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Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi

Apprendimento non intenzionale

Esaminiamo  l’apprendimento di abilità complesse. E’ stata molto studiata la dattilogratìa, e in generale si è d’accordo, per usare le parole di uno sperimentatore, sulla tesi che «tutti gli adattamenti e le scorciatoie nei metodi furono adottati in modo inconscio, ossia furono trovati dai soggetti dell’apprendimento in modo per nulla intenzionale. I soggetti notarono all’improvviso che stavano facendo certe parti del lavoro in un modo nuovo e migliore»).

Nell’esperimento citato del gettare in aria le monete, abbiamo forse persino scoperto che la coscienza, se presente, impediva l’apprendimento. Questa è una scoperta molto comune nell’apprendimento di abilità, così come lo è, e lo abbiamo visto, nella loro esecuzione. Lasciamo che l’apprendimento proceda senza un intervento eccessivo della nostra coscienza, e tutto sarà fatto in modo molto più spedito ed efficiente. A volte anche troppo, dato che, in abilità complesse come la dattilografia, può capitare di apprendere a battere costantemente «lgi» anziché «gli». Il rimedio consiste nel rovesciare il processo esercitandosi coscientemente nell’errore «lgi », dopo di che, contrariamente all’idea che «val più la pratica della grammatica », l’errore viene eliminato: un fenomeno chiamato pratica negativa.

Anche nelle comuni abilità motorie studiate in laboratorio, come in sistemi complessi di pursuit-rotor o nell’esperimento consistente nel seguire con una matita la traccia di un disegno osservandolo non direttamente ma in uno specchio, i soggetti ai quali si chiedeva di essere molto coscienti dei loro movimenti facevano peggio. Anche gli istruttori di atletica da me interrogati seguono inconsapevolmente tali princìpi verificati in laboratorio quando raccomandano agli atleti da loro allenati di non pensare troppo a ciò che stanno facendo. L’esercizio Zen di apprendere il tiro con l’arco è estremamente esplicito su questo punto: vienè consigliato all’arciere di non pensare a se stesso mentre tira l’arco e scocca la freccia, ma dir liberarsi dalla coscienza di ciò che sta facendo, lasciando che l’arco si tenda da sé e la freccia si liberi da sé dalle dita al momento giusto.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 52

L’apprendimento di soluzioni

L’apprendimento di soluzioni (o apprendimento strumentale o condizionamento operante) è un caso più complesso. Di solito, quando si sta cercando una soluzione a un problema o una via verso una meta, la coscienza svolge una parte considerevole nell’impostare il problema in un certo modo. La coscienza però non è necessaria. Si possono illustrare casi in cui una persona non ha alcuna coscienza né della meta che sta cercando né della soluzione che trova per giungere a tale meta.

Possiamo dimostrarlo con un altro esperimento semplice. Chiediamo a qualcuno di sedersi di fronte a noi e di dire delle parole, tutte quelle che gli vengono in mente, facendo una pausa di due o tre secondi dopo ciascuna di esse per consentirci di scriverla. Se dopo ogni parola plurale (o dopo ogni aggettivo, o parola astratta, o un qualsiasi altro tipo di parola) diciamo «bene » o «giusto » mentre la scriviamo, o un semplice «mmm », oppure sorridiamo, o ripetiamo la parola plurale con piacere, la frequenza dei nomi plurali (o di qualsiasi altro tipo di parola scegliamo) aumenterà significativamente man mano che il soggetto continuerà a dire parole. La cosa importante qui è che il soggetto non è affatto consapevole di imparare qualcosa. Egli non si accorge che sta cercando un modo per fare aumentare i nostri segnali di incoraggiamento, ne e cosciente della sua soluzione di questo problema. Ogni giorno, in tutte le nostre conversazioni, noi istruiamo gli altri e siamo costantemente istruiti da loro in questo modo, senza esserne mai consapevoli.

Un tale apprendimento inconscio non è limitato al comportamento verbale. Agli studenti di una classe di psicologia fu chiesto di fare complimenti a ogni ragazza del college che indossasse abiti rossi. Entro una settimana la mensa universitaria era tutta uno splendore di rosso (e di generale affettuosità), e nessuna ragazza era consapevole di essere stata influenzata. Un’altra classe, una settimana dopo aver sentito una lezione sull’apprendimento e l’addestramento inconsci, sperimentò tali nozioni sul professore. Ogni volta che il docente, durante la lezione, passeggiava verso la parte destra dell’aula, gli studenti gli prestavano un’ attenzione rapita e ridevano rumorosamente alle sue battute. E stato riferito che gli studenti furono in grado di addestrare il professore sino quasi a farlo uscire dall’aula, senza che egli notasse nulla di insolito. [W. Eambert Gardiner, Psychology: A Slory of a Seareh. BrooksCole, Belmont, Ca1., 1970, p. 76]

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 55

Intuizioni illuminanti

L’immagine dello scienziato seduto al tavolo da lavoro che affronta i suoi problemi usando coscientemente i procedimenti dell’induzione e della deduzione è altrettanto mitica quanto l’unicorno. Le massime scoperte intellettuali dell’umanità hanno avuto un’origine più misteriosa. Helmholtz disse che le sue idee più felici «si insinuarono spesso nel mio pensiero senza che io ne sospettassi l’importanza ... In altri casi arrivarono improvvisamente, senza alcuno sforzo da parte mia ... Amavano presentarsi alla mia mente specialmente mentre camminavo senza fretta su colline boscose in una giornata di sole!».

E Gauss, riferendosi a un teorema di aritmetica che si era sforzato invano di dimostrare per anni, scrisse che «la soluzione dell’enigma mi si presentò come una folgorazione improvvisa. Io stesso non so dire quale sia stato il filo conduttore che collegò ciò che già sapevo con ciò che rese possibile il mio successo».

