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“Io ero a letto, entrava un conoscente, io volevo accendere la luce ma non riuscivo, tentavo e ritentavo ma invano. Allora mia moglie scese dal letto per aiutarmi, ma anche lei non riusciva a combinare nulla; alla fine, in imbarazzo di fronte al signore per il suo négligé, rinunciò e tornò a letto. Tutto questo era così comico che alla fine fui costretto a riderne terribilmente. Mia moglie disse: “Perché ridi?” Ma io continuavo a ridere, sinché mi svegliai.”
Sigmund Freud, Interpretazione dei sogni (sogno di un paziente)
Povero Freud. Di questi tempi tutti stanno smantellando i suoi castelli teorici, e oggi un paio di eminenti fisiologi del sonno, armati di microelettrodi, di macchine per EEG e di pseudoneurotrasmettitori, stanno demistificando il sogno.
Si potrebbe ovviamente pignoleggiare sulla corretta decodificazione di certi esempi di sogno nel libro di Freud o sulle risposte rotulee di Freud a torri e caverne, ma mai, mai sul sacramento centrale, il significato del sogno. Almeno finora. Per J. Allan Hobson e Robert W. McCarley, due sommi sacerdoti della ricerca moderna sul sogno, i sogni sono non lo spettacolo principale ma solo un riempitivo di scarsa importanza.
Hobson, che studiò con Michel Jouvet in Francia, e il suo collega McCarley dirigono congiuntamente il Laboratorio di neurofisiologia al Massachusetts Mental Health Center. I sogni che essi “analizzano”, nel loro laboratorio in un seminterrato nella Back Bay di Boston, sono i sogni di gatti. Non siamo certo molto vicini ai boudoir viennesi degli sconnessi nevrastenici di Freud. Da un microelettrodo impiantato nel cervello di un gatto che dorme si possono udire le scariche di un singolo neurone che crepitano in un amplificatore audio come una cattiva autoradio. Hobson e McCarley iniettano gocce microscopiche di sostanze chimiche e modificano la frequenza di scarica del neurone. In altri termini, essi tengono in permanenza il dito sull’interruttore
dei sogni.
L’interruttore per “accendere” il sonno REM, o “generatore dello stato di sogno”, è l’attività concertata di una collezione di cellule nel ponte di Varolio, nel tronco encefalico. A differenza dei neuroni delia corteccia, di scala più modesta, questi neuroni del ponte di Varolio sono giganti allampanati con fibre molto lunghe che percorrono l’intera distanza dal sommo della spina dorsale alla neocorteccia. Secernendo un neurotrasmettitore chiamato acetilcolina, essi “svegliano” la corteccia che dorme e producono sogni. Quanto all’interruttore per “spegnere” il sonno REM, esso è controllato da una parte del tronco encefalico detta locus ceruleus. Le cellule del locus ceruleus producono la sostanza chimica noradrenalifla e inibiscono automaticamente il sonno REM. Assieme, questi due sistemi antagonisti generano nel cervello umano cicli di sonno REM ogni novanta minuti della notte. (Nel gatto il ciclo dura trenta minuti; nel ratto dodici.) Come geni usciti dalla lampada di Aladino, Hobson e McCarley sono riusciti a evocare sogni (o almeno i correlati elettrici appropriati in un cervello di gatto) per mezzo di un farmaco che imita l’acetilcolifla. E li fanno terminare, inducendo negli animali un sonno senza sogni, non-REM, con un farmaco che opera come la noradrenalifla.
Ma, professore, in che modo queste onde cerebrali di gatto possono dirci qualcosa sull‘interpretazione dei sogni?
Verso la fine del 1977 Hobson e McCarley affrontarono questa vacca sacra della psicoanalisi in un articolo edito nell’American Journal of Psychiatry. Dopo tutto, la teoria dei sogni di Freud non si fondava sul modello neurofisiologico superato della svolta del secolo? Pur non dicendo affatto che i sogni siano senza significato, Hobson e McCarley spinsero i motivi psichici in secondo piano:
Freud credeva che lo stato di sonno con sogni e il sogno stesso fossero iniziati e alimentati dalla combinazione del residuo diurno (certi ricordi di fatti della giornata) con l’energia contenuta in un desiderio inconscio rimosso... Oggi possiamo affermare categoricamente che la teoria di Freud non ha alcun sostegno sperimentale...
Freud non poteva sapere... che i neuroni sono gli elementi di una rete di segnalazione, che essi hanno una propria fonte metabolica di energia e che si influenzano l’un l’altro per mezzo della trasmissione di piccole quantità di energia. Freud... credeva che l’intera energia neurale derivasse per intero dall’esterno del cervello, principalmente dagli istinti. I neuroni agivano come condotti e vasi di raccolta passivi per quest’energia.
In breve, dicono Hobson e McCarley, Freud aveva torto. I sogni traggono la loro energia dalla scarica spontanea di neuroni e non dall’energia di una libido repressa. Persino il contenuto dei sogni ha a volte meno a che fare con desideri edipici velati o col timore della castrazione che con eventi puramente neurali.
Consideriamo il comune incubo notturno di essere inseguiti. Questo incubo può essere spiegato dal paradosso fisiologico che durante il sonno REM vengano impartiti comandi motòri, ma il sognatore immobilizzato è impotente a obbedire loro. Se dovessimo sentirci paralizzati o sognare di correre al rallentatore attraverso un campo di fitta farina di avena, dietro un treno che continua ad allontanarsi, ora sappiamo perché. (Quando si asportano a un gatto le parti del ponte di Varolio che inibiscono il movimento, il gatto compie veramente le azioni che sta sognando. Esso corre, dà la caccia ai topi che vede in sogno e marca il dorso nell’imitazione di un attacco.)
Perché i sogni sono così deformati, frammentati e fantastici? Freud disse che nei nostri sogni noi rivisitiamo un’epoca psichica giurassica, preistorica, irrazionale, confusa, piena di mostri favolosi. “Condensazione”, “spostamento” e formazione di simboli, secondo Freud, sono il modo usato dal sogno per camuffare i desideri proibiti del sognatore.
Hobson e McCarley hanno una spiegazione più semplice: il cervello, come una principessa delle fiabe smarritasi in una foresta fatata, si trova di fronte al compito di intessere assieme una quantità di informazioni contraddittorie e prive di senso. Alcuni dei nostri sensi (come la vista e l’udito) sono molto attivi nel REM, mentre altri (come il senso del dolore, il gusto e l’olfatto) funzionano con difficoltà. I movimenti oculari improvvisi, scoordinati, del sonno REM, possono far muovere il mondo dei sogni in modi strani, cosicché noi possiamo sognare di librarci su un tappeto magico su un paesaggio ondulato.
Analizzando centinaia di relazioni di sogni compilate dal ricercatore sui sogni Milton Kramer, di Cincinnati, McCarley si occupò delle corrispondenze fra contenuto dei sogni e neurofisiologia. Una cosa da lui osservata fu la curiosa tendenza dei sogni a troncarsi, dissolversi o a presentare spostamenti improvvisi. Freud spiegò questo fatto col tentativo del sognatore di eludere gli elementi sgradevoli e i tabù, mentre McCarley pensa che ne siano responsabili i normali cicli di attivazione neuronale. Un gruppo di cellule, semplicemente, viene attivato ed ecco apparire un paesaggio onsrico del tutto nuovo.
Pur ammettendo ancora che i sogni costituiscano dei bei “test di Rorschach fisiologici”, Hobson e McCarley pensano che non si dovrebbe sovrainterpretarli Come lo stesso Freud ebbe occasione di scrivere: “A volte un sigaro è soltanto un sigaro.” E a volte un volo su un tappeto Volante al di sopra delle rovine di Machu Picchu è soltanto un effimero teatro delle ombre il cui copione è scritto dai neuroni nel ponte di Varolio.
“Persino nei sogni,” conclude Hobson, “la mente e il cervello sono una cosa sola.”
È un quadro impressionante: il gatto che dorme in una cassetta di vetro, le creste e i ventri delle sue onde cerebrali che si inseguono sull’oscilloscopio di un color verde-mare, il lieve crepitio elettrico dei componenti più minuscoli del cervello. Ma non si può convincere nessuno che questa sia una teoria dei sogni completa. Che dire dei ricchi interni color seppia di “Irma”, di “Herr M.” e degli altri soggetti analizzati da Freuf alla svolta del secolo? Possiamo trovare l”’anima” del sogno nel chiacchiericcio intracerebrale di un gatto più di quanto possiamo riferire la memoria proustiana ai riflessi condizionati di un calamaro?
Gordon Globus, dell’Università di California a Irvine, diceva di no.
Ma poi, circa dieci
anni fa, abbandonò i miracoli tecnologici della fisiologia del sonno per il
campo puro della “psichiatria esistenziale”, che egli pratica al Capistrano-by-the-Sea
Hospital, un luogo che assomiglia molto al suo nome.
Per recarsi là (da Los Angeles), più che guidare si viene trasportati verso
sud dalla corrente diritta, a 110 chilometri orari, dell’autostrada senza
pedaggio di San Diego. Si superano i territori industriali in continua espansione
fra Long Beach e l’interno, poi una decina o più di segnali di uscita di un
verde luminoso che raccomandano alloggi per la notte, i quali si chiamano
sempre Qualcosa-Vista o Qualcosa-Mare,
anche se di solito non riuscite a godervi né una vista né il mare. Infine,
quando Irvine sparisce alle vostre spalle, un’uscita in una zona dove non
si vede assolutamente niente annuncia “Pacific Coast Highway”, e un quarto
d’ora dopo si arriva a destinazione. L’improvvisa apparizione delle palme
e dell’oceano, un nuovo porticciolo con la sua perfetta mezzaluna di edifici
con negozi e ristoranti marinari nello stile delle missioni spagnole ci danno
la curiosa sensazione di un sogno, di un
set cinematografico o forse di un mural in una via. Lì vicino, sul
cocuzzolo di una piccola collina spazzata dal vento e fragrante di eucalipto,
affacciata sullo scintillante Oceano Pacifico, c’è la residenza del dottor
Globus. “Sono stato uno psicofisiologo per molti anni,” ci dice col distacco
un po’ perplesso di qualcuno che ricorda un’incarnazione in una vita precedente.
Intorno ai quarantacinque anni, intenso, riservato, ha un modo accademico
di esprimere le sue idee lentamente e come se fossero suddivise in perfetti
paragrafi, cosicché l’ascoltatore possa prendere appunti leggibili.
“Ero interessato ai sogni, alla fisiologia del ciclo del sonno, ai ritmi
biologici. Ma le mie doti non si confanno al laboratorio. Io non riesco ad
assoggettarmi a una disciplina rigida. Stavo spendendo tutto il mio tempo
al centro computer a fare programmi di statistica, mentre cìo a cui ero veramente
interessato era la coscienza. Così, non appena ebbi un posto di ruolo rinunciai
al mio laboratorio. La neurofisiologia non è una via alla coscienza? gli chiediamo.
“La maggior parte degli scienziati di laboratorio che stanno facendo studi al livello neurochimico, al livello cellulare, al livello delle unità singole, non si preoccupano minimamente della coscienza,” dice. “Il loro livello di ricerca è così molecolare che la coscienza non fa alcuna differenza. La coscienza ha importanza solo a livelli superiori del siste ma nervoso.
