CONSULENZE PRIMI su GOOGLE
CORSI:
PRIMO su GOOGLE
CORSI:
SCRITTURA
CORSI: PHOTOSHOP
DIDATTICA
dell'ARTE
DIVULGAZIONE
SCIENTIFICA
MENTE
e CERVELLO
STORIA e
MICRO-STORIA
DOCENTE di
COMUNICAZIONE
SCARICARE NARRATIVA
COMUNICAZIONE
PUBBLICITA'
EFFICACE
REALIZZAZIONE
SITI
RITOCCO FOTOGRAFICO
STAFF
MAPPA
del SITO
LINK
CONTATTI

Gernet J., “Il mondo cinese”

Il sistema dell’assunzione per concorso

All’epoca dei Song, il sistema dell’assunzione per concorso raggiungerà la massima perfezione; solo in seguito degenererà divenendo, sotto gli imperi autoritari dei Ming e dei Qing, un meccanismo pesante che ostacolerà, anziché favorire, la promozione sociale. Creata per controbilanciare il potere eccessivo dell’aristocrazia militare, l’istituzione aveva preso una forma definitiva sotto i Tang nel VII e nell’VIII secolo (il primo concorso risalirebbe all’anno 606, sotto l’imperatore Yangdi dei Sui).

I candidati, in numero molto ristretto, venivano proposti dalle autorità locali — da uno a tre per prefettura fino al 737 — o provenivano dalle scuole statali stabilite nella capitale. Vi erano differenti tipi di concorsi (erudizione classica, diritto, storia della scrittura, matematiche, capacità militari con prove di tiro e di forza fisica), ma il più prestigioso e il più ricercato era un concorso di cultura generale e di attitudine alla redazione che comportava una prova di poesia. Le riforme adottate sotto i Song, alla fine del X secolo, consistettero nel creare tre livelli in modo da ampliare il reclutamento (concorsi di prefettura, concorsi controllati nella capitale dai segretariato imperiale, concorsi organizzati nel palazzo, in presenza dell’imperatore), nel conservare alla fine un solo tipo di concorso e nel garantire l’obiettività delle prove con varie disposizioni quali l’anonimato delle copie.

Come sotto i Tang e nelle altre epoche della storia, il successo nei concorsi non era necessariamente seguito da una nomina nei quadri dell’amministrazione imperiale, salvo per coloro risultati primi nella lista, i quali facevano una rapida carriera. Altri procedimenti servivano egualmente alla promozione dei funzionari, fra cui un sistema di raccomandazione che rendeva l’autore responsabile delle colpe e degli errori del suo protetto, e il ricorso a note per quanto possibile obiettive.

Lo sviluppo del sistema dei concorsi dall’XI al XIII secolo doveva conferire al corpo dei funzionari civili un peso considerevole nell’organizzazione politica e nella società di quei tempi. In nessun altro periodo della storia, i « mandarini » hanno esercitato un controllo tanto efficace sulla direzione dello stato. Le favorite, le imperatrici e le loro famiglie, gli eunuchi, tutte le persone vicine al sovrano, al corrente degli intrighi del palazzo e che riuscirono in altri momenti a orientare o anche a dirigere di fatto gli affari dello stato, sembrano aver perduto qualsiasi influenza all’epoca dei Song. Gli imperatori stessi svolgono una funzione modesta e lasciano i loro ministri alla ribalta.

Ma i costumi politici confermano anch’essi la potenza e la funzione prevalente del corpo dei funzionari. Nell’XI secolo si vedono svilupparsi per la prima volta partiti politici di opposte tendenze il cui confronto rivela alcune divergenze sociali. Siamo senza dubbio molto lontani dalle forme proprie dei regimi parlamentari, ma l’intensità della vita politica sotto i Song è dimostrata dall’asprezza delle lotte in cui gli avversari mettevano in gioco tutta la loro carriera, poiché se cambiava l’orientamento, ne derivava un rinnovamento molto vasto del personale politico.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 284

Quale che sia il giudizio che si vuol dare sul sistema politico e sociale della Cina del XVIII secolo (cultura e potere politico costituivano di fatto il privilegio di una frazione della società, come nelle nostre società borghesi del XIX e del XX secolo), la Cina ignorava i privilegi esorbitanti concessi alla nascita nell’Europa dell’antico regime. È  innegabile che «i costumi e le leggi», tema cosi ampiamente sviluppato nel secolo dei lumi, fossero il fondamento dell’ordine politico e sociale. La Cina forniva il primo esempio di uno stato civile, ricco e potente che nulla doveva al cristianesimo e che sembrava fondato sulla ragione e sui diritto naturale. Essa ha cosi notevolmente contribuito alla formazione del pensiero politico moderno e alcune delle sue istituzioni fondamentali sono state addirittura imitate dall’Europa.

Il « sistema degli esami » cinese è descritto per la prima volta da Mendoza nel  1585 e da Monfort de Feynes nel suo Voyage jait par terre depuis Paris jusqu’à la Chine. Ma l’idea dei concorsi d’assunzione per i pubblici impieghi compie rapidi progressi a partire dalla fine del XVIII secolo. Nel suo Despotisme de la Chine (1767), Francois Quesnay propone che il re si faccia assistere da un consiglio di savi reclutati in tutte le classi della società come i mandarini cinesi. L’esempio della Cina non può essere stato interamente estraneo all’istituzione dei concorsi di assunzione da parte della rivoluzione francese nel 1791. Applicata in India dall’East India Company nell’anno i8oo, la medesima istituzione si estenderà alla Gran Bretagna nel 1855 con l’adozione degli esami per il reclutamento del Civil Service.

Vauban consiglia a Luigi XIV di procedere a censimenti della popolazione seguendo l’esempio dei Cinesi che vi rincorreranno fin dai tempi dei Han. I primi censimenti conosciuti nei paesi occidentali sono avvenuti nel 1665 nel Canada francese e nel 1749 in Svezia. Tutta la scienza demografica moderna è nata da una pratica che sarebbe stata certamente adottata presto o tardi, ma che fu inizialmente suggerita dalla Cina.

