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Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita” fino a 207

 

L'onorevole Giolitti entrò nel curriculum degli impieghi, con il grado di aspirante al volontariato, nell'anno 1862, quando cioè s'iniziava l'opera di costruzione amministrativa dello Stato italiano, sulle macerie, ed usando le macerie dei piccoli Stati scomparsi. Questo giovane non ancora ventenne, e che non mostrava nemmeno quei suoi pochi anni, si rivelò subito un gigante per tale opera; e i maggiori uomini del tempo, dal Sella al Lonza, dal Minghetti al Depretis, se lo disputarono, chiamandolo a collaborare con loro in compiti ponderosi e affidandogli la presidenza di commissioni e la direzione di lavori a cui erano adibiti in sott'ordine funzionari che avevano ormai raggiunti i più alti gradi. La preparazione per la compilazione del nuovo codice civile, l'ordinamento della riscossione delle imposte, la legge comunale e provinciale, per ricordare solo alcuni casi maggiori, ebbero lui come principale elaboratore.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 11

“Sono nato il 27 ottobre 1842 a Mondovì dove mio padre, Giovenale, teneva il posto di cancelliere di quel tribunale. La famiglia di mio padre era originaria di Val di Macra, una delle vallate delle Alpi Occidentali che da occidente a oriente confluiscono al Po.
La nostra era una famiglia di contadini-montanari, che deve avere vissuto per secoli in quella vallata che ebbe sempre una fiera indole democratica. Infatti la Val di Macra, da San Damiano in su, e sino al 142 7, era stata una piccola repubblica indipendente, retta da suoi speciali statuti, che ancora si conoscono. I capi di famiglia si radunavano annualmente ad Acceglio, e nominavano due consoli e due giudici per la durata d'un anno.
Questo istinto democratico si mantenne non ostante le mutate candizioni ed istituzioni. Nel 1427 la minuscola repubblica montanara fece un accordo coi marchesi di Saluzzo, accettandone la signoria, ma assai nominalmente; infatti i valligiani si riservavano la nomina dei giudici e pattuivano che nella valle non dovessero mai essere introdotti nè il feudalismo nè l'inquisizione religiosa; ciò che era notevole assai per quei tempi. Quando il Marchesato di Saluzzo si unì con la Casa di Savoia, questa si obbligò a mantenere tutte le concessioni già fatte. Ma quando essa, mancando agli impegni, iniziò persecuzioni contro i protestanti, dei quali erano nella valle alcuni nuclei, i valligiani tutti si sollevarono, e verso il 155o ne nacque una guerra dichiarata. Il primo anno i valligiani ebbero la meglio, ma l'anno appresso furono battuti; e la Casa di Savoia, a compensare gli ufficiali che avevano condotto la piccola guerra, attribuì loro titoli di nobiltà presi da quei comuni; e nacquero così le famiglie dei La Marmora, degli Stroppo, dei Paglieres e degli Acceglio. I valligiani, battuti ma non disanimati, si opposero, ricorrendo alla Camera dei Conti e sostenendo che la Casa di Savoia non avesse diritto di dare titoli di nobiltà nella valle, il suo dominio essendo stato accettato col patto che non vi sarebbe mai introdotto il feudalismo. La Camera dei Conti respinse l'istanza; ma i valligiani, raccoltisi ad Acceglio, deliberarono che il primo dei nuovi feudatari che mettesse piede nel paese fosse ammazzato. E nessuno tentò mai l'avventura, restando così i soli titoli, senza alcuna effettiva applicazione dei diritti feudali in essi implicati. La valle così salvò e mantenne la
sua democrazia.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 31


La stesura delle leggi

Minghetti aveva poi certi suoi espedienti, affatto particolari. Eccone un caso. Si stava studiando la perequazione della imposta fondiaria, ed una commissione di venticinque senatori e deputati, presieduta dal Menabrea, dopo lunghi studi aveva presentato un progetto di nientemeno che centosessanta articoli. Il Minghetti mi chiamò e mi disse : « Non mi è possibile di presentare un progetto talmente farraginoso; vuole esaminarlo lei procurando di abbreviarlo e semplificarlo? » Quando poi, qualche settimana dopo, gli annunciai che il mio lavoro era compiuto, egli mi fissò un giorno ed un'ora per portarglielo. Quando mi recai all'udienza, nell'anticamera del ministro trovai il Caneva, capogiunta del censimento a Milano, e il Baravelli, ispettore generale delle Finanze; ed allora io appresi, o meglio tutti e tre apprendemmo che lo stesso incarico era stato dato ad ognuno di noi, ad insaputa gli uni degli altri. Quando fummo ricevuti da Minghetti, il Caneva annunziò, con la sicurezza di avere compiuto un tour de force, che gli era riuscito di ridurre il progetto, dai centosessanta articoli originari a soli sessanta. Il Baravelli presentò allora il progetto suo che la vinceva su quello del collega, gli articoli essendovi ridotti a quarantacinque. « E il suo? » chiese Minghetti a me. Glielo presentai; io avevo ridotti gli articoli a tredici in tutto. Minghetti prese il progetto mio per base, e mi incaricò di compilare la relazione per la Camera, che condussi a termine di lì a sei settimane.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 4I