E il brillante matematico Poincaré provava uno speciale interesse per il modo in cui faceva le sue scoperte. In una famosa conferenza pronunciata alla Société de

Psvchologie di Parigi, descrisse come partì per un’escursione geologica: «I casi della giornata mi fecero dimenticare il mio lavoro matematico. Giunti a Coutances. prendemmo un omnibus per andare da qualche parte .Nel momento in cui posai il piede sul predellino mi venne l’idea — senza che nulla nei miei pensieri precedenti le avesse apparentemente preparato la via —che le trasformazioni che avevo usato per definire le funzioni fuchsiane erano identiche a quelle della geometria non euclidea!».

Pare che questo fenomeno di intuizioni illuminanti improvvise sia soprattutto evidente proprio nelle scienze più astratte, quelle in cui i materiali da esaminare sono sempre meno soggetti a interferenze da parte dell’esperienza quotidiana. Un intimo amico di Einstein mi ha detto che molte delle sue idee più grandi gli venivano in modo così improvviso mentre stava radendosi che ogni mattina doveva fare molta attenzione quando usava il rasoio per evitare di tagliarsi per la sorpresa. E un ben noto fisico inglese disse una volta a Wolfgang Kòhler: «Nella nostra scienza le grandi scoperte si fanno in tre posti: in autobus, in bagno e a letto».

Il punto essenziale, qui, è che ci sono varie fasi di pensiero creativo: prima una fase di preparazione, in cui il problema viene elaborato in modo cosciente; poi un periodo di incubazione, senza alcuna concentrazione cosciente sul problema; e poi l’illuminazione, che ègiustificata successivamente dalla logica.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 65

LA COSCIENZA

Avendo in tal modo eliminato alcune fra le principali idee errate sulla coscienza, che cosa ci è rimasto? Se la coscienza non è tutte queste cose, se non è così estesa come noi pensiamo, se non è una copia dell’esperienza o il luogo necessario dell’apprendimento, del giudizio e persino del pensiero, che cos’è allora? E mentre scrutiamo tra le macerie polverose dell’ultimo capitolo, sperando come Pigmalione di veder emergere la coscienza pura e incorrotta dai detriti, concediamoci qualche divagazione in attesa che la polvere si posi, parlando di cose diverse.

Metafora e linguaggio

Parliamo della metafora. La proprietà più affascinante del linguaggio è la sua capacità di fare metafore. Ma che affermazione inadeguata! La metafora non èinfatti un mero arzigogolo linguistico marginale, come viene così spesso svilita nei vecchi manuali scolastici di composizione; essa è il fondamento costitutivo stesso del linguaggio. Io intendo qui la metafora nel suo senso più generale: l’uso di un termine proprio di una cosa per descriverne un’altra in conseguenza di una qualche somiglianza esistente fra loro o fra le loro relazioni con altre cose. In una metafora sono dunque sempre presenti due termini: la cosa che dev’essere descritta, che chiamerò metalerendo, e la cosa o relazione usata per delucidarla, che chiamerò metaferente. Una metafora èsempre un metaferente noto che opera su un metaferendo meno noto.

È proprio grazie all’uso della metafora che il linguaggio cresce. La risposta più comune alla domanda «che cos’è? », quando la risposta è difficile o l’esperienza è unica, è «be’, è come... ». In studi di laboratorio, tanto bambini quanto adulti che devono descrivere oggetti (o metaferendi) strani ad altre persone che non possono vederli, usano inetaferenti estesi che, con la ripetizione, finiscono col trovarsi contratti in etichette. È questo il modo principale in cui si forma il vocabolario di una lingua. La grandiosa e vigorosa funzione della metafora è quella di generare nuove componenti della lingua secondo il bisogno, a mano a mano che la cultura umana si fa più complessa.

Poiché, nella nostra breve vita, noi abbracciamo cosi poco della vastità della storia, abbiamo troppo spesso la tendenza a ritenere il linguaggio solido come un dizionario o persistente come il granito anziché vederlo come il mare inquieto e prorompente di metafore che esso è in realtà. In effetti, se consideriamo i mutamenti lessicali che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi due o tre millenni e, sulla base dei risultati ottenuti, cerchiamo di prevedere quale sarà la situazione fra vari millenni, ci imbatteremo in un interessante paradosso. Se infatti riusciremo mai a pervenire a una lingua che abbia il potere di esprimere qualsiasi cosa, la metafora non sarà più possibile. In tal caso io non potrò dire che il mio amore è come una rosa rossa, poiché la parola amore si sarà frantumata in migliaia di termini esprimenti le sue mille e mille sfumature, e l’applicazione ogni volta del termine corretto lascerà la rosa metaforicamente morta.

Il lessico del linguaggio è quindi una serie finita di termini che, grazie alla metafora, può estendersi a coprire una serie infinita di circostanze, creando addirittura circostanze nuove.

(La coscienza non potrebbe essere appunto una nuova creazione?).

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 71

La comprensione come metafora

Noi stiamo sforzandoci di capire la coscienza, ma che cosa tentiamo realmente di fare quando cerchiamo di capire qualcosa? Come bambini che si sforzano di descrivere oggetti strani, quando cerchiamo di capire una cosa cerchiamo di trovare una metafora per quella cosa. Non una metafora qualsiasi, ma una metafora con qualcosa di più familiare e di più comprensibile alla nostra attenzione. Comprendere una cosa significa pervenire a una metafora per quella cosa, sostituendo ad essa qualcosa di più familiare. E la sensazione di familiarità non è che la sensazione del comprendere.