Le istituzioni ereditate dall’impero dei Ming hanno contribuito fortemente al consolidamento del nuovo potere manciù e, più di ogni altra cosa, vi ha contribuito la riapertura dei concorsi ufficiali a partire dal 1656. Il fine immediato era di rinnovare il personale politico e amministrativo, ma orientando tutta l’attività e mobilitando tutte le ambizioni delle antiche classi dirigenti, dal livello dei cantoni a quello del potere centrale, i concorsi hanno permesso, a lungo andare, di associarle strettamente all’esercizio del potere. Unica via d’accesso agli onori e alle responsabilità politiche, i concorsi sono serviti ad inculcare le virtù di devozione e di sottomissione indispensabili all’impero autoritario. Essi hanno inaridito nello stesso tempo l’energia delle generazioni diletterati: il carattere artificiale delle prove si era accentuato dopo l’istituzione dei componenti in Otto parti (bagu) che, secondo Gu Yanwu, si sarebbe imposta a partire dal 1487. Tali vani e sterili esercizi stilistici consistevano nello svolgimento in Otto paragrafi del senso di una frase o di un membro di frase tratta da un Classico, a simiglianza delle nostre dissertazioni con introduzione tesi, antitesi, sintesi e conclusione.

D’altra parte, le numerose accademie private (shuyuan), provviste di buone biblioteche create sotto i Ming a partire dalla metà del XVII secolo, erano divenute ben presto focolai di libera discussione e di opposizione al regime. Erano state chiuse in massima parte dopo la disfatta del partito Donglin, negli anni 1625-27. Più avveduti e più intransigenti verso tutte le forme di critiche, i Manciù faranno di tutto per controllare molto severamente l’insegnamento e le accademie. Quelle create da loro nel 1657 sono sotto la tutela dello stato e non ci si occupa d’altro che di componimenti in otto parti.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 475

I cavalli e la Cina nel 700 d. C.

I Tang dispongono di 700 000 cavalli, distribuiti nei pascoli dello Shenxi e del Gansu che coprono vaste superfici. Ad essi si aggiungono i cavalli posseduti dai privati e di cui si ignora il numero. Ma l’allevamento privato è stato, a quanto pare, molto sviluppato nella Cina del nord e specialmente nel Gansu orientale, nello Shenxi e nello Shanxi.

I cavalli sono numerosi e poco costosi fin verso il 655. In seguito, però, le incursioni turche e tibetane porteranno lo scompiglio nelle stazioni di allevamento equino, causandone il declino. Nel 713 non ci sono più di 240 000 bestie nelle stazioni imperiali di allevamento. Si risale a 400.000 nel 725 grazie a un allevamento rinnovato e agli acquisti fatti presso gli allevatori della steppa. Un mercato di cavalli viene stabilito nel 727 sul corso superiore del Fiume Giallo a Yinchuan, dove i Turchi vengono a scambiare le loro bestie in cambio di seterie e di metalli. Ma, nel 754, alla vigilia della ribellione di An Lushan, il numero di cavalli nell’amministrazione delle stazioni di allevamento è di 325.700 in tutto.

Fino a quell’epoca, il piccolo cavallo mongolo che era molto comune in tutta la zona delle steppe e nella Cina del nord, ma che oggi è in via di estinzione e sopravvive soltanto in Zungaria è stato incrociato con un gran numero di razze differenti, grazie ai tributi offerti dai regni dell’Asia centrale e delle regioni situate al di là dei Pamir: purosangue arabi portati alla corte dei Tang nel 703, pony selvaggi offerti dai Tibetani nel 654, cavalli di Kokand, Samarcanda, Buchara, Kish, Chach, Maimargh, Khuttal, cavalli di Khotan, di Kucha, cavalli kirghisi del Bajkal...

L’aristocrazia del nord, nel VII e nell’ VIII secolo, ha la passione dei cavalli. I signori dell’alta società vanno a cavallo, e fa furore a Chang’an il gioco del polo, importato certamente dall’Iran. La passione per i cavalli spiega senza dubbio il posto da questi occupato nella pittura — alcuni pittori come Han Gan (verso il 720-80) sono specializzati nella pittura equestre — e nella scultura dell’epoca dei Tang: lo attestano i magnifici bassorilievi della tomba dell’imperatore Taizong (626-49) e le statuette funerarie. Ma il cavallo dei Tang possiede caratteristiche proprie che rivelano l’influenza delle importazioni e degli incroci con le razze del Medio Oriente e della transoxiana, più grandi e più slanciate di quella del piccolo pony mongolo, che tornerà in voga dopo i Tang, come dimostrano le pitture di epoca Yuan (XIII secolo).

Durante le incursioni tibetane del 763, la maggior parte delle stazioni equine sono oggetto di razzie, e ciò segna il declino definitivo dell’allevamento nella Cina del nord-ovest. Da allora, i Tang potranno ricorrere unicamente a palliativi: acquisti di cavalli da privati (trentamila giumente sono comperate nel territorio della capitale per le scuderie del palazzo), dai nomadi (acquisto di cavalli contro diecimila rotoli di seta negli anni 815 - 816 nella regione dell’Ordos), tentativo infelice d’installare, dopo un esproprio di contadini, alcuni allevamenti statali nelle zone agricole dello Shenxi, del Henan e del nord del Hubei negli anni 817-20. Gli Uiguri, che hanno aiutato i Tang nei loro combattimenti contro i Tibetani nel 759, hanno ottenuto in cambio il monopolio quasi assoluto del commercio dei cavalli. Avidi di guadagno, essi vendono a prezzo d’oro i loro scadenti ronzini: alla fine dell’viii secolo, un cavallo uiguro è venduto contro quaranta pezze di seteria.

Le migliori regioni di allevamento equino erano situate, a quanto pare, nel Gansu orientale, nella valle della Jing nello Shenxi e nelle zone occidentali dello Shanxi. La Cina, da quando non è piti stata in grado di proteggere tali regioni contro le incursioni dei montanari e dei nomadi, ha perduto uno dei mezzi principali di cui disponeva per la sua politica d’intervento nell’Asia centrale e si è vista cosi condannata a ripiegare verso il Henan e le regioni del sud-est: questa fu senza dubbio una delle cause che contribuirono a indebolire i Song fino alla conquista del nord, ad opera dei Jùrchen, fra il 960 e il 1126.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 229

Il cristianesimo nestoriano e influenze iraniane

Il cristianesimo nestoriano, che si era diffuso nell’Iran sasanide nei secoli V e VI, aveva raggiunto Herat, Balch, Samarcanda ed era penetrato nelle oasi occidentali attraverso l’attuale provincia dello Xinjiang. Si era introdotto, a quanto pare, nelle città commerciali del Gansu e nella valle della Wei subito dopo le grandi offensive che avevano aperto alla Cina le strade dell’Asia centrale. Una celebre stele bilingue in siriaco e in cinese che risale al 781, eretta nella chiesa nestoriana del quartiere Yining a Chang’an — la sua scoperta all’inizio del XVII secolo impressionò profondamente i missionari gesuiti — narra la storia dell’evangelizzazione ancora recente della Cina: le Scritture Sacre erano state introdotte a Chang’an nel 631 da un Persiano di nome Aloben in trascrizione cinese. Sette anni dopo, la corte dei Tang autorizzava la predicazione e la costruzione di chiese cristiane. Esposta all’ostilità dei buddisti sotto il regno dell’imperatrice Zetian (690-705), la nuova religione godeva nuovamente della protezione imperiale sotto Xuanzong (712-56). Si trattava di un cristianesimo iranizzato nel dogma, nella liturgia e nel vocabolario. Il nestorianesimo era noto in Cina sotto il nome di «religione dei testi sacri della Persia» (bosi jingjiao), termine che timanda al  luogo d’origine di tale eresia cristiana nestoriana, condannata dai concilio di Efeso nel 431 nell’impero bizantino.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 260

