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L’interazione faccia-a-facciaPer quanto riguarda il suo oggetto privilegiato di indagine, l’interazione faccia-a-faccia, la critica è ormai orientata a considerarlo come un territorio in gran parte scoperto da Goffman.Naturalmente, esiste una sterminata letteratura sull’interazione, in psicologia sociale, sociologia, antropologia, ecc. Il contributo di Goffman, tuttavia, consiste nell’aver individuato il campo dell’interazione come una realtà autonoma, non coincidente con le macrostrutture sociali e nemmeno con le motivazioni individuali. In particolare, egli non ritiene, come i teorici struttural-funzionalisti, che nella struttura dell’interazione si manifesti una corrispondenza con quella della cultura e della personaIità. Ciò non significa tuttavia che Goffman, come si è spesso affermato in passato, abbia misconosciuto l’esistenza, o la rilevanza sociologica, delle strutture sociali. Si tratta piuttosto di due dimensioni diverse, dotate di regole e poste specifiche: “Quando il vostro agente di borsa vi informa che deve svendere le vostre azioni o quando il vostro datore di lavoro o la vostra consorte vi informano che i vostri servizi non sono più richiesti, la cattiva notizia può essere data in una conversazione riservata che gentilmente e delicatamente umanizza l’occasione. Questo tatto appartiene alle risorse dell’ordine dell’interazione. Sul momento potere essere molto riconoscenti per il loro utilizzo. Ma il mattino dopo che differenza fa aver avuto la notizia al telefono, al computer, da un foglio blu dove timbrate il cartellino o da una nota succinta lasciata sulla vostra scrivania? La maggiore o minore delicatezza con cui si è trattati quando vengono comunicate cattive notizie non ha nulla a che vedere con il significato strutturale delle notizie stesse.” Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag.15 |
La difesa del sePer Goffman, l’attore sociale non è un individuo esclusivamente impegnato in calcoli razionali, né un puro e semplice esecutore di precetti culturali, né una mera espressione di istanze profonde, come pretenderebbero le teorie sociali più in voga nel XX secolo, come il marxismo o la psicoanalisi (o le loro versioni caricaturali). O, meglio, è un po’ di tutto questo, e insieme molto di più: è soprattutto un virtuoso della sopravvivenza in un mondo quotidiano irto di pericoli potenziali per il suo rispetto di sé o, ciò che è la stessa cosa, per il rispetto del suo sé. In questo senso, è stato notato come Goffman applichi al campo dell’interazione sociale l’intuizione durkheimiana della sacralità della società”. Il sacro non va cercato oggi nelle grandi cerimonie collettive, la «religione civile» a cui pensava Durkheim (cerimonie che già Max Weber, all’inizio del XX secolo, considerava grottesche, e che oggi, a maggior ragione, sono inevitabilmente condizionate dall’artificialità della loro natura mediale). Il sacro è piuttosto la posta dei rituali di interazione a cui l’attore sociale partecipa creativamente tentando sempre di affermare la supremazia del suo self contro le pretese del formalismo delle organizzazioni, dei ruoli artificiali che gli vengono assegnati dalla divisione del lavoro, delle istituzioni del controllo sociale. Questo è il filo che collega le ricerche di Goffman sul lavoro cooperativo, sulla teoria dei ruoli, fino alle ultime ricerche sugli schemi cognitivi che governano l’interazione sociale e sulle conversazioni quotidiane. E questo è precisamente il senso di Asylums, in cui la descrizione delle pratiche di controllo e disumanizzazione degli internati è complementare al riconoscimento della loro lotta di «resistenza» per l’identità. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 16 |
Il paziente si opponeCosì, ritagliarsi degli spazi personali, escogitare canali di comunicazione alternativi a quelli ufficiali, creare delle reti di solidarietà, in breve mantenere in vita un altro tipo di socialità, è la risposta paziente, anche se sommessa, che gli internati danno alle pretese totalitarie dell’istituzione. Si leggano, per esempio, le descrizioni delle tecniche con cui gli internati proteggono o mantengono rapporti personali o affettivi non ammessi dalla cultura ufficiale dell’istituzione: “Quando uno dei due componenti di una coppia veniva rinchiuso, l’altro poteva effettuare la consegna di messaggi, sigarette, caramelle, con l’aiuto di un compagno di reparto dell’amico segregato che potesse invece muoversi liberamente. Inoltre, entrando di nascosto in un edificio adiacente a quello dell’amico, era talvolta possibile vederlo dalla finestra di fronte.” Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 17 |
La libertàNella società civile, quando l’individuo diventa adulto, ha già incorporato modelli di riferimento socialmente accettabili per la maggior parte delle sue attività: il risultato della correttezza delle sue azioni si evidenzia soltanto a certe scadenze, come, ad es., quando viene giudicata la sua produttività. A parte questo, può fare ciò che vuole. Non occorre continui a guardarsi alle spalle per vedere se è oggetto di critiche o di approvazioni. Inoltre, molte delle sue azioni saranno ritenute affari strettamente personali, con facoltà, da parte sua, di scegliere fra una gamma di possibilità specificatamente consentite. In molte attività il giudizio e l’azione dell’autorità sono mantenuti a distanza e la persona può starsene per suo conto. In queste occasioni l’individuo può programmare, in vista di un maggior profitto, le proprie attività, in modo che l’una si inserisca nell’altra. Si tratta qui di una sorta di «personale economia d’azione», come quando ad es. si ritarda di qualche minuto il pranzo per finire ciò che si sta facendo, o si tralascia il lavoro per pranzare con un amico. In un’istituzione totale, invece, anche i più piccoli segmenti dell’attività di una persona, possono essere soggetti alle regole e ai giudizi del gruppo curante; la vita dell’internato è penetrata da una costante interazione dell’altro che tende ad una costante sanzione, ciò soprattutto nel periodo iniziale, quando l’internato non ha ancora irriflessivamente accettato le regole dell’istituto. Ogni regola priva l’individuo dell’opportunità di equilibrare i suoi bisogni e i suoi obiettivi in un modo personalmente efficace, e lo fa entrare nel terreno delle sanzioni. È in questo senso che l’autonomia dell’azione viene violata. Sebbene questo controllo sociale sia presente in ogni società organizzata, si tende a dimenticare quanto esso sia dettagliato e decisamente restrittivo nelle istituzioni totali. Il ritmo di vita riferito come abituale in un carcere per minorenni ce ne offre un esempio impressionante: “Venivamo svegliati alle 5,30 e dovevamo saltar giù dal letto e metterci sull’attenti. Quando la guardia gridava «uno» ci si toglieva la camicia da notte, al «due» la si doveva piegare, al «tre» dovevi farti il letto. (Due minuti per farlo in modo difficile e complicatissimo). I tre guardiani intanto gridavano: «Presto», «Fate alla svelta». Anche per vestirsi lo si faceva a comando: la camicia all’«uno», le mutande al «due», le calze al «tre», le scarpe al «quattro». Qualsiasi rumore, una scarpa che cadeva o che strisciava sul pavimento, bastava per farti punire... Una volta giù tutti si mettevano sull’attenti di fronte al muro, mani ai fianchi, pollici sulle cuciture, testa in su, spalle indietro, stomaco in dentro, talloni uniti, occhi avanti, non ci si poteva grattare né portare le mani alla faccia, né sulla testa né si potevano muovere le dita.” Una prigione per adulti ce ne dà un altro esempio: “Il sistema del silenzio fu rinforzato. Non si poteva parlare fuori cella, né durante i pasti né sul lavoro. Non era permesso tenere fotografie in cella. Non si poteva guardarsi attorno durante i pasti. Si potevano lasciare le croste di pane solo alla sinistra del piatto. I detenuti erano obbligati a stare sull’attenti, il berretto in mano, finché qualsiasi ufficiale, visitatore o guardia, si fosse allontanato dalla vista.” Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 66 |