Varie generazioni fa avremmo forse inteso un temporale come il clangore delle armi di dèi sovrumani impegnati in battaglia. Avremmo ridotto il frastuono che segue al lampo ai ben noti rumori di una battaglia, per esempio. Similmente, oggi, riduciamo una tempesta a varie presunte esperienze con attrito, scintille, spazi vuoti e la fantasia di grandi masse d’aria che si urtano violentemente provocando il frastuono. Nessuna di queste cose esiste veramente come ce la immaginiamo. Le nostre immagini di questi eventi fisici sono non meno lontane dalla realtà dell’immagine di dèi che combattono fra loro. Eppure esse svolgono la funzione di una metafora e ci appaiono familiari, cosicché possiamo dire di capire il temporale.

Così, in altri settori scientifici, diciamo di capire un aspetto della natura quando possiamo dire che esso è simile a un qualche modello teorico che ci è familiare. I

termini teoria e modello, per inciso, sono usati talvolta in modo intercambiabile. In realtà, però, non dovrebbe essere così. Una teoria è una relazione del modello alle cose che il modello vuole rappresentare. Il modello atomico di Bohr è quello di un nucleo circondato da elettroni in movimento su orbite ben definite. Esso assomiglia un po’ alla struttura del sistema solare, la quale è appunto una delle sue fonti metaforiche. La teoria di Bohr era che tutti gli atomi erano simili al suo modello. La teoria, con la scoperta in epoca più recente di nuove particelle e di complessi rapporti interatomici, è risultata erronea. Il modello però rimane. Un modello non è né vero né falso; è tale solo la teoria della sua somiglianza con ciò che esso rappresenta.

Una teoria è dunque una metafora fra un modello e dei dati d’esperienza. E capire è, nella scienza, sentire una somiglianza fra dati complessi e un modello familiare.

Se capire una cosa significa pervenire a una metafora che ce la renda familiare, possiamo vedere che nel comprendere la coscienza ci sarà sempre una difficoltà. Dovrebbe essere infatti immediatamente chiaro che nella nostra esperienza immediata non c’è e non può esserci alcunché di simile all’esperienza immediata stessa. Si può dire perciò che in un certo senso noi non saremo mai in grado di capire la coscienza nello stesso modo in cui possiamo capire le cose di cui siamo coscienti.

La maggior parte degli errori riguardanti la coscienza esaminati poco fa erano errori nell’applicazione di metafore. Della nozione di coscienza come copia dell’esperienza abbiamo detto che essa deriva dalla metafora esplicita di una lavagna di scuola. Ma ovviamente nessuno intende davvero che la coscienza copii l’esperienza; era solo una metafora. E nella nostra analisi abbiamo trovato, naturalmente, che la coscienza non fa nulla di simile.

E persino l’idea implicita in quest’ultima espressione, ossia che la coscienza faccia qualcosa, è anch’essa una metafora: equivale a dire che la coscienza è una persona che si muove in uno spazio fisico e che fa cose, e ciò vale solo se anche «fa» è una metafora. Fare cose, infatti, è un qualche comportamento in un mondo fisico da parte di un corpo vivente. In quale «spazio», inoltre, viene fatto questo «fare» metaforico? (Una parte del polverone comincia a depositarsi). Anche questo «spazio» dev’essere una metafora dello spazio reale. Tutto questo ci fa tornare alla mente la nostra discussione sulla localizzazione della coscienza, che è anch’essa una metafora. La coscienza viene concepita come se fosse una cosa e quindi, come altre cose, deve avere un’ubicazione, e invece, come abbiamo visto in precedenza, essa non l’ha, in senso fisico.

Mi rendo conto che qui il mio ragionamento sta diventando piuttosto denso. Ma prima di arrivare a un terreno più sgombro, vorrei descrivere che cosa intendo designare col termine analogo. Un analogo è un modello, ma un modello di un genere speciale. Non è come un modello scientifico, la cui fonte può essere qualsiasi cosa e il cui fine è quello di fungere da ipotesi di spiegazione o di comprensione. Un analogo è invece generato in ogni punto dalla cosa di cui è un analogo. Un buon esempio è fornito da una carta geografica. Essa non è un modello in senso scientifico, né un modello ipotetico, come l’atòmo di Bohr, per spiegare qualcosa di ignoto, bensì è costruita sulla base di qualcosa che è ben noto, anche se non in modo completo. A ciascuna area di una regione di un territorio è assegnata un’area corrispondente sulla carta, anche se i materiali del paese e della carta sono assolutamente diversi e molti dei caratteri morfologici del paesaggio devono essere esclusi dalla carta. E il rapporto fra l’analogo carta geografica e il paese che essa rappresenta e una metafora.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 77

Conciliazione: il fare nello spazio mentale quel che la narratizzazione fa nel tempo mentale

Ciò che intendo designare col termine conciliazione è essenzialmente il fare nello spazio mentale quel che la narratizzazione fa nel tempo mentale o tempo spazializzato. La conciliazione raccoglie assieme le cose come oggetti coscienti, esattamente come la narratizzazione combina assieme le cose nella forma di una storia. E questa combinazione di elementi in un tutto coerente o probabile viene eseguita secondo regole che si sono formate nella nostra esperienza.

Nella conciliazione noi facciamo selezioni o narratizzazioni compatibili fra loro, esattamente come nella percezione esterna i nuovi stimoli vengono portati in accordo con la concezione interna. Se narratizziamo noi stessi mentre camminiamo lungo un sentiero in un bosco, la successione dei particolari estrapolati è resa automaticamente compatibile con tale passeggiata. Oppure se in una fantasticheria due selezioni o narratizzazioni cominciano a presentarsi nello stesso tempo, vengono fuse assieme o conciliate.