Navi e bussola ereditata dalla geomanzia

Come tutti i bastimenti cinesi fin dall’antichità, la giunca è costituita da una chiglia di forma rettangolare la cui stiva è divisa da paratie che formano altrettanti compartimenti stagni (il medesimo dispositivo viene adottato a ragion veduta dagli Occidentali all’inizio del xix secolo). La parete verticale del dritto di poppa permette di adattarvi un timone: la prima attestazione di tale invenzione capitale nella storia della navigazione è fornita da un bastimento cantonese in ceramica che risale al i secolo dell’era volgare. Il timone della parete verticale di poppa farà la sua apparizione in Europa verso il 1180, quasi contemporaneamente alla bussola marina. Le giunche dell’epoca dei Song, grandi velieri a quattro o sei alberi, muniti di dodici grandi vele, a quattro ponti e capaci di trasportare un migliaio di persone, sono il prodotto di una lunga accumulazione di esperienze e di invenzioni. Ancore, timone, deriva amovibile, cabestani, vele di tela e vele di stuoia a superficie rigida usate a seconda del vento favorevole o contrario, velature orientabili che evitavano di modificare l’attrezzatura di bordo e suscitavano la meraviglia dei navigatori arabi (la tecnica cinese è la sola che consenta di navigare stringendo il vento), remi con scalmiera automatica che totano da se stessi nei loro movimenti in avanti e all’indietro, compartimenti stagni, bussola marina: sono questi perfezionamenti, antichi di vari secoli o recenti che hanno contribuito a tale sorprendente successo. L’applicazione della bussola (che serviva da tempo ai calcoli dei geomanti) alle esigenze della navigazione accrebbe la sicurezza dei viaggi in alto mare. Un’opera la cui prefazione risale al 1119, ne segnala per la prima volta l’impiego sui bastimenti cantonesi alla fine del X secolo. Menzionata in Europa nel 1190 da Guyot de Salins, diverrà di uso generale sulle navi soltanto dopo il 1280.

Eppure molti altri perfezionamenti furono necessari al progresso della navigazione cinese nei secoli X-XI. Essi interessavano i processi di orientamento e la misura delle distanze, ma più ancora la conoscenza delle correnti e dei fondi marini. La cartografia cinese, fondata sin dal III secolo su un sistema di parallele equidistanti nord-sud e est-ovest, fa progressi notevoli all’epoca dei Song. Precorrendo la cartografia

dell’Europa, ancora dominata da preoccupazioni religiose, ed anche la cartografia araba, quella cinese è la più precisa e la più esatta del mondo in questo periodo, come dimostrano le carte incise su stele giunte fino a noi.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 309

Ricostituzione dell’economia agraria e riforestazione voluta da Hongwu dopo il 1387

DISSOLUZIONE DELL’IMPERO MONGOLO E FONDAZIONE DEI MING

Le cause che dovevano condurre alla rovina l’impero degli Yuan sono molteplici e, come spesso avviene, certamente correlate: disordine dell’amministrazione dove vigono innumerevoli regolamenti contraddittori, sperperi, rapacità dei funzionari mongoli e musulmani, inflazione estremamente rapida della cartamoneta, corruzione dei monaci tibetani lamaisti che dominano tutto il clero cinese e s’intromettono negli affari politici, oppressione giornalmente subita dalle popolazioni cinesi e miseria crescente del ceto contadino. A ben guardare, il regno dei Mongoli in Cina è stato di breve durata: soltanto nel 1234 essi occupano l’insieme della Cina del nord e nel i 279 completano la conquista del sud; ma le sollevazioni che dovevano mettere fine al loro impero cominciano nel 1351 e, dal 1355, una gran parte della Cina è sottratta al loro dominio. Già da quell’epoca vengono creati focolai d’insurrezione nella maggior parte delle province, e le zone liberate si estendono al Henan, allo Shenxi, al Hebei, allo Shanxi e al Sichuan.

La liberazione del territorio

Anche se una parte delle élite vi ha aderito a cose fatte, tutte queste sollevazioni patriottiche sono d’origine popolare. Si distinguono due grandi regioni in cui l’insurrezione ha potuto estendersi largamente. Una si trova nelle province vicine allo Shandong dove i moti millenaristi che proclamano la prossima venuta di Maitreya (Mile), il Bodhisattva redentore, sono molto attivi e dove si crede all’imminente restaurazione dei Song. La massa degli insorti è d’origine contadina. Le inondazioni del Fiume Giallo, che spiegano l’instabilità cronica di quella parte della Cina, si sono aggravate dal 1327 e provocano quasi Ogni anno carestie micidiali. Nel 1344, gli argini si rompono a valle di Kaifeng in seguito a piogge continue. Il fiume inonda immense superfici e soltanto cinque anni dopo, in seguito a un lavoro di otto mesi, le falle potranno essere riparate. Ma i grandi lavori di ricostruzione degli argini raggruppano folle di contadini e favoriscono quindi la propaganda rivoluzionaria. In tutta la regione della pianura centrale e nell’Anhui, pi6 a sud, domina la società segreta dei Turbanti Rossi (Hong jin), il cui primo capo fu Han Shantong, considerato una reincarnazione di Maitreya. Il figlio IIan Liner si proclama imperatore di una nuova dinastia dei Song nel 1355.

L’altro grande focolaio d’insurrezione si è creato nell’ambiente degli operai delle saline, dei barcaioli e contrabbandieri del sale del basso Yangzi dove i rivoltosi sono capeggiati da un certo Zhang Shicheng. Si estendono fino a coinvolgere i marinai e i pirati delle coste dello Zhejiang dove le truppe sono comandate da Fang Guozhen.

Un altro centro di ribellione, se pur meno importante, esiste nella regione del medio Yangzi in cui si è sviluppato un movimento religioso eterodosso analogo a quello dei Turbanti Rossi che ha come capi successivi Xu Shouhui e Chen Youliang. Il Sichuan, che riesce assai presto a sfuggire all’autorità del potere mongolo, rappresenta un caso particolare: si tratta di una provincia relativamente isolata dove sono vivaci le tradizioni d’indipendenza.