“I risultati conseguiti dalla scienza del cervello durante la mia carriera sono sorprendenti. Ecco dove si assegnano oggi i premi Nobel, non più nella biologia molecolare. Nondimeno, tutto ciò che si sta realmente trovando sono solo dei correlati. Noi sappiamo, per esempio, che certi processi coscienti presentano covariazioni con l’ampiezza e la latenza dell’onda P300 del potenziale evocato. Questo principio della covarianza psiconeurale — immaginiamo lo studente invisibile che sottolinea la frase qui in corsivo — è un buon punto di partenza per cominciare a tentare di risolvere il problema mente-cervello. Di per sé, però, esso non dimostra alcuna teoria particolare. Esso è compatibile con la teoria dell’identità, col crasso materialismo, col dualismo, col parallelismo, con qualsiasi cosa...
Il problema mente-cervello è per Gordon Globus quel che la stella polare è per un marinaio: il punto fisso del suo sistema di navigazione cerebrale. Nel corso degli anni egli lo ha affrontato prima da un angolo visuale e poi da un altro, la soluzione si è talvolta affacciata appena al di sopra dell’orizzonte, ma solo per allontanarsi o, per una curiosa parallasse filosofica, per mutare la sua posizione di conserva con l’osservatore. Ma Globus è un uomo paziente. Egli è preparato, ci dice, a dedicare la sua vita alla soluzione di questo problema.
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 352
Non molto tempo fa egli fece un sogno. All’apparenza non era un sogno particolarmente notevole — o almeno non aveva la qualità fantasmagorica, disordinata, sorprendente, i limiti e le impossibilità di molti sogni — ma divenne il pezzo centrale di un astruso articolo intitolato “The Causal Theory of Perception: A Critique and Revision through Reflection on Dreams”. Ecco il semplice, cristallino frammento sul sogno che celava una metafisica radicale:
Sto entrando a nuoto dall’oceano in una caverna rocciosa. Sollevo lo sguardo e, contro il soffitto scuro a volta, percepisco lo spettacolo fantasioso di una vegetazione lussureggiante, verde, luminosa, che sperimento con un senso di piacevole reverenza.
Per Freud i sogni erano composti da materiali di seconda mano, da tracce mnestiche e da “residui diurni”, tutti smontati e riorganizzati. Il nuovo composto poteva sembrare originale, ma ciascuno dei suoi elementi si riface a inevitabilmente a qualche impressione del mondo reale, per quanto oscura e fuggevole. Vivisezionando uno dei suoi sogni, Freud teorizzo:
“Ho applicato il procedimento in base al quale Galton ottiene i suoi ritratti di famiglia, proiettando le due immagini una sopra l’altra, per cui i tratti comuni spiccano più netti, mentre quelli che non concordano si cancellano a vicenda e risultano nel quadro indistinti. In questo modo nel sogno dello zio la barba bionda spicca come tratto rafforzato della fisionomia che, appartenendo a due persone, risulta indistinta.” (L’interpretazione dei sogni.)
Globus non pensa che la percezione nel sogno lavori in quel modo. E’ vero che egli riuscì a ricondurre alcuni particolari dei suoi sogni a impressioni diurne. Il giorno prima egli aveva “osservato mestamente” la sua piscina, considerando la possibilità di una semicupola in plexiglas per coprirne metà, e quel ricordo potrebbe spiegare le grandi linee della forma della caverna. Quanto alla vegetazione sul soffitto della caverna, egli riuscì a individuare un ricordo più lontano: “Una volta mi trovai inaspettatamente in un luogo in cui l’acqua filtrava molto lentamente in una piccola nicchia di fronte a una parete rocciosa. C’era uno spettacolo luminoso fantastico, formato da una vegetazione verde viscida di ogni sorta.” Queste “somiglianze familiari”, però, non riuscivano a spiegare il suo sogno.
“Secondo la concezione di Freud,” egli osserva, “il sogno concatena proprietà di oggetti sperimentati in precedenza e fa, per così dire, una media fra di essi. Ma la caverna del mio sogno non è un mosaico o un collage della cupola e dell’infiltrazione o una media confusa...” Globus, peraltro, non aveva neppure visto la cupola in plexiglas, ma l’aveva solo immaginata: era un’astrazione, non contaminata da alcun dato sensoriale. Inoltre, in vita sua non era mai andato a nuoto in una caverna. Eppure il mondo del sogno era del tutto convincente, sembrava vero e reale, almeno al sognatore. Globus pensa: “Non solo il sogno sembra uguale al mio sé usuale, ma anche il mondo del sogno mi sembra del tutto autentico. La caverna rocciosa del sogno mi appare così reale come se io stessi ‘realmente’ nuotandovi dentro. Anche se dovessi volare come un uccello, quel mondo mi sembrerebbe ancora il ‘mio’ mondo (visto dall’alto)... Così l’esperienza del mio sogno è a un tempo autentica e nuova.
Il mondo di sogno alla Globus non è un pallido riflesso lunare del mondo della veglia; né gli oggetti del sogno sono versioni povere, effimere, inconsistenti, di seconda mano di messaggi sensoriali passati. Benché i residui diurni possano influire sulle immagini dei sogni, il sogno è una creazione totalmente originaria.
Ed ecco il corollario radicale: la percezione allo stato di veglia non è fondamentalmente diversa. Una volta che si sospenda il problema se esista o no qualcosa (in linguaggio filosofico, ciò equivale a mettere fra parentesi l’esistenza), si trovò che il mondo del sogno e il “mondo reale” hanno lo stesso status ontologico. Globus scrive:
“Si deve ricordare che ci sono forti ragioni biologiche per supporre che la percezione utilizzi meccanismi paragonabili nella veglia e nel sogno. È biologicamente assurdo ritenere che l’evoluzione si biforchi bruscamente in due forme distinte con meccanismi diversi al suo stesso vertice: la coscienza umana. Come indica Freud, il sogno non è altro che una forma speciale di pensiero della veglia, che ha luogo sotto le condizioni peculiari del Sonno.”
Fondamentalmente, Globus argomenta contro la nozione del senso comune che l’input sensoriale sia un messaggio proveniente dalla realtà esterna: che l’albero presente nella nostra testa sia una copia (forse una copia imperfetta o modificata, ma comunque sempre una copia) dell’albero fuori di essa. Per Descartes il semplice messaggio dell’albero passava dal mondo esterno alla ghiandola pineale e da essa alla coscienza. Anche se noi oggi sappiamo che la percezione è un fenomeno assai più complesso, che il cervello sottopone ogni messaggio a un’analisi e a un calcolo assai elaborati, la maggior parte degli scienziati crede ancora che, quando un messaggio raggiunge infine la coscienza il suo ordine basilare viene conservato. (Un esempio in questo senso ci è fornito dal modello della percezione visiva di Hubel e Wiesel.)
La percezione della percezione da parte di Globus si discosta radicalmente dalle impostazioni precedenti: “Non si riceve alcun messaggio dalla realtà esterna,” afferma. “Invece, si crea un modello di realtà ex novo.” Per spiegare quale sia il suo obiettivo (siamo lontanissimi dall’armamentario del laboratorio di chimica cui eravamo abituati), ecco una registrazione parziale della nostra conversazione.
Noi. Lei ha detto di essere un “teorico dell’identità”. Intende forse dire che le operazioni della mente si riducono al funzionamento del cervello fisico?
Globus. Sì. In caso contrario si rimane invischiati nel dualismo: due sostanze diverse, che sarebbe una cosa impossibile. Ma mi ci sono voluti dieci anni per capire la teoria dell’identità. Essa è molto più radicale di quanto si pensi. Il realismo ingenuo, come sapete, è la dottrina per cui quello che vediamo ora è una realtà che percepiamo direttamente. È il punto di vista tradizionale, del senso comune. Questo dà per scontato che, nella misura in cui il nostro cervello è in grado di trasformare, analizzare o comparare l’input sensoriale, il messaggio originale venga conservato. L’ordine percettuale conserva l’ordine dell’input.
Ma ogni neuroscienziato sa che non può essere così. Il mondo che noi vediamo è una rappresentazione. Se seguiamo questa giustapposizione sino alla sua onclusione logica, arriviamo al dilemma esistenziale del Viaggio a Ixtlan di Carlos Castaneda, dove Don Juan dice a Carlos che noi siamo tutti racchiusi dentro una “bolla di percezione”.
Ecco quel che c’è di veramente radicale nella teoria dell’identità. Benché in apparenza sembri che voi e io condividiamo questo mondo qui e ora, la teoria rigorosa dell’identità dice che noi siamo totalmente isolati, che ognuno di noi costruisce individualmente questo mondo...
Noi. Allora noi tutti siamo racchiusi all’interno del nostro cranio separato, sperimentando il mondo solo indirettamente, attraverso il filtro dei nostri sensi, o — peggio ancora — percepiamo solo una totale chimera?
Globus. È questa la solitudine del viaggio a Ixtlàn. Don Genaro scopre che le persone nelle quali ha sempre visto esseri umani caldi, di carne e di sangue, non sono altro che apparizioni. L’altro è un’apparizione, una costruzione.
Noi. C’è un modo in cui possiamo sapere che lei non è un’apparizione?
Globus. No, non esiste alcuna via empirica al sapere. La realtà è una cosa remota, che conosciamo solo per inferenza. Ciò che, voi state facendo, che il vostro cervello sta facendo, è di raccontare una buona storia, priva di contraddizioni.
Noi. È questo ciò che fa un neuroscienztato: costruire una “buona storia” sul cervello?
Globus. Sì, ecco perché i fenomenologi, come (Maurice) MerleauPonty e (Edmund) Husserl, rifiutarono la scienza: perché rifiutavano la visione del senso comune. Lo scienziato stava solo leggendo uno strumento di misura o qualcosa del genere. Husserl ricercava una conoscenza trascendentale, assolutamente certa, non una conoscenza empirica. Ma egli lavorava su una concezione impoverita del cervello.
Noi. Lei non è favorevole a ignorare l’apparato fisico?
Globus. No. Se si vuole risolvere il problema mente-cervello — e io penso che sia un problema risolvibile — si deve pensare al cervello nello stesso modo in cui ci pensa uno scienziato del cervello: questo è l’unico modo per poter fare qualche progresso. Ma se si vuole considerare il problema della coscienza, si ha bisogno anche di un modello della coscienza, e la neuroscienza ne ha un modello molto impoverito. Alcune fra le definizioni migliori della coscienza provengono dai fenomenologi.
Noi. E lei che cosa pensa della coscienza?
Globus. Beh, Walter Weimer (un teorico dei rapporti mente-corpo, della Pennsylvania State University) dice: “L’organismo è una teoria del suo ambiente.” E una tesi provocatoria per indurre a pensare, molto bella.
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 355
L’esperienza religiosa non deve presentarsi necessariamente in un edificio in stile gotico con le vetrate colorate.
Se i fiori di Huxley trasfigurati dalla mescalina assumevano uno splendore celestiale, James li avrebbe classificati metodi camente assieme al “mondo in un granello di sabbia” di Blake e alle conversazioni di San Francesco con gli uccelli. Mistici di tutte le culture (oltre ai poeti dell’acido che raggiungono una fusione mistica con la tappezzeria) tendono a leggere verità cosmiche nei particolari più modesti.
“Se le porte della percezione fossero purificate,” scrisse William & Blake, “il mondo apparirebbe all’uomo com’è: infinito.” Prendendo a prestito l’espressione di Blake, Huxley scrisse un saggio classico, The Doors of Perception, sul suo esperimento con la mescalina. In esso egli suggerì che la funzione principale del sistema nervoso sia quella di filtrare, di escludere, l’infinito.
Ogni persona è capace in ogni momento di ricordare tutto ciò che le è accaduto e di percepire tutto ciò che accade dappertutto nell’universo. La funzione del cervello e del sistema nervoso è quella di proteggerci contro il rischio di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, escludendone la massima parte. Secondo tale teoria, ognuno di noi è potenzialmente la Mente universale.