Se ci viene chiesto di pensare contemporaneamente a un pascolo di montagna e a una torre, noi automaticamente conciliamo le due richieste facendo sorgere la torre sul pascolo. Ma se ci viene chiesto di pensare al pascolo di montagna e a un oceano nello stesso tempo, la conciliazione tende a non verificarsi ed è probabile che noi pensiamo prima a una delle due cose e poi all’altra. È possibile combinarle assieme solo per mezzo di una narratizzazione. Questo processo è dunque governato da princìpi di compatibilità, i quali sono princìpi appresi e si fondano sulla struttura del mondo.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 90

Vorrei ora procedere a una breve ricapitolazione per «vedere» dove siamo e in quale direzione la nostra discussione stia procedendo. Abbiamo detto che la coscienza non è una cosa, un deposito o una funzione, ma piuttosto un’operazione. Essa opera per analogia, attraverso la costruzione di un analogo «spazio », con un analogo «io» che è in grado di osservare tale spazio e di muoversi metaforicamente in esso. La coscienza opera su ogni forma di reattività, seleziona da un tutto aspetti pertinenti, che narratizza e concilia fra loro in uno spazio metaforico in cui tali significati possono essere manipolati come cose nello spazio. La mente cosciente è un analogo spaziale del mondo e gli atti mentali sono analoghi di atti corporei. La coscienza opera solo su cose osservabili oggettivamente. O, per esprimerci in un altro modo che riecheggia John Locke, nella coscienza non c’è nulla che non sia un analogo di qualcosa che è già stato nel comportamento.

Questo è stato un capitolo difficile. Spero però di avere indicato a grandi linee, in modo sufficientemente plausibile, che la nozione di coscienza come modello del mondo generato mediante metafore conduce ad alcune deduzioni ben definite e che queste deduzioni sono verificabili nella nostra esperienza cosciente quotidiana. Tutto questo è, ovviamente, solo un inizio, un inizio un po’ grezzo, che spero di sviluppare in un lavoro futuro. Quanto abbiamo detto è però sufficiente per tornare ad affrontare il nostro problema principale dell’origine di tutto ciò, rimandando una più ampia discussione sulla natura della coscienza stessa ad altri capitoli.

Se la coscienza è questa invenzione di un mondo analogale sulla base del linguaggio, un mondo parallelo rispetto al mondo del comportamento, nello stesso senso in cui il mondo matematico è un parallelo rispetto al mondo delle quantità delle cose, che cosa possiamo dire sulla sua origine?

Siamo pervenuti così a un punto molto interessante della nostra discussione, un punto che è in totale contraddizione con tutte le diverse soluzioni del problema dell’origine della coscienza di cui ci siamo occupati nel capitolo introduttivo. Se infatti la coscienza è fondata sul linguaggio, ne segue che essa ha un’origine molto più recente di quanto non si sia supposto finora. La coscienza è posteriore al linguaggio! Le implicazioni di tale posizione sono assai gravi.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 90

Negli uomini dell’Iliade non esistono coscienza soggettiva e mente

Gli uomini dell’Iliade non hanno dunque una propria volontà e certamente non hanno alcuna nozione di libero arbitrio. In effetti l’intero problema della volizione, un problema così difficile, secondo me, per la moderna teoria psicologica, è forse tanto difficile proprio per il fatto che le parole per designare tali fenomeni furono inventate solo così tardi.

Una parola della quale si avverte similmente l’assenza nel linguaggio dell’Iliade è quella per «corpo» nel nostro senso moderno. La parola soma, che nel V secolo a.C. venne a designare il corpo, in Omero è sempre plurale e significa «membra morte» o «cadavere ». Essa è l’opposto di psjche. Ci sono varie parole che designano diverse parti del corpo, e in Omero il riferimento è sempre a tali parti, mai al corpo nella sua totalità. Non sorprende quindi che l’antica arte greca di Micene e del suo periodo presenti l’uomo come un aggregato di membra stranamente costruite, le articolazioni raffigurate in modo inadeguato e il torso quasi separato dai fianchi. È, sul piano dell’immagine, ciò che troviamo ripetutamente in Omero, che parla di mani, di braccia, di òmeri, di piedi, di polpacci e di cosce, descrivendoli come veloci, forti, in rapido moto, ecc., senza alcuna menzione del corpo veduto nel suo complesso.

Ora, tutto questo è molto strano. Se negli uomini dell’Iliade non esistono coscienza soggettiva, mente, anima o volontà, che cos’è che dà inizio a un comportamento?

