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Un altro cambiamento che stava trasformando l'isola era la rivoluzione mondiale delle ferrovie. Nel passato gli zuccherifici situati sulle rive dei fiumi avevano avuto uno schiacciante vantaggio, dato che si era potuto trasportare piú facilmente le casse dello zucchero, a mezzo di natanti lungo la corrente, e poi lungo la costa fino a Matanzas o all'Avana. Altrimenti le casse venivano trasportate in carri trainati dai buoi, in lunghi viaggi, spesso ritardati dal cattivo tempo: un viaggio di un centinaio di chilometri richiedeva tre settimane. I piantatori calcolavano che il costo del trasporto poteva equivalere a quasi un quarto della vendita del loro prodotto all'Avana.
La conseguenza di questi alti costi fu quella di portare presto a Cuba il trasporto a vapore, molto prima che ciò avvenisse in Spagna. Già fin dal 1823 tre navi a vapore facevano la spola fra i porti dell'Avana, Matanzas, Càrdenas, San Juan de los Remedios e Bahìa Honda.
L'effetto immediato dell'avvento delle ferrovie fu proprio quello di ridurre enormemente il costo del trasporto dello zucchero. Nel 1830 il costo medio per trasportare a mezzo di muli o di buoi, da Giunes all'Avana, una cassa di zucchero del peso di 150-200 chilogrammi veniva calcolato in dodici dollari e cinquanta cents; per ferrovia questo costo scese a un dollaro e venticinque cents, e sarebbe sceso ancora, ad un solo dollaro. Nessuno ci rimise del denaro: ad esempio anche il re dei muli di Cienfuegos, Tomàs Terry, fu uno dei principali finanziatori della ferrovia. E d'altra parte si continuava a trasportare le canne dai campi ai mulini ancora in gran parte a mezzo di buoi; e persino in questo si ebbe ancora un esperimento: trentasei cammelli vennero importati da Patricio de la Guardia per lo zuccherificio San Ignacio, nella valle dello Yumurì, a Matanzas.
Verso il 1860 il denaro investito in piantagioni da zucchero raggiungeva quasi gli 85 milioni di dollari, molte volte di piú che quello investito nel caffè (40 milioni di dollari), o nel tabacco (7,3 milioni di dollari). Il numero complessivo degli zuccherifici era cresciuto negli ultimi quarant'anni soltanto, da circa 1000 a circa 1400, ma il rendimento per ogni impianto era aumentato in modo fenomenale.
Ciò era dovuto principalmente alla meccanizzazione. L'industria saccarifera cubana, in questo stadio intermedio di sviluppo, aveva una storia che avrebbe deliziato Marx, anche se i cambiamenti fondamentali negli stessi mezzi di produzione erano dovuti ad invenzioni scientifiche determinanti (e queste al di fuori della società interessata). La differenza nella produzione media fra gli zuccherifici piú aggiornati e quelli vecchi, era straordinaria: nel 1860 un impianto azionato da buoi produceva in tal modo 13 o tonnellate all'anno, uno completamente meccanizzato, quasi inno tonnellate. Queste invenzioni diventavano necessarie a Cuba, poiché il prezzo della manodopera degli schiavi continuava a salire e nel 1860 stava diventando proibitivo per i piccoli piantatori. Il centro dell'attività si trovava in quel momento nel triangolo Matanzas-CàrdenasColón: quattrocento zuccherifici erano situati in queste tre «giurisdizioni» e producevano essi soli piú della metà dello zucchero cubano.
Alla metà del secolo diciannovesimo Cuba continuava ad essere un'isola ad economia protetta. Gli oneri doganali sulla farina spagnola erano di due dollari e novanta cents al barile, su quella nordamericana nove dollari e venti cents; i vini francesi, le ferramenta inglesi e i lini tedeschi pagavano dogana in misura del 34%, mentre i similari prodotti spagnoli pagavano solamente 17%. Sulle navi straniere gravavano oneri per un dollaro e quarantacinque cents la tonnellata, su quelle spagnole per sessanta cents. Cuba acquistava ancora all'estero molti articoli di prima necessità, articoli di abbigliamento così come molti generi alimentari, tranne una piccola quantità di carne bovina ed alcune radici e verdure. I mercanti stranieri si accorsero pure che, nonostante la protezione doganale, la quantità di merci facili (farina, riso, lardo, pesce salato, carne salata, formaggio, vino) venduta a Cuba pro capite in rapporto alla popolazione, eccedeva di molto quella venduta in ogni altro paese dei Caraibi. Ogni cubano consumava già probabilmente ottanta dollari all'anno pro capite di prodotti stranieri, una cifra sorprendente per il secolo diciannovesimo.
Per guadagnare questo denaro, naturalmente, c'era il commercio dello zucchero in continua, espansione, insieme al caffè, al tabacco, ad un po' di miele, alla cera e ad un poco di indaco, ma dal 18 4o soprattutto lo zucchero. Il sistema era instaurato.
Tuttavia una nuova sfida internazionale al piú importante prodotto di Cuba appariva ormai all'orizzonte: la barbabietola. Già fin dal 1747 un chimico tedesco, Marggraf, aveva dichiarato alla Reale Accademia delle Scienze e delle Lettere, a Berlino, che c'erano delle barbabietole dolci, che crescevano abbondantemente in Slesia anche se erano di origine siciliana, dalle quali si potevano ricavare dei cristalli di zucchero. Il suo allievo, un altro tedesco, Achard, iniziò a compiere degli esperimenti alla fine del diciottesimo secolo, sempre a Berlino, e produsse il primo zucchero in zollette nel 1799. Napoleone, trovandosi sbarrata dal blocco navale britannico la via per le Indie occidentali francesi, aveva deciso di incoraggiare la produzione continentale di zucchero da barbabietola; e verso il 1830, un terzo dello zucchero raffinato in Francia derivava già da questo tubero. Naturalmente lo zucchero può essere ricavato dalle palme, da certi frutti, dal granturco e dall'acero, per non parlare del miele, ma non c'era nulla di così produttivo come la barbabietola. Questa nuova possibilità di produrre zucchero sembrava riuscisse a sottrarre questo alimento, in Europa, alle conseguenze della guerra; ed inoltre il sistema non comportava problemi di piantagioni o di schiavi, poiché la barbabietola veniva inizialmente coltivata dai contadini assieme agli altri raccolti. Finalmente incominciò ad essere protetta. Ma, d'altra parte lo zucchero così ottenuto era dispendioso; la barbabietola doveva essere piantata ogni anno, la canna ogni sette anni o anche piú; il procedimento di lavaggio per separare lo zucchero di barbabietola dai cascami era costoso e complicato. Tuttavia, nel 1857, delle 200 000 tonnellate di zucchero consumate in Francia, 132 000 tonnellate veniva ottenuto dalle barbabietole.
Nei primi anni dopo il 1815, la richiesta di zucchero (soprattutto negli Stati Uniti ed in Europa) si espandeva abbastanza rapidamente, con ogni evidenza, per fugare ogni timore di concorrenza per i cubani. Ma la situazione cambiò. Si verificò un aumento del consumo verso la metà del secolo, anche se unicamente a causa dei prezzi piú bassi. In tal modo, in Inghilterra e negli Stati Uniti (di gran lunga i piú forti consumatori) i consumi raddoppiarono: da circa 7 chilogrammi e mezzo a circa quindici chilogrammi pro capite in Inghilterra, e da circa sei chilogrammi a quindici pro capite negli Stati Uniti fra il 1841 ed il 1854. Ma i prezzi andavano diminuendo lungo tutto il decennio 1840-50: perciò nel I850 lo zucchero valeva appena la metà del prezzo del 1840. Il consumo, nondimeno, aumentava piú rapidamente della diminuzione dei prezzi, ma non molto di piú.
Un altro motivo di apprensione per i produttori cubani derivò dalla costante ascesa della Luisiana, la cui produzione nel I859 si elevò fino a piú di un terzo di quella cubana. Ma le eventualità del freddo e del gelo, significavano sempre che il coltivare canna in Luisiana era piú rischioso che a Cuba. Ed anche, quando il piú grande raccolto della Luisiana, di 250 000 tonnellate, fu portato a termine nel 1861 (la produzione cubana di quell'anno era stata quasi il doppio, precisamente 449 000 tonnellate), la guerra civile americana ne impedì lo smercio, ed in seguito l'intero apparato d'esportazione dello zucchero di quello stato fu sconvolto a tal punto che non poté riprendersi fino all'epoca della guerra civile cubana, alla fine del secolo.
Il secondo venticinquennio del secolo diciannovesimo, tuttavia, vide a Cuba non soltanto la opulenta espansione dell'industria saccarifera, ma anche il culmine ed il declino della coltivazione del caffè, cosicché nel I829 ormai ben poco capitale era piú investito nel caffè, in raffronto allo zucchero, e comunque il reddito non era mai stato granché nelle proporzioni.