Senza dubbio l’intera informazione presente nell’universo produrrebbe un sovraccarico nei nostri circuiti cerebrali. L’equipaggiamento sensoriale del nostro cervello è sintonizzato su larghezze di banda piuttosto ristrette, come le lunghezze d’onda della luce visibile, comprese fra 375 e 750 nanometri circa. Altre onde di energia elettromagnetica turbinano di continuo attorno a noi, ma noi non le vediamo. Se i nostri sensi fossero più acuti, potremmo udire i movimenti casuali delle molecole (è forse questo il “suono di una mano che applaude” dello Zen?) o vedere corone evanescenti di onde UHF attorno alle torri di trasmissione della TV. Potremmo trovarci nel mondo intollerabilmente brillante, cacofonico e premonitore di Norma MacDonald, un’infermiera canadese che descrisse l’inizio della sua psicosi nel Journal of the Canadian Medìcal Association nel 1960. Camminando per le vie di Toronto, essa sperimentò una “consapevolezza esagerata” del fatto che ogni passante sembrava portarle messaggi o da Dio o da Satana. “Sentire che l’estraneo che passa per strada conosce gli angoli più segreti della tua anima è una cosa che ti turba...” scrisse. “In modo simile a Huxley, Norma MacDonald immaginava che un “filtro” protettivo nel suo cervello si fosse rotto.
“Per rendere possibile la sopravvivenza biologica,” concludeva Huxley in The Doors of Perception, “la Mente universale deve venire filtrata attraverso la valvola a riduzione del cervello e del sistema nervoso. Quel che viene fuori all’altro estremo è il misero sgocciolio di quella sorta di coscienza che ci aiuterà a restare in vita sulla superficie di questo particolare pianeta.”
Se, d’altra parte, una persona riesce ad aggirare la valvola a riduzione, possono accadere secondo Huxley “ogni sorta di cose biologicamente inutili”, come percezioni extrasensoriali, illuminazioni spirituali, un barlume di “esistenza nuda” in tutta la sua gloria, e forse persino un incontro col Creatore sulla via di Damasco (o della Mecca, o di Benares).
Quando Huxley evocò questa nozione del cervello come di un filtro, questa era per lui solo una metafora. Ma forse nel cervello esiste davvero una “valvola a riduzione” biologica, l’aggiramento della quale potrebbe aprire la mente a realtà non ordinarie. In questo capitolo esploreremo alcune fra le possibilità.
La nozione che la coscienza “normale” sia solo una smorta illusione, una misera tranche di vita, è un luogo comune nella letteratura mistica. Secondo i mistici, la maggior parte di noi vede il mondo “come in uno specchio, in modo oscuro” (san Paolo), “attraverso una stretta fessura” (Blake) e, come gli abitatori della caverna di Platone, scambia ombre vacillanti per cose reali. “L’atman (l’anima) è la luce; la luce è coperta dal buio,” dice il vangelo dell’induismo. “Questo buio è illusione; ecco perché noi sogniamo.” La Realtà, con la R maiuscola, si trova al di là del mondo delle apparenze che i testi orientali chiamano maya (illusione) e che noi chiamiamo “vita reale”.
“Il nostro cervello stabilisce a quanta realtà è consentito l’ingresso,” ci dice Candace Pert. “La realtà è come un arcobaleno, o come lo spettro elettromagnetico. Ogni organismo è una macchina, perfezionata dall’evoluzione, costruita per scoprire l’energia elettromagnetica più utile per la sua sopravvivenza Gli esseri umani sono in grado di vedere la parte dello spettro compresa fra l’infrarosso e l’ultravioletto, mentre le api sono in grado di percepire anche varie tonalità di ultravioletto.”
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 387.
L’olografia è una forma di fotografia che non fa uso di lenti, inventata da Dennis Gabor nel 1947. Diversamente da una comune fotografia bidimensionale, un’Ologramma è un’immagine tridimensionale straordinariamente simile al vero. Il suo codice, memorizzato sulla pellicola, non ha alcuna somiglianza con l’oggetto fotografato, ma è una registrazione delle onde luminose diffuse dall’oggetto. Supponiamo di lasciar cadere due ciottoli in uno stagno tranquillo e poi di congelare immediatamente la superficie increspata. Nei fronti d’onde che si sovrappongono è memorizzata una registrazione completa del passaggio dei ciottoli in un istante del tempo. Lo stesso vale per un ologramma.
Un fascio di energia luminosa — nella maggior parte dei casi un fascio laser — viene diviso a metà. Una parte, chiamata il fascio di riferimento, viaggia direttamente fino alla pellicola olografica; l’altra viene riflessa dall’oggetto che dev’essere fotografato prima di continuare il suo percorso fino a incontrare la pellicola. I due fasci si incontrano sulla pellicola, formando una figura di interferenza simile a quella dei fronti d’onda intersecantisi formati dai ciottoli nell’acqua dello stagno. Si ottiene così un groviglio di vortici apparentemente privo di significato. Come disse lo stesso Gabor: “Sembra rumore.” Quando però la pellicola viene illuminata con un “fascio di ricostruzione”, un fascio laser identico al raggio di riferimento originario, l’oggetto riprende forma magicamente. E’ come se il fronte d’onda fosse stato congelato nel tempo nella lastra olografica e poi liberato per continuare il suo viaggio sino al nostro occhio. Ed ecco, qui davanti a noi, un’immagine così realistica che sembra di poter allungare una mano e toccare gli oggetti raffigurati, ma solo per tranciare con la mano l’aria impalpabile. Archimede fece la sua famosa esperienza dell’eureka nella vasca da bagno; la teoria del cervello olografico di Pribram nacque per caso dalla lettura di un numero di Scientfic American del 1966. Scorrendo un articolo sull’olografia, fu colpito da varie proprietà interessanti: un ologramma puo immagazzinare quantità di informazione quasi infinite in uno spazio quasi piccolo a piacere. Una parte qualsiasi dell’ologramma contiene informazioni sul tutto. Se dovessimo lasciar cadere la lastra e questa si rompesse, potremmo sempre recuperare un frammento della figura dell’onda e ricostruire l’intera immagine. Il “messaggio” contenuto in un ologramma è situato paradossalmente dappertutto e da nessuna parte.
Pribram pensò alla vana ricerca dell’engramma, cui aveva per breve tempo partecipato negli anni cinquanta, quando aveva cercato inutilmente tracce mnestiche nel cervello di scimpanzé sotto la guida di Karl Lashley. Nell’ipotesi che il cervello usasse, per memorizzare l’informazione, un codice diffuso, simile a quello dell’ologramma, si spiegherebbe perché ratti con estesi danni cerebrali riescano ancora a ricordare labirinti e perché esseri umani colpiti da ictus cerebrale non perdano parti discrete della loro memoria: per esempio gli anni dal 1966 al 1974 o tutte le parole che cominciano per b. Si spiegherebbe anche come un organo grande quanto un melone possa contenere i ricordi di tutta una vita. Come si possono sovraporre molti ologrammi diversi, speculò Pribram, così si possono accumulare nel nostro cervello infinite immagini. Quando ricordiamo qualcosa, usiamo forse un certo “fascio di ricostruzione” per zoomare su un particolare ricordo codificato.
Dapprima fu una metafora, ma all’inizio degli anni settanta il cervello olografico era diventato qualcosa di più. “Ovviamente nel cervello non ci sono raggi laser o raggi di riferimento,” ci dice Pribram. “Sto dicendo semplicemente che il nostro cervello usa un codice simile a quello dell’olografia. Il cervello esegue certe operazioni, che possono essere descritte dalla matematica dell’olografia, per codificare, decodificare e ricodificare l’input sensoriale. Non esiste alcuna altra tecnica nota all’uomo che consenta di memorizzare una quantità così grande di informazione.”
L’olografia si fonda su un’operazione matematica nota come trasformata di Fourier. Per esprimerci in modo approssimativo, questo metodo consiste nella scomposizione di ogni struttura complessa in insiemi di onde più semplici. Il profilo di una faccia, per esempio, può essere rappresentato come una serie di onde sinusoidali e cosinusoidali, in definitiva come una serie di numeri, come una serie di Fourier. I satelliti usano le trasformate di Fourier per eliminare le forme irnilevanti nelle forme che significano sottomarini in movimento. La TAC e altre tecniche di visualizzazione le usano per costruire immagini tridimen sionali del corpo. Gli scienziati le usano nei loro computer per separare il grano statistico dalla pula.
Quando vediamo qualcosa, la nostra retina lavora in modo molto simile a una macchina fotografica. Ma a quel punto, crede Pribram ha luogo un “effetto di diffusione”. “in altri termini, il nostro cervello lavora simultaneamente in due modi. Abbiamo la rappresentazione spaziale che disegna l’immagine retinica sulla corteccia. E poi, nella membrana delle cellule, l’immagine viene ritrasformata nella modalità della frequenza: ossia la diffusione che vedremmo se guardassimo senza una lente, il cristallino. Il codice dei neuroni per memorizzare l’informazione assomiglia alle figure di interferenza sùlla lastra olografica.” Così, secondo Pribram, il nostro cervello non memorizza una riproduzione letterale della faccia della nostra nonna, ma qualcosa di simile a una trasformata di Fourier della sua faccia. Se potessimo guardare dentro il cervello, “vedremmo” un codice astratto di rapporti onda-fare non più simili al mondo percepito di quanto le figure sovrapponentisi di luce e d’ombra sulla lastra olografica sono simili alla scena raffigurata nell’ologramma.
Perché il cervello non si limita semplicemente a stampare un ‘immagine, come una fotografia? Hubel e Wiesel scoprirono dei neuroni che sono sintonizzati alle dimensioni fisiche del mondo esterno: perché non supporre che il cervello prenda l’avvio da barre, linee e bordi costruendo poi per accumulo immagini complesse come facce ed edifici? L’estensione ultima di quest’idea è la “cellula della nonna”, un ipotetico neurone che emette scariche ogni volta che la nostra nonna entra nella stanza. Ma riflettiamo un momento: come potrebbe una stessa cellula riconoscere la nonna di profilo a mezzo chilometro di distanza e seduta di fronte a noi per la prima colazione? Come potrebbe, inoltre, il cervello contenere cellule precablate per vedere tostapane, gatti di pezzà, alberi di mele, biciclette col cambio a dieci velocità e discoteche?
“Alla metà degli anni sessanta,” racconta Pribram, “tutti credevano che alla base della percezione ci fossero rivelatori di forme. Secondo quest’idea ogni neurone risponderebbe a una particolare forma dell’input sensoriale — come il colore rosso, il verde o la verticalità — e queste forme elementari si combinerebbero poi in un’immagine intera. Ma come mai quando io vedo una faccia da distanze diverse o
angoli diversi perciò ancora la stessa faccia? N
on può esserci una singola cellula cerebrale che dice: ‘Bzzz: la faccia di Camilla’ o ‘Bzzz: il naso di Camilla’.
La percezione dev’essere una cosa molto flessibile, non una figura cablata in modo preciso. Le cellule cerebrali rispondono in modo selettivo a forme, ma non in un unico modo. Ogni cellula è qualcosa di simile a una persona che ha molti caratteri. Così, quando si astrae il colore azzurro, ci si deve indirizzare a tutte le cellule nella
rete che rivelano l’azzurro...
“Un codice olografico si prende cura automaticamente di memorizzare immagini viste da distanze e da angoli diversi. Il problema della grana è risolto: si possono avere immagini di grana molto fine. Ma forse la ragione più importante è quella stessa per cui le trasformate di Fourier sono usate da computer: nello spazio di Fourier si possono eseguire delle correlazioni in modo quasi istantaneo. Questo è esattamente ciò che fa il nostro cervello quando noi elaboriamo istantaneamente il colore del tavolo, la qualità lucida o satinata della sua superficie, le sue dimensioni, la luminosità, la distanza e il rapporto con tutti gli altri tavoli che abbiamo visto.”