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 97

La religione degli antichi greci

Secondo un’idea tradizionale e generalizzata non ci fu una vera religione in Grecia fino al IV secolo a.C. e gli dèi dei poemi omerici sarebbero semplicemente una «gaia invenzione di poeti », come è stato detto da illustri studiosi.4 Questa idea erronea si deve al fatto che la religione è concepita come un sistema di etica, una sorta di subordinazione a dèi esterni nello sforzo di comportarsi in modo virtuoso. E in effetti in questo senso gli studiosi hanno ragione. Dire però che gli dèi dell’Iliade siano un’invenzione degli autori del poema significa fraintendere completamente il senso degli eventi. I personaggi dell’Iliade non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi. Non hanno come noi una mente cosciente, e certamente non hanno la facoltà dell’introspezione. Per noi, esseri dotati di soggettività, è impossibile renderci conto in modo adeguato di tale situazione. Quando Agamennone signore di popoli sottrae ad Achille la sua amante, è una dea ad afferrare Achille per la chioma bionda e ad ammonirlo a non colpire Agamennone (I, 197 sgg.). E una dea che sorge poi dalle spume del mare e lo consola nel suo pianto d’ira sulla spiaggia presso le nere navi, è ancora una dea che sussurra a Elena di togliersi dal cuore la nostalgia per la patria lontana, è una dea che avvolge Paride in una nebbia proteggendolo così dall’attacco di Menelao, è un dio che induce Glauco a scambiare le sue armi d’oro per armi di bronzo (VI, 234 sgg.), sono dèi che guidano gli eserciti in battaglia, che parlano a ogni guerriero nei momenti decisivi, che discutono e dicono a Ettore che cosa deve fare, che spronano i guerrieri o li sconfiggono gettando incantesimi su di loro o diffondendo nebbie nel loro campo visivo. Sono gli dèi che danno inizio alle contese fra uomini (IV, 437 sgg.), che sono la vera causa della guerra (III, 164 sgg.) e ne decidono poi la strategia (II, 56 sgg.). E una dea che fa promettere ad Achille che non andrà in guerra, un’altra che lo sollecita ad andare, e un’altra che lo avvolge in un fuoco dorato che sale fino al cielo, e grida attraverso la gola di lui sul campo coperto di sangue verso i troiani, suscitando in loro un panico incontrollabile. Insomma, gli dèi prendono il posto della coscienza.

Le azioni non trovano il loro inizio in piani, ragioni e motivi coscienti, bensì nelle azioni e nei discorsi di dèi. Per un’altra persona che lo osservi, un uomo sembra la causa del proprio comportamento, ma tale non appare a se stesso. Quando, verso la fine della guerra, Achille ricorda ad Agamennone come questi gli ha sottratto la

sua amante, il signore di popoli dichiara: «Non io fui la causa di tale atto ma Zeus e la mia parte e le Eninni che camminano nel buio: furono loro che nell’assemblea gettarono la furiosa ate su di me il giorno che io tolsi arbitrariamente ad Achille la sua preda. Che cosa dunque potevo fare? Gli dèi la vincono sempre» (XIX, 86-90). Che questa non fosse una particolare invenzione di Agamennone per sottrarsi alle sue responsabilità risulta chiaro dalla disponibilità di Achille, che obbedisce anche lui ai suoi dèi, ad accettare senza riserve questa spiegazione. Gli studiosi che, nel commentare questo passo, dicono che il comportamento di Agamennone è diventato «estraneo al suo io », non si spingono molto lontano. Il problema è infatti: qual è la psicologia dell’eroe dell’Iliade? E io sostengo che egli non aveva alcun io.

Il poema stesso non è opera di uomini nel nostro senso. Le sue prime tre parole sono Menin aeide thea, «Canta l’ira, o dea!». E l’intero racconto epico che segue è il canto della dea che l’aedo posseduto «udì» e cantò ai suoi ascoltatori dell’età del ferro fra le rovine del mondo di Agamennone.

Se noi mettiamo da parte tutti i nostri preconcetti sulla poesia e consideriamo il poema come se non avessimo mai sentito parlare prima di poesia, siamo colpiti immediatamente dalla qualità anormale del discorso. Oggi chiamiamo tale qualità «metro». Ma quanto sono diversi questi esametri dalla scansione costante dal miscuglio disordinato di accenti del parlare comune! La funzione del metro in poesia è quella di guidare l’attività elettrica del cervello e quasi certamente di allentare le normali inibizioni emozionali sia del cantore sia dell’ascoltatore. Una cosa simile si verifica quando le voci di schizofrenici parlano in frasi nitmate o in rima. Tranne che per le aggiunte posteriori, quindi, il poema epico stesso non fu composto né ricordato coscientemente, ma fu modificato in momenti successivi e in modo creativo con non più consapevolezza di quella che un pianista ha della sua improvvisazione.

Chi erano dunque questi dèi che muovevano gli uomini come se fossero automi e che cantavano poesia epica attraverso le loro labbra? Erano voci, le cui parole e le cui istruzioni potevano essere udite dagli eroi dell’Iliade così distintamente come le voci udite da certi pazienti epilettici e schizofrenici o come le voci udite da Giovanna d’Arco. Gli dèi erano organizzazioni del sistema nervoso centrale e li si può considerare come personae, nel senso di forti presenze costanti nel tempo, amalgami di immagini parentali o ammonitonie. Il dio è parte dell’uomo, e del tutto coerente con questa concezione è il fatto che gli dèi non escono mai dall’ambito delle leggi naturali. Gli dèi greci, diversamente dal dio ebraico del Genesi, non possono creare qualcosa dal nulla. Nei rapporti fra il dio e l’eroe ci sono le stesse cortesie, emozioni, la stessa opera di convincimento che si riscontrano nei rapporti fra persone. Il dio greco non appare tra scoppi di tuono, non suscita mai soggezione o timone nell’eroe ed è lontanissimo dal dio esageratamente pomposo di Giobbe. Egli semplicemente guida, consiglia e ordina. Né il dio infonde un senso di umiltà o addirittura di amore, e ben poca gratitudine. Anzi, io sostengo che il rapporto fra il dio e l’eroe era simile —essendone di fatto l’antecedente — al referente del rapporto fra Io e Super-io in Freud o del rapporto del sé con l’altro generalizzato di Mead. L’emozione più forte che l’eroe sente nei confronti di un dio è lo sbigottimento o la meraviglia, il genere di emozione che noi sentiamo quando emerge improvvisamente nella nostra mente la soluzione di un problema particolarmente difficile, o che risuona nell’eureka! di Archimede nella vasca da bagno.