Da tale situazione doveva nascere un nuovo impero e, per la prima volta nella storia, moti d’origine popolare si concludevano con la fondazione di una dinastia, senza che vi fosse interruzione fra l’epoca dell’insurrezione e quella che la doveva seguire. Non ci si spiegherebbe la facilità con cui i moti di liberazione hanno potuto adattarsi alla realtà esistente se non fossero stati meravigliosamente organizzati: economia, amministrazione, esercito, tutto funziona normalmente nelle zone liberate dalle truppe dei Turbanti Rossi, come pure nelle regioni su cui esse esercitano la loro autorità prima ancora che ne sia stata scacciata l’amministrazione degli Yuan.

Colui che doveva fondare l’impero dei Ming appare in un primo momento come il capo di una sollevazione d’importanza secondaria nella zona in cui si sono propagate le insurrezioni dei Turbanti Rossi. Zhu Yuanzhang, nato nel 1328, che salirà al trono adottando il nome di Hongwu (1368-98) aveva per nonno un estrattore d’oro del Jiangsu. Il padre era un bracciante agricolo dell’Anhui costretto a spostarsi sempre per il suo lavoro, e la madre era figlia di un capostregone. Durante le carestie Zhu Yuanzhang si era fatto monaco per poter vivere ed aveva subito da allora l’influsso delle tradizioni messianiche che dominavano nella sua provincia. Nel 1348 si mette a capo di una banda d’insorti che si rafforza al punto da potersi impadronire nel 1352 di una piccola città del nord-est dell’Anhui. Alleato alle truppe dei Turbanti

Hongwu occupa Nanchino e la sua regione nel 1359, le province del Jiangxi e del Hubei negli anni 1360-62. L’anno seguente è padrone della Cina centrale e si proclama principe del regno di Wu (Wuguowang) nel 1364. Durante gli anni 1365-67 elimina i suoi rivali del basso Yangzi e dello Zhejiang, Zhang Shicheng e Fang Guozhen, e fonda a Nanchino la dinastia dei grandi Ming nel 1368. L’offensiva prosegue in Cina e fuori dalla Cina, superando i confini delle province cinesi con una specie di slancio irrefrenabile. Nel 1368, l’anno stesso della fondazione del nuovo impero, avviene la presa di Pechino, la principale capitale degli Yuan; nel 1369, quella di Shangdu (Kaiping) nella Mongolia orientale; nel 1370, l’accerchiamento degli eserciti mongoli in Mongolia; nel 1371, la riconquista del Sichuan; nel 1372, quella del Gansu; nel 1382, quella dello Yunnan dove resiste un residuo di truppe mongole. Nel i 387 infine, tutta la Cina è riunificata. L’espansione è confermata al di là delle frontiere dalla grande vittoria di Buinor (1388) nella Mongolia del nord-est, dalla dichiarazione di fedeltà alla Cina della dinastia coreana degli Yi, fondata nel 1392, dalle spedizioni nell’Asia centrale e nel Sud-Est asiatico. Tale politica, che mira a ristabilire il prestigio e la sicurezza della Cina nell’Asia orientale, verrà seguita fino alla metà del xv secolo.

Ricostituzione dell’economia agraria e riforestazione voluta da Hongwu dopo il 1387

Tuttavia, il problema più grave consiste nel caos economico in cui si trova l’impero al momento della sua fondazione: la Cina è stata rovinata dallo sfruttamento mongolo e dalle distruzioni della guerra. Tutta la valle della Huai ha tremendamente sofferto delle insurrezioni e alcune parti dell’Anhui sono interamente spopolate. Terre, argini di fiumi, canali sono quasi ovunque in stato d’abbandono. È necessario compiere un grande sforzo di ricostruzione economica, esso sarà compiuto fra il 1370 e il 1398.

Lo sforzo per la sistemazione dell’agricoltura sotto il regno di Hongwu può sembrare paragonabile, per la Cina di quei tempi, a quello intrapreso dalla Repubblica popolare cinese subito dopo la Liberazione, nel 1949. I lavori eseguiti in una ventina d’anni in materia d’irrigazione, di rivalorizzazione delle terre e delle piantagioni di alberi sono impressionanti. Innumerevoli progetti, grandi e piccoli, d’irrigazione o di controllo delle acque sono attuati nella maggior parte delle province. Nel 1395, 40 987 serbatoi sono sistemati o costruiti in Cina. Vaste superfici di terre sono restituite alla coltura e le zone devastate sono sistematicamente ripopolate con trasferimenti di popolazioni. Gli immigranti ricevono ampi appezzamenti di terra, beneficiano dell’aiuto dello stato e di esenzione dalle imposte per numerosi anni. La superficie delle terre valorizzate aumenta molto rapidamente. La progressione delle imposte in granaglie segue il medesimo ritmo. Esse ammontano a dodici milioni di shi (ossia sette milioni di quintali circa) sotto l’occupazione mongola: raggiungono quasi trentadue milioni di shi (venti milioni di quintali circa) nel 1393, sei anni dopo la riconquista totale.

Ma il fatto saliente è lo sforzo compiuto in quell’epoca per rimboscare la Cina. Più di cinquanta milioni di sterculie, palme e alberi da lacca vengono piantati nella regione di Nanchino nel 1391 in vista della costruzione di una flotta d’alto mare che servirà effettivamente alle spedizioni marittime dell’inizio del XV secolo. Nel 1392, ogni famiglia delle terre di colonizzazione nell’Anhui è tenuta a piantare duecento gelsi, duecento giuggioli e duecento cachi. Due anni dopo, l’obbligo di piantare duecento gelsi e duecento giuggioli è esteso a tutto l’impero. Nel 1396, più di ottantaquattro milioni di alberi da frutta vengono piantati nelle province attuali del Hunan e del Hubei. Secondo la valutazione di alcuni storici, il totale delle piantagioni dell’era Hongwu sfiora il miliardo di alberi.

La priorità accordata all’economia agraria all’inizio dei Ming appare tanto come una necessità quanto come una scelta. In una Cina devastata, è urgente anzitutto assicurare alle popolazioni di che vivere. Ma, nello stesso tempo, viene stabilito un nuovo orientamento per l’avvenire: gli imperi dei Ming e dei Qing avranno l’agricoltura come fondamento principale. t dunque avvenuto un netto cambiamento nell’economia di stato nel xiv secolo. Mentre, all’epoca dei Song, il Tesoro pubblico era alimentato in gran parte dalle tasse commerciali e sotto i Mongoli l’economia mercantile conservava ancora una funzione notevole, le risorse dello stato saranno d’ora in poi essenzialmente fornite dagli agricoltori.