 

Le lettere sullo scandalo della banca Romana

Si ricorse a tutti i mezzi contro quegli egregi funzionari, esercitando sul loro animo ogni pressione, tenendoli sospesi riguardo alla loro sorte; allo scopo di ottenere da loro l'accusa desiderata contro di me, ma essi resistettero, perseverando a dichiarare che nulla avevano commesso, e si difesero energicamente negando nel modo più reciso ed assoluto di avere avuto mai da me ordine di sottrarre documenti, o di averne mai portati al ministero dell'Interno.
Venne a casa mia l'ex questore Felzani, il quale mi disse che il principale argomento che si adoperava nell'accusa contro di lui e contro gli altri funzionari di Pubblica Sicurezza, era l'affermazione che delle carte di carattere politico dovevano essere giunte al ministero, e che non potevano provenire che da sottrazioni operate da ufficiali di Pubblica Sicurezza. Gli risposi: « Potete invocare la mia testimonianza; carte al ministero ne sono giunte, ma non sono assolutamente state portate, e voi lo sapete meglio di me, nè da voi, nè da alcuno di quei funzionari. » Allora egli mi chiese se avrei avuto difficoltà di rilasciargliene dichiarazione scritta.
Per abitudine costante ciò che io dico non ho difficoltà a scriverlo, ed inoltre era chiaro il mio dovere di addurre la mia testimonianza contro false accuse che colpivano degli innocenti. E così, gli rilasciai, con la data del 25 ottobre '94, la lettera seguente :
« Ella mi informa che nel processo per la pretesa sottrazione di documenti alla Banca Romana, si adduce come argomento di accusa la circostanza che documenti relativi alla Banca Romana sarebbero giunti al ministero dell'Interno. La autorizzo a dire essere perfettamente vero che al ministero dell'Interno giunsero documenti, che potevano gettare luce non bella sopra qualche uomo politico, ma quei documenti provenivano da tutt'altra parte che dai funzionari di Pubblica Sicurezza; furono portati al ministero molto tempo dopo che le perquisizioni erano finite, ed erano carte le quali non potevano in alcun modo influire sul processo della Banca Romana. »

