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La grande storia della prima guerra mondiale

Fraternizzazione

Alla fine del 1915, le condizioni di vita dei soldati nelle trincee sul fronte occidentale erano atroci. Così le descrisse, nell’immediato dopoguerra, un ex corrispondente dal fronte, Philip Gibbs, nel suo libro Realities of War: «I nostri uomini non erano mai all’asciutto, né in trincea né nei rifugi. Dormivano nelle divise fradice, con gli stivali pieni d’acqua, bevevano tè e pioggia, mangiavano rancio e fango, sopportavano tutto con la filosofia dello “stringi i denti e tieni duro!” e ridevano, come li ho sentiti fare io stesso in quei luoghi, fra un’imprecazione e l’altra». Non avevano ancora finito di svuotare dell’acqua le trincee dopo un temporale, ed ecco arrivarne un altro a disfare l’opera appena compiuta: «I parapetti cedevano, l’acqua si rovesciava all’interno e si aprivano varchi attraverso cui potevano sparare i cannoni tedeschi. Era più difficile ripararsi dallo shrapnel che si mescolava alla pioggia e dalle bombe ad alto esplosivo che si schiantavano in mezzo al fango».

Per tutto il mese di novembre continuò a piovere con tale intensità che in molte trincee l’acqua arrivava al ginocchio, in qualche caso fino alla cintola. Gibbs ricordò che, in un settore del fronte, i tedeschi, «non potendone più dei disagi, si issarono faticosamente sui parapetti scivolosi e si sedettero ad asciugare le gambe, gridando:

“Non sparate! Non sparate!”. I nostri non spararono. Si sedettero anch’essi ad asciugare le gambe, sorridendo alle “formiche” grigie sedute di fronte, finché questi episodi non vennero riferiti al quartier generale — dove nel camino scoppiettava un bel fuoco, sotto un tetto asciutto — e furono diramati ordini severissimi contro la “fraternizzazione”. Bisognava sparare su qualsiasi tedesco comparisse alla vista.

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 270

Quell’inverno si verificò un episodio che corse di bocca in bocca per tutto il fronte occidentale. Su un parapetto, raccontò Gibbs, «venne issata una tavoletta di legno su cui qualcuno aveva scritto con grafia incerta “Gli inglesi sono stupidi!”. “Glielo faccio vedere io, se siamo stupidi” disse un sergente, e nel giro di qualche minuto la tavoLetta fu crivellata di colpi. Ne comparve un’altra con la scritta “I francesi sono stupidi!”. La lealtà verso gli Alleati fece sì che anche quella venisse distrutta. Venne allora issata una terza tavoletta: “Siamo tutti stupidi. Torniamocene a casa!”. Anche questa fu ridotta in frantumi, ma il messaggio suscitò ilarità. I soldati, ripetendolo, dicevano: “C’è vero in quelle parole. Perché continuare? Per che cosa? Che vengano qui i vecchi che la guerra l’hanno voluta e se la vedano fra loro. I soldati, in realtà, non hanno ragione di litigare. Vogliamo tutti tornare a casa, dalle nostre mogli e al nostro lavoro”.

Ma nessuno era disposto a “tornare a casa” per primo. Frano tutti in trappola, una trappola infernale che non lasciava via di scampo».