Il tempo autonomo dei managerIl lasso di tempo in cui un impiegato lavora a sua discrezione e senza un controllo può, di fatto, essere assunto come la misura di quanto è pagato e della sua posizione in un’organizzazione. Cfr. ELLIOTT JAQUES, The Measurement of Responsibility: A Study of Work, Payment, and Individual Capacity, Harvard University Press, Cambridge. E, dato che il «breve sprazzo di responsabilità» è indice della propria posizione, un tempo prolungato in cui si possa agire liberi da ogni ispezione, è il compenso di una data posizione. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 66 |
Lavoro sulle persone come merciLa prima cosa da dire sullo staff è che il suo lavoro, quindi il suo stesso mondo, ha unicamente a che fare con persone. Questo genere di lavoro il cui oggetto è costituito da persone, non è come un’attività che implica rapporti con il personale o quella di chi si occupa di relazioni di servizio; qui gli oggetti e i prodotti del lavoro sono uomini. Nella loro qualità di materia di lavoro, le persone possono assumere, talvolta, le medesime caratteristiche degli oggetti inanimati. I chirurghi preferiscono operare persone magre piuttosto che grasse, perché su quelle grasse gli strumenti risultano scivolosi, e ci sono strati in più da tagliare. I necrofori negli ospedali psichiatrici preferiscono le donne magre agli uomini grassi, perché i cadaveri pesanti sono difficili da muovere e gli uomini devono essere rivestiti con le giacche, che è molto difficile infilare sulle braccia e sulle mani irrigidite. Inoltre, maltrattamenti fatti ad oggetti animati o inanimati potrebbero lasciare segni tali, da rivelarli agli occhi dei dirigenti. Come un articolo, che passa attraverso un impianto industriale, deve essere accompagnato da una nota che testimoni ciò che è stato fatto e da chi, ciò che ancora si deve fare, e chi è da ritenere responsabile al riguardo; analogamente un oggetto umano che si muove, per cosi dire, all’interno del sistema istituzionale psichiatrico, deve essere accompagnato da una serie di annotazioni informative, che spiegano ciò che è stato fatto al paziente e da parte del paziente, e chi è da ritenersi responsabile del caso. La stessa presenza o assenza di un paziente a pranzo o alla sera, deve essere segnalata, cosi che si possa tenere il conto delle spese, con gli opportuni aggiornamenti. Nella carriera dell’internato, dal momento dell’ammissione a quello della morte, persone diverse dello staff aggiungeranno le loro annotazioni al caso, quando egli si trova a passare temporaneamente sotto la loro giurisdizione e a lungo, dopo la sua morte fisica, egli sopravviverà come un’entità manipolabile nei sistema burocratico dell’ospedale. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 103 |
Giornale internoUna delle forme più comuni delle cerimonie istituzionali è il giornale interno, di solito un settimanale o una rivista mensile. Generalmente i collaboratori sono reclutati fra gli internati, dal che risulta una specie di presa in giro del rapporto gerarchico, dato che la supervisione e la censura sono invece affidati ad un membro dello staff relativamente vicino agli internati e, ciononostante, abbastanza leale verso i compagni. Il contenuto stampato è tale da disegnare un cerchio intorno all’istituto, dando un accento di realtà pubblica al mondo interno. Vi sono due tipi di materiale che appaiono nel giornale interno. Primo, le «notizie locali». Queste comprendono rapporti sulle recenti cerimonie istituzionali, riferimenti ad eventi «personali», come compleanni, promozioni, gite e morti, che accadono ai componenti l’istituzione, in particolare agli esponenti più autorevoli e più in vista dello staff. I testi esprimono congratulazioni e condoglianze, manifestando quanto l’intera istituzione partecipi alla vita individuale di ogni suo componente. Qui è evidente un a-spetto interessante del gioco del ruolo di chi è segregato: dato che i ruoli istituzionalmente rilevanti di un membro (per es. un medico) tendono a metterlo in risalto di fronte ad una intera categoria di altri membri (per es. infermieri e pazienti), essi non possono venir usati come veicolo per esprimere solidarietà istituzionale; a tale scopo si tende invece ad usare ruoli non rilevanti, in particolare i ruoli dei parenti o delle mogli, immaginabili, se non possibili, per tutte le categorie. Secondo, c’è un materiale che può riflettere un intento editoriale. Esso comprende: notizie dal mondo interno che hanno a che fare con la condizione legale e sociale dell’internato e dell’ex internato, accompagnati da un commento appropriato; articoli originali, brevi storie e poesie; editoriali. Gli articoli sono scritti dagli internati, ma esprimono l’opinione ufficiale sulle funzioni dell’istituto, la teoria sulla natura umana sostenuta dallo staff, una versione idealizzata dei rapporti internati-staff e la posizione che il paziente ideale dovrebbe assumere: in breve, presentano la linea istituzionale. Il giornale interno tuttavia si mantiene su un equilibrio molto delicato. Lo staff si lascia intervistare, lascia che si scriva di lui, consente che ciò che viene scritto sia letto dagli internati, sottoponendosi ad un leggero controllo degli scrittori e dei lettori; nello stesso tempo, agli internati viene data l’opportunità di dimostrare di essere abbastanza in alto nella scala umana, da adoperare con competenza il linguaggio e la linea ufficiale. D’altra parte, i collaboratori garantiscono di seguire l’ideologia ufficiale, presentandola in qualità di internati agli altri internati. É interessante notare come coloro che fanno questa alleanza con lo staff, spesso non cessano di ribellarsi. Essi inseriscono qualunque critica aperta all’istituzione sia loro consentita, avvalendosi di un modo di scrivere ambiguo o velato e di vignette pungenti; con gli amici possono anche assumere atteggiamenti cinici nei confronti di ciò che fanno, affermando di collaborare al giornale soltanto perché si tratta di un lavoro «leggero», o di una buona occasione per guadagnarsi raccomandazioni utili, in vista della dimissione. Sebbene i giornali interni siano in uso già da molto tempo, è solo recentemente che altre forme di rilassamento dei ruoli cominciano ad apparire nelle istituzioni totali; mi riferisco qui alle forme di « autogoverno » e alla « terapia di gruppo». Praticamente gli internati espongono le proprie idee e un membro opportunamente scelto dello staff ne fa la supervisione. Si riforma dunque un tipo di alleanza fra internati e staff. Gli internati si trovano a godere del privilegio di trascorrere un po’ di tempo in un ambiente «non strutturato» ed egualitario, godendo insieme del diritto di presentare lamentele. In cambio gli si richiede di rinunciare alle ribellioni e di essere più docili all’ideale-del-sé che lo staff definisce per loro. L’uso che gli internati fanno del linguaggio ufficiale e della filosofia dello staff nelle discussioni e negli articoli, è un gioco ambiguo per lo staff. Gli internati possono manipolare la stessa razionalizzazione che lo staff fa dell’istituzione e mettere in pericolo, con questo mezzo, la distanza sociale fra i due gruppi. Di qui l’interessante fenomeno che si riscontra negli ospedali psichiatrici di sanitari che usano una terminologia psichiatrica stereotipata nel parlare fra loro e con i pazienti ma che irridono questi ultimi accusandoli di essere «intellettuali» o addirittura rifiutando di discutere con loro, qualora anch’essi usino il medesimo linguaggio. Forse il fatto più caratteristico, a proposito di questa forma di rilassamento dei ruoli istituzionali prodotta dalla terapia di gruppo, è che molti professionisti del mondo accademico sono interessati al riguardo, tanto che c’è ora più letteratura su questo aspetto delle istituzioni totali che sulla maggior parte degli altri aspetti messi insieme. Un genere, in qualche modo diverso, di cerimonia istituzionale è la festa annuale (spesso tenuta più di una volta all’anno) alla quale staff e internati intervengono «mescolandosi » in forme di sociabilità standardizzate come mangiare insieme, partecipare a giochi e balli. In queste circostanze lo staff e gli internati hanno la licenza di prendersi alcune libertà attraverso la linea di frontiera che li separa, e questi contatti sociali possono esprimersi anche in rapporti sessuali. In alcuni casi questa libertà può arrivare fino al punto di provocare un’inversione rituale dei ruoli, durante la quale lo staff serve a tavola gli internati e fa loro altri piccoli servizi. Nelle istituzioni totali la festa annuale è spesso collegata alla celebrazione di Natale. Una volta all’anno gli internati addobbano l’istituto con decorazioni facilmente asportabili, procurate in parte dallo staff, scacciando in tal modo dalle stanze dove abitualmente vivono, ciò che uno specialissimo pranzo scaccerà poi dalla tavola. Vengono distribuiti fra gli internati piccoli doni e favori; alcune prestazioni abituali sono soppresse; le visite possono trattenersi più a lungo e le restrizioni sulle licenze vengono ridotte. In generale i rigori della vita istituzionale per gli internati sono mitigati per un giorno. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 125 |