La rivoluzione di Haiti aveva cacciato via un'ondata di esuli, fra i quali molti esperti coltivatori francesi di caffè. Molte di queste famiglie si erano stabilite dapprima nella zona centrale di Cuba, e successivamente in quella orientale.
I cafetales (coltivazioni di caffè) erano rivali delle piantagioni di canne in misura minore che le attività straordinarie o parallele per i grandi piantatori, i cui terreni erano coltivati a canna o a caffè a seconda di come variavano le condizioni locali; ma in termini approssimativi il caffè dava un reddito sul capitale di circa il 5%, mentre lo zucchero rendeva meno. Questi fatti vennero subito compresi, e nello spazio di pochi anni l'industria del caffè declinò rapidamente proprio per questa ragione, anche se ne esistevano altre.
Un tipico cafetal poteva assomigliare a quello descritto dall'attento Turnbull, la piantagione Ubajay, nella provincia dell'Avana, di proprietà di Antonio Garcìa, con i Io schiavi e Zoo 00o piante di caffè, che produceva 6o tonnellate all'anno. I suoi schiavi avevano due pasti al giorno, uno dei quali consisteva in circa 450 grammi di carne secca e di plàtanos (specie di banane), e l'altro in circa 45o grammi di yucca o di patate dolci. Queste fattorie erano spesso situate in luoghi di grande bellezza, talvolta con uno splendido cancello di ferro all'ingresso e con un lungo viale di palme reali. Il cafetal poteva essere iniziato con minori ambizioni che una piantagione da zucchero: forse nel primo anno il proprietario incominciava con dieci schiavi, acquistati, ad esempio, per Zooo dollari, i quali avrebbero disboscato due caballerìas (25 ettari). Nel secondo anno gli schiavi sarebbero stati raddoppiati; nel terzo anno potevano essere ingaggiati un carpentiere galiziano ed un muratore delle isole Canarie, insieme ad un mayoral e ad altri schiavi. (Soltanto alla fine del terzo anno la pianta di caffè incomincia a produrre qualcosa, e solamente alla fine del quarto si può avere il primo raccolto).
Il successo delle coltivazioni cubane di caffè durò a mala pena poco piú di una generazione di immigranti haitiani e ciò fu dovuto in parte (come illustrato prima) ai profitti evidentemente piú elevati ottenuti dallo zucchero; dal 1840 in poi le piantagioni di caffè vennero sempre piú accaparrate per coltivarvi canna da zucchero. I cafetales, poi, non erano in grado di pagare gli alti costi degli schiavi, anche se i prezzi si erano mantenuti costanti fra il 1825 ed il 1845. In quell'ultimo anno i bozales erano ancora valutati a 300-35o pesos. In secondo luogo, nel 1834 gli Stati Uniti avevano imposto una elevata tariffa doganale sulle importazioni di caffè, ed una tassa sul tonnellaggio su tutte le navi spagnole che entravano nelle acque nordamericane: questa era una reazione alle nuove tariffe doganali spagnole sulle merci provenienti dagli Stati Uniti, una mossa intesa, come la maggior parte delle attività fiscali spagnole, a procurare denaro liquido. In terzo luogo si ebbe una serie di terribili uragani, particolarmente nel 1844 e nel 1846, assai peggiori di quanti se ne fossero verificati in ogni tempo, da quando si era iniziata la coltura del caffè. Questi imperversarono portando la rovina sui raccolti del 18 4g e del 18 47, specialmente nella zona occidentale di Cuba e, dopo il 1844, le esportazioni di caffè non raggiunsero mai piú le 12000 tonnellate.
Un quarto fattore fu la concorrenza internazionale; dopo il 1840 il Brasile incominciò ad espandere enormemente la sua produzione.
La piú importante di queste sfide, tuttavia, fu quella portata proprio nell'isola, dallo zucchero. Molti cafetales erano in mano di persone che possedevano anche degli zuccherifici, e tali persone si resero conto con estrema chiarezza dei relativi vantaggi.
Cosicché nel z8Go la produzione di caffè era scesa a 8000 tonnellate, cioè una diminuzione di quasi la metà sulle cifre di quindici anni prima. La tragedia del declino del caffè per Cuba consiste nel fatto che questa produzione avrebbe potuto essere sviluppata molto più facilmente dagli agricoltori bianchi o dai piccoli proprietari negri, piú di quanto fosse possibile con lo zucchero.
La rapida ascesa ed il declino dell'industria del caffè creò nella zona orientale dell'isola una specie di piccola nobiltà campagnola, scontenta e piú strettamente legata alle condizioni locali che i piantatori di zucchero, e pertanto piú pericolosa per l'ordine sociale. Questi uomini erano convinti di essere stati rovinati dallo zucchero, e non ci si deve sorprendere molto se parecchi fra loro, dal 18 Gg in poi, assunsero un atteggiamento rivoluzionario, che era rivolto non soltanto contro il governo militare spagnolo, ma anche contro un'economia dominata dallo zucchero. Essi potevano pertanto considerare desiderabile, dalla profondità della loro rovina finanziaria, l'abolizione non solo del traffico schiavista, ma addirittura della stessa schiavitú.
Questi avvenimenti sono anche importanti perché diedero origine ancora ad un'altra mezza verità circa l'influenza degli Stati Uniti sulla evoluzione cubana. Come conseguenza, in gran parte dell'interpretazione storica cubana, si riscontra la evidente implicazione che le tariffe doganali nordamericane del 1815 abbiano « rovinato il caffè cubano »; mentre invece quella legge, essa stessa un quid pro quo per il comportamento spagnolo, fu soltanto una delle numerose cause, e non certo la piú importante, di quella rovina; come si può dedurre dal fatto che la produzione cubana di caffè non diminuì, ma semplicemente non riuscì ad espandersi, dopo il 1834; la catastrofica discesa avvenne soltanto dopo il 1845, sotto gli effetti concomitanti degli uragani e dei massicci investimenti nello zucchero.
Il tabacco era cresciuto in produzione ed in reddito durante tutta la prima parte del secolo diciannovesimo. Nel 1817 era stato abolito il vecchio monopolio reale, e nel 1821 anche la manifattura reale di tabacco, che era stata fondata nel 1765, era scomparsa per divenire un ospedale militare. Esisteva quindi il libero commercio del tabacco e la libertà per tutti di fabbricare sigari e sigarette. Ma questo fatto apportò minori cambiamenti di quanti si sarebbero potuti avere trent'anni prima, dato che la società di Cuba era ormai completamente organizzata nell'orbita dello zucchero e del caffè. I coltivatori di tabacco avevano iniziato la loro attività molto piú tardi che gli uomini dello zucchero ed avevano compiuto il loro lavoro con il solo aiuto dei propri familiari. Nel 1827 gli schiavi in loro possesso erano valutati a non molto piú di 2 milioni di dollari, mentre i terreni, del valore di 700 dollari per caballerìa (quasi 9 dollari per ettaro), erano considerati ben al disotto di quella somma. C'erano in quel tempo, come risulta, circa 3500 fattorie (vegas) che coltivavano tabacco.
La quantità di tabacco fumata a Cuba era cagione di sorpresa per tutti i visitatori; fumavano persino le donne anziane, talvolta fra una portata e l'altra durante i pasti; persino gli alienati nel manicomio di Mazorra fumavano sigari uno dopo l'altro. A tutti i visitatori venivano sempre offerti due o tre sigari. Pare che i cubani abbiano inventato, nel 1850, il primo bocchino per sigarette: un elaborato tipo di pinzetta (tenacina) fatta d'argento o d'oro, una estremità con piccoli uncini per stringere la sigaretta e l'altra con un piccolo anello da mettere sopra al dito.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 284
Wood lavorava egli stesso in modo instancabile: recuperando i documenti dell'archivio della città dal mucchio dei rifiuti, nominando giudici, avvocati, istituendo un tribunale, pubblicando una legge sui diritti del cittadino: «Sin da quando ero giunto a Santiago, avevo prescritto delle dosi liberali di Costituzione degli Stati Uniti, ed il trattamento si era rivelato notevolmente efficace» (egli, laureato in medicina, era stato medico personale del presidente McKinley). Nominò un comitato composto da cinquanta cubani per selezionare gli impiegati pubblici onesti ed efficienti. Questo fatto «stimolò i cubani all'autosacrificio». Impose una tassa su tutte le licenze commerciali - ossia, su ogni occupazione redditizia - facendo così aumentare le entrate della città di Santiago da duecentomila a duecentoquarantamila dollari. Intraprese la costruzione di strade maestre inghiaiate lungo le vecchie piste cubane e di un nuovo muro lungo le banchine portuali, prolungò il pontile riservato al governo, ed effettuò dei dragaggi dove defluivano le fognature; restaurò la prigione, gli edifici del macello, i mercati, e l'ospedale militare; costruì un impianto per la produzione del ghiaccio, un nuovo orfanotrofio, ed una scuola elementare per le bambine. Proibì le corridas ed il gioco di azzardo pubblico, dispose che tutti i proprietari di mandrie registrassero i loro animali, fece processare i panettieri ed i mercanti che avevano falsificato i pesi e le bilance, ispezionò i piroscafi che partivano verso il nord con i soldati ammalati, approntò un codice di leggi spagnole e cubane, assunse degli ingegneri per progettare un nuovo acquedotto ed infine abolì la distribuzione di viveri tranne che per gli assolutamente indigenti. Era come se un immenso macchinario fosse in movimento: il nordamericano abile e capace che si era dedicato ad un grande compito in condizioni ambientali latine.
