ANTONIO
Ghirelli “Tiranni”
Stalin riteneva che ciò dovesse essere fatto nell’interesse del partito,
delle masse lavoratrici, in nome della difesa delle conquiste rivoluzionarie.
In questo sta l’essenza della tragedia
Chruscev
aveva osservato: «Non possiamo dire che il suo sia stato l’operato
di un despota folle. Stalin riteneva che ciò dovesse essere fatto nell’interesse
del partito, delle masse lavoratrici, in nome della difesa delle conquiste
rivoluzionarie. In questo sta l’essenza della tragedia».
Una
sua biografa, Lilly Marcou, non ostile in linea di massima al personaggio,
ha tuttavia osservato: «Stalin vive, si nutre e si circonda di astrazioni.
Anche la morte era un’astrazione? L’innocenza di quelli che faceva uccidere
o spediva nei gulag non lo turbava minimamente. Il numero delle vittime
sacrificate alla realizzazione del sogno era solo una questione di statistica.
Non fu lui a dire: “Una morte è una tragedia: un milione di morti sono
solo una statistica”?». E un osservatore obiettivo e sagace come il
generale De Gaulle, incontrandolo durante la guerra, ne colse l’intima
essenza psicologica: «Era un comunista vestito da maresciallo, un dittatore
ammantato della sua astuzia, un conquistatore bonario che si dava da
fare per ingannare la gente. Ma la sua passione era talmente aspra da
fare capolino comunque, non senza una sorta di tenebroso fascino».
Forse
nessuno come Iosif Visarionoviè, animato da quella passione, ha creduto
nello slogan secondo cui il fine giustifica i mezzi. Ma, a parte ogni
considerazione di carattere morale, è un fatto che i mostruosi mezzi
utilizzati da Stalin hanno conseguito soltanto il fine della potenza
dell’Unione Sovietica, e non quello del successo della rivoluzione socialista.
Senza contare che la stessa Unione Sovietica, perduta la sfida planetana
con gli Stati Uniti, si è miseramente disintegrata insieme con il regime
a meno di quarant’anni dalla scomparsa del segretario generale.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 64
Stalin fa
fucilare senza processo 3 dei 5 marescialli dell’Unione Sovietica, 16
su 17 comandanti d’armata
Trovare
una spiegazione a questo secondo momento del «grande terrore» non è
facile. Alla vigilia di una guerra più che probabile con la
Germania e forse con il Giappone, Stalin fa fucilare
senza processo 3 dei 5 marescialli dell’Unione Sovietica, 16 su 17 comandanti
d’armata, 60 su 66 generali di corpo d’armata, 133 su 199 generali di
divisione, 221 su 397 generali di brigata, nonché quasi tutti gli ammiragli
della flotta e perfino la gran parte dei commissari politici del partito
e gli agenti della NKVD infiltrati tra i militari. Che possa sospettare
realmente della loro colpevolezza è da escludere. Le accuse sono state
per sua istigazione fabbricate da Ezov o suggerite indirettamente dalla
Gestapo che, messa sull’avviso dell’operazione e mirando a indebolire
l’Armata rossa, fa arrivare per vie traverse al Cremlino un falso carteggio
sull’immaginaria cospirazione tra Tuchaèevskij e i suoi colleghi tedeschi,
documenti che naturalmente la corte marziale prende per buoni. Tutto
sommato si può pensare che, nell’imminenza di un’aggressione hitleriana
che si annuncia micidiale, il segretario generale abbia inteso eliminare
un poderoso centro di potere, dal quale avrebbe potuto essere chiamato
a rispondere delle sconfitte iniziali. Con i capi supremi dell’Armata
rossa sono liquidati anche quasi tutti gli ufficiali che hanno maturato
preziose esperienze in Spagna e in Cina durante l’invasione giapponese.
L’operazione
parte, con una procedura fulminante, nel giugno del ‘37. Il giorno 15
si costituisce la corte marziale per giudicare i presunti traditori,
composta dai due marescialli superstiti, Budènnij e Bljucher, più cinque
generali di sicura obbedienza staliniana. Il12 luglio, a coronamento
di un dibattito segretissimo, si comunica ufficialmente che tutti gli
imputati sono stati passati per le armi.