Teatro internoDi solito gli internati recitano e lo staff ne è l’organizzatore; ma talvolta si trovano casts «misti». Il testo è scritto normalmente da membri dell’istituzione, staff o internati, la rappresentazione può quindi essere piena di riferimenti locali dando così, attraverso l’uso privato di una forma di comunicazione pubblica, un particolare senso della realtà degli eventi interni all’istituzione. Molto spesso lo spettacolo consiste in sketches satirici che prendono in giro gli esponenti più noti dell’istituto, in particolare i componenti dello staff. Se, come e frequente, la comunità degli internati è di un solo sesso, allora è probabile che alcuni attori recitino travestiti, nel ruolo burlesco di membri dell’altro sesso. Spesso si mettono alla prova i limiti della licenza, dato che la presa in giro supera quanto alcuni membri dello staff riterrebbero tollerabile. Melville, commentando il rilassamento della disciplina durante e immediatamente dopo una rappresentazione teatrale, a bordo di una nave, dice: “A questo punto Giacchetta Bianca deve un po’ moralizzare. L’insolito spettacolo di file di ufficiali confusi con il popolo, nell’atto di applaudire un semplice marinaio come Jack Chase, mi riempì allora delle più piacevoli emozioni. Dopotutto è bello, pensavo, vedere questi ufficiali dimostrare nei nostri confronti un sentimento di fratellanza umana; è bello apprezzare cordialmente i molti meriti del mio impareggiabile Jack. Ah! Sono tutti nobili compagni, dopotutto, e forse talvolta ho fatto loro torto nei miei pensieri.” Oltre agli sketches satirici, vi possono essere delle rappresentazioni drammatiche che raccontano gli orrori passati di simili istituzioni totali, in contrasto con il presente che si presume migliore. Il pubblico di questo genere di spettacoli sarà costituito sia da internati che dallo staff, benché spesso separati ecologicamente; e, in alcuni casi, può essere permesso anche ad «esterni» di parteciparvi. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 127 |
Pazienti che hanno sperimentato soprusi e li rivivono in teatroNé il «prima» né il «dopo» hanno bisogno di presentare una stretta relazione con i fatti, poiché ogni versione vuole chiarire una situazione e non misurarla e, in ogni caso, il passato può essere abilmente presentato per la sua analogia con il presente. Ho visto pazienti mentali appartenenti a reparti abbastanza buoni, dare, in un teatro pubblico, una rappresentazione esplicita di condizioni che era presumibile avessero vissuto in ospedali psichiatrici più arretrati. Venivano usati costumi vittoriani. Il pubblico consisteva in volonterosi, con qualche idea di psichiatria, della vicina città. A pochi isolati da dove si svolgeva la rappresentazione, potevano essere individuate, dal vero, condizioni altrettanto cattive. In molti casi gli attori conoscevano bene i ruoli che dovevano recitare, semplicemente perché erano stati i loro. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 127 |
Teatro e manicomioHo già sostenuto che le visite individuali, il giorno di apertura e le ispezioni consentono ai visitatori di rassicurarsi sui buon andamento generale dell’istituto. Altre pratiche istituzionali offrono la medesima opportunità. C’è, ad es., una combinazione interessante fra le istituzioni totali e gli attori di teatro, dilettanti ed ex professionisti. Da un lato l’istituzione provvede un palcoscenico e garantisce un pubblico attento; dall’altro gli attori offrono uno spettacolo gratuito. Gli uni possono avere un tal bisogno dei servizi degli altri, che passando oltre ai propri gusti personali, dànno origine ad una sorta di relazione simbiotica. In ogni caso, mentre i membri dell’istituzione assistono alla rappresentazione, gli attori possono rendersi conto del tipo di rapporto che lega staffe internati; tanto armonioso cioè da consentire di riunirsi per ciò che appare ai loro occhi come una serata divertente, cui possono partecipare volontariamente tutti coloro che lo desiderano. Le cerimonie istituzionali che si verificano per mezzo di canali di comunicazione come il giornale interno, le riunioni di gruppo, il giorno di apertura dell’istituto, e spettacoli di beneficenza, è probabile assolvano ad alcune funzioni sociali latenti; alcune di queste sembrano particolarmente evidenti in un altro tipo di cerimonie istituzionali, gli sports che si svolgono nell’ospedale. La squadra è costituita da un gruppo di internati, scelti fra quelli che si sono dimostrati i migliori in competizioni interne. Attraverso la competizione con gli esterni i «campioni» si trovano ad assumere un ruolo che esce evidentemente dallo stereotipo di ciò che è un internato — lo sport di squadra richiede infatti qualità come intelligenza, bravura, costanza, collaborazione, e senso d’onore — qualità che vengono ostentate in queste occasioni agli occhi degli osservatori esterni e del personale che vi assiste. Inoltre la squadra esterna e tutti i fans che riesce a portare con sé, sono spinti a vedere l’ospedale come un luogo naturale dove accadono cose naturali. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 133 |
Capi buoniColoro che vi appartengono si trovano quindi nella condizione di far deviare l’odio degli internati per le persone più significative dello staff, e di rendere possibile — qualora un internato riesca ad avere rapporto con una persona influente dell’équipe curante — ottenere nei suoi confronti un benevolo atteggiamento da vecchio zio e anche qualche facilitazione. Questi atti di clemenza sono possibili semplicemente per il fatto che, come tutti gli zii, gli esponenti più importanti dello staff non hanno il compito immediato di disciplinare gli internati, e i loro contatti sono così rari che questa indulgenza non danneggia la disciplina generale. Io credo che gli internati traggano, in genere, un senso di sicurezza dalla percezione, seppur illusoria, che sebbene la maggior parte dei membri dello staff siano cattivi, il «capo» è invece buono, ed è probabile venga ingannato dai suoi subalterni. (Ne sono un esempio le storie popolari e i film polizieschi: i poliziotti di grado inferiore possono essere sadici, pregiudicati o corrotti, ma «il capo» dell’organizzazione è «O.K.»). Questo è un esempio di ciò che Everett Hughes definisce «la divisione morale del lavoro», dato che qui la differenza nelle mansioni personali di un individuo, implica chiaramente una differenza negli attributi morali a lui imputati. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 140 |