Gli dèi sono quelle che noi oggi chiamiamo allucinazioni. Di solito essi sono visti e uditi solo dai particolari eroi cui si rivolgono. A volte si presentano avvolti da una nebbia o emergono dalla spuma del mare o da un fiume, o scendono dal cielo, il che suggerisce che sono preceduti da un’aura visuale. Altre volte, penò, compaiono semplicemente. Di solito si presentano direttamente con la loro identità, spesso come semplici voci, ma a volte assumono l’aspetto di persone molto vicine all’eroe.

Particolarmente interessante sotto questo aspetto è il rapporto di Apollo con Ettore. Nel canto xvi Apollo si presenta a Ettore sotto le sembianze dello zio materno; nel canto xvii come uno dei capi alleati; più avanti nello stesso canto egli assume l’aspetto del suo più caro amico straniero. L’episodio conclusivo del poema si apre con Atena che, dopo aver detto ad Achille di uccidere Ettore, si presenta a quest’ultimo sotto le sembianze del suo amato fratello Deifobo. Prendendolo fiduciosamente per padrino, Ettore sfida Achille, chiede a Deifobo un’altra lancia, si volge e non vede nulla. Noi diremmo che ha avuto un’allucinazione. Lo stesso vale per Achille. La guerra di Troia fu diretta da allucinazioni. E i guerrieri che venivano comandati in tal modo non erano affatto simili a noi. Erano nobili automi che non sapevano quel che facevano.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 101

L’Iliade è un poema che parla di azione ed è pieno di azione: un’azione costante. Esso concerne in effetti gli atti di Achille e le loro conseguenze, non la sua mente. E quanto agli dèi, tanto gli autori dell’Iliade quanto i suoi personaggi sono tutti d’accordo nell’accettare questo mondo governato divinamente. Dire che gli dèi sono un artificio poetico sarebbe come dire che Giovanna d’Arco parlò all’Inquisizione delle sue voci solo per dare un’immagine più efficace della situazione a coloro che si accingevano a condannarla.

Non è che prima compaiano le vaghe idee generali della causalità psicologica e poi il poeta dia loro una forma visiva concreta inventando gli dèi. È invece, come vedremo più avanti in questo libro, l’esatto contrario. E quando viene suggerito che i sentimenti interioni di forza o gli ammonimenti interiori o le perdite di giudizio sono i germi da cui si sviluppò il meccanismo degli dèi, io replico che la verità è esattamente opposta, ossia che la presenza di voci a cui si doveva obbedire fu l’assoluta condizione preliminare alla fase cosciente della mente in cui il responsabile è il sé, che può discutere con se stesso, che può ordinare e dirigere, e la cui creazione è il prodotto della cultura. In un certo senso, noi siamo diventati i nostri stessi dèi.

Obiezione: Se fosse esistita una tale mente bicamerale, ci si potrebbe attendere un caos estremo, in cui ciascuno seguiva le proprie allucinazioni private. L’unico modo in cui potrebbe esistere una civiltà bicamerale sarebbe quello di una gerarchia rigida, con un numero ridotto di uomini che hanno esperienze allucinatorie di voci di autorità superiori, autorità soggette a loro volta alle voci allucinatorie di altre ancora maggiori, sino ad arrivare ai re e ai loro pari, che ascoltano direttamente nelle loro allucinazioni le voci degli dèi. Ma l’Iliade non presenta alcun quadro del genere, e si concentra direttamente sull’individuo eroico.

Risposta: Questa è un’obiezione molto efficace che mi mise in imbarazzo per lungo tempo, specialmente quando studiai la storia di altre civiltà bicamerali nelle quali non c’era quella libertà di azione individuale che esisteva invece nel mondo sociale dell’Iliade.

Le tessere mancanti nel puzzle risultano essere le ben note tavolette nella Lineare B rinvenute a Cnosso, Micene e Pilo. Esse furono scritte direttamente in quello che io chiamo il periodo bicamerale. Note da molto tempo, hanno resistito tenacemente agli sforzi più vigorosi dei cnittografi. Recentemente si è potuto però decifrarle, ed è stato dimostrato che contengono una scrittura sillabica, la forma più antica di greco scritto, usata solo a scopi amministrativi, per la registrazione di documenti. Questi testi ci forniscono un quadro sommario della società micenea che si accorda molto di più con l’ipotesi di una mente bicamerale: gerarchie di funzionari, soldati o lavoratori, inventari di derrate, elenchi di merci dovute al sovrano e particolarmente agli dèi. Il mondo della guerra di Troia, quindi, era nella realtà storica molto più vicino alla rigida teocrazia predetta dalla teoria che non al libero individualismo descritto dal poema.

La struttura stessa dello Stato miceneo è inoltre profoiìdamente diversa dall’insieme di guerrieri più o meno autonomi descritto nell’Iliade ed è assai vicina all’organizzazione dei contemporanei regni teocratici della Mesopotamia (si veda soprattutto alle pp. 218 sgg.).

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 107

Un esempio di allucinazione uditiva

Un pomeriggio, in preda alla disperazione intellettuale, mi sdraiai su un sofà.  D’improvviso, dal silenzio assoluto, una voce ferma, distinta e forte nisuonò alla mia destra in alto e disse: «Includi il conoscente nel conosciuto! ». Saltai in piedi esclamando assurdamente: «Chi è?» e volsi attorno lo sguardo per vedere chi fosse presente nella stanza. La voce era venuta da un punto preciso. Ma non c’era nessuno, neppure dietro il muro, dove andai scioccamente a vedere. Io non penso che questo concetto nebulosamente profondo fosse il frutto di un ispirazione divina, ma credo che fosse simile a ciò che udirono in passato le persone che sostennero di avere avuto un tale privilegio.