L’importanza data alla fiscalità agraria spiega l’estrema cura dedicata alla formazione del catasto generale di tutte le terre dell’impero e dei registri delle popolazioni nell’era Hongwu.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 369

La xilografia, che permette di riprodurre con esattezza la calligrafia dei testi e le figure, è dunque entrata nei costumi durante il x secolo. Doveva conservare in tutti i paesi di civiltà cinese (Cina, Giappone, Corea, Vietnam) un posto predominante sino alla diffusione della stampa meccanizzata a caratteri mobili messa a punto in Occidente nel XIX secolo.

Tuttavia, l’invenzione dei caratteri mobili fu più precoce in Cina che in Europa, e i paesi dell’Asia orientale fecero uso della tipografia contemporaneamente all’incisione su legno. La prima menzione di caratteri mobili in Cina figura in una raccolta di note (biji) che interessano per la maggior parte la storia delle scienze e delle tecniche, il Mengqi bitan di Shen Gua pubblicato nel 1086. L’invenzione è dovuta a uno dei protetti dello stesso Shen Gua, un certo Bi Sheng, e risale agli anni 1041-1048.

Al momento dell’occupazione della Cina del sud ad opera dei Mongoli, Wang Zhen accenna nel suo Trattato di agricoltura (Non gshu), pubblicato nel 1313, all’uso di caratteri mobili in stagno e propone l’impiego di una cassa girevole per ripartirvi i caratteri classificati per rime. Ma le prime grandi stampe in caratteri mobili che siano conosciute ebbero luogo in Corea, su iniziativa del potere centrale, fra il 1403 e il 1484. Vennero fusi centomila caratteri cinesi nel 1403 e altre fusioni si sono susseguite durante il xv secolo. Due grandi famiglie di stampatori di Wuxi nel Jiangsu, gli An e i Hua, si servirono di caratteri mobili in rame. La grande collezione di racconti del Taiping guangji, xilografata per la prima volta alla fine del X secolo, fu stampata in caratteri mobili nel 1574. In data più recente, viene stampata in caratteri mobili, fra il 1713 e il 1722, l’enorme enciclopedia illustrata dell’era Kangxi che contiene più di dieci milioni di caratteri di scrittura, il Tushu jicheng.

L’Asia orientale di civiltà cinese (ma, sotto la sua influenza, anche i suoi vicini: Uiguri, Tibetani, Mongoli, Manciù che adoperavano scritture alfabetiche) ha avuto, dunque, fino al XVIII secolo una tradizione tipografica indipendente da quella dell’Europa e, d’altronde, differente nella sua tecnica: infatti, non comportava l’uso di un torchio. Tale tradizione, a giudicare dall’importanza delle edizioni, non è affatto da

trascurare; ma i caratteri mobili avevano poca probabilità di sostituire la xilografia nei paesi di cultura cinese prima dei progressi della stampa meccanizzata. Infatti, se i invenzione della tipografia appare come una scoperta fondamentale in un’Europa dove qualche centinaio di lettere bastava alla stampa di tutti i testi possibili, essa non poteva avere la medesima portata in un mondo dove una delle ricchezze risiedeva appunto nell’abbondanza e nella diversità dei segni di scrittura.

La stampa tipografica ha costituito in Occidente un progresso decisivo nei confronti della xilografia: ma, contrariamente a ciò che si èindotti facilmente a immaginare, non si debbono attribuire tutti i vantaggi a tale processo di riproduzione più complesso e più scientifico. La superiorità della stampa occidentale si affermerà solo lentamente e diverrà incontestabile solo dopo la sua meccanizzazione, nel XIX secolo. Fino ad allora, rimane un mezzo assai lento e costoso di riproduzione dei testi scritti. Matteo Ricci osserva al principio del xvii secolo che gli artigiani xilografi in Cina non mettevano più tempo a incidere le loro tavole di quanto non ne occorresse ai tipografi d’Europa per comporre le loro pagine. Le tavole xilografate possono essere incise nuovamente, corrette e, contrariamente alle forme di stampa, tenute in deposito per servire a nuove edizioni. Va segnalato che la diffusione della stampa in Europa ha provocato un impoverimento della tradizione scritta perché gli editori non potevano correre il rischio di pubblicare opere senza essere sicuri di una larga vendita; per contro, la xilografia cinese, molto superiore nei suoi processi alla xilografia europea del xv secolo (a causa dell’esperienza acquisita nell’impiego delle tecniche del sigillo e dello stampaggio e grazie all’uso di carte speciali dove il testo da riprodurre appariva invertito a tergo), presentava il grande vantaggio di un processo poco costoso e di un impiego più adattabile che non esigeva capitali elevati. Ha permesso quindi, a partire dal X secolo, una straordinaria moltiplicazione delle edizioni, sia pure a tirature limitate, a titolo privato o ufficiale. Inoltre — e ciò senza dubbio è un fatto d’importanza fondamentale — l’illustrazione ha potuto svilupparsi nei paesi di civiltà cinese di pari passo con la xilografia dei testi, mentre l’immagine è divenuta corrente nelle opere stampate in Occidente soltanto in epoca relativamente recente. Fin dagli esordi della xilografia, la maggior parte dei libri cinesi, erbari, trattati di tecniche, di archeologia o di architettura, romanzi, testi religiosi, sono stati corredati da illustrazioni, talvolta di notevole qualità. La xilografia dei testi e l’illustrazione fecero grandi progressi nei secoli XI-XIII e raggiunsero il loro massimo splendore nell’era Wanli (1573-1619), epoca in cui si stampano tavole in tre, quattro e talvolta anche cinque colori.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 314

Leggende sulla Guerra dell’Oppio, Cina, 1840

Per cercare di capire ciò che è successo in Cina in tempi recenti è utile cominciare con una rapida rassegna dei fatti principali degli ultimi 150 anni.