Deferenza e bambiniNella società civile i riti interpersonali che gli individui recitano reciprocamente, quando sono in presenza fisica immediata l’uno dell’altro, hanno una componente cruciale di spontaneità ufficiale. Colui che inizia il gioco è obbligato a fare il rito in modo non calcolato, immediato, senza pensarci, se esso deve risultare l’espressione reale del suo presunto riguardo nei confronti di colui al quale si rivolge; altrimenti in che modo questi atti potrebbero « esprimere » sentimenti interiori? Egli può farlo in quanto ha imparato, in giovane età, i riti di deferenza perfettamente standardizzati nella sua società, tanto che, una volta diventato adulto, essi appaiono come una sua seconda natura. Ora, dato che la deferenza che l’uno dimostra all’altro viene supposta come un’espressione diretta e spontanea, colui al quale il primo si rivolge non può richiedere una deferenza reale, qualora questa non gli venga manifestata. L’azione può essere forzata,ma una rappresentazione forzata di sentimenti è solo una rappresentazione. La persona che viene offesa può muovere un’azione contro colui che non è stato abbastanza deferente nei suoi confronti, ma deve anche nascondere la ragione specifica che lo spinge a questa azione punitiva. Solo i bambini, di solito, possono essere apertamente redarguiti per non aver dimostrato la deferenza conveniente; ed è questo il segno di come noi consideriamo i bambini non-ancora-persone. Sembra caratteristico di ogni istituzione, in particolare delle istituzioni totali, il fatto che qualche forma di deferenza sia da ritenersi tipica di questi luoghi, dove gli internati sono coloro che la offrono e i membri dello staff coloro che la ricevono. Perché ciò accada, quelli che sono deputati a ricevere l’espressione spontanea di rispetto, dovranno essere gli stessi che ne insegnano le forme e le rafforzano. Da ciò segue che nelle istituzioni totali una differenza cruciale rispetto alla vita civile è che la deferenza è messa, qui, su un piano formale, con esigenze specifiche e specifiche sanzioni conseguenti alle infrazioni; inoltre non saranno solo richiesti questi atti, ma sarà anche imposta la dimostrazione esterna di sentimenti interiori. Atteggiamenti come l’insolenza saranno soggetti ad esplicite penalità. Il personale curante riesce, in parte, a difendersi da questa alterazione di rapporto nei confronti della deferenza, con alcuni mezzi standardizzati. Primo, nella misura in cui gli internati sono definiti come non pienamente adulti, lo staff può evitare di avvertire come perdita del rispetto di sé, il fatto di costringere alla deferenza coloro che sono sotto la sua sorveglianza. Secondo, talvolta si trova, specialmente nella vita militare, la convinzione che sia l’uniforme e non l’uomo a venir salutato (così non è l’uomo a esigere deferenza per se stesso); e legata a questa, la nozione secondo la quale «non importa ciò che senti finché non lo dimostri». Terzo, il livello meno qualificato dello staff può essere incaricato di occuparsi dell’addestramento degli internati in questo senso, lasciando al personale professionalmente più elevato la possibilità di ricevere i segni di deferenza come se fossero spontaneamente espressi. Gregory Bateson così scrive: “La funzione dell’elemento intermedio è essenzialmente quello di istruire e disciplinare il terzo elemento, nei modi di comportamento che dovrebbe adottare nei rapporti con il primo. La bambinaia insegna al bambino come comportarsi con i genitori, cosi come il sottufficiale insegna al soldato semplice come comportarsi con gli ufficiali.” Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 142 |
I capi si differenziano: le suore noQualche istituzione obbliga tutti coloro che ne fanno parte a dividere alcune privazioni basilari, una sorta di cerimonia della collettivizzazione delle privazioni che può essere considerata (nei suoi effetti) al livello della festa annuale di Natale e di altre cerimonie istituzionali. Nella letteratura sui conventi di suore se ne trovano chiari esempi: “Ogni membro della comunità, inclusa la madre superiora, era alloggiato senza riguardo di età, rango e mansione. Suore del coro, artiste, laureate in medicina o in lettere, cuoche, lavandaie, calzolaie, o le suore contadine che lavoravano nei giardini, tutte vivevano nelle medesime piccolissime celle; ognuna identica in forma e contenuto, cioè nell’arredamento che consisteva diletto, tavolo e sedie con un copriletto piegato tre volte su ogni sedia. Santa Chiara ha stabilito che la badessa e la vicaria dovessero seguire in tutto la vita comune. Tanto più le altre! L’idea di santa Chiara sulle prerogative di una superiora era completamente nuova per il suo secolo. Una badessa delle clarisse non può sopraffare né il gruppo direttivo né le altre suore. Non porta alcuna croce al petto, ma lo stesso piccolo anello di matrimonio (2,50 dollari) come le sue figliuole. La nostra badessa mostra attualmente un gran rammendo sul davanti dell’abito, fatto con le sue stesse mani; le stesse mani che, assieme alle altre, tagliano in quattro e tolgono i vermi alle mele, le stesse mani che maneggiano l’asciugapiatti con un’abilità da professionista.” Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 143 |
Ufficiali e soldatiLa regola nella tradizione militare anglo-americana secondo la quale gli ufficiali dovrebbero correre tutti i rischi nei quali mettono i loro uomini ed interessarsi del cibo e delle loro necessità, più che delle proprie, prima della battaglia, ci dà una variante sottile di queste pesanti cerimonie; dimostrando per i loro uomini un maggior interesse che per se stessi, gli ufficiali possono contemporaneamente rinforzare i legami con loro e mantenerne la distanza. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 143 |
Cosa è la folliaLa categoria dei «malati mentali» è qui intesa in senso strettamente sociologico. In questa prospettiva la valutazione psichiatrica di una persona assume significato solo nel momento in cui essa ne alteri il destino sociale — alterazione che diventa fondamentale nella nostra società quando, e soltanto quando, la persona viene immessa nel processo di ospedalizzazione. Escludo quindi altre categorie affini: i possibili candidati che sarebbero giudicati «malati» secondo criteri psichiatrici, ma che non arrivano mai al punto di essere ritenuti tali da sé o dagli altri, sebbene possano causare notevoli difficoltà, il paziente che lo psichiatra ritiene di poter trattare ambulatoriamente con farmaci o shock; o quello in trattamento psicoterapico. Includo invece chiunque venga preso, in un modo o nell’altro, nel pesante ingranaggio del servizio ospedaliero psichiatrico, indipendentemente dalla sua struttura personale. In questo senso gli effetti derivanti dall’essere trattato come malato mentale, possono essere tenuti distinti da quelli cui va incontro una persona con caratteristiche che un clinico riterrebbe psico-patologiche. I malati che si ricoverano negli ospedali psichiatrici variano fra di loro nel tipo di malattia, nel grado di gravità diagnosticato dallo psichiatra e nelle caratteristiche con cui li descriverebbe un profano. Pure, una volta immessi in questa dimensione, si trovano ad affrontare circostanze del tutto analoghe, cui reagiscono in maniera del tutto analoga. Siccome però queste analogie non derivano dalla malattia mentale, si potrebbe dire si verifichino suo malgrado. È quindi un riconoscimento del potere delle forze sociali il fatto che la condizione uniforme di «malato mentale» sia in grado di determinare in un insieme di persone, un destino e quindi un carattere comune, tenendo anche presente che questo tipo di pressione sociale si verifica sui materiale umano più ostinatamente diverso che si possa raggruppare. Manca qui il frequente costituirsi di una vita protettiva di gruppo fra ex ricoverati, per poter illustrare il ciclo classico di reazioni, attraverso le quali, persone «disadattate» si trovano a costituire, psicodinamicamente, dei sottogruppi nella società. Questa prospettiva sociologica generale è notevolmente rafforzata da una scoperta cruciale, messa in luce da studiosi di sociologia, nel corso di ricerche in ospedali psichiatrici. Come è stato più volte dimostrato nello studio di società preletterate, il disgusto, il disagio e l’impressione di barbarie provocati da una cultura estranea alla propria, possono diminuire nella misura in cui io studioso si familiarizza con la concezione di vita di chi sta esaminando. In modo analogo colui che fa ricerche in un ospedale psichiatrico può scoprire che la follia o il « comportamento malato» attribuito al paziente è, in gran parte, prodotta dalla distanza sociale fra chi giudica e la situazione in cui il paziente si trova e non, principalmente, dalla malattia mentale. Indipendentemente dalla precisione della diagnosi dei vari pazienti, e indipendentemente dai particolari aspetti per cui la vita sociale all’interno dell’ospedale risulta unica, il ricercatore può rendersi conto di partecipare ad una comunità che non differisce in modo significativo da qualsiasi altra abbia studiato. Naturalmente, se vive ristretto nei limiti di un reparto semiaperto, può a-vere l’impressione — come del resto accade ad alcuni pazienti — che la vita nei reparti chiusi sia invece strana; se si trova in un reparto chiuso di osservazione o convalescenza, può avere l’impressione che i reparti per cronici siano luoghi socialmente assurdi. Basta però che partecipi direttamente alla vita dei reparti « peggiori » dell’ospedale, per mettere anche questi socialmente a fuoco come un mondo vivo e pieno di sempre nuovi significati. Il che non esclude tuttavia che possa trovare, in ogni reparto o gruppo di pazienti, una minoranza che continua ad apparirgli come incapace di seguire le regole di un’organizzazione sociale; oppure che l’adattamento alle regole della comunità sia reso, in parte, possibile da misure strategiche che si sono istituzionalizzate negli ospedali psichiatrici. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 154 |