Frattanto il governo provvisorio cubano si sciolse, ma Gómez contìnuò ad essere il comandante in capo dell'armata, mentre l'assemblea di quella stessa armata - che sia durante la guerra dei dieci anni, che in quella piú recente, aveva svolto le funzioni di assemblea legislativa - nominava uno speciale comitato che si prendesse cura degli interessi cubani durante il periodo del controllo da parte degli Stati Uniti. Un altro comitato si recò a New York per reperire i fondi necessari a liquidare l'esercito dei ribelli e rendere quindi in tal modo possibile che questo fosse ufficialmente disciolto; tale secondo gruppo era guidato da Garcìa, il quale, negli Stati Uniti, venne trattato benissimo. Egli si incontrò con Shafter e con McKinley alla Casa Bianca e ad un pranzo al Gridiron Club, ma poi morì improvvisamente a Washington il giorno i i dicembre. Sembrava che l'indipendenza cubana fosse un argomento dimenticato appartenente al passato, mentre l'isola attendeva che le autorità spagnole si ritirassero definitivamente e che giungesse all'Avana un governatore militare nordamericano. Il liberatore Shafter, verso la metà di dicembre ebbe ad osservare: «Autogoverno! che diamine! ma questa gente è adatta all'autogoverno, meno di quanto la polvere da sparo sia adatta per l'inferno!»
Terminava così per Cuba la lunga esperienza del dominio spagnolo, e contemporaneamente aveva fine l'impero coloniale iberico.
In generale i sostenitori dell'ABC erano degli idealisti seri, interessati alla rigenerazione della vita cubana e, sebbene essi collaborassero a New York con una giunta di esiliati che coordinava l'opposizione a Machado, i loro rapporti nell'isola erano limitati a quelli con gli studenti. I loro diciassette punti originali si prefiggevano: l'eliminazione delle latif undias, la limitazione degli acquisti di terreni da parte di società nordamericane, cooperative di produttori, nazionalizzazione dei servizi pubblici, preferenza per i cubani nelle assegnazioni di contratti, e poi uomini nuovi, idee nuove, libertà politica, giustizia sociale e miglioramento della terra.
I metodi di lotta dell'ABC, tuttavia, erano rivoluzionari e piú importanti dei suoi manifesti. Organizzati in cellule, i suoi membri erano collegati gli uni con gli altri soltanto per mezzo di intermediari di cui essi non conoscevano i veri nomi; ed il loro intendimento non era tanto quello di rovesciare il governo con la forza - un compito ben difficile poiché Machado era ancora sostenuto, almeno nominalmente, da uno degli eserciti piú potenti dell'America latina - quanto quello di creare deliberatamente il terrore per causare l'interruzione delle attività governative, per rendere in tal modo inevitabile, secondo quanto essi ritenevano, che Washington intraprendesse un'azione di qualsiasi genere.
E questo scopo essi lo raggiunsero pienamente. Ancor prima che essi fossero adeguatamente organizzati, l'ambasciatore Guggenheim aveva ammesso che Machado «alla fine avrebbe dovuto andarsene». Nel frattempo, la prima azione seria dell'ABC fu quella di minare una casa nella Calle Flores, dopo di che una telefonata anonima avvertì il famigerato capo della polizia, capitano Miguel Calvo Herrera, che là si trovava un nascondiglio di armi. Calvo Herrera accompagnato da pochi uomini si recò sul posto, e allorché uno dei suoi luogotenenti ed un soldato semplice cercarono di telefonare, saltarono in aria. Il successo di questa avventura rese felici quelli che l'avevano organizzata, i quali però furono delusi nell'apprendere che Calvo Herrera si era salvato. Rimasero deluse specialmente le donne, e tutti gli uffici dei giornali vennero assediati da telefonate che proferivano nuove minacce contro il capo della polizia.
Da quel momento in avanti la violenza incominciò sul serio, e l'ABC e gli studenti presero a restituire colpo su colpo le brutalità della polizia e dell'esercito. Le bombe venivano collocate di notte; degli autentici esperti in esplosivi, quali López Rubio, diedero consigli ai dilettanti entusiasti. Il capitano Calvo Herrera venne finalmente catturato ed ucciso, mentre Carlos Garcìa Sierra, un uomo politico machadista fu eliminato nell'esplosìone del suo studio. In risposta fu ucciso López Rubio, l'esperto di esplosivi dell'ABC. Il 20 maggio del 1932, lo studente Ignacio Mendoza ed i suoi amici fecero saltare in aria il tenente Dìaz, capo della polizia di Artemisa, con una bomba racchiusa in un pacco, e furono uccisi anche parecchi altri dirigenti polizieschi. Mendoza aveva programmato pure di attentare alla vita di Machado progettando un'enorme bomba collocata in una casa della Quinta Avenida a Miramar; senonché uno dei partecipanti avvertì il presidente, e questi in cambio, in modo piuttosto inatteso, si limitò a far imprigionare Mendoza ed i suoi colleghi, cosicché « quella notte i servi della famiglia Mendoza dovettero ritirare dal frigorifero le bottiglie di champagne che erano state tenute pronte per festeggiare la morte del dittatore».
Si era ormai stabilita una situazione di mezza guerra civile. La legge, che a Cuba era sempre stata zoppicante, quasi non esisteva piú: e allorché il giudice capo della Corte Suprema, Juan Gutiérrez, rassegnò le dimissioni alla fine di marzo del z932, egli non faceva che ammettere semplicemente la realtà dei fatti.
Se l'alta borghesia, di fronte al fallimento di Mendieta, Menocal, e dei vecchi partiti, si era orientata verso l'ABC, altri, della media e piccola borghesia confluivano verso il Partito Comunista. Secondo un comunista cubano, nel 1929 il partito poteva contare su parecchie centinaia di membri, quasi altrettanti che nella stessa Spagna. D'altra parte, i comunisti si preoccupavano tanto degli anarchici come di Machado, poiché gli anarchici si rivelavano parlatori inerti anziché uomini d'azione (diversamente dai loro compagni di Spagna); e negli anni 1930-31 i comunisti riuscirono ad infrangere il controllo anarchico della CNOC, aggiudicandosi un sindacato dopo l'altro, e coronando finalmente il loro successo in una conferenza di cinque giorni in una fattoria vicino a Morón, alla quale erano presenti quattrocento delegati.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 554
Chibàs non entrò a far parte dell'amministrazione di Grau, però rimase per due anni il suo piú eloquente patrocinatore; aveva sempre attorno a sé un gruppo di amici personali, una camarilla devota ed ammiratrice di persone pronte a fargli da padrini in un duello oppure a proteggerlo dai suoi nemici. Frattanto, dal 1945, egli veniva radunando un forte seguito nazionale per mezzo dei suoi discorsi radiofonici, e fu uno dei primi uomini politici al mondo a fare uso di quel mezzo di diffusione. Con tale sistema egli attaccò coraggiosamente la corruzione ed il gangsterismo, e non aveva alcun timore nel lanciare accuse personali di assassinio nei casi in cui era a conoscenza dei nomi dei colpevoli. D'altra parte, stava diventando evidente che, nonostante le sue grandi doti e la sua forte e mesmerica personalità radiofonica, con il passare degli anni si sviluppava in lui sempre piú fortemente la vena dell'irrazionalità: digiunava frequentemente, invitava delle donne a colazione e compariva soltanto all'ora del tè, nel bagno restava sott'acqua per lunghi periodi, le sue telefonate agli amici erano frenetiche, i suoi discorsi avevano piú della pazzia e dell'isterismo che del genio. Si trovava implicato in continui scandali personali ed in varie crisi: il presidente del Senato lo accusò di sobillare le folle contro il parlamento; aggredì personalmente a pugni Blas Roca, ed ai suoi comizi si verificavano spesso gravi episodi di violenza; malgrado tutto egli seguitava a parlare della necessità di continuare la «rivoluzione cubana», di pubbliche spiagge per il popolo, e di porre fine alla corruzione governativa. La sua notorietà nazionale e la sua evidente estraneità alla corruzione ne fecero un naturale possibile successore di Grau alla presidenza nel 1948, ma era osteggiato dai normali uomini politici che militavano fra gli auténticos, e pertanto si addivenne lentamente ma inesorabilmente ad una scissione nel partito: i normali auténticos temevano Chibàs in quanto megalomane e non se ne fidavano, mentre i suoi amici personali vedevano in lui un nuovo salvatore della nazione. L'impulso a costituire un partito separato divenne piú forte allorché Grau, nonostante le sue promesse in contrario, parve in procinto di tentare la sua rielezione: fino a quel momento Chibàs aveva attaccato sovente i ministri di Grau, però mai il presidente stesso. Per tutta la primavera del i947 Chibàs ed i suoi seguaci discussero circa l'opportunità di una rottura con il governo; gli auténticos della provincia di Oriente, il movimento giovanile e la sezione femminile del partito erano i piú accaniti sostenitori di una scissione, e la discussione verteva sul desiderio di Grau di essere rieletto, sul mercato nero e sulla corruzione generale.