Tra il 1840 e il 1860 la Gran Bretagna e la Francia ricorsero, anche se limitatamente, alla forza per aprire la Cina al libero commercio con l’estero attraverso la designazione di un certo numero di porti speciali. Le due nazioni costrinsero la Cina ad accettare rapporti internazionali improntati al criterio europeo dell’uguaglianza fra Stati e non più al sistema tributario che considerava la Cina sovrana universale e le altre nazioni vassalle. La successiva propaganda (con raffinata audacia) ha definito ‘ineguali’ i trattati che stabilivano l’uguaglianza internazionale. Il termine è motivato dalle clausole collaterali, ma non per questo prive di importanza, che accompagnarono gli accordi. Le potenze occidentali obbligarono la Cina a consentire ai missionari cristiani di vivere e di fare proseliti nell’interno, a concedere agli stranieri accusati di un crimine commesso in Cina di essere processati da tribunali amministrati da loro compatrioti, a limitare i dazi d’importazione al 5%. Di tutte le imposizioni, solo l’extraterritorialità giuridica era moralmente giustificata, visto che Cinesi e Occidentali avrebbero da quel momento avuto a che fare gli uni con gli altri. A quel tempo nei processi cinesi la tortura dell’imputato e dei testimoni era cosa di tutti i giorni (si salvavano i detentori di un titolo statale), inoltre la convinzione che si dovesse giustiziare qualcuno in espiazione di ogni omicidio portava all’assassinio giudiziario di persone innocenti. Il governo imperiale cinese non oppose prolungata resistenza alle richieste britanniche e francesi, anche perché comprese ben presto che le potenze straniere non avevano mire territoriali. La Cina reputò dunque più sicuro cedere e fare in modo che questi estranei potenti avessero interesse a mantenere la stabilità.

Un’altra serie di leggende è nata intorno all’oppio. Le guerre del 1839-1842 e 1856-1860 sono spesso chiamate ‘guerre dell’oppio’. Un nome più appropriato sarebbe ‘guerre del riconoscimento diplomatico’. Molti credono che in qualche modo gli Inglesi abbiano costretto i Cinesi a consumare oppio, e che le due guerre siano state combattute per non perdere questo commercio. La teoria è del tutto insensata, come dimostrerà una rapida ricapitolazione della storia dell’oppio in Cina.

Fino al principio del XVII secolo i Cinesi non usarono l’oppio come narcotico, ma solo come analgesico. Il vizio dell’oppio cominciò a diffondersi in Cina durante il XVII secolo, quando prese piede l’abitudine di mescolare la droga al tabacco. Il primo decreto contro la coltivazione e il commercio dell’oppio è del 1729: fu dunque emanato molto prima che la droga venisse importata. Nella seconda metà del XVIII secolo gli Occidentali cominciarono a stabilire contatti in mare aperto con la rete di vendita cinese, per smerciare oppio indiano di ottima qualità alla fascia alta del mercato. Poco dopo i mercanti cinesi cominciarono anche a introdurre di contrabbando oppio indiano nelle Indie Orientali olan148

desi. Le importazioni in Cina furono esplicitamentc vietate la prima volta nel 1800; tuttavia, come dimo strano i decreti imperiali contro il traffico della droga, anche tra il 1830 e il 1840, al culmine della campagm contro l’importazione dell’oppio, lo Stato cinese si preoccupò soprattutto di sbarazzarsi della produzione nazionale, che, secondo i dati a disposizione, fu sempre superiore alle importazioni.

Vi sono due altre leggende a proposito dell’oppio: si dice che la sua importazione drenò quantità immense di argento dall’economia cinese, e che il suo uso provocò danni gravissimi alla salute dalla nazione. Gli Occidentali puntavano molto sulla vendita dell’oppio in Cina (sebbene non potessero trattarlo apertamente o legalmente) perché la richiesta cinese di altre merci occidentali era bassa in maniera avvilente. Senza dubbio un po’ d’argento finì anche in India, ma per la maggior parte fu reimpiegato nell’acquisto di beni cinesi da esportare. L’impressione di un drenaggio dell’argento, che invertì il flusso del metallo dal Nuovo Mondo cominciato nell’ultima parte del XVI secolo, fu probabilmente dovuta al peggioramento del rapporto di conversione interno fra monete di rame e di argento. Oggi sappiamo che questo fenomeno fu un effetto collaterale dell’alterazione e del deprezzamento delle monete di rame attuati dal governo di allora.

Infine bisogna dire che l’oppio puro, a differenza dei suoi micidiali concentrati, non è che blandamente dannoso alla salute; uno dei suoi effetti peggiori è la costipazione. Molti oppiomani (per esempio alti dignitari) lavorarono lucidamente fino a tarda età; negli Stati Uniti, gli operai cinesi delle ferrovie che prendevano oppio fecero un’ottima concorrenza agli emigrati irlandesi dediti al whisky. I danni peggiori, probabilmente, la droga li fece al bilancio delle famiglie che non potevano permettersela. In parole povere, l’oppio fu motivo di attrito nei rapporti fra Cina e potenze straniere, ma non la causa fondamentale delle guerre: la sua importanza storica è stata esagerata.

Blunden C., “Atlante della Cina”, De agostini, pag. 148

Guerra dell’Oppio

Secondo i governanti cinesi, gli attacchi inglesi si collocano con ogni evidenza nella stessa prospettiva storica degli atti di pirateria commessi dalle popolazioni straniere e delle incursioni di nomadi desiderosi di vedersi aprire nuovi mercati alle porte della Cina. Gli attacchi dei pirati giapponesi e quelli di Coxinga avevano minacciato le province costiere e il basso Yangzi in modo molto più grave degli attacchi inglesi degli anni 1840-42 e certe incursioni della steppa erano state anch’esse molto più devastatrici. Le truppe inglesi che attaccano Canton nel 1841 contano soltanto 2.400 uomini e i rinforzi che ricevono l’anno dopo non superano qualche migliaio di uomini. I diritti concessi all’aggressore non sono comunque proporzionati al pericolo corso, la debolezza della Cina all’epoca della prima guerra dell’oppio non è causata tanto dal carattere antiquato della sua artiglieria (genti della steppa, i Manciù non si erano affatto interessati alle armi da fuoco e non avevano proseguito gli sforzi compiuti alla fine dei Ming nel campo dell’artiglieria), dalla mancanza di spirito combattivo e dall’indisciplina delle truppe imperiali, quanto piuttosto dalle sue condizioni politiche e dal malessere sociale che si manifest.erà ben presto con la terribile ribellione dei Taiping. La corruzione, l’impotenza di un’amministrazione pignola che soffre di un eccesso di regolamentazione, l’accentramento eccessivo dell’impero e, nello stesso tempo, la mancanza di coordinamento, le enormi distanze (Canton è a più di duemila chilometri da Pechino) per cui le decisioni sono prese con grande ritardo a Pechino, tali sono senza dubbio le cause principali della debolezza dell’impero. Il governo dei Qing finira col capitolare, perché è già esitante e diviso sulla condotta da seguire prima ancora che inizino gli attacchi inglesi. Lo stesso imperatore Daoguang è male informato, indeciso, avaro dei soldi dello stato. Il suo inviato a Canton nel 1841 accetta, di sua iniziativa e senza attendere l’accordo di Pechino, il ritiro delle truppe cinesi e il versamento agli Inglesi di una « indennità» di sei milioni di liang d’argento. Convinto dapprima da Li Zehu, fautore della fermezza, Daoduang propende poi per un compromesso e si decide infine a riprendere l’offensiva nel 1841.