Che cos’ha a che fare tutto questo con Dio nel cervello? Come Pribram fu rapido a percepire, il regno del cielo dentro di noi potrebbe essere il regno olografico. Questo è un luogo buono almeno quanto qualsiasi altro per cercarvi la controparte della Città di Dio, il Regno della Luce, la Visione Beatifica o la Luce Chiara del buddhismo tibetano.
Consideriamo: una sezione trasversale delle onde elettromagnetiche in qualsiasi istante assomiglierebbe a un ologramma. Occorre una radio o un televisore per trasformare questo “rumore” in immagini udìtive o visive, in un concerto o in un film. Nello stesso modo, i nostri sensi percepiscono frequenze e le trasformano in oggetti. Essi traducono il “continuo indistinguibile, brulicante”, di William James nelle forme, nei colori, nei suoni e nelle figure del nostro mondo ordinario, tridimensionale. Ma questo è il “mondo reale” o solo un film?
“Se ci liberassimo delle nostre ‘lenti’,” suggerisce Pribram, “percepiremmo le figure di interferenza stesse. Saremmo nel campo delle frequenze pure. Come ci apparirebbe questo campo? Chiediamolo ai mistici, benché anche loro abbiano difficoltà a descriverlo... Spazio e tempo avrebbero subito un collasso o, come preferisco dire, si sarebbero ripiegati. Si pensi a un tracciato EEG. Sull’asse verticale c’è l’ampiezza, sull’asse orizzontale la frequenza. Non ci sono né spazio né tempo.
“Il nostro cervello può a quanto pare eseguire lè trasformate in avanti e all’indietro fra la realtà dello spazio-tempo e la realtà delle frequenze, il campo della luce. Oppure può darsi che esso tenga nota di entrambi i membri dell’equazione. Un computer che usi le trasformate di Fourier lo fa eseguendo rapide correlazioni.
Fuori della finestra di Pribram gli studenti dei primi anni della Stanford University vanno in bicicletta in un immacolato pomeriggio color verde e oro. La maggior parte di loro danno l’impressione di aver trascorso la mattinata a scalare le montagne per andare poi assieme a girare una pubblicità di una bevanda gassata. La mente, gli chiediamo, abita nel cervello fisico come un impalpabile ologramma, dappertutto e in nessun luogo simultaneamente?
“Sì, è così; la mente non è localizzata in un punto,” dice Pribram. “Il suo funzionamento si fonda su un meccanismo simile a quello per l’olografia, la quale crea immagini che noi percepiamo come oggetti esistenti da qualche pane fuori della macchina che le produce. Noi sappiamo che nella visione hanno parte i nostri occhi, ma io non immagino che voi siate sulla superficie della mia retina. Anche se i codici si trovano da qualche parte nel mio cervello, io vi percepisco lì seduti sulle vostre sedie.”
“Ho sempre pensato,” continua, “che il dualismo vada bene nel comune campo immagine-oggetto: il campo in cui l’occhio costruisce immagini e il cervello opera sulle immagini sensoriali per produrre oggetti. Il dualismo va bene per l’ambito newtoniano. Esso non si applica però all’ordine olografico, ripiegato. Qui non c’è più né spazio né tempo né causalità né materia e neppure mente. Tutto è ripiegato. Non ci sono confini, cosicché non si ha né mente né cervello.”
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 416
La teoria olografica trova un qualche sostegno sperimentale nelle ricerche degli scienziati dell’Università di California a Berkeley Russell e Karen De Valois, i quali hanno identificato cellule nel sistema Visivo che rispondono a frequenze spaziali anziché a linee, a bordi e ad altri elementi dello spazio tridimensionale. E ci sono buone ragioni per credere che reti distribuite di neuroni, e non singoli “neuroni visivi” (per usare l’espressione di Francis Crick), siano le unità importanti nel codice di elaborazione dell’informazione del cervello. Come si espresse Crick: “Non pensiamo che un neurone di per sé possa fare moltissimo.” La maggior parte degli scienziati con cui abbiamo avuto contatti, però, hanno rifiutato la fede nel cervello olografico. “E’ assurdo,” disse uno di loro. “Nel cervello non ci sono trasformate di Fourier.”
Altri dissero che era una metafora utile, finché la si fosse intesa solo come una metafora.
Ma anche se è solo una metafora, l’ologramma è una metafora convincente per lo spettacolo magico del cervello. Esso suggerisce in che modo una piccola massa finita di materia, il cervello, potrebbe contenere un paesaggio mentale infinito. Esso potrebbe essere sotto molti aspetti un modello migliore di quello del computer, cui si fa nondimeno ricorso molto spesso. “La mente del computer è una creatura del mondo lineare, euclideo, che gli ha dato origine,” osserva Paul Pietsch, un anatomista dell’Università dell’Indiana, che ha scritto un libro sul cervello olografico intitolato Shufflebrain. “La sua memoria si riduce a bit discreti. Un bit è una scelta binaria: un chiaro, netto, preciso sì-no, acceso-spento, una scelta efficiente... Il continuo olografico non è lineare; non è aut-aut; non è efficiente.”
L’olografia può spiegare anche perché tempo e spazio nel cervello non assomiglino allo spazio-tempo fisico. “Molti hanno sognato scene di dieci anni contratte nello spazio di un sogno di dieci minuti,” nota Pietsch. “Può capitare anche l’inverso... Un personaggio in un dramma recente di Neil Simon dice che, durante una crisi di depressione, non riuscì ad attraversare la strada perché l’altro marciapiede era troppo lontano.” Albert Einstein disse: “Quando un uomo se ne è stato seduto assieme a una bella ragazza per un’ora, gli pare che sia passato solo un minuto. Ma fatelo stare seduto su una stufa ardente per un minuto, e questo gli sembrerà più lungo di un’ora. Questa è la relatività.” Il tempo psicologico è relativo, e l’olografia è costruita su principi relativistici. Anziché su quantità, il suo codice si fonda su rapporti fra onde, rapporti di fase. In un ologramma è compressa l’intera storia delle onde, esattamente come il nostro intero passato è contenuto nella nostra memoria. Il tempo è annullato in un ologramma come nello stato mistico.
Forse fu un caso di sincronicità junghiana il fatto che, mentre Pribram stava fantasticando sul cervello olografico, a diecimila chilometri di distanza, a Londra, un famoso fisico quantistico stava pervenendo alla conclusione che l’intero universo fosse un ologramrria. A quel tempo i due scienziati non sapevano nulla l’uno dell’altro; solo in seguito confrontarono i loro appunti e cominciarono ad apparire negli stessi circuiti di conferenze. Il fisico David Bohm, che segue l’insegnamento del filosofo indiano Krishnamurti, riferisce l’ambito immagine-oggetto (l”’ordine non ripiegato”) e l’ambito della frequenza (l”’ordine ripiegato”) al manifesto e non manifesto degli indù. Secondo la filosofia indù, tutta la creazione è latente, “ripiegata” nel non manifesto, un po’ come un essere umano potenziale è “ripiegato” nel DNA. Dal non manifesto informe è nato il manifesto”
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 417
Si può guardare nello stesso modo all’economia, rappresentando graficamente le “oscillazioni” spesso capricciose dei cicli economici.
Si può analizzare il cuore come un sistema dinamico, come hanno fatto un paio di ricercatori alla McGill University a Montreal, e isolare le condizioni nelle quali un battito cardiaco normale, periodico, si “biforca” in fibrillazioni cardiache pericolose.
Si possono mescolare assieme certe sostanze chimiche e vedere la genesi del caos.
Si può costruire un modello non lineare del sistema endocrino femminile (la retroazione ormonale interconnessa i cui cicli agiscono come oscillatori meccanici accoppiati) per studiare la sindrome premestruale. Lo ha fatto Ralph Abraham, che ha inoltre prodotto il ROVER, la simulazione computerizzata della risposta di un cane allo stress.
“È interessante, e persino confortante,” riflette W. Ross Adey, un neuroscienziato che ha familiarità col caos, “che le leggi che determinano interazioni atomiche nella polvere cosmica interstellare siano le stesse leggi che determinano le interazioni di molecole sulla superficie di cellule cerebrali.”
Le pareti dello studio di Don Walter, nel seminterrato dell’edificio di scienze della vita dell’Ucla, sono coperte da grafici di diversi processi biologici. Alcuni, come le rappresentazioni grafiche per mezzo di computer di ritmi sistolici e diastolici, assomigliano a montagne stilizzate con nubi in stile giapponese attorno ai loro picchi. Quando arriviamo, il suo terminale di computer sta visualizzando onde seghettate nei colori blu e viola. “Punte caotiche,” spiega Walter.
Introducendo nel computer equazioni per tre neuroni connessi fra loro, Walter e Alan Garfinkel, del Crump Institute for Medical Engineering dell’ Ucla, hanno ottenuto un po’ di caos. Un caos ordinato. “Se si connette un fascio di neuroni, con accoppiamenti incrociati inibitori, essi emetteranno scariche in modo irregolare,” dice Garfinkel. “Eppure in tale caos è presente in realtà uno schema che, usando metodi perfezionati, noi possiamo individuare.” Quando una figura sullo schermo simile a una tappezzeria diventa più complessa, Walter aggiunge: “Non è possibile fare predizioni esatte nei particolari, ma ci sono nondimeno delle tendenze individuabili.” Se, esaminando il coportamento di tre neuroni associati, si ottengono schemi non predicibili, immaginiamo che cosa potrebbero fare migliaia di miliardi di cellule interagenti. Un cervello è più simile nel suo funzionamento al tempo meteorologico o a un flusso turbolento che non a un computer numerico, secondo gli esperti del caos. Nel modello classico della serratura e della chiave, una molecola di una sostanza chimica cerebrale si combina con un recettore specifico sulla membrana plasmatica di un neurone. Oggi i neuroscienziati sanno però che una popolazione di recettori può fluttuare rapidamente sotto l’influenza di molte condizioni microscopiche all’interno e all’esterno della cellula. “Invece che in termini di recettori, potrebbe essere meglio pensare in termini di recettività” dice Alan Garfinkel. Il neurone stesso non è una piccola biglia dura o un microchip in un computer, bensì una “complessa reazione chimica in soluzione”, un “sacchetto di enzimi” soggetto alle stesse instabilità di altre reazioni chimiche.
“Ci sono alcune cose predicibili nel cervello e alcune cose predicibili nel comportamento di persone,” dice Walter. “Possiamo predire a quale ora si alzerà dal letto la maggior parte delle persone. Possiamo predire che i cervelli invecchieranno, si logoreranno e moriranno. Ma per molti processi cerebrali si deve rinunciare persino all’ideale del determinismo. La dinamica caotica ci dice che molte cose le quali sembrano deterministiche non possono essere predette a fini pratici per più di un breve intervallo di tempo.”
Il calcolo infinitesimale descrive un mondo predicibile, che muta con continuità, e uno dei suoi due inventori, Gottfried Wilhelm von Leibniz dichiarò una volta che Natura non facit saltus. Invece la natura fa salti. Quando un parametro cresce al di là di un valore critico, i metalli si rompono improvvisamente, un fluido dal flusso regolare diventa turbolento, le concentrazioni chimiche diventano caotiche. Queste sono alcune delle non linearità della natura. Un rapporto non lineare è un rapporto in cui, se x è uguale a y, 300 x sarà uguale a 300 y e via dicendo, per tutti i valori possibili di x e y. “Ma l’intera biologia è non lineare,” dice Garfinkel. “Se raddoppiamo le dimensioni di un osso, esso sarà otto volte più pesante ma solo quattro volte più resistente. Questo fatto rende impossibile un uomo alto dieci metri.”