Si diventa matti perché si va in manicomioQuesto punto è stato recentemente rilevato da ELAINE e JOHN CUMMING, Closed Ranks, Commonwealth Fund, Harvard University Press, Cambridge 1957: «L’esperienza clinica conferma l’impressione secondo cui molti definiscono la malattia mentale come “la condizione per la quale una persona è curata in un ospedale psichiatrico”... La malattia mentale sembrerebbe una condizione che colpisce coloro che si ricoverano in un ospedale psichiatrico, ma finché non vi entrano, quasi tutto ciò che fanno è normale». Lejla Deasy mi ha fatto presente, a questo proposito, il parallelismo con la situazione dei delitti fatti da membri della classe media (white-collar). Tra coloro che sono scoperti in attività del genere, solamente chi non riesce ad evitare il carcere si trova a vedersi assegnare il ruolo sociale di criminale. Ora si incomincia a servirsi di cartelle cliniche negli ospedali psichiatrici, per mostrare quale incredibile quantità di disturbi una persona possa causare a sé e agli altri, prima che qualcuno cominci a considerarla sotto l’aspetto psichiatrico, per non parlare di promuoverne il ricovero. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 154 |
Controllo e drogaNella nostra società, questo modo di vedersi, di giudicarsi, sembra una delle più gravi minacce che possa colpire il sé, specialmente perché è facile sopravvenga quando la persona è già abbastanza turbata per rivelare il tipo di sintomi che essa stessa è in grado di giudicare. Sullivan cosi lo descrive: “Ciò che scopriamo nel sistema del sé di una persona che cade vittima di un’evoluzione schizofrenica o di un processo schizofrenico è, dunque, nella sua forma più semplice, una perplessità fortemente caratterizzata da un sentimento di timore, che consiste nell’uso di processi di pensiero piuttosto generalizzati e per nulla perfezionati; processi cui si ricorre nel tentativo di far fronte all’incapacità di essere uomo — all’incapacità, cioè, di essere qualcosa che possa venire rispettata come degna di esistere.” Alla necessità di ricostruire la propria disintegrazione si associa — in chi ne soffre — la necessità, quasi altrettanto opprimente, di nascondere agli altri quelli che ritiene dei mutamenti fondamentali avvenuti in lui, e di tentare di scoprire se anche gli altri se ne sono accorti. Questa esperienza morale può essere avvicinata a quella di chi comincia a drogarsi con la marjuana; lo scoprire di poter essere euforici ed eccitati senza che altri se ne accorgano, porta ad un nuovo livello l’uso della sostanza. Ciò che intendo dire è che la percezione di perdere il senno è legata a stereotipi culturali e sociali che riconoscono grande importanza a sintomi quali l’udire voci, perdere l’orientamento spazio-temporale, avere la sensazione d’essere inseguiti; sintomi che, in realtà, sono spesso psichiatricamente ritenuti un semplice e temporaneo sconvolgimento emotivo in una situazione stressante, per quanto terrificante possa risultare una tale esperienza per chi la vive. Analogamente, l’ansia scatenata da questa percezione di sé e le strategie adottate per ridurla, non sono di per se anormali, ma corrispondono esattamente a quelle che manifesterebbe chiunque appartenesse alla nostra cultura ed avvertisse di essere sul punto di perdere il senno. E interessante notare come le varie subculture nella società americana differiscano palesemente nella quantità di stereotipi e nel tipo di incitamento che offrono per una tale visione di sé, così che si riscontrano livelli diversi di autodenunce. Comunque, questa capacità di giudicare il grado della propria disintegrazione, senza alcun intervento da parte di psichiatri, sembra uno dei privilegi culturali — alquanto discutibile — delle classi superiori. Per colui il quale sia giunto a considerarsi — in modo più o meno giustificato — come mentalmente squilibrato, l’entrata in ospedale psichiatrico può talvolta portare sollievo, forse, in parte, a causa della rapida trasformazione del suo status sociale: invece di essere, ai propri occhi, una persona discutibile che tenta di conservare il ruolo di persona integra, diventa una persona ufficialmente discussa ma che, ai propri occhi, non lo è poi tanto. In altri casi invece l’ospedalizzazione può peggiorare lo stato del malato che si ricovera spontaneamente, nel suo riconoscere confermato, in una situazione obiettiva, ciò che era stato prima solo un’esperienza personale. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 158 |
L’ingresso in manicomioUna volta entrato in ospedale, il malato che si ricovera spontaneamente viene immesso nella stessa routine di esperienze di chi viene ricoverato a forza. È comunque a quest’ultimo tipo che voglio riferirmi, dato che attualmente in America esso costituisce il gruppo di gran lunga più numeroso. L’ingresso dei pazienti nell’ospedale può avvenire secondo tre forme classiche: perché supplicati dai familiari o sotto la minaccia di perdere i legami con la famiglia qualora rifiutino di entrare « spontaneamente»; con la forza, accompagnati dalla polizia; a loro insaputa, indotti con sotterfugi da altri, caso quest’ultimo limitato soprattutto ai giovani. La carriera del predegente può essere ritenuta un modello di esclusione: egli si presenta come un uomo dotato di diritti e di legami con il mondo, di cui già all’inizio del suo soggiorno in ospedale, non rivela quasi più traccia. Gli aspetti morali di tale carriera incominciano quindi, di solito, con un’esperienza di abbandono, di slealtà e di amarezza, sia che siano gli altri a ritenere necessario il ricovero, sia che il malato stesso, una volta entrato in ospedale, concordi con una tale soluzione. La storia della maggior parte dei pazienti mentali presenta casi di trasgressione alle norme del vivere sociale — nel proprio ambiente familiare, nel posto di lavoro, in una organizzazione semipubblica come una chiesa o un grande magazzino, in zone pubbliche come strade o parchi. Spesso la cosa viene riferita da un accusatore che risulta così colui che ha dato l’avvio al ciclo che porterà l’accusato alla ospedalizzazione. Costui può anche non essere quello che fa il primo passo, ma quello che ha portato alla prima azione determinante. È qui che comincia socialmente la carriera del paziente, e ciò prescindendo dal momento in cui può collocarsi l’inizio psicologico della sua malattia mentale. I tipi di trasgressione che portano all’ospedalizzazione sono socialmente vissuti in modo diverso da quelli che portano ad altri esempi di esclusione — detenzione, divorzio, perdita del lavoro, ripudio, esilio, trattamento psichiatrico non istituzionale ecc. Ben poco si sa però sui fattori che determinerebbero tali differenze e quando si studiano i fatti relativi ad un internamento, risulta spesso evidente che sarebbe stato possibile trovare anche altre soluzioni. Appare vero, inoltre, che per ogni tipo di trasgressione che porti ad una denuncia, ve ne sono molte altre — simili dal punto di vista psichiatrico — che tuttavia non portano alle medesime conseguenze. Nessuna azione viene intrapresa; oppure viene intrapresa un'azione che porta ad altro tipo di esclusione; oppure l’azione intrapresa