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 270

In quei mesi invernali un altro tormento venne ad aggiungersi a dei pidocchi e dei topi: il cosiddetto «piede da trincea». «Gli uomini che stavano nel fango per giorni e notti, calzando stivali da campo o fasce, persero qualsiasi sensibilità alle estremità. I loro piedi, così freddi e bagnati, cominciarono a gonfiarsi, a diventare come morti, poi all’improvviso a bruciare come se fossero stati sfiorati da un ferro rovente. Quando arrivava il cambio, decine e decine di uomini non erano più in grado di camminare ed erano costretti a procedere carponi, o dovevano essere trasportati a spalla dai compagni. Ridotti in queste condizioni ne ho visti centinaia e, a mano a mano che procedeva l’inverno, migliaia.» Molti battaglioni persero più uomini per questa ragione che per le ferite. «I generali di brigata e di divisione erano di umore nero e imprecavano contro il nuovo flagello che affliggeva i loro soldati. Alcuni sostenevano che era pura trascuratezza, altri erano inclini a ritenere che lo facessero apposta, visto che erano in molti a farsi saltare le dita delle mani o dei piedi pur di andarsene dalle trincee. Eppure non avevano l’aria dei simulatori i ragazzi trasportati a spalla fino ai treni ospedale fermi al raccordo di Rémy, vicino a Poperinge, con i piedi rovinati e avvolti in spessi strati di cotone idrofilo. Il dolore era insopportabile, analogo a quello provato dalle streghe sul rogo. In un battaglione della 49° divisione, la West Riding, quell’inverno del 1915 si verificarono più di quattrocento casi del genere.»

Venne infine trovata una cura: strofinare i piedi con olio due o tre volte al giorno. Ma finché il male imperversò, si affievolì la capacità combattiva dei battaglioni.

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 272

La tregua natalizia «scoppiata» spontaneamente sul fronte occidentale nel 1914 non ebbe una replica nel 1915. «Quest’anno non si deve permettere che accada nulla del genere nel settore della nostra divisione» fu comunicato a una brigata di fanteria inglese cinque giorni prima che cominciassero le feste. «L’artiglieria manterrà sotto tiro non intenso le trincee avverse a partire dall’alba e, come ogni giorno, qualsiasi occasione sarà buona per infliggere perdite al nemico ogni volta che qualcuno si esporrà.»

La vigilia di Natale, nei pressi di Wulvergem i tedeschi innalzarono sul parapetto della prima linea un albero illuminato dalle candeline. «Per qualche istante le fiammelle ondeggiarono incerte nell’oscurità, finché un ufficiale inglese non ordinò di sparare a volontà e l’albero fu distrutto.»

Il giorno di Natale non fu diverso. «Salutammo l’alba che si levava con cinque scariche veloci e continuammo a sparare qualche colo per tutto il giorno» annotò il caporale D.A. Pankhurst della regia artiglieria. «Erano quelli gli ordini. Alcune batterie lanciarono fino a trecento granate. Era il regalo per Fritz, dicevano. Ma sono convinto lo scopo fosse di impedire ai soldati di fraternizzare.»

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 273

Il sistema dei convogli

L’ammiragliato britannico aveva continuato per più di tre anni a opporsi a tutte le richieste di adottare il sistema dei convogli, non volendo sottrarre navi da guerra alle rispettive flotte, nè rinunciare alla prospettiva, sia pure remota, di una grande battaglia navale. Ma i successi sempre più frequenti dei sommergibili tedeschi costrinsero il governo di Lloyd George a mutare rotta: tutte le navi mercantili che attraversavano l’Atlantico avrebbero viaggiato in gruppo e goduto della protezione navale. Un convoglio di navi mercantili — da 10 a 50 — che, all’occorrenza, includeva anche una nave per il trasporto truppe, poteva essere scortato per tutto il percorso da un incrociatore, 6 cacciatorpediniere, 11 motopescherecci armati e 2

torpediniere, dotati ciascuno di un pallone aerostatico dal quale gli osservatori scrutavano il mare per individuare tracce di sommergibile e scie di siluri.

Fu soltanto dopo l’introduzione del sistema dei convogli, avvenuta 24 maggio, che il numero delle navi affondate dai sommergibili teschi cominciò a diminuire. Il primo convoglio, salpato da Hampton, in Virginia, con rotta verso la Gran Bretagna, perse una sola nave mercantile, che era rimasta indietro. In giugno un convoglio di navi da carico attraversò indenne l’Atlantico. Del milione e 100.000 statunitensi che fra il 1917 e il novembre 1918 attraversarono soltanto 637 annegarono a causa dei sommergibili tedeschi.