Il
metodo è sempre quello: il capo dell’NKvD invia a Stalin una lista di
individui sospetti, precisando che la polizia sta effettuando ulteriori
indagini. Il dittatore restituisce immancabilmente l’elenco con questa
sbrigativa annotazione: «Lasciamo perdere le indagini. Arrestateli».
Né c’è settore della società sovietica sul quale non si sia abbattuta
la repressione: nel triennio 1936-39 il numero dei sovietici imprigionati,
deportati o giustiziati ammonterebbe a 4 o 5 milioni di individui, soltanto
il 10 per cento dei quali sarebbe riuscito a sopravvivere.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 47
Litvinov. Il ministro degli
Esteri ebreo
Il
realismo non esclude la paura, le oscillazioni, i passi falsi. Inizialmente,
fino alla primavera del 1939, Stalin pensa a un’azione comune con inglesi
e francesi nonostante il loro cedimento a Monaco, poi comincia a farsi
strada in lui la convinzione che, per prendere tempo, sia indispensabile
mettersi d’accordo in qualche modo con Hitler, nella speranza che fascisti
e capitalisti finiscano per distruggersi a vicenda. Va in questa direzione
la rinuncia al commissario agli Esteri Maksim Litvinov, che funzionava
con gli occidentali ma agli occhi dei nazisti ha l’imperdonabile torto
di essere ebreo e deve cedere perciò il posto al fidatissimo Vjaèeslav
Molotov, che di ebreo ha soltanto la moglie. Il cambio della guardia
va in scena il 3 maggio. Ci vogliono tre mesi di paziente preparazione
prima di arrivare, il 23 agosto, a un incontro che stupirà il mondo
e indignerà molti comunisti stranieri: il vertice al Cremlino tra Molotov
e il suo omologo tedesco, l’ex piazzista di champagne Ribbentrop, latore
di una specie di ultimatum. Poiché il Fùhrer ha una fretta del diavolo
in vista dell’inizio dell’aggressione alla Polonia, i due ministri firmano
a tambur battente un trattato di non aggressione che comprende un codicillo
segreto nel quale le controparti si ripromettono di spartirsi il territorio
polacco, peraltro non ancora invaso, e di scambiarsi materie prime strategiche
e altri prodotti utili in caso di guerra. La cerimonia è onorata dalla
presenza del segretario generale, che brinda alla salute del Fuhrer
sottolineando amabilmente la popolarità di cui gode il cancelliere nella
nazione tedesca.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 60
Stalin fa concessioni all’esercito
russo dopo le sconfitte in Finlandia
Con
il secondo patto, sovietici e hitleriani si impegnano a «sincronizzare
l’azione» delle rispettive polizie nei territori occupati, nonché a
scambiarsi i detenuti, una clausola che Stalin interpreterà nel senso
di affidare alla cure della Gestapo comunisti tedeschi incarcerati per
i più svariati motivi politici nelle prigioni sovietiche, molti dei
quali ebrei. Si conviene altresì che l’uRss sgombererà i territori di
etnia polacca appena occupati ottenendo però in cambio la cessione della
Lituania, un onesto baratto grazie al quale Mosca completa il trittico
baltico in modo da tener distanti i tedeschi da quel tratto di frontiera.
Stalin
— sempre nell’intento di proteggere i confini del suo paese — lancia
un secco ultimatum alla Finlandia, intimandole di accettare la sorte
a cui si sono piegati lituani, estoni e lettoni. Non è una mossa felice.
Tra il dicembre 1939 e il marzo 1940, il piccolo esercito del maresciallo
Mannerheim oppone all’Armata rossa una resistenza talmente memorabile
da suscitare l’ammirazione di tutto il mondo civile inducendo lo stesso
Cremlino a concedere una pace dignitosa che ritocca il confine della
Finlandia con l’Urss, ma ne salvaguarda l’indipendenza. Le difficoltà
incontrate nella maldestra operazione suggeriscono qualche modifica
ai vertici dell’esercito, dove il giovane maresciallo Timosenko prende
il posto di Vorosilov, e qualche riforma formale tra cui la riesumazione
dei gradi, dei rituali e dei privilegi del vecchio esercito dei Romanov,
ma naturalmente sul momento la restaurazione protocollare non compensa,
in termini di efficienza, gli spaventosi vuoti aperti dalla «purga».