Quella lettera la diedi perchè il Felzani la portasse al giudice, come argomento di difesa, per sè e per i suoi compagni. Portata al giudice durante il periodo dell'istruttoria segreta, ecsaa avrebbe dovuto rimanere segreta e servire solamente al,giudice, per l'accertamento dei fatti, ciò che egli avrebbe potuto fare anche interrogando me, il mio sottosegretario di Stato e tutti quelli che potessero informare d'onde quei documenti erano venuti. Invece, non so per opera di chi, ma con la necessaria complicità del giudice, quella lettera due o tre giorni dopo fu pubblicata dai giornali, che ne trassero occasione di una campagna furiosa contro di me, come se io avessi lanciato delle accuse contro tutto il mondo politico italiano, e mi sfidavano a pubblicare ciò che io avevo. Finchè si trattò di insinuazioni di giornali, resistetti e nulla pubblicai. Ma pochi giorni dopo fu aperta la Camera, e Colajanni presentò una interpellanza sulla questione. Compresi allora che non potevo tacere più oltre, perchè la lettera essendo, regolarmente o no, diventata pubblica, vi era ormai di mezzo la dignità parlamentare. Ma volendo, in materia così delicata, procedere con ogni cautela, io credetti mio dovere di non giudicare col criterio mio, e pregai quindi molti fra gli uomini politici più autorevoli della Camera, di darmi il loro parere; scegliendo a quest'uopo i deputati Cavallotti, Carmine, Coppino, Colombo, Damiani, Di Rudinì, Fortis, Marcora, Zanardelli e Roux, uomini che, oltre la loro autorità personale, rappresentavano tutte le parti della Camera. Il loro verdetto fu unanime, e cioè che nulla doveva restare non pubblicato. Offersi di consegnare loro i documenti perchè ne prendessero visione, ma essi mi dichiararono di non sentirsi autorizzatì a questo. Interrogati poi da me personalmente questi uomini e parecchi altri della Camera, perchè mi dicessero quale fosse la forma che credevano più conveniente per eseguire quel verdetto, tutti, nessuno eccettuato, mi consigliarono di consegnare al Presidente della Camera i documenti. E nella stessa seduta in cui il Colajanni doveva svolgere la sua interpellanza, che egli ritirò in seguito alla mia decisione, io feci una breve dichiarazione, concludendo col portare i documenti al Presidente. Questi rifiutava di riceverli, ed allora io glieli lasciai sul tavolo. Egli dichiarò, fra i rumori, che non li accettava, e che sarebbero stati deposti nella cacsaforte della Camera.
Seguì una discussione accanita. Da una parte Imbriani, Cavallotti e Colajanni insistevano perchè il plico fosse aperto seduta stante, e presentarono ordini del giorno in tale senso. Dall'altra parte Crispi sostenne che i documenti dovevano essere respinti a me, e che sopra di me doveva restare la responsabilità della pubblicazione, che altrimenti sarebbe ricaduta sulla Camera.
La Camera fu aperta dopo le elezioni, il 10 giugno 1895, per pochi giorni, ed il governo ebbe la maggioranza. Alla riapertura in novembre, furono ripresentati gli atti che riguardavano i processi iniziati contro di me. La commissione incaricata di esaminarli, composta in grande maggioranza di amici di Crispi, si rifiutò di sentirmi, proponendo l'autorizzazione a procedere; il relatore fu il CambraiDigny. Quando la proposta della commissione venne in discussione io pronunciai un discorso, che fu dalla Camera ascoltato con grande attenzione ed equanimità, nel quale feci una completa esposizione dei fatti e delle cose, e sostenendo che dato il carattere assolutamente politico degli addebiti e delle accuse che mi si facevano, solo nei miei colleghi io potevo avere i miei giudici. E chiedevo che la Camera entrasse finalmente nell'esame di merito perchè, visto che l'autorità giudiziaria, a mezzo del suo organo massimo, la Corte di Cassazione, aveva già dichiarato la propria incompetenza, solamente il Parlamento, e cioè la Camera come accusatrice, e il Senato costituito in Alta Corte come giudice, potevano pronunciarsi. La decisione della commissione di raccomandare l'autorizzazione a procedere, ciò che equivaleva a rimandare la questione davanti alla giustizia ordinaria che si era già dichiarata incompetente, portava all'assurdo.
Tavani, nei procedimenti promossi contro di me, fra l'altro cambiando tutti i giudici, il ministro chiese la parola, e cominciò a parlare dicendo: « Naturalmente io avevo dovuto preparare l'ambiente. » La frase, che confermava involontariamente le mie accuse, sollevò un putiferio; il Calenda dei Tavani fu investito violentemente, specie dall'estrema sinistra, e il presidente costretto a sospendere la seduta, e i ministri, fra i quali Crispi non era presente, si ritirarono dall'aula. Quando fu ripresa la seduta, i ministri rientrarono tutti, tranne quello di Grazia e Giustizia, il che provocò nuovi rumori. Prese poi la parola il deputato Torraca, mio antico avversario, il quale propose un ordine del giorno inteso a dire che della questione non si dovesse parlare più, per non turbare il Paese, che aveva bisogno di tutta la sua calma per affrontare tutte le altre questioni, fra le quali vi era la guerra d'Abissinia. I miei amici, fra i quali ricordo particolarmente il Guicciardini, si opposero, sostenendo che si dovesse andare a fondo, per constatare se vi erano dei colpevoli o dei calunniatori. Questo ordine del giorno fu appoggiato dal ministero, ed ottenne la maggioranza, per parte mia astenendomi dal voto secondo l'impegno che avevo preso nel mio stesso discorso, col quale mi ero rimesso completamente al giudizio dei miei colleghi. E così la questione fu definitivamente sepolta, senza che io potessi dimostrare, a mezzo di sentenza, che le accuse dirette contro di me erano pure calunnie, e che io ero stato vittima di una sleale persecuzione.