Voci del genere possono essere udite da persone perfettamente normali con una maggiore continuità. Dopo aver tenuto conferenze sulla teoria esposta in questo libro, rimasi sorpreso nel constatare quante persone del pubblico venissero, subito dopo, a parlarmi delle loro voci. La moglie di un giovane biologo mi disse che quasi ogni mattina mentre faceva i letti e sbrigava le faccende di casa aveva lunghe conversazioni, molto istruttive e gradevoli, con la nonna defunta, di cui udiva realmente la voce. Il marito rimase abbastanza sconvolto da questa storia, che la moglie non gli aveva mai raccontato, perché il fatto di «sentire voci» è considerato di solito un segno di follia. Cosa che, in persone sofferenti, è vera. A causa però del timore che avvolge questa malattia, la reale frequenza in persone normali di allucinazioni uditive così ricorrenti non è nota.

L’unico studio di una certa estensione, peraltro piuttosto modesto, fu eseguito nel secolo scorso in Inghilterra. In tale studio furono prese in considerazione solo le allucinazioni di persone normali in condizioni di buona salute. Su 7717 uomini, il 7,8 per cento aveva avuto un certo numero di allucinazioni. Su 7599 donne la percentuale fu del 12 per cento. La maggior frequenza di allucinazioni si ebbe in persone di età compresa fra venti e ventinove anni (per inciso, questo è anche il periodo in cui si verifica più comunemente la schizofrenia). Le allucinazioni visive furono niscontrate in numero doppio rispetto a quelle uditive. Si trovarono anche differenze nazionali. I russi avevano una frequenza di allucinazioni doppia rispetto alla media. I brasiliani presentavano una frequenza ancor maggiore, a causa dell’incidenza elevatissima di allucinazioni uditive. Le ragioni di queste differenze possono solo essere congetturate. Ma un’insufficienza di tale studio è che in un paese in cui si fa un gran parlare di fantasmi è difficile avere criteri esatti per stabilire il carattere allucinatonio di ciò che viene visto e udito. C’è un grande bisogno di nuovi e migliori studi di questo tipo.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 114

Allucinazioni in soggetti psicotici

È ovviamente in soggetti schizofrenici che allucinazioni uditive simili a voci bicamenali sono più comuni e meglio studiate. Oggigiorno la cosa è difficile. Al primo sospetto di allucinazioni, agli psicotici viene somministrato un qualche tipo di farmaco, come la torazina, che elimina specificamente le allucinazioni. Questo modo di procedere è a dir poco discutibile, e può andare a vantaggio non del paziente ma dell’ospedale, che desidera eliminare questo controllo antagonistico sul paziente. Non è però mai stato dimostrato che i pazienti con allucinazioni siano più indocili degli altri. Anzi, nel giudizio di altri pazienti, gli schizofrenici con allucinazioni sono più amichevoli, meno atteggiati sulla difensiva, più simpatici, e in ospedale si comportano verso gli altri pazienti in modo più incoraggiante di quanto non facciano gli schizofrenici che non hanno allucinazioni.4 Non è inoltre escluso che, anche quando l’effetto è in apparenza negativo, le voci udite possano contribuire al processo della guarigione.

In ogni modo, dopo l’avvento della chemioterapia l’incidenza dei pazienti con allucinazioni è molto minore che un tempo. Studi recenti hanno rivelato grandi variazioni fra diversi ospedali, dal 50 per cento fra i pazienti psicotici del Boston City Hospital al 30 per cento in un ospedale dell’Oregon a una percentuale ancora minore in ospedali con pazienti a lunga degenza sottoposti a terapie intensive con sedativi. Perciò nelle pagine seguenti attingerò assai più spesso ad alcune opere del passato sulle psicosi, come il grande classico di Bleuler Dementia Praecox, in cui l’aspetto allucinatorio della schizofrenia in particolare è visto in modo più chiaro.< Questo aspetto è importante se dobbiamo farci un’idea della natura e della varietà delle voci bicamerali udite nelle antiche civiltà.

Il carattere delle voci

Nella schizofrenia le voci assumono qualsiasi tipo di rapporto con l’individuo. Esse conversano, minacciano, imprecano, criticano, consigliano, spesso con brevi

frasi. Ammoniscono, consolano, scherniscono, ordinano o a volte si limitano ad annunciare tutto ciò che accade. Urlano, piagnucolanO, ghignano, e variano da un lieve sussurro a urla tonanti. Spesso assumono qualche peculiarità speciale: talvolta per esempio parlano molto lentamente, scandiscono le parole, parlano in rima o con frasi ritmate, e persino in lingue straniere. A volte la voce è una sola, ma più spesso i pazienti odono alcune voci diverse, e occasionalmente molte. Come nelle civiltà bicamerali, sono riconosciute come voci di dèi, di angeli, di diavoli, di nemici o di una particolare persona o parente. Oppure a volte sono attribuite a un qualche oggetto somigliante a una statua, il che, come vedremo in seguito, era importante sotto questo punto di vista nei regni bicamerali.

Talvolta accade che le voci riducano i pazienti alla disperazione, comandando loro di fare qualcosa e poi rimproverandoli crudelmente una volta che l’ordine sia stato eseguito. A volte le voci intessono un dialogo fra loro, come di due persone che parlino del paziente. A volte i ruoli del pro e contro sono assunti dalle voci di persone diverse. La voce della figlia dice a un paziente:

«Sta per essere bruciato vivo! », mentre la voce della madre dice: «Non sarà bruciato! ». In altri casi, ci sono varie voci che parlano tutte assieme, cosicché il paziente non è in grado di seguirne i discorsi.