Nel cervello, un input doppio può comportare un output quadruplo, o un output grande solo la metà. La percezione, per esempio, è organizzata lungo linee logaritmiche (in decibel). E sia che misuriamo il comportamento di un animale o di un neurone, gli effetti del calore, di sostanze chimiche o dell’elettricità possono produrre conseguenze decisamente non predicibili. “Il cervello è bizzarro,” dice Arnold Mandell.
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 432
Arnold Mandell vede una lezione per la psichiatria nei vagabondaggi notturni dei ratti del Salk Institute. Se un computer seguisse i nostri movimenti per molte ore, molti giorni o molti anni, egli pensa, i nostri spostamenti casuali presenterebbero una forma altrettanto personale quanto la nostra firma. Il comportamento umano ha le sue geometrie, se si sa come guardare. “La ‘corrente preconscia’ di William James è un percorso casuale,” dice, “ma nel corso del tempo emerge un ordine. Come mai i nostri pensieri scorrono da un momento all’altro, e nondimeno noi rimaniamo le stesse persone, con la stessa mente? Il concetto di caos deterministico può risolvere questo paradosso. E’ come un almanacco, che è meglio di una previsione del tempo per tre giorni.
La prima volta in cui udì J. Doyne Farmer descrivere un attrattore strano — egli ricorda di aver sentito dire da Farmer, a proposito di un qualche fenomeno idrodinamico: “Questa cosa non può attendere di accumularsi” — Mandell fu preso all’amo. Per decifrare le enigmatiche geometrie che era convinto dovessero essere presenti nei neuroni con altrettanta certezza che nelle correnti di convezione e nell’innalzarsi di volute di fumo di sigaretta, Mandell trascorse cinque o sei anni a studiarsi difficili equazioni differenziali. “E’ un inferno “ confida. “È la cosa più difficile che io abbia mai fatto in vita mia.” Ma ci riuscì abbastanza bene, a quanto pare, se è vero che nel 1984 vinse un premio della MacArthur Foundation.
“Si parli di elettricità o di acqua o di nubi o del cervello o del comportamento di un folle,” dice, protendendosi in avanti sulla sua sedia e fissandoci con i suoi occhi penetranti, “sono all’opera sempre gli stessi principi.”
“Penso all’immagine incredibile di Doyne. Prendiamo un gruppo di punti — i valori iniziali in un sistema di elaborazione dati — e gettiamoli sull’attrattore. Si riuniscono insieme e formano onde? O si diffondono sull’intero attrattore? L’attrattore è come un magnete. Ha un aspetto casuale, ma nel corso del tempo assume una forma. Lo stesso discorso vale per il cervello. E anche per una personalità.
“Quel che scoprì Freud fu una cosa molto profonda. Se si introduceva una persona in uno studio medico a Vienna nel 1900, si spegnevano le luci e si diceva a tale persona di raccontare tutto ciò che le veniva in mente, ci si trovava di fronte solo ad alcuni tipi fondamentali: l’ossessivo, il coatto, l’isterico, lo psicopatico. Fra le possibilità infinite della libera associazione, ricorrevano di continuo solo pochi ‘miti’, come quello di Edipo e quello del timore di castrazione. I particolari della personalità ovviamente potevano essere diversi — una persona poteva essere un medico, un’altra poteva essere un idraulico — ma a un livello più profondo c’erano solo alcuni schemi di resistenza contro lo stress delle circostanze. In un certo senso, quando uno psichiatra osserva una persona elimina infinite dimensioni e produce un ‘attrattore di poche dimensioni’, un mito semplice che connetta assieme ogni cosa. Disperazione orale o ambivalenza anale; controllo o orgoglio o gelosia sessuale.”
Sulla sua lavagna, Mandell spiega uno “spazio di fase” e traccia un attrattore a punto fisso e un ciclo limite. “Se si rimane bloccati da qualche parte,” dice, “si può contrarre una malattia mentale. Questo,” indica il punto, “potrebbe essere la morte. Questo,” il suo gesso si muove in cerchio a descrivere il cerchio senza fine di un ciclo limite, “potrebbe essere la psicosi maniaco-depressiva.” Il ciclo limite gli ricorda anche le ossessioni, le idee fisse, gli “stereotipi” del movimento in cerchio di ratti cui siano state somministrate alte dosi di anfetamine. “Lo stile ossessivo ha una coerenza eccessiva, come un ciclo limite,” dice. “Si continua per molto tempo a muoversi in cerchio. ‘La gente è cattiva.’ ‘Così va il mondo.’ Noi tutti presentiamo un po’ dello stesso comportamento.”
“Queste erano le uniche stabilità dinamiche che si conoscevano fino a qualche anno fa. Poi si trovò anche questa stabilità nuova.” Scarabocchia un attrattore strano spinoso, irto. “Questa potrebbe essere quella chiesa cristiana di cui vi dicevo. Quei ragazzi fanno una quantità di cose. ‘Parlano in lingue’, hanno Visioni, leggono la Bibbia e dicono: ‘Lo farò, Signore,’ ma sono stabili perché si sono abbandonati a Dio. Io penso che questa sia la stabilità dell’attrattore strano. E’ senza fase, ma è decisamente una forma.”
“Io penso,” aggiunse, “che noi oscilliamo fra due stati cerebrali: uno stato laminare (il flusso regolare descritto da un attrattore a punto fisso o periodico) e uno stato caotico. Potete vedere la dinamica dei due emisferi in questo modo. L’emisfero sinistro è laminare, ordinato. Esso funziona dicendo: ‘Due isolati a sinistra,un isolato a destra, sei isolati a nord.’ L’emisfero destro è invece un flusso disorganizzato, un attrattore strano. Freud vide nel paziente ossessivo e in quello isterico lo yin e lo yang del continuo della personalità. Io penso che questi siano i due stili cerebrali basilari, e che ogni personalità sia un misto in varia misura di entrambi.”
Se ci si occupa del caos abbastanza a lungo, esso finisce col diventare una filosofia personale. La paradossale “follia limitata” dell’attrattore strano è come un koan dello Zen, l’equivalente matematico di: “Qual è il suono di una mano che applaude?”
Molti degli studiosi del caos da noi intervistati si espressero come poeti e come mistici — Ralph Abraham, che una volta trascorse sette mesi in India con un guru, sta esplorando la teoria vedica delle vibrazioni in una simulazione computerizzata dei neuroni — e Mandell non fa eccezione. Lo slogan, che esprime una concezione del mondo, scritto sulla sua T-shirt (UN MESCOLAMENTO CAOTICO LIMITATO PRODUCE UNA STABILITÀ STRANA), non è altrettanto conciso quanto la formula di Einstein E = mc2, ma per Mandell ha risonanze cosmiche.
Lo slogan di Mandell significa: “Se ti abbandoni a Dio, avrai una maggiore stabilità.” Esso comporta una scelta a favore di Jung in contrapposizione a Freud. “Il paradigma di Freud è il determinismo dell’Io: ‘Sono io a causare una certa cosa.’ Quella di Jung è una diversa sorta di causalità: una causalità mistica, una chiesa della parola. Io penso che essa sia più vicina al modo in cui funziona il mondo.” Essa significa “non-attaccamento, il tema misterioso della Bhagavadgita”.
Mandell ci mostra un’immagine di un attrattore strano: è quella generata da una simulazione al computer della risposta di una cellula dell’ipofisi a ormoni tropici. “Otto Ròssler, un chimico teorico tedesco, era in piedi dinanzi al suo calcolatore analogico e vide uno dei primi attrattori come questo e divenne psicotico,” ci dice. “Era come una psicosi allucinogena, ne sono sicuro.”
Il paesaggio del caos di Lewis Carroll può avere strani effetti sulla nostra mente. Se si fa una sezione trasversale di una ciambella si ottiene un cerchio. Se si fa una sezione trasversale di un attrattore strano si ottiene un regresso infinito di pieghe all’interno di pieghe all’interno di pieghe,come una serie di scatole cinesi racchiuse l’una dentro l’altra. Se si ingrandisce un centimetro di una piega, si vedono al suo interno altre pieghe, con la stessa ricchezza di particolari ripetuta in miniatura. E’ un po’ come una carta nautica di una linea di costa, ciascuna curva della quale, se ingrandita, rappresenta una sezione minore della linea di costa, e cosi all’infinito. Mandell pensa che per il cervello si abbia una situazione analoga.
“In qualsiasi scala lo si sezioni, il cervello ci mostra la sua infinità presentandoci sempre la stessa faccia,” dice Mandell. “Io ho ottenuto gli stessi schemi dai recettori della dopammina, dall’enzima tirosinaidrossilasi che produce la dopammina, dai recettori della serotonina, dalle registrazioni dell’attività di singole cellule, dagli EEG e su su fino al comportamento. Il nostro stile, quale che sia, è impresso in ogni neurone. Esso appare nei nostri EEG e nella nostra grafia, nel modo in cui ci spazzoliamo i denti e nella cura che profondiamo o non profondiamo a tenere in ordine la nostra automobile. A ogni livello, fino a quello atomico, penso che si veda sempre la stessa danza, lo stesso scenario. E’ una firma. Un anno della nostra vita, se potessimo descriverlo geometricamente, avrebbe la stessa ‘linea di costa’ della nostra giornata.”
“Se si somministra a un paziente del litio, esso modifica tutte le danze, a tutti i livelli. Il litio randomizza le cose, creando una maglia ionica di ‘rumore’ nell’acqua. Le onde risultano quindi meno raggruppate, meno in fase, meno coerenti. Gli antidepressivi triciclici (come l’Elavil e il Tofranil) fanno l’inverso: essi accelerano le cose consentendoci di passare più rapidamente allo stato successivo.
“La cocaina e l’anfetamina producono attivazione, le onde diventano in fase. Se si osserva il disturbo della personalità prodotto dalla cocaina, è un po’ come se degli eventi casuali si organizzassero in una frequenza. Si diventa molto assertivi su ogni cosa, arroganti, monotoni. Io penso che Freud ci abbia dato una rappresentazione di una parte del cervello sotto l’effetto della cocaina. Nei suoi ultimi scritti egli divenne molto irritabile, territoriale e difensivo.”
“Io ritengo che gli allucinogeni siano attrattori strani. Essi mescolano i particolari alla rinfusa, disorganizzano. Quando i particolari sono mescolati in misura sufficiente, tutto ciò a cui ci si può aggrappare è la geometria sottostante. Se si è abituati al modo sequenziale, laminare, si può cadere in preda al panico. A volte però gli allucinogeni possono aggiungere una nuova dimensione alla personalità coatta che ha conosciuto solo il modo laminare.
Non occorre dire che il cervello contemplato da Mandell non ha affatto l’aspetto di un diagramma di cablaggio. Esso non è un quadro di comando o un computer, bensì una sorta di brodo: incerto, fluido, pieno di vortici e correnti non lineari.
“Per studiare un neurotrasmettitore in provetta,” spiega, “si aggiungono gli enzimi precursori e gli enzimi cofattoriali, dopo di che si misura il ritmo con cui viene prodotto il trasmettitore. La maggior parte dei ricercatori aggiunge enzimi a concentrazioni un migliaio di volte superiori a quelle che si trovano nel cervello. A concentrazioni così grandi le reazioni biochimiche si muovono verso l’equilibrio con una velocità regolare. Il grafico è una curva uniforme. Quando però usammo basse concentrazioni biochimiche, simili a quelle esistenti nel cervello, le linee sui nostri grafici cominciarono a contorcersi e a danzare come impazzite. Io mi sono recato in tutto il paese con questi grafici, che ho mostrato ad alcuni fra i migliori scienziati del cervello; essi mi dissero che secondo loro non erano altro che rumore, cose di nessun conto, perché non hanno un comportamento lineare. Io sto invece cercando di costruire una mappa delle oscillazioni.”