Gli sforzi compiuti per resistere agli stranieri non sono trascurabili: fusione di cannoni, costruzione di navi da guerra con ruote a pale la cui tradizione risale ai Song, blocco dei porti. Inoltre, milizie contadine si costituiscono nel 1841 nella regione di Canton e reprimono con successo le razzie dei soldati inglesi. Ma le milizie, che sarebbero state uno dei mezzi più efficaci per combattere la penetrazione straniera nel XIX secolo, sono mal viste dall’amministrazione e dal governo che temono una loro sollevazione contro i poteri costituiti.

Il trattato di Nanchino pone fine provvisoriamente alle difficoltà. La Cina cede alla Gran Bretagna l’isolotto roccioso di Hong-Kong, le versa una « indennità » di ventuno milioni di dollari d’argento, accetta di aprire al commercio, ossia principalmente alle importazioni di oppio, i porti di Amoy, Shanghai e Ningbo, oltre a quello di Canton. Nel trattato integrativo del 1843, vengono adottati i primi diritti di extraterritorialità (i sudditi britannici sono sottratti alla giurisdizione cinese) e la clausola della nazione più favorita (qualsiasi vantaggio accordato ad altre nazioni sarà automaticamente esteso alla Gran Bretagna).

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 507

Problemi monetari

I conflitti provocati dal contrabbando della droga e gli effetti immediati delle importazioni di oppio, il cui volume non fa che crescere dal 1820 sino alla vigilia della guerra cino-giapponese del 1894, non devono far dimenticare la loro azione meno visibile e nondimeno molto profonda sull’economia e sulla moneta cinesi.

La storia dell’argento nell’Asia orientale non ha ancora costituito oggetto di studi approfonditi. Tuttavia, l’uso di tale metallo come mezzo di pagamento, che è durato in Cina anche in piena epoca repubblicana (1912-49), è senza dubbio uno dei fattori principali del deperimento dell’economia cinese a partire dal momento in cui tale economia si ètrovata in competizione con quelle a moneta aurea, divenendone sempre più dipendente. Mentre l’attrazione esercitata dall’oro sembra sia stata una delle cause determinanti delle grandi espansioni marittime dall’Europa fino all’India e all’America, la scarsezza di questo metallo nell’Asia orientale, salvo che in Giappone, e indubbiamente anche una nozione di valore specifica del mondo cinese, la prevalenza in Cina dell’economia di stato su quella mercantile spiegano perché non si sia manifestata in questo paese una bramosia di metalli preziosi. Nella misura in cui era relativamente abbondante e di valore stabile, a differenza della moneta di carta, l’argento si è imposto in Cina come mezzo di pagamento parallelamente alle monete di rame. Il suo impiego diviene generale nei secoli XV-XVI e le importazioni provenienti dall’America accrescono il volume d’argento in circolazione nel Guangdong e nel Fujian durante la seconda metà del xvi secolo. Verso il 1564, il dollaro o peso d’argento messicano, fuso in grandi quahtità nell’America centrale e nell’America latina, fa la sua apparizione a Canton e a Fuzhou e il suo uso resterà in vigore fino all’epoca contemporanea.

Se la massa d’argento è aumentata, dimostrando l’arricchimento costante della Cina tra la fine del xvi secolo e la fine del XVIII, il valore di tale metallo ha tuttavia continuato a diminuire in rapporto a quello dell’oro. Mentre alla fine del XVI secolo l’argento conserva ancora l’alto valore avuto per tutto il periodo in cui il Giappone è stato nell’Asia orientale il principale esportatore di metalli preziosi (il rapporto oro argento è in quel momento di uno a quattro), a partire dal 1575 circa esso comincia a svalutarsi. Nel 1635, il liang d’oro vale già dieci liang d’argento. Il capovolgimento della bilancia commerciale della Cina verso gli anni 1820-25 coincide con l’inizio, sul mercato internazionale, di un nuovo deprezzamento dèll’argento che precipita in seguito all’adozione del gold standard da parte delle potenze occidentali nella seconda metà del xix secolo, nel momento stesso in cui l’economia cinese è più duramente colpita dalla loro concorre commerciale, come pure dalle indennità di guerra impostele dai suoi ag ressori. Nel 1887, il liang di argento vale un dollaro e venti. Nel 1902, arrà soltanto 0,62.

Nello stesso tempo in cui la sua monet si deprezza sul mercato mondiale, l’argento prosegue la propria fuga dalla Cina in grandi quantità nel corso del XIX secolo. Malgrado un ribasso del prezzo dell’oppio (la cassa venduta a un prezzo variabile fra i mille e i duemila dollari messicani nel 1821 non vale più di settecento mille dollari dopo il 1838), il valore dell’argento, le cui esportazioni non accennano a diminuire, sale in Cina a detrimento della moneta di rame: prima del 1820, un liang (36 grammi circa) d’argento vale iooo monete di rame circa; nel 1827, ne vale 1300; nel 1838 1600; nel 1845 2200 o più.

Tale aumento del prezzo dell’argento causa un grave pregiudizio alle classi più povere che formano la grande maggioranza della popolazione cinese, poiché sono esse a detenere la maggior parte dei sapechi di rame mentre le loro imposte sono calcolate sulla base della moneta d’argento.

Da tali indicazioni molto sommarie, emerge una conclusione generale e provvisoria: cosi come il bimetallismo argento-rame ha avuto l’effetto, nella Cina stessa, di aggravare le condizioni delle classi più disagiate, il bimetallismo mondiale dell’oro e dell’argento ha contribuito a rovinare l’economia cinese nel corso del XIX secolo. Questi meccanismi monetari hanno aggravato la recessione economica che è un carattere distintivo della prima metà del XIX secolo e contribuito in tal modo a provocare le terribili sollevazioni che hanno inizio intorno all’anno 1850.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 508

Le conseguenze della ribellione dei Taiping

Zuo Zongtang opera una lenta e regolare riconquista delle due province del nord-ovest. La marcia verso l’ovest avanza fra terribili massacri e distruzioni. Lo Shenxi è interamente pacificato alla fine del 1869. Nel 1871, le armate di Zuo Zongtang avanzano verso il Gansu centrale. Nel 1872, Zuo prende stanza a Lanzhou, la capitale provinciale. Infine, la presa di Suzhou (l’antico e attuale Jiuquan, nel Gansu occidentale) dopo un lungo assedio segna, se non un completo ritorno alla calma (l’agitazione continuerà fino al 1877), almeno la fine di una grave minaccia contro quelle regioni.