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 51
In quattro, terribili anni
del conflitto con i tedeschi, Stalin alterna momenti di smarrimento
a periodi di straordinaria energia, errori clamorosi a iniziative, intuizioni,
discorsi capaci di galvanizzare combattenti e popolo. All’indomani del
22 giugno è colto da una crisi di nervi durante una riunione alla Difesa,
la abbandona furioso e si rifugia nella dacia di Kuntsovo per restarvi
rinchiuso fino alla fine del mese. Quando però una delegazione del Politbjuro
va a scongiurarlo di tornare a Mosca riprende il controllo della situazione
rivolgendo ai russi il celebre appello radiofonico: «Compagni, cittadini,
fratelli e sorelle...». E l’inizio di una svolta storica perché da quell’istante
la difesa contro l’aggressione nazista diventa la «guerra patria», cadono
tutte le parole d’ordine rituali del lessico bolscevico, si rinuncia
perfino alla persecuzione della chiesa ortodossa mentre i nomi più gloriosi
della Russia zarista, a cominciare dai vincitori dei francesi nel 1812,
diventano la sacra memoria dei comandanti sovietici. Verso i generali
come Timosenko e Zukov, Stalin conserva inizialmente la proverbiale
diffidenza e la pretesa di sovrapporre alla loro competenza professionale
le sue personali vedute strategiche, tanto da attribuirsi l’incarico
di commissario alla Difesa e di comandante in capo delle Forze armate,
costringendo 2ukov, il solo collaboratore che osi tenergli testa, a
lasciare lo stato maggiore. Ma quando nell’estate del ‘42 la Wehrmacht
stringe d’assedio Leningrado, arrivando a soli cinquanta chilometri
da Mosca, e serra in una morsa Stalingrado (la sua vecchia Carycin),
allora richiama Zukov e si rassegna non solo a lasciare ai militari
la condotta delle operazioni ma anche a liquidare i commissari politici.
Il contributo di sacrifici e di sangue del popolo sovietico si traduce
nell’atroce bilancio di oltre 20 milioni di morti, 32 mila fabbriche
distrutte, 1700 città e 70 mila villaggi rasi al suolo, circa 100 mila
fattorie messe a ferro e fuoco dal nemico. Tra i morti c’è anche il
primo figlio di Stalin, ammazzato da una sentinella tedesca mentre tenta
la fuga da un campo di prigionia. In una città della Siberia settentrionale,
Noril’sk, si calcola siano morti 17 mila dei deportati accolti, proprio
come gli ebrei di Mauthausen e di Buchenwald, dal cordiale messaggio
degli agenti di polizia politica delegati alla loro custodia: «Voi siete
stati portati qui non per vivere ma per soffrire e morire. Se sopravviverete,
delle due l’una: o è perché lavorate meno del dovuto o è perché mangiate
più di quanto vi spetti».Le condizioni generali sono queste in tutti
i campi di lavoro forzato, ma naturalmente nelle località siberiane
più vicine al Circolo polare artico (la stessa area in cui è stato esiliato
in gioventù Stalin) l’asprezza del clima e dell’ambiente ne accentua
l’orrore.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 60
Le zie di Stalin al confino.
“Sapevano troppo e chiacchieravano troppo.”
La
repressione colpisce, in questo periodo, perfino i parenti e gli amici
più intimi del tiranno, ora succube anche degli infernali intrighi di
Berija oltre che delle proprie ossessioni. Nemmeno gli Svanidze, nemmeno
gli Alliluev, i familiari delle due mogli di cui è rimasto vedovo, sono
risparmiati da Stalin, che non esita a far arrestare e deportare perfino
Zenja, sua cognata, che pure è diventata da tempo la sua amante oltre
che la sua migliore amica, una donna talmente devota da credere in lui
perfino dopo l’ingiusta condanna. Alla figlia Svetlana che gli chiede
perché siano state arrestate le sue zie, il Maresciallo spiegherà: «Chiacchieravano
troppo. Sapevano troppo e chiacchieravano troppo. E questo giova ai
nemici».