L'episodio della Banca Romana, che tenne agitato per quasi due anni il Parlamento e l'opinione pubblica, per me ebbe una importanza di prim'ordine perchè, rilevando le manchevolezze del nostro ordinamento delle banche di emissione, e i gravissimi abusi che ne erano derivati, e che minacciavano il credito del Paese alle sue stesse fonti, cioè nella sicurezza della moneta, dette modo di porvi rimedio. A ciò appunto io, appena le cose e i fatti vennero alla luce, indirizzai la mia opera politica in modo che riuscì permanentemente efficace. Va ricordato in proposito che, rispondendo alle interrogazioni del Comitato dei Sette, Crispi ammise pienamente di avere conosciuta, quando era presidente del Consiglio, la relazione Biagini e il marcio della Banca Romana, e che aveva ritenuto si dovesse uscirne al più presto possibile, ma senza chiasso, trattandosi del credito nazionale, che non solo era debole all'interno, ma combattuto all'estero acerbamente, così che ogni atto che lo pregiudicasse maggiormente sarebbe riuscito fatale all'economia nazionale, e che perciò si limitò di fare da sè lo studio della banca unica. Ma
effettivamente non risulta che il Crispi qualche cosa facesse di pratico per rimediare ad uno stato di cose così gravi e che egli dichiarava essere stato a sua conoscenza.
Per quanto riguarda quella che fu chiamata la questione morale, cioè la compromissione di uomini politici in questi tristi affari delle banche, le cose andarono in modo assai poco soddisfacente; dalla scandalosa assoluzione degli imputati del processo della Banca Romana, alle evasioni delle commissioni parlamentari incaricate di constatare la responsabilità degli uomini politici; mentre poi, contro la verità e la legge, col pretesto di una sottrazione di documenti che poteva essere dimostrata assolutamente inesistente sino dal principio, se si fossero interrogati i testimoni citati dalla difesa, si condusse per odio politico una lunga persecuzione e si tentò di colpire chi, per ragione del suo ufficio, aveva portato alla rivelazione di quello stato di cose vergognoso e pericoloso.
Per parte mia, per quanto riguardava la responsabilità degli uomini politici, m'ero rimesso pienamente alla Camera, cui competeva di giudicare sul da farsi, dando il mio consenso alla inchiesta proposta. Se poi dovetti intervenire direttamente, con la presentazione dei documenti e degli appunti in mio possesso, a ciò fui costretto dalle circostanze. In primo luogo perchè non potevo consentire che dei funzionari incolpevoli fossero fatti vittime di false accuse, ordite allo scopo di arrivare a colpirmi personalmente; e perchè era mio debito di coscienza fare conoscere in proposito la verità. Ciò feci nel modo più riguardoso, dando ad uno dei funzionari falsamente accusati, il Felzani, una dichiarazione scritta intesa semplicemente a richiamare l'attenzione del giudice istruttore sulla necessità di sentirmi quale testimone. Fu la pubblicazione abusiva di quella lettera, sottratta alla istruttoria segreta a cui apparteneva, che mettendo a rumore il Parlamento e la stampa, mi costrinse poi a consegnare i documenti che erano in mio possesso. Consegnandoli alla Camera, io intesi di liberarmene definitivamente, tanto che richiesto che cosa ne avrei fatto qualora, secondo le proposte di alcuni, mi fossero restituiti, dichiarai che li avrei bruciati. La Camera, a mezzo della commissione da essa nominata per la cernita e la pubblicazione, adottò norme che ne limitarono l'uso, per ragioni rispettabili, come quella di nulla pubblicare che si riferisse a persone defunte; ed oggi io, narrando quegli avvenimenti di cui fui parte principale, mi sono attenuto al riserbo che mi ero già imposto, limitandomi ad esporre i fatti, di ragione pubblica la maggior parte, che mi concernevano personalmente e nei quali ero stato direttamente implicato.
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E si era anche potuto constatare che, negli stessi luoghi dove l'agitazione era più grave - e particolarmente nella provincia di Mantova, nella quale le leghe avevano organizzati oltre ventimila contadini - dove il contadino si trovava in diretto rapporto col proprietario le cose si erano potute aggiustare più facilmente, perchè il proprietario si mostrava generalmente assai più arrendevole; mentre le difficoltà e i conflitti si erano inaspriti dove il contadino si trovava a servizio dell'affittuario, il quale, nella sua qualità di speculatore temporaneo, non dubitava di cercare di fare un maggior guadagno abbassando di qualche soldo la mercede.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 127

