolazione maschile.

In effetti l’ipotesi dei maschi poeti di Geoff Miller non è altro che una versione dell’ipotesi dei figli sexy di Fisher. Le femmine che si accoppiano con maschi in possesso di un determinato carattere avranno figli con lo stesso carattere, i quali si accoppieranno a loro volta producendo molti nipotini per le loro madri.

Dunbar R., “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue”, Longanesi, pag. 235

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