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 61
Paulina Molotov, moglie
dell’ex ministro degli Esteri, viene spedita al confino
Con
gli amici e i parenti finiscono alla Lubjanka anche i loro congiunti,
alcuni dei quali di origine ebraica. Stalin non si è mai professato
antisemita, ma durante e dopo la guerra si è guardato bene dal denunciare
a chiare lettere l’Olocausto.
Nel corso di questa prima ondata di persecuzione antisemita anche Paulina
Molotov, moglie dell’ex ministro degli Esteri, viene spedita al confino,
senza che il vecchio bolscevico osi alzare la voce, neppure quando il
dittatore ordina bizzarramente ai due maturi sposi di divorziare.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 61
Stalin e i suoi medici ebrei.
Morirà senza il suo medico curante accanto
La
seconda ondata razzista accompagnerà gli ultimi anni di vita del Maresciallo.
La vecchia tigre ha ormai il fiato corto. Se n’è avuta una netta sensazione
nell’estate del 1952, quando si è tenuto a Mosca il XIX Congresso del
partito, un evento che Stalin è riuscito a procrastinare per tredici
anni sia perché sa benissimo di non avere più la forza di essere il
protagonista del dibattito, sia perché non ha mai creduto nella gestione
collegiale del potere. E infatti Malenkov a tenere la relazione principale
e l’emergente Chruscev quella organizzativa: il vodz si è accontentato
di pubblicare, qualche giorno prima, un saggio sui problemi economici
del socialismo in URSS, salutato come un evento epocale mentre non fa
che confermare il modesto livello scientifico dell’autore.
Che
sia stanco e malato, comunque, è tanto vero che dopo trent’anni rinuncia
alla carica di segretario generale del partito e ventila addirittura
il proposito di andare in pensione. Eppure ha ancora in serbo una sorpresa
delle sue: le disastrose condizioni di salute gli insinuano il sospetto
che siano dovute ai medici curanti della «nomenklatura», quasi tutti
ebrei i quali, per ordine della perfida organizzazione sionista, hanno
fatto morire anzitempo Zdanov e Serbakov e pensano di spedire anche
lui all’altro mondo. Ne acquista la certezza definitiva quando il professor
Vinogradov, dopo averlo visitato, gli consiglia di rinunciare a ogni
tipo di attività lavorativa. Scatta così la seconda ondata razzista.
Il Maresciallo mette da parte Berija, assume direttamente la guida dell’operazione
e, sulla base della falsa testimonianza imposta a una dottoressa del
Cremlino, ordina l’arresto di un gruppo dei più illustri clinici del
paese presentandoli sulla stampa, il 13 gennaio 1953, come «una banda
di belve», di assassini terroristi, che progettavano anche di accoppare
un paio di marescialli dell’Armata rossa. Ovviamente sono tutti rei
confessi e finirebbero certamente dinanzi a un plotone di esecuzione
se il loro celebre paziente non li precedesse all’inferno poche settimane
dopo la denuncia della presunta cospirazione.
Accade
nei primi giorni di marzo del 1953. Anche se si èparlato delle conseguenze
di un violento alterco che il Maresciallo avrebbe avuto con Vorosilov
sulla questione dei medici ebrei, sembra invece che sia rimasto vittima
semplicemente di un colpo apoplettico, da quel vecchio burocrate goloso,
incontinente e collerico che ha finito per diventare negli ultimi anni.
Dopo aver assistito la sera del 27 febbraio a un balletto nel teatro
Bolscioi e l’indomani a un film nel suo appartamento al Cremlino, ha
raggiunto la dacia di Kuntsovo insieme con un gruppo di collaboratori
e li ha intrattenuti per l’ultima delle sue cene, prolungate fino all’alba,
innaffiate di vino e rallegrate dalle lubriche storielle che gli ospiti
raccontano per il suo diletto. Poi ha mandato tutti a letto in città,
scomparendo a sua volta nella stanza della dacia in cui dorme.