Non si poteva certamente supporre che Chibàs parlasse per qualche suo fine personale; e neppure il suo denaro, che gli proveniva dal padre ingegnere, aveva alcuna origine disonesta, ed anzi gli dava una solida posizione morale, dalla quale egli poteva lanciare il suo famoso slogan vergiienxa contra dinero «onore contro denaro». Tuttavia, egli era brutto, fortemente miope e con un certo strabismo, al punto che non era mai possibile capire in quale direzione stesse guardando: pare che queste caratteristiche fisiche lo avessero indotto a sospettare che le persone ridessero di lui, ed infatti spesso lo facevano; era anche difficile sottrarsi all'impressione che egli fosse in un certo qual modo innamorato di se stesso; era indubbiamente un imbonitore dalla tenacia nevrotica, forse influenzato da Perón anche se la sua filosofia politica si accentrava sull'unica idea di sradicare la corruzione.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 568
Il governo di Prìo non andò esente da difficoltà con il mondo del lavoro, quantunque gli amici del presidente controllassero i sindacati. Nel settembre del r95o le controversie portuali entrarono in una nuova fase di tensione allorché la nuova federazione marittima si rivelò poco malleabile, come la precedente, sulla questione dei traghetti ferroviari. Il mese successivo si verificò un inefficace seppur minaccioso sciopero da parte della CTC per protestare contro la costituzione di un'associazione fra i datori di lavoro, la Confederación Patronal; la società Alia= dos Omnibus dell'Avana minacciò di entrare in sciopero se la direzione avesse abolito la formula della paga di sette ore per sei ore di lavoro: Sempre in quel periodo Prìo mise termine ad un'astensione dal lavoro dei ferrovieri e dei portuali, semplicemente aumentando i loro salari e facendo fronte alla relativa differenza con i fondi dello Stato. La violenza politica continuava: in settembre il sottosegretario al Tesoro e segretario del presidente del Senato, Julio Paniagua, venne colpito ed ucciso da pistoleros e sembrò probabile che questo incidente fosse in relazione ad una controversia fra Paniagua ed uno dei suoi superiori al Ministero del Tesoro. Il presidente del Senato, Suàrez Fernàndez, rassegnò le dimissioni, indignato, ma ancora una volta nulla venne fatto per scoprire gli assassini. All'inizio del 1955 era stata trovata una bomba nell'abitazione di Roberto Agramonte, uno dei piú vicini seguaci di Chibàs, e questi aveva denunciato Masferrer ed il MSR. Nello stesso tempo la ARG, il MSR, la UIR, ed altri gruppi avevano portato quasi quotidianamente degli attacchi alle sedi del Partito Comunista, un po' dappertutto nell'isola; si diffondeva in tutto il paese una sensazione di irreparabìlità politica che non era in alcun modo mitigata dalla ininterrotta prosperità né da quelle decisive innovazioni tecnologiche - di speciale importanza per Cuba, come fu dimostrato - quali la prima trasmissione televisiva effettuata il 24 ottobre del r95o, che fu inaugurata da Prìo; con tutto il denaro che c'era in circolazione, si verificò una corsa all'acquisto di televisori, i rivenditori ne acquistavano delle grosse partite a credito, ed i ristoranti, i bar e le botteghe incominciarono ad installare apparecchi televisivi.
Tuttavia quella era ancora l'era della radio e, nel 1951, le trasmissioni radiofoniche erano tuttora la piattaforma per Chibàs, uno degli oratori piú efficaci ed esperti di quel sistema.
Ogni settimana, il sabato sera, Chibàs parlava; negli alberghi e nei caffè si radunavano folle per ascoltarlo; egli parlava con ardore ed energia straordinari, denunciando la sfrenata corruzione del regime ed il gangsterismo che vi era connesso; durante i primi mesi del 1951 egli sembrava un vero demagogo, metà predicatore e metà fustigatore, uno dei piú efficaci oratori demolitori nella storia dell'America latina; con le sue accuse, una settimana dopo l'altra, ottenne l'effetto di gettare il completo discredito su tutte le superstiti istituzioni politiche di Cuba, descrivendo quell'ultimo governo democratico dell'isola come «uno scandaloso baccanale di delitti, di furti, e di cattiva amministrazione». Il simbolo del suo partito era una scopa; nel 1950, «El Adalid», il capo, era la piú potente voce d'opposizione in tutto il territorio, ed era impossibile non ascoltarlo.
L'indeterminatezza del suo programma fondamentale, il fatto che egli non indicasse alcun orientamento preciso per una regolamentazione economica o sociale (ad eccezione delle critiche verso certe società straniere come la Cuban Electricìty Company) significava che molte persone dalle differenti lungimiranti vedute potevano radunarsi al suo seguito; di conseguenza c'erano molti appartenenti all'ala destra degli ortodossi i quali, ex esponenti politici degli auténticos come Ochoa, che non poteva sopportare Prìo, pensavano che tutto ciò di cui Cuba aveva bisogno era l'eliminazione della disonestà dalla vita pubblica; mentre invece ce n'erano altri, all'ala sinistra (fra cui il dottor Eduardo Corona, Marta Frayde, e Vicentina Atuna) i quali diffidavano di una soluzione di eccessivo liberismo economico, ed erano riformatori sociali piú seri, che auspicavano una energica riorganizzazione dell'intero contesto della società cubana; alcuni erano persino disposti, a questo proposito, alla collaborazione con il Partito Comunista - benché Chibàs fosse un anticomunista inveterato - ma poiché, sia Grau che Batista avevano anch'essi avuto il loro periodo di collaborazione con i comunisti, questo fatto aveva un aspetto alquanto differente da quello che avrebbe potuto avere in altri paesi. Gli attacchi di Chibàs al governo erano controbilanciati da un movimento all'interno dell'università, guidato dai suoi sostenitori in unione con gli studenti cattolici (Agrupación Católica Universitaria), il movimento Pro Dignidad Estudiantil.
Il movimento di Castro in Messico aveva avuto molti alti e bassi, a partire dalla sua installazione in quel paese, avvenuta l'estate precedente. C'erano i problemi finanziari: Castro si recò a Miami ed a New York nell'autunno 1955 alla ricerca di sostenitori, ma la sua grande fonte di reddito non era altri che l'ex presidente Prìo, sempre desideroso di aver le mani in pasta in quasi tutte le attività d'opposizione. Alla fine di settembre Castro incontrò a Mérida, nello Yucatàn, l'ex presidente della Banca di Sviluppo sotto Prìo, Justo Carrillo, che in quel momento tramava, come Castro doveva sapere, con un gruppo di ufficiali di sinistra per rovesciare Batista con un colpo di stato: Castro gli chiese, nel caso fosse riuscito nel suo intento, la carica di sindaco dell'Avana dopo la sconfitta di Batista, e Carrillo gli promise invece «un lavoro in cui avrebbe potuto occupare tutta la sua energia, svolgere una funzione di grande utilità e divenire un rappresentarite costruttivo della sua generazione».
Altri simpatizzanti che diedero denaro in questo periodo furono esuli venezuelani come Rómulo Betancourt ed alcuni messicani, mentre altro denaro fu raccolto mediante appelli nel corso di raduni negli Stati Uniti, organizzati di solito da esuli ortodossi. Castro nominò Juan Manuel Màrquez suo rappresentante a Miami, e di qui portò indietro un istruttore militare nella persona di Miguel Sànchez, noto come «El Coreano» in quanto, benché cubano, aveva combattuto nell'esercito degli Stati Uniti nella guerra di Corea. Un altro istruttore militare era un vecchio cubano-spagnolo, Alberto Bayo.