 

L’opposizione del Senato composto da nobili

Si trovavano ancora molti spiriti chiusi fra gli elementi conservatori che formavano molta parte del Senato. Tale resistenza a riconoscere le nuove necessità dei tempi, si dimostrò nell'atteggiamento preso da questi conservatori per la votazione del bilancio degli Interni. Quando la votazione avvenne io mi trovavo alla Camera, dove fui avvicinato dal mio collega Di Broglio, che ritornava dal Senato e che mi disse: « Devo darti una buona notizia; il tuo bilancio è passato al Senato con soli tre voti di maggioranza. » Io gli risposi: « Ce ne sono due più del bisogno », e questo non era un semplice motto di spirito, perchè in realtà le difficoltà che io avevo a fare accettare la mia politica al Senato, servivano a mostrare a quegli elementi della Camera che andavano all'eccesso opposto, l'esistenza di limiti che non potevano essere impunemente sorpassati.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 129

 

Rosano, che era già stato sottosegretario agli Interni nel mio primo ministero; e che avevo avuto ragione di apprezzare grandemente, per la sua vivissima intelligenza e la sua grande onestà e delicatezza morale. Appena egli fu nominato, cominciò una campagna di attacchi furibondi da parte di alcuni giornali, specie socialisti e radicali, diretti contro di lui personalmente; ma con l'evidente scopo di combattere il nuovo ministero alla sua stessa formazione. A pretesto di questi attacchi fu preso il seguente fatto : un certo Bergamaschi, suddito russo che viveva in Italia, era stato denunciato, al tempo delle persecuzioni di Crispi contro il movimento socialista, come rivoluzionario e proposto pel domicilio coatto. Costui si era rivolto al Rosano, come avvocato, per essere difeso; ed il Rosano aveva compilata a sua difesa una lunga memoria legale, estesa su carta bollata, e recante la sua firma; memoria che si trovava ancora negli archivi del ministero degli Interni. I motivi addotti dal Rosano in favore del suo patrocinato, avevano persuaso il governo, ed il provvedimento minacciato contro il Bergamaschi non era stato eseguito. L'ufficio legale del Rosano aveva, in seguito a questo risultato dell'opera prestata da lui come avvocato, inviata al Bergamaschi una parcella di lire quattromila; e da questo fatto assolutamente legittimo si era preso pretesto alla campagna, accusando il Rosano di essersi fatto pagare, non come avvocato ma come deputato. Il Rosano, che era di una estrema sensibilità, si accorò talmente di questa indegna accusa, reiterata in modo violento da parte della stampa, che in un momento di sconforto si uccise. Prima di uccidersi mi in
dirizzò la seguente lettera:
« Caro Giolitti. Ho avuto, devi convenirne, un coraggio superiore sinora, ma ora non resisto più. Cedo, e sono innocente: ho ignorato la lettera, non conosco il telegramma; è falso il fatto della grazia.
Cedo e muoio, col tuo nome nel cuore, riboccante di gratitudine come di affetto per te !
Bacio la mano alla tua Signora, sempre per me tanto buona; mi ricordo ai tuoi tutti, e ti stringo per l'ultima volta al cuore con affetto fraterno.
Dai tu per me un saluto ai colleghi tutti di otto giorni.
Tuo Pietro Rosano»

Questa dolorosa lettera trovata sul tavolo nella stanza della sua casa a Napoli, dove il Rasano si era ucciso, mi fu mandata dal Colosimo dopo che mi era già arrivata la notizia della sua morte. Il triste avvenimento fece una penosissima impressione non solo su coloro che avevano conosciuto il Rosano e ne avevano apprezzato sempre l'ingegno e la rettitudine, ma anche sul pubblico generale, provocando una universale indignazione sul malcostume di metodi di lotta politica che furono giustamente qualificati da molta parte della stampa come equivalenti all'assassinio.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 133

L’allargamento del suffragio elettorale sotto Giolitti

Era quindi d'uopo trovare altri criteri; non volendo io d'altra parte, con l'adozione del suffragio universale puro e semplice, esteso a tutti i cittadini, anche illetterati, sembrare di non fare alcuna distinzione fra chi è istruito e chi non è; fra chi adempie alla legge della istruzione obbligatoria e chi la viola; e togliere una spinta alla istruzione pubblica, e ciò appunto nel momento quando, col progresso delle industrie e del tecnicismo, nella stessa agricoltura il problema della istruzione primaria si affermava sempre più come un problema di primissimo ordine ed una vera necessità per l'incremento economico e civile del paese. E conclusi col risolvere il complesso problema rinunciando al semplicismo del principio unico, ed adottando principi diversi, corrispondenti appunto alle diversità delle condizioni a cui ci dovevamo adattare. E così presentai il mio progetto, che conteneva, riguardo all'estensione del suffragio, i punti seguenti:

Primo: era mantenuto il diritto elettorale a ventun anni per tutti coloro che sapessero leggere e scrivere;
Secondo: era concesso il diritto elettorale a tutti coloro che avessero adempiuto agli obblighi del servizio militare;
Terzo: diventavano elettori anche coloro che mancassero dei requisiti necessari dell'istruzione, quando compissero il trentesimo anno.

Il primo punto corrispondeva alla legge vigente. Il secondo punto, oltre la presunzione che chi abbia fatto il servizio militare ha già ricevuta una certa istruzione e non appartiene più alla categoria degli analfabeti, aveva per sè una elementare ragione di giustizia, essendo evidente che non si può negare il diritto della partecipazione alla vita politica del paese, a colui a cui si domanda di sottostare per la sicurezza comune al servizio militare e di essere disposto a dare la sua vita. Quanto al terzo punto, a parte la giusta differenziazione fra i diritti politici di chi adempia agli obblighi dell'istruzione e chi non li adempia, mi pareva che esistessero ragioni di carattere generale per le quali si poteva concedere il voto all'illetterato che abbia compiuto i trent'anni, negandolo in età più giovanile. Le persone infatti che manchino di qualunque più elementare cultura, e non abbiano nemmeno compiuto lo sforzo per apprenderne i rudimenti, sforzo che è già ragione di una certa disciplina, sono indubbiamente più soggette alle suggestioni di idee estreme, tanto rivoluzionarie come reazionarie. Nove anni di esperienza nella vita, quanti sono quelli che corrono fra il ventunesimo e il trentesimo anno, sono una buona scuola, che può, e per certi rispetti con vantaggio, sostituire l'istruzione elementare, specie nelle classi popolari dove gli individui devono presto assumersi la responsabilità della loro condotta
e guadagnarsi il pane. L'uomo del popolo, che generalmente a trent'anni ha già famiglia e figli, diventa riflessivo e sedato, e non si lascia troppo agevolmente fuorviare dalle propagande di idee e propositi positi eccessivi. Del resto, il numero di questi analfabeti che diventavano elettori a trent'anni, non era così grosso come si presumeva generalmente; i calcoli degli uffici da me incaricati di studiare il lato tecnico della legge, li portavano circa a ottocentomila; mentre il numero complessivo degli elettori era più che raddoppiato, salendo dai tre milioni e mezzo degli iscritti secondo la legge vigente, a circa otto milioni. Si doveva d'altra parte attendersi una diminuzione notevole nella percentuale dei votanti, come poi fu confermato dall'esperienza; e ciò perchè solo gradatamente i nuovi iscritti avrebbero usato del loro diritto, e perchè una parte notevole dei nuovi elettori appartenenti alle classi popolari, era allontanata dalle correnti di emigrazione.
L'introduzione degli illetterati nel suffragio importava necessariamente considerevoli modificazioni tecniche, dovendosi conciliare l'esercizio del voto con l'eventuale incapacità a scrivere il nome del candidato, e con la necessità di mantenere il segreto dell'urna. Queste difficoltà furono genialmente superate con l'adozione di un sistema speciale di buste e di controllo, escogitato e proposto dal relatore della legge, on. Bertolini.
Presentando il disegno di legge io lo corredai con un completo quadro delle legislazioni elettorali straniere, dalle quali risultava che il suffragio universale era già adottato in Europa, non solo dagli Stati più liberali ed avanzati in civiltà, ma anche da Stati di carattere conservatore e da altri di civiltà meno avanzata; - e cioè dalla Francia, dalla Germania, dall'Austria, dalla Spagna, dalla Svizzera, dal Belgio, dalla Norvegia , dalla Grecia, dalla Serbia, dalla Bulgaria, ed era nello stesso momento, proposto per l'Ungheria; e che quanto a numero di elettori, in Italia ogni cento individui aventi l'età richiesta non erano elettori, col sistema ancora vigente, che trentadue, rimanendo così esclusi dalla vita politica il sessantotto per cento.
Giolitti Giovanni, “Memorie della mia vita”, Garzanti, pag. 207

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