A
questo punto, dal 10 al 5 marzo, tutto si svolge in un’atmosfera torbida
e allucinante nella quale Berija si riserva un ruolo demoniaco e Stalin
finisce per subire una tragica legge del contrappasso, se è vero che
il capo della polizia dilaziona fino all’ultimo l’intervento dei medici
puntando evidentemente sulla morte del dittatore per succedergli, mentre
il dittatore viene curato male dai medici finalmente sopraggiunti (dopo
12 o 14 ore perdute) perché tra loro manca, rinchiuso com’è alla Lubjanka
con i colleghi ebrei, il suo medico curante, Vinogradov, il solo che
conosca l’ammalato e sia in grado di intervenire a ragion veduta. Spaventate
alla sola idea di entrare nell’alloggio di Stalin senza essere chiamate,
le sue guardie del corpo hanno atteso dal mattino del 1° marzo fino
alle undici di sera prima di decidersi e scoprire con sbigottimento
il Maresciallo che è scivolato a terra, nella stanza da pranzo, accanto
al tavolo, i gomiti disperatamente puntati sul pavimento nel vano tentativo
di rialzarsi. E cosciente ma non parla. Da quel momento, pur prodigando
al vodz tutte le attenzioni possibili, vedono arrivare i medici
solo l’indomani mattina, dopo che Berija si è appena affacciato in compagnia
di Malenkov sulla soglia e ha intimato di non parlare con nessuno perché,
secondo lui, Stalin sta solo dormendo e non deve essere disturbato.
Dal
canto loro i medici non hanno potuto far altro che constatare l’emorragia
cerebrale da cui è stato colpito il Maresciallo e tentare rimedi di
routine come l’applicazione di sanguisughe, le iniezioni di canfora
e l’ossigeno per aiutarlo a respirare. L’agonia è lunga e straziante.
Avvisati incredibilmente soltanto all’ultimo momento, i figli arrivano
stravolti a Kuntsovo: Svetlana si precipita al capezzale del moribondo,
singhiozzando, stringendogli forte le mani e tentando di farsi riconoscere;
Vasilij è completamente ubriaco e, informato dalla servitù del ritardo
sicuramente provocato da Berija, dà in escandescenze urlando: «Farabutti,
avete ammazzato mio padre!». Continuerà ad affermare, una volta rientrato
a Mosca, che hanno avvelenato Stalin e, a funerali avvenuti, sarà arrestato
e condannato a otto anni di reclusione.
Il Maresciallo muore il 5 marzo. La notizia viene data al popolo sovietico,
via radio, alle 4 del mattino dell’indomani e il giorno 7, dopo l’esposizione
della salma nella sala delle Colonne nel palazzo dei Sindacati, sono
celebrati, al suono dell’Eroica di Beethoven, i solenni funerali.
La folla dei cittadini che vogliono rendere omaggio al defunto è tale
che nella ressa restano uccise 400 persone: sono le ultime vittime di
Stalin, la cui scomparsa viene salutata tuttavia dai comunisti di tutto
il mondo e non solo con profonda emozione. Il cadavere, debitamente
imbalsamato, verrà tumulato nel mausoleo della piazza Rossa accanto
alla mummia di Lenin e vi resterà fino al giorno della dissacrazione
che segue il rapporto segreto tenuto da Chruscev al XX Congresso.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 63
Può
darsi che l’allergia alla tolleranza e al cosmopolitismo propri dell’impero
asburgico abbia indotto nel 1913 il figlio di Alois Hitler a emigrare
in Baviera, dove l’anno seguente è sorpreso dallo scoppio della Prima
guerra mondiale. Il mancato pittore è un buon soldato: volontario in
un reggimento bavarese si comporta valorosamente, è decorato e rimane
due volte ferito, la seconda volta nel 1918, allorché è quasi accecato
a Ypres, in Belgio, dai gas asfissianti. La partecipazione alla guerra
ha suscitato in lui la più totale adesione rafforzando la sua fede nella
grande Germania.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 85
Come prende il potere Hitler:
Le leggi speciali Un misterioso incendio distrugge gran parte del Reichstag.