non ha effetti determinanti dato che serve a tranquillizzare l’accusatore o a farlo desistere dalla denuncia. Cosi, come Clausen e Yarrow hanno dimostrato, anche trasgressori delle norme che, alla fine, vengono ospedalizzati, spesso sono già stati oggetto di una serie di azioni intraprese contro di loro, senza risultato Separando le trasgressioni che avrebbero potuto essere prese come giustificazione al ricovero, da quelle che sono effettivamente usate a questo scopo, si trova un gran numero di ciò che gli studiosi dell’occupazione e del lavoro chiamano «contingenze di carriera». Alcune di queste contingenze nella carriera del malato mentale sono già state indicate, se non proprio indagate: la condizione economica, la clamorosità della trasgressione, la vicinanza di un ospedale psichiatrico, la possibilità di trattamento, l’opinione della comunità sul tipo di trattamento attuato negli ospedali disponibili e così via . Per ulteriori informazioni su altre serie di contingenze ci si può riferire a fatti di cronaca: uno psicotico è tollerato dalla moglie fino a quando non si sia trovata un amico, o dai figli adulti finché non si siano trasferiti in un altro appartamento; un alcolista viene inviato in ospedale psichiatrico perché non c’è posto in prigione; un tossicomane perché rifiuta un trattamento psichiatrico ambulatoriale; una adolescente ribelle perché non viene più tollerata in famiglia in seguito ad una relazione con un uomo non adatto, ecc. In corrispondenza ad esse, esiste tuttavia una serie di contingenze opposte, altrettanto importanti, che consentono di evitare questo destino. Quando poi il predegente entra in ospedale, sarà ancora una serie di contingenze che contribuirà a determinare il momento della dimissione: il desiderio della famiglia di riaverlo in casa, la possibilità di trovare un lavoro adatto e così via. Il fatto dunque che la società ritenga, ufficialmente, che i ricoverati negli ospedali psichiatrici si trovino in quella situazione perché sono dei malati mentali, non pare corrisponda alla realtà. Se si pensa che i «malati di mente» che vivono liberamente fuori dagli ospedali si avvicinano, come numero — se addirittura non lo superano — a quelli che sono invece ricoverati, si potrebbe concludere che ciò che distingue i secondi dai primi non è il tipo di malattia, quanto piuttosto un certo numero di contingenze. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 161 |
Autorità e manicomiLe contingenze di carriera si verificano, per il prede-gente, associate ad un altro elemento: il circuito di agenti e di enti che influiscono sul suo destino nel passaggio dallo status civile a quello di degente. Si ha qui un esempio di quell’importante insieme del sistema sociale, costituito appunto da agenti ed enti, che convergono nell’occuparsi della stessa persona, spingendola verso l’ospedale. È il caso di citare alcuni di questi ruoli di agente, tenendo conto che in ogni insieme, un ruolo può essere coperto più di una volta, e che una persona può coprirne più d’uno. Primo, la «persona di fiducia» (next-of-relation), colui che il malato considera il più accessibile e disponibile in caso di bisogno: l’ultimo a metterne in dubbio lo stato di salute mentale e il primo disposto a fare il possibile per salvarlo dal destino che gli si prepara. Si tratta di solito di un parente stretto, ma ho qui preferito usare questo se stesso. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 176 |
Le accuse al folleQuanto più « medico » e moderno è un ospedale psichiatrico — quanto più cerca di assolvere la sua funzione terapeutica, rifiutando di limitarsi alla sola custodia — tanto più il malato si troverà di fronte ad uno staff altamente qualificato che gli dimostrerà come il suo passato sia stato un fallimento; che la causa è dentro di lui, che il suo atteggiamento verso la vita è sbagliato e che se vuole essere un uomo, dovrà mutare il tipo di rapporti che instaura e l’immagine che ha di se stesso. Spesso il valore morale di queste aggressioni verbali gli verrà imposto attraverso la richiesta di esercitarsi ad accettare l’interpretazione psichiatrica data su di lui, durante le periodiche confessIoni organizzate sia in corso di psicoterapia individuale, che di gruppo. Si può ora puntualizzare, nella carriera morale dei ricoverati, un fenomeno generale che si riscontra in molte carriere morali. Dato il grado raggiunto in qualsiasi carriera, si nota che ci si costruisce un’immagine della propria vita — passato, presente, futuro — selezionando, scegliendo e distorcendo i fatti per fornire un quadro di noi stessi, tale da poter essere vantaggiosamente presentato nella vita quotidiana. Generalmente il criterio difensivo che si segue per ciò che riguarda il sé porta ad allinearsi con i valori fondamentali della società in cui si vive, nel qual caso si parlerà di un’apologia. Qualora si sia in grado di fornire un quadro della situazione quotidiana nel quale possano evidenziarsi qualità personali espresse nel passato, ed un destino favorevole che ci attende, questa potrà essere una storia di successo. Nel caso invece il passato e il presente siano terribilmente cupi, sarà meglio che la persona dimostri di non essere responsabile di ciò che è successo e il termine una storia triste sarà perfettamente adatto al caso. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 176 |
La triste storiaÈ piuttosto interessante notare come, quanto più il passato ha fatto deviare la persona dall’apparente allineamento con i valori morali fondamentali, tanto più spesso sembra costretta a raccontare — in qualsiasi compagnia si trovi — la sua triste storia. Il che forse risponde, in parte, al bisogno che avverte negli altri di non vedere insultato il significato della propria vita. Comunque, è soprattutto fra carcerati, alcolisti e prostitute che si trovano sempre pronte le storie più tristi. Ora vorrei prendere in esame le vicende della triste storia del malato mentale. Nell’ospedale psichiatrico le strutture e le regole dell’istituto contribuiscono a convincere il malato che — in fondo — è un caso mentale, che ha sofferto di una sorta di collasso sociale avendo completamente fallito: la sua presenza in quel luogo ha quindi uno scarso peso sociale, poiché egli sarebbe difficilmente in grado di comportarsi da persona normale. Un tale tipo di umiliazioni è probabilmente avvertito più acutamente da malati borghesi, dato che la loro precedente condizione di vita li immunizza scarsamente contro questo tipo di offese; pure, tutti i pazienti avvertono una qualche degradazione. Esattamente come qualunque persona del medesimo livello subculturale, spesso il paziente reagisce a questa situazione, raccontando una triste storia, nel tentativo di dimostrare di non essere «malato», che i «piccoli guai» in cui è incorso sono stati, in verità, causati da altri, che la sua vita passata era retta ed onorata e che perciò l’ospedale è ingiusto ad imporgli la condizione di malato mentale. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 176 |
Se ti dicono pazzo, lo saraiL’esame psichiatrico di una persona, con conseguente alterazione o riduzione del suo status, è noto nel gergo ospedaliero e carcerario come sfar ammattire», dato che, una volta caduti sotto l’attenzione degli esaminatori, si viene automaticamente classificati come pazzi o sarà lo stesso processo dell’esame a fare impazzire. In questo senso il personale sanitario psichiatrico è visto spesso non tanto come chi scopre se sei malato, ma come chi provoca la malattia; e la frase «non farmi impazzire» può significare «non tormentarmi fino a farmi uscir di senno». Sheldon Messinger ha proposto una relazione fra il significato di questo «far impazzire» e l’installazione in una stanza di un microfono segreto per carpire informazioni, da usare poi per screditare chi parla. Mentre molte organizzazioni conservano documentazioni su coloro che ne fanno parte, in quasi tutte accade che alcuni attributi significativi siano inclusi solo indirettamente, dato che non risultano ufficialmente importanti. Ma poiché gli ospedali psichiatrici pretendono di trattare la persona «nella sua totalità», ufficialmente non riconoscono limiti a ciò che considerano rilevante; il che è una libertà sociologicamente notevole. È un fatto storico molto curioso che persone, in altre aree di vita impegnate a promuovere lo sviluppo delle libertà civili, tendano a concedere allo psichiatra poteri discrezionali sul paziente. Evidentemente si ritiene che quanto più potere abbiano il direttore e il terapista qualificato, tanto meglio saranno serviti gli interessi dei pazienti. I pazienti, per quanto ne sappia, non sono stati comunque intervistati al proposito. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 180 |