Bayo, nato a Cuba da un ufficiale spagnolo e da una donna di Camagiiey, si arruolò prima nell'esercito spagnolo e poi nell'aviazione, e nella guerra civile stette con la repubblica spagnola guidando la famosa ma sfortunata spedizione a Majorca dell'estate del r93G e, in seguito, spedizioni di guerriglia in Castiglia: uomo di molteplice esperienza, combatté oltre che nella guerra civile anche nelle guerre in Marocco, fondò la prima scuola d'aviazione civile della Spagna e scrisse libri su tutto quello che aveva fatto, oltre a romanzi, poesie e manuali tecnici. Fu probabilmente questa sua grande conoscenza del mondo e del passato conflitto che lo raccomandò a Castro. In Messico, come direttore della Scuola d'Aviazione Militare o come presidente della Casa de la Democracia Espafiola, Bayo seguì sempre una linea frontista, e almeno una volta negli ultimi quindici anni aveva addestrato alla guerriglia giovani comunisti spagnoli per tornare in Spagna: egli era uno di quelli che dalla guerra civile spagnola avevano tratto la convinzione che i comunisti erano spesso piú risoluti e piú coraggiosi degli altri - non aveva però riservato a questi i suoi insegnamenti, in quanto aveva anche contribuito all'addestramento di un gruppo di anticomunisti contro i dittatori del Nicaragua, i Somoza.
Bayo, El Coreano ed un cubano di nome José Smith iniziarono l'addestramento militare preliminare degli uomini di Castro nell'autunno del 1955 in un poligono di tiro, Las Guamitas, a Santa Fe, un sobborgo di Città di Messico. Castro tentò di stabilire una disciplina militare rìunendo le reclute in case agli ordini di un comandante. Si verificò però un grave regresso quando alcuni componenti del gruppo (Càndido Gonzàlez, Montané, Màximo Celaya) furono arrestati per detenzione illegale di armi da fuoco e rinchiusi nella prigione di Pocito dove subirono lo sgradevole e brutale trattamento abituale nelle carceri messicane.
La polizia messicana e quella di Batista probabilmente collaborarono in questa azione: vi fu almeno un attentato alla vita di Castro, senza dubbio ad opera di un agente di Batista, nello stile dell'assassinio di Mella ad opera di Magrinat. In seguito alla confisca di armi che teneva nascoste in via Sierra Madre, nel bel sobborgo di Lomas de Chapultepec, Castro decise di trovare un luogo piú appartato per l'addestramento ed installò una nuova base alla cascina Santa Rosa di un certo Sefior Rivera (un superstite dell'esercito di Pancho Villa), a cui fu nascosto il vero scopo del gruppo. In questa cascina, posta nel distretto di Chalco, a trenta chilometri da Città di Messico, la rigidezza fu accentuata: i passaporti vennero confiscati, non si permise agli allievi di uscire se non in certe ore, si controllò la vita sessuale, e le lettere a Cuba furono ridotte al minimo. Bayo riuscì a persuadere Castro ad abbandonare l'idea di condurre la guerra di guerriglia con un attacco frontale, un'idea che aveva subito trovato assurda. Fu proibita la discussione con sconosciuti: gli uomini del 26 Luglio lasciavano la Santa Rosa in gruppi. Ben presto all'addestramento militare fu affiancata l'istruzione politica, nella forma, sembra, semplicemente di discussione.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi,
Alcuni giorni dopo questi avvenimenti la ribellione di Castro prese ad essere conosciuta in America: Castro si rendeva conto dell'importanza del ruolo della stampa statunitense nella guerra d'indipendenza, e senza dubbio la richiesta di mandare sulla Sierra un corrispondente straniero, portata all'Avana da René Rodrìguez, era intelligente. Il momento era favorevole: le esecuzioni compiute dall'esercito batistiano avevano avuto un peso decisivo tra molti professionisti dell'Avana, tra cui molti ortodossi, sempre piú disposti a vedere seriamente in Castro una forza volta al mantenimento del prestigio dell'opposizione attraverso una lotta effettiva contro Batista; tra i tipici ortodossi che mutarono il loro atteggiamento era Raúl Chibàs, fino a poco tempo prima nominali mente loro leader, il quale si incontrò con Frank Paìs a Santiago il 28 gennaio e tornò all'Avana per cercare di organizzare una «Resistenza Civica » modellata su quella di Santiago e sul tipo di organizzazione cellulare che aveva caratterizzato l'ABC nella lotta contro Machado. Ignacio Mendoza, un leader ortodosso che era stato capo dei dinamitarda nella lotta contro Machado, membro di una famiglia molto nota negli ambienti commerciali e legali dell'Avana, divenne in questa città un leader della lotta contro Batista - Mendoza, agente rispettabilissimo, era al di sopra di ogni sospetto; la Resistenza Civica doveva essere un'organizzazione segreta apolitica indipendente composta da rappresentanti della media e alta borghesia senza distinzione di partito: in realtà fu fin dall'inizio un'organizzazione che agiva sul fronte urbano per il Movimento 26 Luglio.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 699
Capo del movimento civico dell'Avana divenne il giovane ingegnere Enrìque Oltuski, un ex sostenitore di Garcìa Bàrcena che si era unito a Castro a metà del 1955; Raúl Chibàs scopri che in un mese aveva raccolto mille pesos, per la maggior parte da gente che contribuiva con un peso a testa, come d'accordo, in cellule di dieci. Un'altra persona di primo piano che iniziò in quel periodo a collaborare con il Movimento 26 Luglio fu Felipe Pazos, il principale economista cubano e governatore della Banca Nazionale sotto Prìo, il cui figlio era stato attivo nella lotta contro Batista dalla fine del r955 e, come molti cubani, aveva evidentemente indotto il padre ad entrare nel movimento per cui stava già rischiando la vita; come Mendoza, Pazos aveva partecipato alla lotta contro Machado, e nel 2933 era stato membro del Directorio Estudiantil. Pur non potendo vantare personalmente un grande seguito, il fatto che accettasse il Movimento 26 Luglio era un indice dello sviluppo politico della borghesia cubana.
La richiesta formulata da Castro di avere sulla Sierra un giornalista straniero poté essere esaudita grazie alla famiglia Pazos: Felipe Pazos si recò all'ufficio del « New York Times », la cui corrispondente, l'intrepida Ruby Hart Phillips, anch'essa una veterana della lotta contro Machado, accettò di far venire da New York ad incontrarsi con Castro, Herbert Matthews, redattore anziano del «New York Times » con esperienza di affari latinoamericani, che si era occupato estensivamente della guerra civile spagnola; aveva cinquantasette anni, ma era un tipo intrepido, e vent'anni prima Hemingway lo aveva definito « coraggioso come un leone». Matthews, che si era portato dietro la moglie come copertura, fu scortato a Manzanillo da Faustino Pérez e Javier Pazos, che dichiarò piú tardi: «Devo ammettere che dentro di me dubitavo della presenza di Fidel sulla Sierra, finché non lo vedemmo». Il 12 gennaio intanto Batista aveva annunciato che c'era « pace assoluta in tutta Cuba», a parte alcune bombe gettate da comunisti la cui « identità era stata perfettamente accertata».
Lasciata la moglie a casa di due insegnanti di Manzanillo che appoggiavano Castro, Pedro ed Ena Saumell, Matthews si recò sulla Sierra il 15 febbraio e si incontrò con Castro all'alba del 17 febbraio dopo aver percorso in automobile con Pazos e altri gran parte del tragitto, meno l'ultimo tratto che fu percorso a piedi.
La sua impressione fu profonda: «La personalità dell'uomo è irresistibile. Era facile vedere che i suoi uomini lo adoravano.”
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 718
Guevara, per esempio, voleva semplicemente catturare un camion dell'esercito; Castro decise invece un attacco alla stazione militare di El Úvero, posta a sedici chilometri dal luogo dove si trovavano in quel momento, in una posizione simile a quella della caserma di La Plata, in riva al mare, e nella proprietà dei fratelli Babun. I ribelli ricevettero un grande aiuto da Hermes Caldero, genero dell'amministratore della zona. Due spie inviate dal maggiore Casillas furono fucilate il 27 maggio, dopo aver rivelato che l'esercito era al corrente della presenza di Castro nelle vicinanze della stazione. I dintorni furono studiati con cura, quindi i ribelli vi si diressero, marciando di notte sui sentieri costruiti dai Babun per i loro tagliaboschi: secondo il colonnello Barrera Pérez i dipendenti della zona, su ordine di Castro, diedero una festa per i soldati del luogo la sera prima, in modo che questi si trovassero ad affrontare l'attacco ubriachi e intontiti, ma di questo non si trova traccia nella « storia rivoluzionaria».