I nazisti colgono al volo l’occasione: la Gestapo, la polizia politica
creata da Gòring, mette le mani su un olandese mentecatto, tale Marinus
Van der Lubbe, e lo accusa di aver appiccato il fuoco al Parlamento
su commissione di tre dirigenti comunisti bulgari presenti a Berlino,
tra cui il famoso Dimitrov, che in futuro sarebbe diventato segretario
del Comintern. Si tratti di un’abile montatura o dello sfruttamento
di un gesto individuale, sta di fatto che una magistratura ancora indipendente
condanna a morte il povero olandese ma assolve clamorosamente Dimitrov
e i suoi compagni, che a Mosca sono salutati come intrepidi eroi. In
Germania, invece, agitando lo spauracchio del terrorismo comunista,
la Gestapo sbatte in galera
migliaia tra dirigenti, militanti e intellettuali dell’estrema sinistra,
mentre si vara un altro decreto-catenaccio che dovrebbe neutralizzare
un presunto «tradimento» del popolo tedesco, ma in pratica abolisce
lo stato di diritto e con esso il segreto postale e telefonico, la libertà
di stampa e di associazione, nonché tutte le garanzie della difesa per
i detenuti politici, destinati a finire in gran parte nei campi di concentramento
dove le condizioni di lavoro e di vita sono già disumane.
A questo punto Hitler si aspetta che le elezioni del 5 marzo gli assicurino
la maggioranza assoluta e, dal momento che ottiene soltanto il 44 per
cento dei voti, perfeziona personalmente il risultato con un discorso
molto esplicito, pronunciato alla presenza di tutti i padri della patria,
in occasione dell’inaugurazione del nuovo Reichstag. Il succo del discorso
è che da questo momento in poi non è più il Parlamento che fa le leggi
ma il governo, sulla base di un ennesimo decreto che mira (non senza
involontario umorismo) a eliminare «le sofferenze del popolo e del Reich»,
assegnando al cancelliere la facoltà di modificare la Costituzione, come si
affretta del resto a fare, sciogliendo i governi regionali e sopprimendo
tutti i partiti tranne il suo. Finalmente il 10 maggio, con un tocco
di perfidia, adotta a sorpresa la festa proletaria come «giornata del
lavoro» ma all’indomani liquida le leghe sindacali, ne fa arrestare
e deportare i capi, proibisce i contratti collettivi e il diritto di
sciopero. La notte cala così sulla Germania di Weimar. E tuttavia, anche
se ha realizzato il colpo di stato con fulminea efficacia, prima di
affrontare la seconda parte del programma, ossia la guerra contro i
vincitori di Versailles e contro il Cremlino, il Fùhrer si preoccupa
di consolidare definitivamente i rapporti con i due grandi e indispensabili
alleati, gli imprenditori e generali. Per riuscirvi deve liberare il
campo dagli ultimi equivoci che si annidano nello stesso movimento nazionalsocialista,
dove la sinistra gli rimprovera un’eccessiva acquiescenza nei confronti
della grande industria e in particolare il maggiore Ròhm e gli altri
capi delle SA sognano di trasf orma-re i reparti d’assalto in una milizia
capace di emarginare l’esercito e i suoi sprezzanti generali. Si arriva
così all’estate del 1934.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori, pag. 88
Hitler entra in un movimento
che parte da zero o quasi, una situazione ideale per un personaggio
come lui, energico e ambizioso
La
sera del 12 settembre 1919 il futuro cancelliere del Terzo Reich partecipa
a una riunione di camerati in una birreria alla periferia di Monaco
e si rende facilmente conto che in pratica il movimento parte da zero
o quasi, una situazione ideale per un personaggio come lui, energico,
ambizioso e illimitatamente fiducioso nelle proprie possibilità.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 85
La «notte dei lunghi coltelli»
Alle
due di notte del 30 giugno Hitler accompagnato da Goebbels salta su
un aereo per raggiungere Badtwiessee, la località sul lago di Tegern
dove sa che Ròhm e il suo stato maggiore sono riuniti all’albergo Hanselbauer.
In realtà i capi dei reparti d’assalto hanno consumato un’orgia sfrenata
e i molti omosessuali che fanno parte dello stato maggiore sono in compagnia
di giovani partner. Sta albeggiando sulle acque del lago quando arriva
all’albergo un lungo convoglio di auto su cui, insieme con il Fùhrer
e il ministro della Propaganda, viaggiano un reparto di Ss armato fino
ai denti e un gruppo di veterani bavaresi del partito. Immersi nel sonno
o ancora avvinghiati ai loro amanti, i capi delle SA non hanno predisposto
nemmeno un servizio di guardia: «Di colpo si spalancano le porte delle
camere, si odono grida di gente colta in atteggiamenti inequivocaboli,
molti non capiscono cosa stia succedendo, altri scendono dal letto seminudi
e tentano di scappare».