“Queste oscillazioni compaiono in ogni sistema non lineare. Sono i vortici che si osservano se si pone una grossa pietra sul percorso di un corso d’acqua veloce. Esse hanno un ordine proprio. Benché se ne possa dare una rappresentazione cartografica, esse non sono quantizzabili, non sono esprimibili in centimetri o in milligrammi; sono danze.”
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 444
Dice John Hopfield del CalTech, il padre del computer smemorato: “Se si vuol produrre un sistema in grado di ricostruire una memoria totale a partire da un’informazione parziale, si ha bisogno di un sistema non lineare.”
“In un computer si deve arrotondare in nove posizioni,” dice Mandell. “C’è rumore ai confini e, se non lo si elimina, quel rumore può cominciare ad assumere qualche forma. Il margine di errore aumenta col tempo. Il rumore si auto-organizza. Il cervello ha questa attività spontanea di auto-organizzazione, come le nubi, l’aria e l’acqua. Esso produce gorghi e vortici. Quando si passa dal livello dei neuroni a campi elettromagnetici, a una persona, a una famiglia, a una società, si ottengono proprietà emergenti.”
Ma in che modo il rumore si organizza trasformandosi in qualcosa? In che modo dal disordine sorge l’ordine? In che modo le cellule che fluttuano in un mare di liquido extracellulare danno origine a idee, la “potenza causale” delle quali, per usare le parole di Roger Sperry, “(diventa) altrettanto reale quanto quella di una molecola, di una cellula o di un impulso nervoso”? Chi o che cosa dirige il traffico, dando gli ordini, disegnando i progetti?
Consideriamo i mixomiceti. Alan Garfinkel lo fece, e fu affascinato dalla capacità di questi organismi di auto-organizzarsi. “Quando ne vidi uno per la prima volta mi dissi: ‘Alan, smetti quel che stai facendo; questa è la cosa più bella del mondo.’” Noi possiamo non sentire una grande attrazione per il limo verde mucillaginoso che riveste la superficie di acque stagnanti, ma per i conoscitori del caos questo è un esempio di ordine emergente.
“Quest’organismo ha due fasi di vita,” spiega Garfinkel. “Nella prima è una semplice ameba unicellulare che se ne va in giro in cerca di cibo. Quando però è deprivato del suo cibo — i batteri —, subisce una trasformazione radicale, una transizione di fase. Esso comincia a pulsare un messaggero chimico, un AMP (acido adenilico) ciclico, che lancia segnali a tutte le altre amebe. Queste cominciano a raggrupparsìin colonie di migliaia di cellule, formando delle belle figure simili a onde. Poi accade una cosa sorprendente. Le colonie, in origine omogenee, subiscono una trasformazione interna e diventano un animale differenziato.”
“La parte frontale diventa una testa; quella posteriore un peduncolo. Il corpo si trasforma in spore coperte da involucri duri. Poi gli involucri si rompono e ne emergono singole amebe, che completano il loro ciclo vitale. A partire da singole cellule si ottiene questo esempio incredibile, strutturato, differenziato, organizzato di ordine macroscopico!”
Lo si creda o no, ci sono equazioni che descrivono questo processo e la configurazione formata dai mixomiceti ne è la “soluzione”. L’equazione ha una proprietà di auto-organizzazione che, in questo caso, trasforma una collezione piuttosto libera di organismi unicellulari in un singolo animale pluricellulare. Ma la stessa proprietà opera in molte altre parti della natura, fra cui la reazione chimica di Belousov-Zhabotinski, e alcuni scienziati sospettano che essa sia il fattore nascosto nella morfogenesi, trasformando una cellula uovo fecondata sferica, indifferenziata, in un animale o un essere umano complesso, strutturato, differenziato.
I mixomiceti, secondo Garfinkel, offrono anche un modello per l’emergere dell’ordine sociale umano. In che modo società, nazioni, sistemi economici mondiali, sindacati e via dicendo derivano dal comportamento casuale, non predicibile, di individui? Come mai noi tutti accettiamo di procedere in automobile sul lato destro della strada, di osservare una giornata lavorativa dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio e di presentare la dichiarazione dei redditi entro il 30 Giugno? “
Lo stato totale del sistema si muoverà verso un certo attrattore — per esempio la cooperazione — anche se l’individuo non lo fa in modo cosciente,” ci dice Garfinkel.
La straordinaria riorganizzazione dei mixomiceti si verifica quando le singole amebe cominciano a pulsare con lo stesso ritmo, fenomeno noto come “aggancio di fase”. L’aggancio di fase si riscontra anche nei grilli e nelle lucciole, quando friniscono o lampeggiano di concerto, e si è persino osservata una tendenza in donne che vivono assieme a sincronizzare il loro ciclo mestruale. Gli amanti che dormono assieme respireranno naturalmente all’unisono. E, ci dice Garfinkel, per stabilizzare la respirazione di bambini piccoli con aritmie di respirazione si è fatto ricorso a un orsetto meccanico “che respira”, giacché in questo modo la respirazione del neonato si aggancia automaticamente a quella del suo piccolo amico. Forse, suggerisce Garfinkel, anche alcune fra le nostre convenzioni sociali, come la giornata di lavoro dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio, implicano un aggancio di frequenza analogo. E nella natura delle cose sincronizzarsi su certi ritmi, e i neuroni non fanno certo eccezione (come abbiamo appena visto dagli esperimenti di Ross Adey).
Kilgore Trout una volta aveva scritto un racconto che era costituito da un dialogo tra due pezzi di lievito. I due discutevano dei possibili scopi della vita intanto che mangiavano zucchero e soffocavano nei propri escrementi. A causa della loro limitata intelligenza non sospettavano neppure che stavano fabbricando champagne.
(Kurt Vonnegut, La colazione dei campioni)
Domanda: Quando pensi,che cos’è che pensa in te? Sono le singole cellule del tuo cervello a pensare? Un neurone possiede un quanto di coscienza? Noi pensiamo che la risposta sia no, anche se c’è una scuola di pensiero che vede nel neurone un atomo di cognizione, come nelle cellule rivelatrici di forme di Hubel e Wiesel, le quali “riconoscono” linee o bordi. Pare improbabile che un neurone possa conoscere, percepire o sentirsi addolorato, persino entro limiti molto modesti. Un singolo neurone è privo di mente. In che modo, dunque, produce una mente? Per quanti miliardi di cose prive di mente mettiamo assieme, potrebbero mai formare una mente? La risposta delle leggi paradossali del caso è sì.
Non esiste alcun sovrano hobbesiano a garantire il contratto sociale dei mixomiceti; né un’ameba regina o un’ameba sovrintendente a dare ordini: “Vieni solo un centimetro verso destra, qui vicino a Harry.” E le singole amebe non hanno più consapevolezza del piano generale di quanta ne abbiano i pezzetti di lievito nel racconto di Kilgore Trout. Equazioni non lineari dimostrano però che il comportamento di un milione di amebe, di un milione di atomi, di un milione di persone o di un milione di neuroni potrebbe essere totalmente diverso dal comportamento di un solo individuo. Così l’organismo del mixomiceto è decisamente molto di più della somma delle sue parti. Per quanto coscienziosamente si voglia sondare una singola ameba, non si riuscirà certo a scoprire in essa la dinamica del mixomicete. Solo quando decine di migliaia di amebe si riuniscono assieme, comincia a operare questa sorprendente proprietà di auto-organizzazione.
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 451
Questo quadro di un mondo che si auto-organizza costituisce un “nuovo dialogo con la natura”, secondo il chimico teorico russo attivo in Belgio e premio Nobel per il 1977 Ilya Prigogine. “Io penso,” osserva Prigogine, “che stiamo cominciando a percepire la natura sulla Terra in modo esattamente opposto a quello in cui la vedevamo nella fisica classica. Non concepiamo più la natura come un oggetto passivo...
Mi pare che siamo più vicini a una visione taoista, in cui noi siamo inclusi in un universo che non ci è più estraneo.
L’universo della fisica classica è statico e inanimato, secondo Prigogine, perché si fonda su sistemi chiusi, in equilibrio, che sono artificiali. “Per produrre equilibrio,” egli scrive in Order Out of Caos, “un sistema dev’essere ‘protetto’ nei confronti dei flussi che compongono la natura. Esso dev’essere “messo in scatola” per così dire, o racchiuso in una fiala come l’homunculus nel Faust di Goethe...”
Qualcuno potrebbe dire che abbiamo studiato il cervello in un’ampolla di vetro sigillata ermeticamente. Quando refrigeriamo il tessuto cerebrale e lo riduciamo a un passato semiliquido in un miscelatore, congeliamo il tempo. Studiando nature morte artificiali — sezioni di tessuto morto e micrografie statiche — ci lasciamo sfuggire le trasformazioni del cervello da un istante all’altro. Un cervello reale, vivo, è costantemente impegnato a riplasmare se stesso, giù giù sino al livello delle sinapsi e dei recettori.
“Il cervello organizza se stesso,” dice Walter Freeman, di Berkeley, che si serve della dinamica non lineare per mettere a fuoco la forma di un”’immagine di ricerca olfattiva nello strepito elettrico di sessantaquattro elettrodi. “E qui che interviene la libera volontà. Ciò vale solo per sistemi aperti, dove ci sono scambi di materia e di energia con l’ambiente circostante. Per quanto concerne il cervello, il corpo si trova all’esterno non meno dell’ambiente fisico.”
L’universo di Newton era una macchina razionalizzata, caricata da un Dio orologiaio, e il corpo meccanicistico cartesiano ospitava uno spirito. Molto tempo dopo che la scienza ha eliminato l’orologiaio e lo spirito, la macchina continua a sopravvivere. Il modello per il cervello che gode attualmente di maggior favore è il computer, che, ovviamente, richiede per poter funzionare un programma introdotto dall’esterno. (La convinzione centrale dell’intelligenza artificale, che il software del cervello possa essere separato dal suo hardware organico e duplicato per mezzo di un processore di simboli, può essere vista come una forma di dualismo mente/corpo.) In un mondo che è una macchina fredda, priva di vita, in moto perpetuo, uomo e natura, mente e materia, sembrano essere fatti di materiali diversi.
Oggi, però, vediamo che la materia stessa ha una sorta di anima. “Basta riscaldarla ed essa si trasformerà in qualcosa,” come si espresse Mandell. Anziché scaricarsi, come predice la seconda legge della termodinamica (entropia), il mondo progredisce dal disordine all’ordine. I detriti del big bang si aggregarono a formare stelle e sistemi solari. Forme di vita scaturirono dalla mucillagine prebiotica sulla terra e si complicarono sempre più in conseguenza del caos (errori di copiatura) nel codice di DNA, producendo infine quello squisito sistema di informazione che è un cervello umano. (J. Doyne Farmer sospetta peraltro che l’evoluzione non sia stata completamente casuale, come un milione di scimmie che premono a caso i tasti di un milione di macchine per scrivere finché non riescono a produrre tutti i drammi di Shakespeare. Piuttosto, teorizza Farmer, il “DNA degli organismi superiori si evolse per amplificare ‘di proposito’ certi errori e per sopprimerne altri”.)