Gli ordini per l'attacco erano semplici: circondare il posto dai tre lati che non guardavano sul mare e poi tempestarlo di colpi senza sosta, risparmiando gli alloggiamenti dove si trovavano donne e bambini. La moglie dell'amministratore della proprietà venne a sapere dell'imminente attacco, ma non se ne andò per non destare sospetti. I plotoni ribelli occuparono le loro posizioni, al comando di Jorge Sotús, Guillermo Garcìa, i due Castro, Cienfuegos e Ameijeiras, mentre Cresencio Pérez controllava la strada di Chivirico per impedire l'arrivo di rinforzi; Guevara manovrava una mitragliatrice. All'azione parteciparono ottanta uomini: gli altri, a quanto pare, rimasero sulle alture.
La caserma era occupata da cinquantadue uomini agli ordini del tenente Carrera, un ufficiale piuttosto anziano - aveva superato i cinquant'anni - che era entrato nell'esercito nel 1922. Uno dei primi spari distrusse il centralino telefonico, precludendo alla stazione ogni possibilità di comunicare. Quindi iniziò l'avanzata, in condizioni sfavorevoli agli attaccanti in quanto allo scoperto: diversi uomini furono feriti, e alcuni uccisi. Dopo circa tre ore il fuoco si fece sporadico, e i ribelli si impadronirono degli alloggiamenti e della baracca del medico, che si dimostrò incapace di agire.
In questo combattimento, il piú duro fino a quel momento sostenuto dai ribelli, rimasero uccisi sei attaccanti, mentre l'esercito ebbe quattordici morti, diciannove feriti (tra cui il tenente Carrera) e quattordici prigionieri; sei invece riuscirono a fuggire. A1 fianco di Castro aveva combattuto uno statunitense, Charles Ryan.
Dopo la battaglia i ribelli si ritirarono sulle montagne, portando con sé, su un camion dei Babun, tutte le provviste e i medicinali che poterono prendere, e si portarono dietro i quattordici prigionieri, piú tardi liberati (dopo un « indottrinamento », a quanto dice il colonnello Barrera pérez), e quattro dei loro feriti: lasciarono però indietro i due feriti gravi, perché appariva impossibile trasportarli e i batistiani rimasti avevano dato la loro parola che i due sarebbero stati trattati bene. In effetti Leal fu mandato all'Isola dei Pini, mentre Cilleros morì mentre lo trasportavano a Santiago. Gli altri feriti furono scortati da Guevara in una colonna che seguiva lentamente il resto delle truppe ribelli, e che sfuggì per poco alla cattura.
Questa azione sollevò il morale dei ribelli e li convinse che potevano aver ragione di una qualunque delle piccole caserme che si trovavano vicino alla Sierra.
Batista non compì per il momento nessun nuovo tentativo di tener testa a Castro nell'unico modo in cui è possibile affrontare forze di guerriglia, esemplificato per esempio dalla campagna condotta dagli inglesi contro i guerriglieri in Malesia negli anni cinquanta, la piú riuscita campagna antiguerriglia in tempi moderni. Qui gli inglesi decisero di compiere un tentativo radicale di contenere le bande guerrigliere comuniste di Chin Peng: bloccate le strade, trasferirono tutti i paesani dispersi entro recinti ben sorvegliati, simili ai campi di Weyler, assegnando però a quanti erano stati costretti a spostarsi una nuova casa e una nuova sistemazione finanziaria, mentre il cibo fu sigillato, razionato e messo in conto. Queste misure furono accompagnate da un'amnistia generale, dall'assegnazione di una ricompensa in denaro a coloro che si arrendevano e da un programma di riabilitazione comprendente una indennità mensile durante il processo di «deindottrinamento» e di preparazione ad un nuovo lavoro. Si ebbero anche appelli psicologici, protezione contro il terrorismo e un generoso contributo all'istruzione, all'assistenza medica ed ai lavori pubblici.
A Batista non sarebbe però stato possibile imitare fino in fondo questi metodi, come riconobbero uomini intelligenti come Barrera Pérez e Cantillo, e certamente egli non avrebbe potuto adottare la mescolanza di durezza e di magnanimità che caratterizzò la politica degli inglesi, non solo perché era incapace di questo, ma anche perché l'esercito era completamente paralizzato dall'influsso negativo del generale Tabernilla e dei suoi amici: Batista non si sarebbe mai lasciato influenzare dai pochi ufficiali intelligenti che pure esistevano nell'esercito cubano, e non risulta che gli ufficiali americani presenti a Cuba come membri della missione militare gli abbiano mai dato consigli.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 748
Anche Batista stava ancora rìspolverando il suo vecchio programma, con elezioni nell'estate e la sua rinuncia alla candidatura, ma dichiarò che avrebbe potuto essere in seguito eletto capo di stato maggiore dell'esercito: era quindi ragionevole supporre che la presidenza di Andrés Rivero Agiiero (che sarebbe stato il candidato governativo) avrebbe rappresentato semplicemente la copertura di un prolungamento dell'era di Batista, un ritorno all'era dei presidenti f ainéants degli anni trenta. In febbraio 1'Istìtuto Professionisti lanciò un atto d'accusa, sostenendo che i preparativi in corso per le elezioni erano «il piú scandaloso imbroglio della storia di Cuba», e che non si sarebbero dovute tenere elezioni finché Cuba era in stato di guerra civile.
Immediatamente dopo si assisté ad una ripresa dell'attività da ambo le parti, e tutti gli abitanti delle montagne incominciarono a rendersi conto che Castro e i suoi uomini sarebbero rimasti sulla Sierra, e che quindi alla lunga non avevano nulla da guadagnare a collaborare coll'esercito di Batista, mentre da tutte le province giungevano notizie di assassinii e di sabotaggi e ai margini di varie città si continuavano a trovare corpi di impiccati. I presidenti di tre federazioni studentesche (quelle dell'Avana, di Santiago e di Las Villas ) dichiararono all'unanimità che nessuno studente sarebbe tornato al lavoro finché non ci fosse pace, e il sabotaggio delle ferrovie raggiunse livelli tali che gli orari della zona orientale venivano cambiati ogni giorno e tutti i treni erano scortati da soldati; si ebbero incendi in porti e magazzini, e all'Avana il 26 Luglio fece irruzione nella banca centrale di compensazione e distrusse assegni per sedici milioni di pesos. Il 23 febbraio il corridore automobilista argentino Fangio venne rapito dal suo albergo per motivi di propaganda, per impedirgli di partecipare alla corsa del giorno successivo, e fu rilasciato in seguito. Alla corsa stessa una vettura slittò e precipitò sulla folla, uccidendo sei persone e ferendone cinquanta, e il governo accusò il Movimento 26 Luglio di aver versato olio sulla pista: l'accusa fu respinta, ma la cosa non fu mai chiarita del tutto. Il capo dei rapitori, Oscar Lucero, in seguito venne catturato, torturato e ucciso.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 745
A metà giugno l'esercito di Batista avanzava in due direzioni. A nord e a sud l'esercito era penetrato in profondità, e tra le due avanguardie restavano solo sei chilometri quadrati di territorio, lasciati incontestabilmente a Castro: «Il nostro territorio venne ridotto sempre di piú fino alle nostre estreme possibilità». Ma a questo punto il morale dell'esercito stava crollando: molti, non addestrati ad operare in un territorio di quel tipo, erano esausti. Negli sporadici combattimenti dei tre giorni che seguirono, le forze di Sànchez Mosquera furono decimate: molti furono presi prigionieri e a mala pena un terzo ne uscì vivo; lo stesso Sànchez Mosquera fu ferito e l'apparecchio a onde corte di una delle sue compagnie cadde nelle mani di Castro insieme con il codice cifrato dell'esercito e molte armi. La causa è da ricercarsi essenzialmente nel fatto che il « servizio d'informazioni di combattimento » delle forze di Castro era incomparabilmente superiore a quello del nemico: « Le forze di Batista non potevano fare un metro, che pochi minuti dopo un affannato corriere arrivava per informarne Castro».
Questo rovescio ebbe conseguenze straordinarie: l'alto comando di Batista, ormai un demoralizzato branco di ufficiali corrotti, crudeli e inetti, privi di ogni esperienza di combattimento, incominciò a temere di essere completamente distrutto da un nemico su cui non sapeva nulla di certo, forse addirittura credendo in alcuni dei propri comunicati, che riferivano di centinaia di ribelli uccisi. Nello stesso tempo l'esercito ribelle lanciò una serie di contrattacchi su tutte le posizioni esposte e piú avanzate, e per evitare di essere tagliato fuori l'esercito tentò di andarsene. L'aviazione non riusciva a distinguere i batistiani dai ribelli, sicché alcuni dei primi furono uccisi dalle bombe al napalm, e la paura dei ribelli faceva sì che invece di mandare avanti i carri armati per proteggere la fanteria, si mandava avanti la fanteria per difendere i carri armati, e qui era sterminata.