Alla fine di maggio del 1917 furono allestiti altri sette punti di raccolta del naviglio che avrebbe viaggiato sotto scorta: Halifax, in va Scozia, per le navi provenienti dai Grandi Laghi e dal fiume Lorenzo; Panamà, per le navi provenienti dall’Australia e dalla Nuova Zelanda; Rio de Janeiro, per i rifornimenti argentini di viveri e cavalli, essenziali allo sforzo bellico inglese; Murmansk, per le forniture militari inviate alla Russia; Porto Said e Gibilterra, per il commercio e il trasporto di truppe provenienti dal Mediterraneo, dall’Asia orientale e dall’Oceano Indiano; e infine Dakar, sulla costa atlantica dell’Africa, per il commercio e i rifornimenti bellici provenienti dall’Africa orientale, dal Sudafrica e dall’Estremo Oriente.

La speranza tedesca di prendere per fame la Gran Bretagna era annullata.

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 401

Ammutinamenti

L’arrivo delle prime truppe americane coincise con un momento drammatico nel settore francese del fronte occidentale: le diserzioni sempre più numerose si erano trasformate il 27 maggio in un vero e proprio ammutinamento. Ben 30.000 soldati di prima linea avevano abbandonato le trincee e gli alloggiamenti delle riserve lungo lo Chemin-des-Dames, portandosi nelle retrovie. Poi, in quattro paesi dietro le linee, i soldati — incuranti degli ordini degli ufficiali — si erano impadroniti di alcuni edifici rifiutandosi di tornare al fronte. Il giorno seguente, alla stazione di Fère-en-Tardenois gli ammutinati presero il treno per Parigi, ma le vetture furono bloccate. Due giorni dopo, diverse centinaia di fanti non obbedirono all’ordine di andare nelle trincee di prima linea a dar manforte alle truppe franco-marocchine.

Il 10 giugno a Missy-aux-Bois un reggimento di fanteria francese si impadronì della città e nominò un «governo» pacifista. Per una settimana regnò il caos in tutto il settore francese del fronte: gli ammutinati si rifiutavano di tornare a combattere. Le autorità militari agirono con tempestività. Sotto il pugno di ferro di Pétain cominciarono gli arresti in massa e si insediarono le corti marziali. I tribunali militari giudicarono colpevoli di ammutinamento 23.395 soldati: di questi, più di 400 furono condannati a morte, 50 fucilati e gli altri inviati ai lavori forzati nelle colonie penali. Per diversi milioni di fanti, alcuni dei quali combattevano da quasi tre anni, Pétain introdusse immediati miglioramenti, concedendo periodi di riposo più lunghi, congedi più frequenti e rancio migliore. «Mi sono assunto il compito di porre fine ai casi di grave indisciplina con la massima urgenza» spiegò ai comandanti del suo esercito il 18 giugno. «Continuerò con fermezza l’opera repressiva, ma senza dimenticare che si tratta di soldati che sono con noi in trincea da tre anni e che sono i nostri soldati.» Sei settimane dopo gli ammutinamenti erano cessati. «Si placarono con tale sorprendente rapidità» ha scritto uno storico «che resta un mistero quale delle misure adottate da Pétain sia stata la più efficace nel convincere l’esercito a riprendere le armi in una guerra desolante e pericolosa, che sembrava non dover cessare mai.»

Gli ammutinamenti erano stati di tale ampiezza da far capire in modo inequivocabile all’alto comando francese che i soldati non erano più disposti a sopportare i tormenti di una nuova offensiva. In poche parole, avrebbero tenuto la posizione, ma non sarebbero usciti dalle trincee. Ora tutto il peso ricadeva sulle spalle delle forze britanniche, che si sarebbero trovate di lì a poco a dover assumere da sole il carico della ripresa dei combattimenti in Francia e nelle Fiandre. «Le spaventose perdite subite dall’esercito britannico nella terza battaglia di Ypres, a Passendale” ha scritto uno dei più prestigiosi storici militari inglesi «furono in parte dovute alla necessità di distogliere l’attenzione e la pressione dei tedeschi dal settore francese del fronte, ormai indebolito.»