E
una scena da vaudeville che avrà un finale da tragedia. Le SS
afferrano i loro vecchi compari e li trascinano tutti nel cortile dell’albergo
dove fucilano su due piedi il vicecomandante Heines e il suo ganimede
mentre Ròhm e gli altri vengono caricati sulle auto e trasportati in
prigione a Monaco. Sul tavolo della cella dove è stato sistemato Ròhm
due ufficiali delle ss lasciano una pistola col sottinteso che il Fùhrer
gli chiede di suggellare da uomo d’onore la sua turpe vicenda, ma il
comandante delle SA rifiuta di farlo: «Se devo essere ucciso» risponde
«sia Adolf a farlo». Nondimeno Adolf è molto lontano quando i due ufficiali
delle SS tornano nella cella: «Lui si alza in piedi nudo fino alla cintola,
madido di sudore e scatta sull’attenti. Vorrebbe dire qualcosa, fa per
aprire la bocca, ma uno dei due assassini lo ferma con un gesto. Lo
fulminano mentre li guarda con disprezzo».
Liquidato
il vertice dei reparti d’assalto, si regolano tutti gli altri conti
in sospeso. Affiancato da Himmler e dai capi dell’esercito, dirige l’operazione
dal suo ufficio di Berlino il «boss» della Prussia Gòring, al quale
il Fùhrer ha ordinato di «spazzare via senza pietà questi bubboni».
Se 84 SA finiscono al muro e centinaia di loro camerati sono gettati
in galera, anche l’ex cancelliere e generale von Schleicher e il suo
collega von Bredow, uomo di von Papen, sono abbattuti insieme con padrt
Stempfle, razzista arrabbiato ma reo agli occhi del Fùhrer di aver diffuso
voci calunniose sul suo rapporto incestuoso con la nipote, Geli Raubal.
Cadono altresì sotto il piombo delle ss il capo dell’Azione cattolica
Erich Klausener e Gregor Strasser, l’uomo più pericoloso e determinato
della sinistra nazista.
I
morti ammazzati nella «notte dei lunghi coltelli» oscillano tra i 400
e i 1000, alcuni dei quali trucidati in circostanze particolarmente
angosciose. Per esempio Ernst, il comandante dei reparti d’assalto di
Berlino famoso per aver incendiato il Reichstag addossandone la colpa
ai comunisti, è sorpreso dagli assassini mentre è in viaggio di nozze
a Brema. Lasciata la moglie in un lago di sangue è tradotto in volo
dalle ss a Berlino e qui piazzato davanti al plotone d’esecuzione perché
muoia «da vivo», rito al quale egli adempie da buon nazista al grido
di «Heil Hitler!».
La «notte dei lunghi coltelli» incontra la calorosa approvazione del
presidente Hindenburg, dei capi della Reichswehr e dei grandi industriali:
quando il Fùhrer offre un sontuoso ricevimento nei giardini della Cancelleria
per chiudere l’operazione, tutta la buona società berlinese partecipa
alla brillante serata.
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 91
Hitler Mussolini e l’annessione
dell’Austria. Un dittatore è in divisa, l’altro no
Non
si tratta, però, di un’impresa facile, almeno non nell’immediato. All’inizio
del 1934 l’Austria è governata da un regime conservatore molto vicino
al fascismo italiano, soprattutto per la sua ispirazione antisocialista,
e altrettanto diffidente verso Berlino. Il cancelliere Engelbert Dollfuss,
un cattolico di breve statura e di tempra tenace, è alleato e amico
personale di Mussolini che nella regione danubiana ha bisogno della
sua simpatia e di quella degli ungheresi per bilanciare l’influenza
della Francia, ancorata alla Iugoslavia nella Piccola Intesa. Il Duce,
insomma, ha serie ragioni per nutrire scarso entusiasmo nei confronti
del cancelliere tedesco.