Come se la racconta…Questa tendenza al mantenimento della propria dignità agli occhi degli altri è fortemente istituzionalizzata nella comunità dei malati, dove i contatti sociali si conservano generalmente entro i limiti di una semplice informazione volontaria sulla sistemazione nel reparto e sulla durata del soggiorno, senza arrivare mai a dare spiegazioni sul motivo della loro presenza li, il che è, del resto, abituale nelle normali conversazioni superficiali. Una volta familiarizzati, in genere i pazienti forniscono spontaneamente una versione relativamente accettabile del loro ricovero, accettando a loro volta — senza domande indiscrete — le versioni fornite dagli altri. Vengono, ad es., raccontate e apertamente accettate storie come queste: “Frequentavo la scuola serale perché volevo laurearmi e, contemporaneamente, lavoravo. L’impegno è stato troppo per me.” “Gli altri qui sono malati di mente. Ma io ho solo un esaurimento nervoso ed è per questo che ho queste fobie.” “Sono qui per errore, a causa di una diagnosi di diabete e sarò dimesso in un paio di giorni. [Il paziente era in ospedale da sette settimane].” “Fallii come bambino e più tardi, con mia moglie, cercai un rapporto di dipendenza.” “Il mio guaio è che non posso lavorare. Questo è il motivo per cui sono qui. Avevo due lavori, una bella casa e tutto il denaro che volevo”. A volte il degente sottolinea queste storie fornendo una rappresentazione ottimistica del tipo di occupazione cui si dedicava: se era riuscito ad ottenere un’audizione per annunciatori radio, si atteggia a radio-annunciatore; se aveva lavorato alcuni mesi come fattorino in un giornale, essendogli stato assegnato un lavoro di reporter da cui fu licenziato tre settimane dopo, si definisce reporter. Sulla base di queste finzioni reciprocamente sostenute, è possibile ricostruire un intero ruolo sociale nella comunità dei malati, dato che tali convenevoli reciproci sono generalmente confermati anche dalle chiacchiere fatte alle spalle che — rispetto alle versioni originali — si avvicinano soltanto di un grado ai «fatti obiettivi». Il che ricorda, tuttavia, una delle classiche funzioni sociali dei rapporti informali fra persone dello stesso livello, rapporti che servono da auditorio reciproco per storie costruite a sostegno della propria rappresentazione di sé. Tuttavia, l’apologia del degente viene menzionata solo in circostanze particolari, poiché poche altre situazioni possono essere altrettanto lesive nei confronti della rappresentazione di sé data dal malato, come quella manicomiale; a meno che non si tratti, naturalmente, di una versione costruita secondo criteri psichiatrici. Questa capacità distruttiva dell’istituto si fonda comunque su qualche cosa di più del documento che dichiara il paziente insano di mente, pericoloso a sé e agli altri — anche se tale attestazione sembra già incidere profondamente sull’orgoglio del degente e sulla sua possibilità di averne. Le stesse condizioni degradanti dell’ambiente ospedaliero contribuiscono, naturalmente, a smascherare molte di queste rappresentazioni ottimistiche di sé proposte dai pazienti: il che è del resto confermato dal fatto stesso che i protagonisti sono ricoverati in un ospedale psichiatrico. Inoltre, non sempre c’è, fra i degenti, un grado di solidarietà sufficiente ad impedire che l’uno discrediti l’altro; esattamente come non c’è sempre un numero sufficiente di infermieri con ruoli professionali, tale da impedire che uno di questi screditi un paziente. Un paziente chiedeva ripetutamente ad un compagno: « Se sei così in gamba, come mai sei capitato qui? » Tuttavia gli ordinamenti ospedalieri hanno un potere ancor più lesivo. Il personale ha tutto da guadagnare screditando la versione raccontata dal degente, qualunque sia il motivo che lo spinga a farlo. Se la finalità dell’ospedale è riuscire a controllare la situazione giornaliera senza lamentele o richieste da parte del degente, risulterà utile fargli notare che i diritti che reclama e sui quali razionalizza le sue pretese, sono falsi; che egli non è ciò che dice di essere, e che in effetti non è altro che un fallito. Se i medici vogliono convincere il paziente della loro interpretazione psichiatrica sul suo bisogno di mascherarsi di fronte agli altri, devono essere in grado di dimostrare dettagliatamente come la versione da loro data del passato e del carattere del paziente, sia molto più reale della sua. Se gli infermieri addetti alla custodia e lo staff addetto alla cura vogliono farlo cooperare al trattamento necessario, risulterà utile che lo distolgano dall’idea che egli si è fatta circa i loro scopi e gli facciano capire che sanno quello che fanno e che fanno esattamente il meglio. Le complicazioni causate da un paziente sono dunque strettamente legate alla versione che egli dà di ciò che gli è accaduto, e se si vuole che sia collaborativo è necessario che questa versione venga screditata. Il degente deve arrivare a convincersi « interiormente » di accettare e di far accettare il giudizio che l’ospedale ha su di lui. Il personale dispone poi di mezzi ideologici — oltre all’influenza dell’ambiente — per rifiutare le ragioni del degente. L’attuale dottrina psichiatrica definisce il disordine mentale come qualcosa che può avere le sue radici nei primi anni del paziente; che mostra i segni della sua presenza nell’intero corso della vita e invade quasi ogni settore della sua attività. Nessun punto particolare del passato o del presente viene cosi a trovarsi fuori della giurisdizione psichiatrica. Gli ospedali psichiatrici istituzionalizzano burocraticamente questo mandato cosi vasto, basando la cura del malato essenzialmente sulla formulazione della diagnosi e sull’interpretazione psichiatrica del suo passato, che da una tale diagnosi proviene. La cartella clinica lo evidenzia chiaramente. Si tratta infatti di un dossier dove non si registrano mai le circostanze in cui il paziente ha dimostrato di essere in grado di affrontare dignitosamente e con successo difficili situazioni di vita, né vi si segnala la media di comportamento della sua condotta passata. Uno dei suoi scopi è dimostrare i diversi modi in cui il paziente è «malato» e la ragione per la quale era giusto rinchiuderlo in ospedale ed è tuttora giusto tenervelo rinchiuso. Il che viene attuato ricavando dal corso di tutta la sua vita un elenco di quei fatti che hanno o potrebbero aver avuto un valore «sintomatico»’. Vengono citate le disavventure dei genitori o dei fratelli che potrebbero far pensare ad una tara familiare. Vengono segnalati fatti precedenti in cui il paziente dimostrò un «disturbo di giudizio» o qualche alterazione emotiva; si descrivono situazioni in cui agi in modo strano, tale da poter essere giudicato da un profano come un immorale, un pervertito sessuale, debole, infantile, sconsiderato, impulsivo, pazzo. È probabile vi si riportino dettagliatamente scorrettezze fatte dal paziente che qualcuno considerò come l’ultima goccia, causa di provvedimenti immediati nei suoi confronti. Vi sarà descritto, inoltre, lo stato al momento del suo ingresso in ospedale — momento non certo facile e calmo per lui. Potranno esservi riferite risposte devianti date dal paziente a domande imbarazzanti, facendolo apparire come persona che presenta e fa affermazioni in evidente contrasto con i fatti: “Asserisce di vivere con la figlia maggiore o con le sorelle soltanto quando è ammalata e bisognosa di cure; altrimenti con il marito — ma il marito stesso afferma di non vivere con lei da dodici anni. Contrariamente a quanto riferisce il personale, egli asserisce di non sbattere più sul pavimento o di gridare al mattino.” “…nasconde il fatto di essere