La quintessenza del principio di auto-organizzazione della natura è la coscienza. In un laboratorio dell’Oregon una ben nota guaritrice per fede, Olga Worrell, verificò recentemente i suoi poteri tentando di influire sulla reazione di Belousov-Zhabotinski Secondo una relazione pubblicata in Brain/Mind Bulletin, la soluzione chimica, sotto l’influenza della Worrell, produsse onde organizzate con una velocità doppia rispetto a una soluzione di controllo. “Abbiamo dimostrato l’abilità di un guaritore di influire sul comportamento di auto-organizzazione di un sistema sperimentale,” concluse uno dei ricercatori. La speranza era che guaritori “paranormali” possano accentuare i processi di auto-organizzazione del corpo, la sua abilità di opporsi all’entropia e al deterioramento.
Ma, a prescindere dal paranormale, la coscienza organizza ogni giorno la casualità in strutture ordinate. Secondo la teoria dei sogni di Hobson e McCarley, il sistema reticolare attivante, per ragioni proprie puramente fisiologiche, produce segnali nervosi privi di significato, che il narratore della neocorteccia intesse nel racconto di un sogno. La memoria umana è una “storia”, non un protocollo fedele. Osservando macchie di inchiostro di Rorschach, la mente vede facce, pioppi, guglie di chiese; nel cielo notturno individua costellazioni, orse celesti, cacciatori, cani, aquile, cigni. Essa ordina forme biologiche in ordini, generi e specie; sostanze chimiche nella Tabella periodica degli elementi; pietre in cattedrali; lettere dell’alfabeto in Moby Dick e Don Chisciotte della Mancia. Posta di fronte a un gruppo di punti, la mente tende naturalmente a connetterli formando figure.
Stiamo approssimandoci alla fine del nostro viaggio nei laboratori per lo studio del cervello in tutto il mondo, viaggio che abbiamo cominciato con una manciata di interrogativi vecchi quanto Platone. Da dove scaturiscono le nostre idee, i nostri sogni e le nostre emozioni? La mente è nel cervello? Può un organo grande quanto un melone, del peso di meno di un chilo e mezzo, spiegare la coscienza?
Abbiamo parlato con progettisti di droghe, con scienziati dei computer, con tecnici dei sogni, con farmacologi, fenomenologi, tecnici delle allucinazioni, freudiani, behavioristi, sognatori lucidi, sperimentatori che lavorano con ratti, psichiatri mistici, controllori della mente ed esploratori dello spazio interno. Abbiamo guardato dentro il cervello con la TEP e con l’EEC per trovare la fonte della demenza e della follia. Abbiamo ricostruito i rapporti fra messaggeri chimici e malattia mentale, fra sogni e attività elettrica nel sistema reticolare attivante, fra memoria e alterazioni nelle sinapsi. Ci siamo imbattuti in Super-io rettiliani, in onde cerebrali di sorpresa, in centri del piacere, in personalità multiple, in “generatori dello stato di sogno,” in scimmie capi, in scimpanzé parlanti e in emisferi destri parlanti.
I nostri interrogativi iniziali cominciarono a perdersi per via. Affascinati dai recettori degli oppiati e dalle reti neurali, smettemmo di porci domande sui fantasmi nella macchina. La macchina sembrava già abbastanza notevole di per sé, con o senza fantasmi. Ma i fantasmi sono stati esorcizzati?
Vari anni fa conoscemmo un uomo che aveva costruito un acchiappafantasmi. Era un complesso sistema di generatori di numeri casuali, tracciatori grafici, amplificatori e via dicendo. Un gruppo di fisici aveva progettato una scatola schermata elettricamente, equipaggiata con sensori, speciali misuratori metallici “estremamente sensibili alle vibrazioni”. I misuratori erano connessi a un amplificatore, che dopo avere amplificato ogni vibrazione del metallo la inviava a una macchina per la registrazione grafica. Con questa macchina il parapsicologo Karlis Osis tentò di “catturare un’apparizione”
Uomo pallido, dai capelli bianchi e dalla cera piuttosto spettrale, Osis ha studiato per molti anni case infestate, medium, poltergeist, sensitivi, visioni sul letto di morte e altri fenomeni paranormali. Uno dei suoi soggetti fu Alex, un uomo di Portland, nell’Oregon, che di tanto in tanto ebbe esperienze di uscita dal corpo nel laboratorio dell’American Society for Psychical Research a New York. Mentre il fisico di Alex giaceva in una stanza ricoperto da elettrodi ed equipaggiamenti elettromiografici, il suo sé incorporeo, che Osis chiama “Proiezione 2 di Alex”, se ne andava in giro. Questa era l”’apparizione” che Osis voleva acchiappare. Lo sperimentatore diede ad Alex l’istruzione di andare, durante la sua uscita dal corpo, nella stanza accanto e di infilarsi nella scatoletta della macchina (“Alex 2 può modificare le sue dimensioni”); poi, “senza dirgli che stavamo controllandolo”, Osis e i suoi colleghi ricercarono qualsiasi vibrazione potesse essere provocata nel metallo dal suo doppio eterico. “Finora,” ci disse, “abbiamo avuto risultati molto incoraggianti.”
Può anche darsi che sia così. Ma il nostro incontro con Osis servì a convincerci che non è facile acchiappare un fantasma in una macchina. “Un’apparizione,” come si espresse Osis, “è un pesce molto viscido.” Il lettore potrebbe dire a questo punto di non credere nei fantasmi ma in realtà ne siamo circondati. Non, forse, languidi esseri ectoplasmatici, ma cose che non è facile catturare con una rete materiale. “Quel che hai pensato ieri fa ancora parte della tua mente?” chiede Rudy Rucker in Infinity and the Mmd. “Se possiedi e usi un’enciclopedia, i fatti narrati in essa fanno parte della tua mente? Un sogno che non ricorderai mai esiste realmente? Le verità della matematica esisterebbero se l’universo sparisse? Il teorema di Pitagora esisteva o no prima di Pitagora? Se tre persone vedono uno stesso animale, diciamo che l’animale è reale; e se tre persone vedono la stessa idea?”
Il visitatore nel laboratorio del cervello rimane impressionato dai riti di alta tecnologia del conteggio delle punte negli EEG e della misurazione delle frequenze, dagli amplificatori intracellulari, dalle macchine che fanno le medie dei segnali, e dagli oscillatori controllati in tensione. I ratti vengono condizionati in cassette mobili computerizzate che stampano istogrammi dei loro riflessi, in mezzo a monitor che controllano quando bevono e quando mangiano e misuratori di riflessi di sorpresa. Il cervello viene esplorato per mezzo dell’esame microscopico di sezioni di tessuto; di antisieri per test radioimmunologici per evidenziare la presenza di bornbesina, somatostatina, sostanza P; di microscopi elettronici a scansione; di pompe osmotiche che forniscono al cervello di un animale quantità misurate di farmaci per l’intera durata della giornata; e molti altri strumenti che intimidiscono il profano.
Un neuroscienziato, se è fortunato o abile o entrambe le cose, potrebbe catturare una debole traccia della mente: un riflesso condizionato di ritiro della branchia nell’Apusia californica, un neurone che “riconosce” linee verticali, una correlazione statistica fra il suicidio e un prodotto di decomposizione nel liquido cerebrospinale, un”’ombra di pensiero” (per usare l’espressione di Alan Gevins) in un EEG. Ma le apparizioni rimangono. Il defunto Karl Lashley, nel tentativo di trovarne una col suo bisturi, sezionò pazientemente cervelli di ratti per venticinque anni, col “centro della memoria” che recedeva sempre dinanzi a lui come un miraggio d’acqua azzurra nel deserto. La causa della schizofrenia si è rivelata così elusiva che molti ricercatori, ci è stato detto, hanno rinunciato a questa ricerca, dedicandosi invece allo studio delle depressioni. Su un numero stimato di 200 trasmettitori chimici nel nostro encefalo, più di 150 sono ancora ignoti.
Quando chiediamo: “La mente è nel cervello?” supponiamo di sapere che cosa intendiamo dire. Ma dopo il nostro viaggio attorno all’organo del pensiero, la mente appare una cosa molto più oscura della res cogitans di Descartes. Dove va a finire la mente quando il soggetto è sotto anestesia, in coma, nelle fasi finali della malattia di Alzheirner? Dov’è la mente di una personalità multipla quando è in scena un alter ego? Si può dire che un paziente affetto dalla Psicosi di Korsakov, che ha perso tutti i suoi ricordi, abbia una mente?
I cani posseggono la coscienza? E la possiede un emisfero destro di cui siano state interrotte le connessioni con l’emisfero sinistro? E un neonato? E un feto nell’utero? E uno scimpanzé parlante? E un computer?
Quando divise il mondo in mente e materia, Descartes si affidò alla testimonianza dei suoi sensi. La materia era res extensa, un corpo solido che occupava spazio fisico, mentre la mente (res cogitans) non poteva essere percepita con i sensi. “E’ una curiosa ironia che problemi così importanti debbano essere congelati in vecchi stampi,” osserva Don Walter. Una notte all’inizio del Seicento — ci dice Walter — Descartes fece alcuni sogni su cui fondò gran parte della sua filosofia. Riesaminando quei sogni di importanza fondamentale tre secoli dopo, uno psicoanalista, B.D. Lewin, concluse che Descartes soffrì in realtà di un attacco epilettico non riconosciuto come tale e che il divorzio fra il suo sé cogitante e il suo sé esteso fu una soluzione trovata in sogno alle sue sensazioni di perdita del controllo del corpo. Quale curiosa ironia sarebbe se la formulazione classica del problema mente-corpo fosse il risultato di una patologia cerebrale!
In ogni caso la linea di demarcazione fra mentale e materiale sembra meno certa oggi di quanto non lo fosse nel Seicento. Agli occhi di Descartes il camminare era un semplice atto meccanico che non richiedeva una “mente”. Oggi noi sappiamo invece che il camminare è una prestazione altamente complessa, forse non meno “mentale” del calcolo. In effetti ci sono macchine che possono risolvere con facilità problemi di algebra avanzata, mentre la “navigazione” in uno spazio tridimensionale è un compito estremamente difficile per un robot con un computer per cervello. E come avrebbe interpretato Descartes una particella priva di massa come il neutrino o l’esistenza schizoide della luce sotto forma sia di particella sia d’onda?
Il filosofo Gilbert Ryle, autore di un famoso libro sul fantasma dentro la macchina, definì il problema mente-corpo un “mito del filosofo”. Esso ebbe origine da un “errore di classificazione” di Descartes, il quale, disse Ryle, era molto simile a uno studente straniero sconcertato in una visita guidata a Oxford. Quando la guida fa vedere ai visitatori la biblioteca, i dormitori, la cappella, lo studente continua a chiedere: “Sì, ma dov’è l’universita?” Chiedendosi: “Dov’è la mente?” e non trovandola in nessun posto nello spazio fisico, Descartes le attribuì un’esistenza spettrale. Ma la mente, dice Ryle, non è una cosa bensì un processo.
Alcuni filosofi paragonano il problema del rapporto mente-cervello al dilemma “onda-particella” della meccanica quantistica. Sotto certe condizioni la luce si comporta come un onda, sotto altre come una particella. Se in un certo istante essa sia una particella o un’onda dipende dall’angolo visuale dell’osservatore. Lo stesso vale per il rapporto mente-cervello. Forse il dualismo, come si esprime Karl Pribram, è “il prodotto di procedimenti concettuali: non di una qualche dualità fondamentale in natura”. Il problema mente-corpo, in breve, potrebbe essere semplicemente una conseguenza del punto di vista dell’osservatore.
“Torniamo all’uovo fecondato da cui ebbe origine l’intero organismo,” ci dice lo psicologo Theodore Barber quando gli chiediamo se pensa che la mente si trovi nel cervello, “e poi chiediamoci a che punto la mente entri in gioco. E’ ovvio che l’uovo è sin dal principio sia mente sia materia. Le molecole hanno proprietà mentali oltre che fisiche, avendo progetto e intenzione, che sono attributi della mente.”