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 407

Nel settembre 1917 la Gran Bretagna cominciava a interrogarsi su quella guerra di logoramento che sembrava non cessare mai. I tedeschi erano costretti a ripiegare di un centinaio di metri qua e là, ma l’elenco dei morti si allungava sempre più. Il 27 settembre il capo di stato maggiore imperiale, Sir Willìam Robertson, scrisse a Haig: «Confesso di restare aggrappato a questa strategia più perché non riesco a vedere niente di meglio, e perché così mi suggerisce l’istinto, che non perché abbia qualche buona ragione per sostenerla». Il giorno seguente Haig scrisse nel diario: «Il nemico vacilla». Era la sua solita giustificazione per continuare.

Nei primi sei giorni di ottobre gli inglesi respinsero uno dopo l’altro cinque contrattacchi tedeschi e catturarono oltre 4000 soldati nemici. Il 5 ottobre avevano ormai preso oltre 20.000 prigionieri, ma avevano perso 162.768 uomini fra morti e feriti.

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 441

L’ebbrezza della battaglia

«L’esperienza in sé non mi è dispiaciuta. Nei momenti di grande pericolo, come si sa, ti prende una sorta di euforia. Mi scordai completamente che le granate erano fatte per ammazzare e non creare complessi giochi di luce. Rimasi a guardare il tiro di sbarramento nostro e dei tedeschi, come se stato uno spettacolo che ci veniva offerto per divertirci: pura follia direte». Quello stato d’animo svanì in fretta. Uno degli uomini

del suo plotone, armato di cinquecento cartucce, «volle fare l’eroe. Si portò in avanti, ci inviò segnali e si comportò come se fosse stato a una esercitazione in tempo di pace. L’ultima cosa che vidi di lui furono due braccia che si protendevano disperatamente verso la terra e sangue che gli colava dalla bocca, mentre le gambe e il tronco sprofondavano in un cratere di granata pieno d’acqua».

Poi i tedeschi aprirono un fitto fuoco d’artiglieria, sparando iprite e lanciando bombe ad alto esplosivo. «La campagna davanti a noi sembrava un’unica massa strisciante di fiamme. A mano a mano che avanzavano, i soldati avevano la sensazione di entrare in incubo, di essere sommersi da una montagna di fuoco».

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 441

La flotta tedesca si rifiuta di continuare la guerra

Il 27 ottobre anche la flotta tedesca d’alto mare non fu più disposta a continuare la guerra. L’ordine impartitole di salpare per sferrare un ultimo, disperato attacco mise in subbuglio l’ammiragliato inglese, quando il messaggio venne decodificato a Londra, ma i marinai tedeschi si rifiutarono di ubbidire. L’ammiraglio Scheer tentò in ogni modo di convincere gli uomini a combattere: «Una battaglia onorevole da parte della flotta, quand’anche dovesse essere uno scontro mortale, getterà il seme della nuova flotta tedesca di domani. Non c’è futuro per una flotta asservita da una pace disonorevole».

Ma i marinai non si lasciarono persuadere. «Non prenderemo il largo, per noi la guerra è finita» risposero in coro. Per cinque volte fu dato l’ordine di lasciare il porto e per cinque volte l’ordine venne disatteso. I fuochisti a bordo delle navi in mare spensero le macchine. Un migliaio di ammutinati furono arrestati, ma in tal modo la flotta venne immobilizzata.

Gilbert M., “La grande storia della prima guerra mondiale”, Mondadori, pag. 587

Bibliografia

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Ludendorff, generale, I miei ricordi di guerra, 2 voli., trad. it. Milano, Treves, 1920.

Tirpitz, von, grand’ammiraglio, Memorie. La marina tedesca in guerra, 1914-1918, 2 voli., trad. it. Milano, O. Maragoni, 1932.

Tuchman, Barbara W., I cannoni d’agosto, trad. it. Milano, Garzanti, 1963. Turner, Werfel, Franz, I quaranta giorni del Mussa Dagli, trad. it. Milano, Mondadori, 1981.

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