stata isterectomizzata, pretende di avere ancora le mestruazioni.” “Dapprima negò di aver avuto esperienze sessuali prematrimoniali, ma quando le fu chiesto di Jim, disse di averlo dimenticato perché la cosa era stata spiacevole.” Qualora l’autore della documentazione non conosca fatti negativi, la loro eventuale presenza viene scrupolosamente annotata come possibile: “La paziente negò ogni esperienza eterosessuale, non si riuscì neppure a farle ammettere di essere stata incinta o di aver fatto qualsiasi tipo di esperienza sessuale, negando pure la masturbazione.” “Anche sottoposta a considerevoli pressioni, non risultò disposta ad impegnarsi in proiezioni di meccanismi paranoidi.” “Nessun contenuto psicotico poté essere allora dedotto.” In mancanza difatti più precisi, appaiono spesso note di scredito nelle descrizioni del comportamento generale del paziente in ospedale: “Quando veniva interrogato si mostrava mite, apparentemente sicuro di sé e, parlando, faceva affermazioni di carattere generale, gratuite e altisonanti. Di aspetto pulito, baffetti alla Hitler ben curati, quest’uomo di quarantacinque anni, che ha passato gli ultimi cinque o più ricoverato, è riuscito ad adattarsi alla vita ospedaliera dimostrandosi un uomo allegro ed elegante che noti solo supera intellettualmente i compagni, ma è anche molto virile con le donne. Il suo discorso è pieno di parole multisillabe che usa generalmente a proposito, ma se parla un po’ a lungo appare chiaro che, completamente perso nella sua diarrea verbale, ciò che dice risulta quasi del tutto privo di senso’ I diversi livelli dello staff hanno poi accesso alle note giornaliere tenute dagli infermieri del reparto sui corso della malattia e del comportamento del paziente; note che forniscono, per il presente, il tipo di informazioni che le cartelle cliniche dànno per il passato. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 185 |
Parlano di luiNella vita di ciascuno di noi può essere riscontrato un numero sufficiente di fatti negativi la cui documentazione potrebbe giustificare il ricovero. Comunque non voglio soffermarmi qui sull’opportunità di mantenere la documentazione dei casi, o sui motivi che lo staff ha di conservarla. Il punto è che — nella misura in cui questi fatti relativi al paziente sono veri — egli non potrà certo sottrarsi alla normale pressione culturale che lo spinge a nasconderli, e si sentirà forse maggiormente minacciato nel sapere che essi sono a disposizione di altri e che egli non è in grado di avere alcun controllo su chi ne viene a conoscenza. Significativa — come del resto in altre istituzioni sociali — è l’abitudine sempre più frequente di organizzare riunioni a tutti i livelli dello staff, riunioni nelle quali si espongono i diversi punti di vista sui pazienti e si concorda collegialmente la linea di condotta da far loro seguire e quella dello staff nei loro confronti. Un paziente che instauri un rapporto « personale » con un infermiere o che lo renda ansioso accusandolo insistentemente di imperizia, può essere rimesso al suo posto per mezzo della riunione del personale, dove si fa presente e si conferma all’infermiere il fatto che il degente è «malato». In questo senso l’immagine differenziale di sé che ciascuno vede riflessa in coloro che — a vari livelli — gli stanno attorno, viene qui ad essere unificata dietro le quinte, in un unico tipo di approccio: è facile quindi che il paziente si trovi, in questa situazione, come di fronte ad una sorta di coalizione contro di lui, anche se si ritiene sinceramente di fare tutto per il suo bene. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 185 |
Comunicazione per allusioni«C’erano oltre quaranta pazienti nel reparto e di queste solo due erano capaci di sostenere una conversazione prolungata. Una era un’alcolista che era lì da tredici anni; l’altra una minorata che era stata ricoverata tutta la vita. Mi sono subito resa conto che le due sorelle erano due donne capaci e ben intenzionate. In due giorni persero l’abitudine di dare risposte sciocche alle mie domande e, da allora, mi trattarono alla pari e decisero di conversare con me come se fossi stata sana». Nelle carceri, dove le lettere sono spesso limitate quanto a frequenza, contenuto e destinatario, potevano venir usati codici particolari. Don Devault, un detenuto della prigione di McNeil Island, ce ne dà un esempio, in CANTINE e RAINER, Prison Etiquette cit., pp. 92-93: «La maggior parte delle lettere veniva censurata solo se riguardava uno dei dieci elementi specifici stampati dal regolamento. Per es. mi fu rifiutata una lettera perché in essa chiedevo a mia madre di fare copie delle lettere che spedivo a lei per mandarle ai miei amici. Il censore mi disse che ciò che chiedevo era contro le regole, poiché tentavo di comunicare con persone non autorizzate, per mezzo di destinatari autorizzati. Tuttavia, riscrivendo la lettera, dissi a mia madre che me ne era stata censurata una dove le chiedevo di copiare le mie lettere per mandarle agli amici e che io non volevo trasgredire le regole ecc. Il censore naturalmente ha allora lasciato passare la cosa! Inoltre mia madre citava continuamente lettere indirizzate a me come scritte a lei e lo faceva apertamente, il che era permesso. Io rispondevo parlando semplicemente della persona cui non ero autorizzato a scrivere, invece di dire “Scrivi a...” Per queste ragioni noi, a McNeil, non prendevamo troppo seriamente la censura». Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 278 |
Beffare la leggeLa tendenza dei detenuti a contrabbandare cibo ed altri generi di conforto nella cella di chi è stato messo in isolamento, può essere vista, non solo come un atto caritatevole, ma come un modo di dividere, associandovisi, lo spirito di colui che si è opposto all’autorità analogamente gli elaborati piani di fuga, studiati da degenti, detenuti o prigionieri di guerra, possono essere visti non soltanto come un modo di riuscire a fuggire, ma come un modo di pensare di stare per farlo. Ritengo dunque che gli adattamenti secondari siano sovradeterminati e che alcuni di essi lo siano in modo particolare. Queste pratiche servono a coloro che le attuano, in modo diverso dall’uso che risulta più evidente: qualsiasi cosa ottengano, esse sembrano dimostrare a chi le mette in atto, se non ad altri, di possedere un’individualità e una autonomia personale, al di là della morsa in cui l’organizzazione lo stringe. Questo punto è ben espresso da Dostoevskij nella sua descrizione della vita di un campo di prigionia siberiano, Memoirs from the House of the Dead: «In prigione c’erano molti che erano stati condannati per contrabbando e non c’era quindi da meravigliarsi che la vodka entrasse nel campo, in barba a tutte le guardie e le ispezioni. Contrabbandare è, per sua stessa natura, un crimine particolare. Si potrebbe pensare, per esempio, che per alcuni contrabbandieri il denaro ed il profitto non abbiano un ruolo principale, ma siano una parte secondaria della loro attività? È così, tuttavia. Il contrabbandiere lavora per amore del contrabbando, perché ne ha la vocazione. In un certo senso, è un poeta. Rischia continuamente, corre pericoli terribili, si spreme e si contorce, usa la sua inventiva, riesce a cavarsela, talvolta sembra agire quasi per ispirazione. Si tratta di una passione, forte come quella per il gioco». Se la funzione degli adattamenti secondari è quella di innalzare una barriera fra l’individuo e l’unità sociale di cui si presume faccia parte, dovremmo supporre che alcuni adattamenti secondari non offrano un guadagno intrinseco, e funzionino semplicemente per esprimere una distanza non autorizzata — « il rifiuto di coloro che ti rifiutano » — che serve alla propria tutela personale. La cosa sembra verificarsi nel caso di forme molto comuni di insubordinazione rituale, come per es. il brontolamento e le lamentele che in realtà non ci si aspetta portino a dei mutamenti. Attraverso l’insolenza diretta che non incontra un’immediata correzione, o osservazioni quasi non udite dall’autorità, o gesti fatti alle spalle, coloro che sono subordinati esprimono un distacco dal luogo loro ufficialmente accordato. Goffman Ervin, Asylum, Edizioni di Comunità, pag. 330 |