Per favore ci mostri la sede della coscienza (il centro della memoria, il quartier generale della volontà ecc.) su questa mappa.
Un’illustrazione degli anni passati raffigurerebbe il cervello come “la stazione di controllo del nostro corpo”. Nei loro uffici separati si trovano un “amministratore del linguaggio”, un “quartier generale cerebrale”, un “amministratore di azioni riflesse” (nel cervelletto), un assaggiatore di cibi”, mentre nella “stanza fotografica” industriosi
“operatori fotografici” si occupano del funzionamento del proiettore gigante dell’occhio.
Ovviamente, noi tutti sappiamo che questa rappresentazione del cervello-fabbrica è press’a poco altrettanto irrealistica delle antiche mappae mundi, con i loro mari infestati da Leviatani (“qui ci sono i draghi”) e con le loro isole incantate. Noi tendiamo però a confondere le nostre “mappe” più raffinate — come i diagrammi semplificati delle vie nervose contenuti nei manuali — con la cosa reale. Di qui il sogno riduzionistico di una corrispondenza punto a punto fra un evento mentale e un evento cerebrale, come se, in ultima analisi, la nostra intera vita mentale potesse trovare una rappresentazione topografica sulla superficie della corteccia. Ma quanto più impariamo sull’organo della coscienza, tanto più ci sembra di trovarci lontano da un tale diagramma di cablaggio.
“Quel che penserete fra qualche minuto,” dice John Hopfield, “dipende in misura grandissima da ciò che è accaduto qualche minuto fa. Non sappiamo, inoltre, in quale misura influenze fisiche relativamente minori — come l’energia luminosa di una stella che risplende di notte — potrebbero influire sullo stato del sistema quale sarà fra vari giorni.” Così nessuna apparecchiatura EEG mai escogitata finora potrebbe darci una registrazione grafica del corso della coscienza. Né si possono spiegare l’ossessione, la paranoia o la creatività misurando quantità microscopiche di sostanze chimiche o cercando di etichettare i neurorecettori come se fossero fissati alla piastra di un circuito. “Gran parte della natura,” dice Mandell, “compresa questa gelatina legata elettrochimicamente nella nostra testa, è come un gatto. Essa si muoverà e noi potremo istituire un rapporto con essa, ma non controllarla. Non possiamo imporle un ordine.”
La mente non è diversa dalla partita di croquet della Regina di Cuori in Alice nel Paese delle meraviglie, dove le mazze erano costituite da fenicotteri vivi, le palle da porcospini vivi, che si raggomitolavano e correvano via all’avvicinarsi di un’altra “palla”, e dove i soldati, che si incurvavano con le mani e i piedi per terra per fare gli “archi”, si spostavano di continuo sul campo.
Hooper J. & Teresi D., “L'universo della mente”, Bompiani pag. 458
B. F. Skinner, il re dei behavioristi, osservò una volta: “Il ratto ha sempre ragione.”
Una storia esemplare: per realizzare mappe autoradiografiche dei neurorecettori si deve innanzitutto sacrificare un ratto. I ratti di laboratorio vengono decapitati con ghigliottine in miniatura: un metodo abbastanza umano, ma la morte è sempre la morte. In una delle nostre visite al NiMH, trovammo Candace Pert e il suo laboratorio in un clima di piena protesta. Era stato infatti appena detto loro di decapitare i loro ratti in laboratorio anziché nella “stanza degli animali”. Questo provvedimento era motivato dal fatto che la stanza degli animali era piena di gabbie contenenti centinaia di ratti, tutti soggetti a vari esperimenti, e qualcuno si era appena reso conto che ogni volta che un ratto veniva ucciso in presenza di altri ratti, questi sapevano. In effetti i ratti erano in preda a una grande agitazione e questo mortale timore stava contaminando ogni esperimento che si svolgeva nella stanza.
Morale: persino i ratti vivono in un mondo di “idee”. Se non teniamo conto di queste idee, tutti i nostri grafici, quozienti, indici, tabelle e scale di valutazione — gli effetti del Fluorazepam sulla latenza del sonno, i conteggi dell’attività motoria quali sono misurati in un’apparecchiatura Motron Produkter, le letture della pressione sanguigna e gli EEG prima della lotta indotta dalla somministrazione di scosse elettriche — saranno privi di significato.
Qualche giorno dopo, in un laboratorio zeppo di file di cervelli di ratto etichettati, parlammo con Miles Herkenham del problema mente-corpo. Egli menzionò un filosofo che tentò di risolvere il problema esaminando la testa di persone appena decapitate durante la Rivoluzione Francese e che era disturbato dal fatto che i corpi continuavano ad avere contrazioni anche dopo che la testa era stata spiccata dal busto. “Ogni volta che si ghigliottina un ratto,” ci dice Herkenham, “si cerca di non sconvolgere l’animale. Se il ratto si agita il suo corpo avrà contrazioni più vigorose anche se non è più attaccato alla testa. C’è questo strano ritardo. Si getta in un angolo il corpo senza testa e trenta secondi dopo esso presenta ancora contrazioni. Qualche segnale di stress è pervenuto al corpo prima della decapitazione e il corpo sta ancora rispondendo...”
“Ma senza dubbio non c’è coscienza?” chiediamo.
“Non so,” dice. “Se fossi Aristotele e vedessi una cosa del genere, arriverei senza dubbio a qualche conclusione strana.”
La vista di polli che continuavano a correre con la testa mozzata convinse Aristotele che la mente si trovasse nel cuore, non nel cervello. Oggi ne sappiamo di più, o almeno sappiamo che il cuore non è l’organo del pensiero. Herkenham non pensa però che le “carte stellari” dei recettori radioattivi risolveranno il problema mente-cervello in modo più conclusivo delle osservazioni di Aristotele sugli animali da cortile. Dopo quindici anni di pazienti ricerche sul cervello dei ratti, egli è più che mai agnostico: “Io suppongo che la mente sia nel cervello, ma lo studio del cervello come organo non risolve il problema.”
“Oggi io sto studiando la corteccia cerebrale in conseguenza del mio interesse originario per il problema della coscienza,” aggiunge. “E suppongo che, quando si fanno ricerche, si possano tenere a mente le grandi questioni. Qui io sto però spendendo tutto il mio tempo nell’esaminare differenze fra iodio, tritio e qualche altro isotopo per l’auto-radiografia. Telefono ai fisici delle radiazioni e chiedo loro: ‘Sono raggi x, raggi gamma o emissioni di elettroni che stanno impressionando la pellicola?...’ Come sono passato dalla coscienza a questi problemi?”
“Ai neurofisiologi attorno ai trentacinque o quarant’anni accade una strana cosa,” ci dice Don Walter. “Si scoraggiano.”
“L’ideale inespresso della scienza è: ‘Nel mio esperimento di oggi posso ottenere una certa approssimazione, ma la prossima settimana, quando avrò il mio nuovo strumento, potrò fare meglio, e l’anno prossimo ancora meglio, e infine si potrà pervenire a una visione deterministica.’ Gli scienziati trattano l’onda P300, per esempio, come un oggetto reale che è oscurato da un piccolo rumore, e hanno l’impressione che, facendo una media un po’ più precisa ed eliminando il rumore, si potrebbe determinare la realtà con una precisione sempre maggiore. Ma non è così. Noi siamo seduti dentro una piccola cabina telefonica, e riceviamo messaggi limitati dall’esterno. Può darsi che il significato risieda nel ‘rumore’. La metamorfosi cui assisteremo in neurobiologia sarà più profonda e sconvolgerà la nostra esistenza più di quanto non abbia fatto la meccanica quantistica. Come saranno i nostri nuovi modelli del cervello? Beh, potrebbero essere qualcosa di simile ai sogni: die Traumarbeit, o il ‘lavoro onirico’ di cui parla Freud nell’Interpretazione dei sogni. Buona parte del nostro pensiero è così. Non come le ‘idee chiare e distinte’ di Descartes, ma come le storie che raccontiamo sulle strane cose che ci sono accadute in sogno.”
Afasia, alessia (l’incapacità di capire la parola stampata), allucinazioni, deliri, ipercinesia, tremori, ecolalia (ripetizione meccanica di parole), ecoprassia (ripetizione meccanica di azioni), satiriasi (sessualità eccessiva). Tic, automatismi, catatonia, catalessi (rigidità posturale), agripnia (totale incapacità di dormire), corna, coree (movimenti muscolari scoordinati involontari), afagia (incapacità di inghiottire), agnosia (difficoltà percettuali), amorfia (incapacità di giudicare forme), anoressia, oressia (incontinenza nel mangiare). Abulia (mancanza di volontà o di iniziativa), bradicinesia (lentezza di movimento), tachicinesia (eccessiva rapidità di movimento), oftalmoplegia (paralisi o paresi dei muscoli oculari), coprolalia, amimia (perdita di capacità espressive), algolagnia (godimento provocato dal dolore fisico sofferto dalla persona amata), paralisi, cecità, demenza.
Questi sono alcuni degli inconvenienti più o meno gravi che possono colpire una persona in conseguenza di malattie o lesioni cerebrali. Come la liturgia di una messa nera, i termini che abbiamo elencato evocano mondi infernali, assurdi, inesprimibili: zone di non essere, di dannazione, di eterno tormento, come quello sopportato da Prometeo, da Sisifo e dai personaggi danteschi di Paolo e Francesca. Anche se una volta il gran mogol della lobotomia Walter Freeman affermò che questo tipo di intervento non è più rischioso dell’estrazione di un dente, la maggior parte di noi sente istintivamente che il cervello è qualcosa di più di “un organo come tutti gli altri”.
I computer possono fare molte cose impressionanti: contribuire alle prospezioni petrolifere, far scendere un uomo sulla Luna, dimostrare teoremi matematici, impersonare uno psichiatra, giocare a scacchi, progettare nuove molecole e costruire Chevrolet. Soltanto un cervello biologico, però, è in grado di sintetizzare dopammina, di adattarsi a un clima in mutamento, di contorcere l’alluce, di produrre nuove proteine, di controllare l’ambiente alla ricerca di nemici, di decodificare lunghezze d’onda, di inventare un nuovo tipo di computer, di esercitare un controllo sulla temperatura corporea e sui liquidi gastrici, di inviare messaggi alle ghiandole e di riflettere sulla propria natura: il tutto nello stesso tempo.
A che punto siamo dunque?
Dopo che tutti i ratti di laboratorio sono stati decapitati, dopo che tutte le cellule nervose sono state colorate con perossidasi di barbaforte, tutti i recettori illuminati con leganti radioattivi, quale verità finale è rivelata al neurobiologo? Il cervello è solo una macchina meravigliosa, un caso dell’evoluzione, padroneggiabile e controllabile come qualsiasi altra macchina?
Ponemmo a Candace Pert, la brillante scopritrice del recettore degli oppiati, un’ultima domanda sulla sua scienza. “Einstein e gli altri scienziati,” dicemmo, “hanno affermato di provare un senso di venerazione quasi religioso nel contemplare le leggi dell’universo. Lei prova mai una sensazione simile contemplando il cervello?”
“No,” rispose. “Non sento alcuna venerazione per il cervello. Sento venerazione per Dio. Vedo nel cervello tutta la bellezza dell’universo e del suo ordine: segni costanti della presenza di Dio. So che il cervello obbedisce a tutte le leggi fisiche dell’universo. Esso non è nulla di speciale. Eppure è la cosa più speciale nell’universo.
Indice dei libri di cui ospitiamo ampie citazioni
Glossario di termini sul cervello