Entro il mese successivo quasi tutto l'esercito aveva abbandonato la Sierra Maestra, e l'alto comando era in preda al panico. Il fatte, di essersi impadronito del codice del nemico permetteva a Castro non solo di scoprire i movimenti dell'esercito, ma anche di dare ordini falsi.
I ribelli conquistarono una grande quantità di armi: un carro armato da quattordici tonnellate, dodici mortai, due bazookas, dodici mitragliatrici a treppiede e ventun fucili mitragliatori, centoquarantadue fucili Garand, duecento mitra Cristóbal; le loro perdite ammontarono in totale ad una cinquantina di feriti e a ventisette morti, di cui cinque ufficiali. I ribelli presero 433 prigionieri, di cui 422 furono consegnati a funzionari della Croce Rossa e ventuno direttamente all'esercito: nessuno fu maltrattato; i feriti erano centodiciassette, e ne morirono due. La cura con cui questi uomini furono trattati fu esemplare, anche se questo trattamento aveva una funzìone politica, in quanto contrastava così violentemente con quello riservato ai prigionieri catturati da Batista, da dare un altro colpo al prestigio dell'esercito. Naturalmente ai ribelli costava meno rimandare indietro i prigionieri che mantenerli. Data la situazione economica e la disoccupazione, disse Castro, non sarebbero mai mancati uomini per combattere nell'esercito, ma «la vittoria dipende da un minimo di uomini e da un massimo di morale». Questa impressione fu confermata da una intelligente giornalista americana esperta di guerra di guerriglia, Dicky Chapelle, che in seguito scrisse che questa restituzione dei prigionieri era una «espressione di estremo disprezzo per la capacità di combattere dello sconfitto, [che] aveva una ripercussione quasi fisica».
Le notizie di queste vittorie dei ribelli furono tenute nascoste dall'alto comando batistiano, e le due notti seguenti - quelle del 18 e del I9 agosto - Castro trasmise da Radio Rebelde e diede tutti i possibili dettagli sugli scontri, con quel linguaggio eloquente ed accurato che diverrà così familiare in seguito al pubblico cubano, denunciando l'alto comando e il generale Cantillo, ma offrendo la mano ai giovani ufficiali: questi, disse, «in questi mesi si sono guadagnata la nostra gratitudine. Non sono corrotti, amano la loro carriera e il loro servizio. Per molti di loro la guerra in cui sono stati coinvolti è assurda... ma obbediscono agli ordini». Intelligentemente li opponeva ai gradi superiori, quelli che avevano fatto i milioni sfruttando le case da gioco, proteggendo il vizio e con altre pratiche indegne.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 784
Castro passò il Natale con il fratello Ramón a Marcané, presso lo zuccherificio Alto Cedro, ma Guevara stava attaccando Remedios, una città sulla costa occidentale che dominava la principale via d'accesso settentrionale a Santa Clara, capitale della provincia di Las Villas: il 26 Remedios cadde, e il suo comandante, capitano Guerrero, consegnò centocinquanta armi pesanti. Lo stesso giorno cadde anche un'altra località anch'essa a poche miglia dalla costa, Caibarién, il cui comandante, il capitano navale Luis Aragón, non oppose alcuna resistenza: così Santa Clara era tagliata fuori da ogni rinforzo da sud e da nord, e Guevara occupò le posizioni per attaccarla. Ma forse un attacco di queste dimensioni non sarebbe stato necessario: il 28 Castro ricevette un'ambigua comunicazione di Cantillo secondo cui, sebbene «la situazione si stesse sviluppando in modo favorevole», sarebbe stato meglio rimandare l'azione almeno al 6 gennaio - Cantillo vacillava. Castro disse che non si poteva aspettare, accusò Cantillo di tradimento e continuò a raccogliere le sue forze intorno a Santiago: ma non si aspettava che Batista crollasse così rapidamente come stava facendo.
Il 29 dicembre l'ambasciatore Smith, isolato da eventi il cui senso disapprovava profondamente, evidentemente all'oscuro degli intrighi che si svolgevano nella capitale così come delle battaglie che si combattevano altrove, fu invitato dai due generali Tabernilla, padre e figlio, insieme con Del Rìo Chaviano: Tabernilla padre disse che a suo parere l'esercito non avrebbe piú combattuto e il governo non sarebbe durato, ma che lui era ansioso di salvare Cuba «dal caos, da Castro e dal comunismo», e propose una giunta militare comprendente i generali Cantillo, Sosa de Quesada (un ufficiale di Prústa), Garcìa Casones (un ufficiale di aviazione), e alcuni ufficiali di marina. Gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto un governo del genere? Smith disse che purtroppo era autorizzato a trattare solo con Batista, e chiese se Tabernilla gli avesse parlato. Sì, fu la risposta, ma Batista non aveva nessun piano, anzi gli aveva chiesto di portarne uno. Smith mandò allora Tabernilla a parlare di nuovo con il presidente.
In realtà Batista meditava di andarsene, o il 6 gennaio, co-me aveva detto a Cantillo, o prima: i suoi figli avevano lasciato l'Avana in segreto per gli Stati Uniti il 29, aveva già bruciato gran parte della sua corrispondenza privata e altri documenti, aveva predisposto degli aerei. Prendendo aueste decisioni Batista pensò solo a se stesso e ad alcuni dei suoi
pìú stretti collaboratori, ma non prese alcun provvedimento per le miglìaìa di cubani che avevano collaborato con lui e le cui fortune, e, in molti casi, la vita dipendevano da lui: aveva già una lista di coloro a cui sarebbe stato permesso di fuggire con lui. Castro intanto era entrato in contatto, per mezzo di messaggeri, con l'ufficiale al comando a Santiago, colonnello Rego, che aveva partecipato alla cospirazione di Cantillo, mentre Guevara aveva già attaccato Santa Clara; dall'altra parte, la maggior parte dei leaders politici locali e dei sindaci avevano già abbandonato il loro posto e con le loro famiglie stavano facendo indispensabili viaggi all'estero per motivi di salute.
Il z 8 dicembre Guevara passò dalla costa a Caibarién lungo la strada per Camajuanì e di lì per sentieri si diresse all'imbrunire verso l'università di Santa Clara, alla periferia della città, dove divise in due le sue forze, che contavano circa trecento uomini. La colonna che operava a sud fu la prima ad entrare in contatto con i difensori, da due o tre giorni al comando del colonnello Casillas Lumpuy. Un treno blindato, su cui il colonnello faceva grande affidamento, manovrava ai piedi della collina di Capìro, nella zona nordorientale della città, dove fu stabilito un posto di comando, e Guevara mandò a prendere la collina un piccolo gruppo comandato da un diciottenne, il capitano Gabriel Gil, coll'ordine di usare soprattutto bombe a mano tenendosi al riparo dal treno dietro la collìna: i difensori di questa se ne andarono con sorprendente velocità, così mostrando che il loro morale era estremamente basso, e anche il treno si ritirò verso il centro della città. Guevara riuscì a raccogliere i trattori della scuola di agronomia all'università per sradicare i binari della ferrovìa, e così il treno venne fatto deragliare: gli ufficiali all'interno, che si erano precipitati fuori ed erano stati immediatamente attaccati, chiesero una tregua, al che i soldati semplici presero a fraternizzare con i ribelli, dicendo che erano stanchi di combattere contro il loro stesso popolo. Poco dopo il treno blindato si arrese: i suoi trecentocinquanta uomini e ufficiali furono arrestati e portati via, e il treno divenne la base per il nuovo attacco. Si combatté anche dentro la città, tra la polizia e la Resistenza Civica, con una intensità che crebbe il 3 z dicembre: l'aviazione di Batista, con i soliti B 26 e i Sea Fury inglesi, bombardò le parti della città occupate da Guevara, ma furono uccisi soltanto alcuni civili.
I batistianos resistevano in cinque centri principali, la caserma Leoncio Vidal, la stazione centrale di polizia, gli edifici del governo provinciale, il palazzo di giustizia e il Grand Hotel. Il palazzo di giustizia era difeso da tre carri armati, che furono attaccati da un capitano ribelle di diciotto anni Rogelio Acevedo: tre uomini che vi erano dentro rimasero feriti, e poco dopo l'edificio cadde, insieme con la sede del governo.