Il
17 febbraio 1934 l’Agenzia Stefani rende nota una dichiarazione concordata
tra i governi di Roma, Parigi e Londra a tutela dell’indipendenza dell’Austria:
un fulmine a ciel sereno che non rallegra certo Hitler ma gli suggerisce
di stringere i tempi per l’incontro con Mussolini richiesto inutilmente
da mesi. Lo ottiene, finalmente, per la metà di giugno e non a Roma,
dove sperava di essere ricevuto in pompa magna, ma a Stra sul Brenta.
È il pomeriggio del giorno 14 quando i due uomini del destino si incontrano:
fa un gran caldo, i condizionatori d’aria non esistono ancora, sulla
laguna grava un’aria pesante di scirocco. I gerarchi fascisti si aspettano
che dall’aereo in arrivo a San Nicolò del Lido scenda un possente guerriero
ariano agghindato come il Duce che sta aspettando lo Junker da trasporto
nell’uniforme da caporale d’onore della Milizia, il colbacco nero con
l’aquila imperiale, gli stivaloni, primo di una fila di eccellenze,
consoli, generali e centurioni in uniforme con cinturone e pugnale,
meno aggressivi nella variante estiva della divisa in lino bianco. Sulla
scaletta dell’apparecchio si profila invece la sagoma di un signore
sulla quarantina, dall’apparenza di funzionario statale, con l’impermeabile
chiaro stretto in vita dalla cintura e un cappello floscio in mano.
Gli astanti sono colpiti anche dal ciuffo di capelli che l’ospite porta
incollato sulla fronte e dai curiosi baffetti appena accennati sotto
il naso. Scambio di saluti romani tra i due dittatori estremamente imbarazzati,
poi Hitler viene presentato allo stuolo dei gerarchi, cui porge la mano
inchinandosi correttamente. Esaurita questa cerimonia preliminare, che
forse Charlie Chaplin avrà gustato più tardi a Los Angeles nella versione
del cinegiornale Luce, Hitler e il suo interlocutore raggiungono in
motoscafo villa Pisani di Stra, per trasferirsi all’indomani, dopo una
notte insonne per colpa delle zanzare, agli Alberoni di Venezia.
I colloqui non vanno bene. Hitler si abbandona alla sua alluvionale
eloquenza con un tono monotono che concilia il sonno, ma rimane estremamente
elusivo rispetto all’argomento che sta più a cuore al Duce, le sue intenzioni
sul futuro dell’Austria. A sua volta Mussolini si ostina a parlare in
tedesco, lingua che conosce approssimativamente e che scandisce con
lentezza come fa naturalmente chi cerca le parole. A tavola va peggio,
perché Mussolini sudando e sbuffando tiene a bada con una dieta severa
la sua presunta ulcera e l’austriaco trangugia prudentemente la sua
minestrina effondend osi in elogi «al più grande statista del mondo».
In realtà il Duce è preoccupato per la rivista militare organizzata
per l’ospite che infatti qualcuno, più tardi, ricorderà come «una sgangherata
sfilata di soldati malvestiti, una specie di scampagnata di fattorini
in libera uscita».
La visita alla Biennale d’Arte e il concerto serale al palazzo Ducale,
nella seconda giornata dell’incontro, accentuano la noia e il malumore
di Mussolini, che a quattr’occhi, ripete un paio di volte al Fùhrer:
«Noi vogliamo che l’Austria resti l’Austria», ma probabilmente Hitler
non fa troppo caso a questa perentoria affermazione, anche perché è
stato già raggiunto dai messaggi di Gòring che gli prospetta come imminente
quel tentativo di golpe delle SA che al ritorno in Germania coglierà
a pretesto per scatenare la sua notte di san Bartolomeo.
Una volta rientrato a Roma, il Duce confiderà a donna Rachele che l’austriaco
gli è sembrato «un violento, un uomo incapace di controllarsi e, soprattutto,
più testardo che intelligente». E allorché qualche giorno dopo apprende
della strage allestita dal Fùhrer, commenta allibito con la sorella
Edvige: «Ma di quale ferocia è capace questo Attila redivivo? E quelli
che ha ucciso, erano i suoi più arditi collaboratori! Come se io arrivassi
a uccidere di mia mano Balbo, Grandi e Bottai».
Ghirelli A., “Tiranni”, Mondadori,
pag. 95
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