Da Suzhou, divenuta sede del suo quartier generale, Zuo Zongtang proseguirà le operazioni in direzione di Hami, dove si è rifugiata una parte degli antichi ribelli del Gansu, investendo l’insieme dei Nuovi Territori (Xinjiang) la cui secessione risaliva al 1862.  Malgrado l’opposizione di una parte del governo, Zuo Zongtang riesce ad ottenere un prestito dalle banche straniere e ad organizzare una spedizione. Egli trionferà sul suo temibile nemico nel corso degli anni 1876 e 1877. Al principio del 1878, l’intero Xinjiang è pacificato e questo notevole successo militare ridà fiducia ai patrioti estremisti che rifiutano qualsiasi compromesso con gli stranieri.

Poco è mancato che l’impero dei Qing scomparisse. Tutte le condizioni concorrevano a tale eventualità e l’idea tradizionale di una restaurazione di questo Impero nel corso dell’era Tongzhi (1862-75) risponde in larga misura alla realtà: la frattura è profonda fra la Cina che precedette la ribellione dei Taiping e quella che doveva seguire. L’economia, le finanze, i gruppi politici, la ripartizione delle forze nell’impero, il clima morale e intellettuale sono completamente diversi da un’epoca all’altra.

Tra gli effetti più immediati, vi fu l’enorme perdita di sostanze e di ricchezze provocata dagli accaniti combattimenti fra gli insorti e le armate inviate a reprimerli, dai massacri generalizzati e dalle distruzioni sistematiche. Le perdite in vite umane non hanno nella storia precedenti di questa vastità. L’intera zona ricca e popolata, celebre per le sue industrie e i suoi centri intellettuali, che si estende dai pressi di Nanchino fino alla regione del lago Taihu e di Hangzhou, è stata completamente devastata. In molte località, le tracce lasciate dalla tragedia non saranno cancellate neppure cinquant’anni dopo. Si ignora la cifra esatta dei morti, ma le valutazioni più ragionevoli variano fra i venti e i trenta milioni di uomini. Si dice che più della metà della popolazione dello Yunnan sia scomparsa durante la repressione delle sollevazioni musulmane. Nello Shenxi e nel Gansu, si stima che il numero delle vittime sia stato di vari milioni e che nel Guizhou si sia aggirato attorno ai cinque milioni. In tutte le zone di combattimento, il vuoto sarà lentamente colmato soltanto nel corso della seconda metà del XIX secolo. Cosi nel medio e nel basso Yangzi saranno gli emigrati del Henan, del Hubei, del Hunan, del nord del Jiangsu e della regione che si estende fra Shaoxing e Ningbo nello Zhejiang a ripopolare questa parte della Cina, un tempo la più attiva e evoluta.

Priorità della restaurazione agraria

Questo enorme salasso ha senza dubbio ridotto la pressione demografica e sollevato sul momento un’economia rurale che soffriva duramente della mancanza di terre. Tuttavia la restaurazione dell’economia rurale è stata giudicata prioritaria subito dopo le distruzioni e i massacri. Tutti gli sforzi furono quindi consacrati a tale scopo prima ancora che si potesse pensare all’ammodernamento dell’industria. Bisognava innanzitutto dare da vivere a una massa errante e affamata di contadini e al gran numero di soldati licenziati, riattivare le terre, ricostruire le città, gli argini dei fiumi, i serbatoi, i granai, anticipare ai nuovi coloni il capitale agricolo indispensabile (semenze, strumenti e animali da lavoro) e alleviare al massimo gli oneri del ceto contadino. Si ritiene che nell’era Tongzhi le imposte agrarie siano state ridotte in media del 30 per cento.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 525

Il trionfo del marxismo

Hu Shi vede nella tradizione cinese secondo cui i desideri devono adattarsi alle neccssità economiche e sociali, una forma superiore di umanesimo, coni rapposta sia all’esaltazione dei desideri, tipica a suo giudizio della dviltà occidentale sia all’eccesso inverso, caratteristico del mondo indiano, Ie cui tradizioni mirano all’annientamento del proprio io e all’abolizione dei desideri. Ma tali controversie accademiche cedono ben presto i] po>to a un contrasto assai più rilevante fra rivoluzionari e universitari puri. Nel i 928 Hu Shi, la cui influenza era stata predominante fin dal 1917, risulta ormai sorpassato. Il suo posto viene preso da Guo Muruo (nato nel 1892), uno dei primi convertitisi al marxismo.

La grande scoperta, quella che mette in relazione l’oppressione subita dalla Cina, paese semicolonizzato, con il sistema capitalistico generatore dell’imperialismo, avviene negli anni i 919-20. E’ opera di un piccolo gruppo d’intellettuali, i cui esponenti sono Chen Duxiu e Li Dazhao (1889-1927). Il segreto per comprendere la storia particolare del mondo cinese sin dai primi attacchi della guerra dell’oppio è fornito da un’interpretazione generale della storia dell’umanità. La Cina ritrova quel senso universale che aveva smarrito con la rovina della sua etica e delle sue concezioni tradizionali. Le caratteristiche dei paesi capitalistici e imperialistici — culto dell’individuo, intolleranza religiosa, ricerca del profitto fine a se stesso, libera impresa — assumono una nuova luce, e con queste le ragioni della loro antinomia con le tendenze di fondo del mondo cinese. Non vi è dubbio che numerose affinità spieghino il fascino esercitato molto rapidamente in Cina dal marxismo. Negando ogni realtà trascendente esso sembra ricongiungersi con una delle costanti del pensiero cinese. La teoria dei cinque stadi che, per effetto di una dialettica socioeconomica, conducono l’umanità dal comunismo primitivo al socialismo dell’avvenire, richiama le visioni escatologiche della « grande armonia » (datong) della scuola del Gongyang illustrata da Kang Yowei in epoca non molto remota. Tale teoria rievoca inoltre certe concezioni storiche dei filosofi cinesi del xvii secolo, la cui influenza non è mai venuta meno. L’abolizione della proprietà privata, applicata dai Taiping verso la metà del XIX secolo, corrisponde a una delle aspirazioni di fondo della tradizione rivoluzionaria cinese e si riallaccia a certe tradizioni statalistiche più antiche. Tra tutte le filosofie occidentali, il marxismo è indubbiamente la meno lontana dagli orientamenti generali del pensiero cinese. Da parte sua, il comunismo lascia intravedere una possibilità d’azione e fornisce un modello di organizzazione rivoluzionaria analogo a quello delle società segrete della Cina.

Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 616

Google
 
Web www.ilpalo.com