La maggioranza dei cubani notoriamente non andava all'Habana Libre, anche se ogni tanto interi piani di questo e di altri palazzi venivano riservati a gente di campagna per corsi di cucito o di igiene domestica, ma, se uno voleva entrare, non incontrava nessuna difficoltà: ora per la prima volta i bar sul tetto erano aperti ai negri. Questo senso di libertà sociale era un'altra ragione per cui, e su questo tutti gli osservatori erano concordi, la maggioranza dei cubani appoggiava il governo, anzi ne era affascinato e quasi ipnotizzato: i piú si sentivano almeno liberi dai loro padroni e dai pregiudizi della vecchia classe dominante. La libertà sociale e quella nazionale andavano di pari passo: il nazionalismo cubano era stato risvegliato a tal punto dai discorsi di Castro e dagli avvenimenti degli ultimi due anni che la soddisfazione di essersi scrollato di dosso il giogo degli Stati Uniti era sentita profondamente dai non comunisti quanto dai comunisti.
Molto dipendeva da Castro. I suoi difetti erano evidenti: verbosità, noncuranza della vita umana, xenofobia, egocentrismo, riluttanza a delegare l'autorità. Ma erano evidenti anche le sue qualità: energia, audacia, e la sua ossessione di sapere ciò che accadeva, di vedere coi suoi occhi come venivano attuate le riforme nella realtà. Pareva che non fosse mai nella capitale, sempre in viaggio in elicottero o in jeep o in Oldsmobile, sempre intento all'esame di qualche nuovo progetto, sempre a parlare, incoraggiare, minacciare, denunciare, mai indifferente. Gente semplice e gente sofisticata credevano ugualmente in lui come nella loro guida. Come avrebbe potuto rispondere, se non abbagliandoli colle sue qualità? Aveva convinto i suoi compatrioti che lui era un genio politico, e tutto il mondo gli riconobbe questa qualità; aveva grande talento, era uno splendido oratore, un nemico pericoloso. Per troppo tempo i cubani e i latinoamericani avevano imparato, sotto governi di altra natura, a rispettare la forza, perché ora potessero negare la loro ammirazione ad un uomo forte di sinistra.
Naturalmente il nazionalismo non nasce dal nulla, ma, di solito, deriva dall'esperienza assai simile di un'altra nazione, che neppure la xenofobia riesce a rimuovere. A sentire la campagna per l'alfabetizzazione propagandata con filastrocche escogitate da agenti pubblicitari, ci si rendeva conto che le abitudini americane erano penetrate profondamente
nella vita nazionale: attaccando con tanta durezza gli Stati Uniti, Cuba ora attaccava una parte di se stessa, come dimostrava fin troppo chiaramente la persistenza di attività controrivoluzionarie per tutto l'inverno 1960-61.
Il comunismo, come il cattolicesimo, è forte, dove esiste, nella misura in cui si adatta al carattere nazionale, e come la Germania orientale ha sotto Ulbricht una pedanteria tutta prussiana, così Cuba manteneva sotto Castro una gaiezza e addirittura una superficialità che contribuivano a rendere accettabile la rivoluzione.
Un lungo discorso di Castro era talvolta intervallato da acclamazione, urla, battiti di mano e danze che permettevano sia alla folla sia all'oratore di riposarsi un poco, anche se talvolta si udivano urla piú preoccupanti di “Paredón, Paredón, Paredón» (al muro!) per gli imperialisti e i preti, che poi potevano magari trasformarsi in una rumba sanguinaria («Para los Curas, Paredón»): Guevara disse una volta con soddisfazione che la rivoluzione cubana era una rivoluzione con la pachanga, ma era una rivoluzione che a tempo di rumba invocava anche l'esecuzione capitale. Talvolta la cosa era preparata, ma piú spesso era veramente spontanea. Anche per i visitatori indifferenti ai grandi ritratti di Marx e di Castro, ai manifesti raffiguranti forti e composti operai armati di pala, alle stridenti urla di esortazione all'unità, al patriottismo e al lavoro, agli appelli di Castro ai cubani perché diventassero spartani, e soprattutto agli immancabili fucili, anche per loro Cuba conservava nel 1961 qualcosa del suo straordinario fascino, benché la maggior parte degli stranieri fosse altrettanto affascinata dai suoi paradossi quanto dalle sue conquiste.
L'aspetto peggiore del regime era però rappresentato, già allora, dalle sue prigioni: in quel periodo a Cuba c'erano forse duecentomila prigionieri politici, di cui alcuni avevano avuto una parvenza di processo, altri no; il trattamento da parte delle guardie, il cibo, l'assistenza sanitaria erano cattivi. Attualmente c'erano molti piú prigionieri politici di quanti Batista avesse mai avuto, e le condizioni erano pessime: alcuni erano detenuti in vecchie fortezze come La Cabana e Prìncipe, e tutte le prigioni erano sovraffollate. In questo, il governo rivoluzionario ricadde nelle tradizionali reazioni autoritarie cubane.
Era innegabile in questo periodo l'infelicità, e anzi già la disperazione, delle classi media e alta di Cuba, anche ammettendo che i loro rappresentanti non fossero personalmente in carcere o in attività cospirative né strettamente collegati con quanti io erano: a questo punto la maggior parte di coloro che avevano qualcosa da perdere aveva perso la vecchia convinzione che la società, essendo condotta da loro stessi, fosse dalla loro parte, per corrotta che potesse essere. Tutti i solchi che tradizionalmente erano seguiti dal comportamento cubano, e che si poteva prevedere avrebbero continuato ad esserlo, venivano invece meno: naturalmente una delle ragioni per cui la rivoluzione era vincente stava nel fatto che questi solchi a Cuba erano piú evanescenti che altrove, pure c'era sempre stato, anche sotto Batista, un ordine stabilito di cose di un certo tipo, visite ai club e agli alberghi, cocktails e banchetti, speculazioni e celebrazioni, viaggi negli Stati Uniti, e ora tutte queste cose, benché non ancora impossibili, erano difficili. La maggior parte dei borghesi covavano il dilemma se dovessero abbandonare Cuba per gli Stati Uniti, abbandonando casa, ricchezze, possedimenti, forse per sempre, oppure restare e lasciarsi attirare o nella politica controrivoluzionaria o quanto meno nella sua contemplazione: da tanto tempo abituati ad accettare l'autorità perché controllata da loro o dai loro amici, gli era impossibile accettarla quando a rappresentarla era un gruppo rivoluzionario di giovani soldati selvaggi e appassionati, trasandati e sempre pronti a sparare.
Per la maggioranza, cioè per quasi tutti gli abitanti della campagna e per la maggioranza di quelli che vivevano in città, era vero il contrario: per la prima volta sentivano che l'autorità era dalla loro parte, che la giustizia non poteva essere comprata dai loro padroni o dai loro datori di lavoro, e già sapevano che, benché la disoccupazione potesse persistere e la loro sorte potesse continuare ad essere in altro modo difficile, la classe che li aveva tiranneggiati e trattati dall'alto in basso era seriamente minacciata. L'ufficio turistico di Castro, l'INIT, aveva rilevato alberghi, club e soprattutto spiagge, e li aveva messi a disposizione di tutti: ora il Varadero International Hotel costava quindici pesos al giorno e non cinquanta, e per cinquanta centesimi chiunque poteva godere della sabbia meravigliosa e della trasparente acqua azzurra dell'Havana Biltmore Yacht Club, mentre lungo chilometri di costa erano stati istituiti stabilimenti balneari pubblici. Tutto questo era stato fatto con grande spesa ed entro termini arbitrari fissati da Castro. La rivoluzione aveva già accresciuto le possibilità per le donne e per le minoranze di negri o mulatti: le organizzazioni femminili cubane avevano un ruolo di primo piano nella coordinazione dell'appoggio di massa al regime e anche dell'attività di massa (la campagna contro l'analfabetismo del 1961 fu portata avanti quasi per metà da donne e ragazze, e il raccolto di cotone del 19 62fu effettuato da donne).
Tra i borghesi l'atteggiamento nei confronti della rivoluzione dipendeva essenzialmente dall'età: i giovani in genere erano favorevoli, gli anziani in genere contrari. A questo punto la maggior parte dei liberali piú noti aveva già lasciato il regime e alcuni addirittura il paese, ma questa brava gente non era disposta a collaborare con malcontenti rentiers, né in pensiero né in azione. Curiosamente, e quasi per la prima volta nella storia di Cuba, l'unico vero contatto tra le classi, tra la vecchia Cuba che se ne andava e quella nuova nei travagli del parto, era rappresentato dalla Chiesa, sempre assai indecisa, anche se ormai la gerarchia e la maggioranza dei sacerdoti e dei piú importanti laici erano ostili al governo.
Hugh T, Storia di Cuba, Einaudi, pag. 1028