Localizzazione e funzione delle voci

In alcuni casi, specialmente in quelli più gravi, le voci non sono localizzate. Di solito, però, vengono da una direzione ben precisa: da un lato o dall’altro, da dietro, da sopra e da sotto; solo di rado sembrano provenire direttamente da davanti al paziente. A volte sembrano venire dai muri, dalla cantina e dal tetto, dal cielo e dall’inferno, da vicino o da lontano, da parti del corpo o da parti dell’abbigliamento. Altre volte, come si espresse un paziente, «assumono la natura di tutti quegli oggetti attraverso i quali parlano, sia che parlino dai muri, o da ventilatori, o nei boschi e nei campi».

In alcuni pazienti c’è una tendenza a sentir venire le voci buone e consolatrici da destra in alto, mentre le voci malvagie vengono dal basso a sinistra. In rari casi al paziente sembra che le voci vengano dalla sua stessa bocca, dandogli la sensazione di corpi estranei che gli salgono a forza alle labbra. Altre volte sono ipostatizzate in modi bizzarri. Un paziente affermò che una voce era appollaiata sopra ciascuna delle sue orecchie, una delle quali era un po’ più grande dell’altra, cosa che ricorda i ka e il modo in cui essi erano raffigurati nelle statue dei faraoni dell’antico Egitto, come vedremo in un prossimo capitolo.

Molto spesso le voci criticanoi pensieri e le azioni del paziente. A volte gli proibiscono proprio ciò che si propone di fare, e talvolta ciò accade ancor prima che il paziente sia consapevole della sua intenzione. Un paranoico intelligente proveniente dal cantone svizzero di Thurgau nutriva sentimenti ostili nei confronti dell’infermiere che si prendeva cura di lui. Quando questi entrava nella stanza, la voce diceva al paziente in tono di severo rimprovero, prima ancora che egli avesse fatto qualcosa: «Ecco! Un cittadino del cantone di Thurgau che percuote un onestissimo infermiere!».

Di importanza grandissima qui è il fatto che il sistema nervoso del paziente formula semplici giudizi percettuali di cui il «sé» del paziente non è consapevole. E questi giudizi, come abbiamo visto sopra, possono essere trasposti in voci che sembrano profetiche. Un inserviente che cammina lungo un corridoio può fare un lieve rumore di cui il paziente non ha coscienza. Ma il paziente ode la sua voce allucinatoria che gli grida: «Qualcuno sta percorrendo il corridoio con un secchio d’acqua». Poi la porta si apre e la profezia si avvera. La credenza nel carattere profetico delle voci, come doveva forse avvenire nei tempi bicamerali, viene così costruita e corrohorata. Il paziente allora segue solo le istruzioni che gli danno le sue voci ed è indifeso contro di loro. Oppure, se le voci non sono chiare, attende, catatontco e muto, di essere guidato da loro o, alternativamente, dalle voci e dalle mani dei suoi infermieri.

Di solito, durante il periodo di degenza in ospedale, la gravità della schizofrenia presenta oscillazioni e spesso le voci vanno e vengono parallelamente alle variazioni della condizione patologica. A volte sono presenti solo quando i pazienti stanno facendo certe cose, o solo in certi ambienti. E in molti pazienti, prima dell’introduzione dell’attuale chemioterapia, non c’era alcun istante dello stato di veglia in cui le voci mancassero. Quando la malattia è molto grave le voci sono fortissime e vengono dall’esterno; quando la malattia èmeno grave tendono a essere sussurri interni; e quando sono localizzate all’interno, le loro qualità uditive risultano talvolta vaghe. Può accadere allora che un paziente dica: «Non sono affatto voci reali ma semplicemente riproduzioni delle voci di parenti morti». Pazienti particolarmente intelligenti affetti da forme lievi della malattia spesso non sono certi se stanno realmente sentendo le voci o se invece hanno solo una coazione a pensarle. come «pensieri udibili» o «voci prive di suono» o «allucinazioni di significati ».

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 119

La componente visiva

Le allucinazioni visive sono meno comuni nella schizofrenia, ma talvolta si manifestano con estrema chiarezza e vivacità. Un mio soggetto schizofrenico, una briosa autrice ventenne di canzoni folk, era rimasta seduta in automobile per molto tempo nell’ansiosa attesa di un amico. Un’automobile blu che veniva lungo la strada d’un tratto stranamente rallentò, diventò cobr ruggine, poi mise grandi ali grigie e lentamente si alzò in volo al di sopra di una siepe e scomparve. La giovane però cominciò a preoccuparsi moltissimo quando vide che le altre persone in strada si comportavano come se non fosse accaduto niente di straordinario. Perché? A meno che non fossero tutti in combutta fra loro per nasconderle le loro reazioni. E perché avrebbero dovuto? Spesso è la narratizzazione di tali falsi eventi per opera della coscienza, che organizza il mondo in modo razionale attorno ad essi, che porta poi altri sintomi tragici.

È interessante che gli schizofrenici affetti da sordità grave che non hanno allucinazioni uditive hanno spesso allucinazioni visive del linguaggio dei segni. Una sedicenne divenuta sorda all’età di otto mesi indulgeva in comunicazioni bizzarre con spazi vuoti e gesticolava verso i muri. Una giovane donna affetta da sordità congenita aveva allucinazioni nelle quali comunicava col suo ragazzo nel linguaggio mimico. Altri pazienti sordi appaiono in comunicazione allucinatoria costante con persone immaginarie usando un miscuglio di parole del linguaggio dei segni e delle dita. Una donna di trentacinque anni, che aveva perso l’udito all’età di quattordici mesi, viveva una vita di sfrenata promlscuità alternata a violente esplosioni di collera. All’accettazione spiegò nel linguaggio dei segni che ogni mattina veniva da lei uno spirito vestito di bianco che le diceva nel linguaggio dei segni cose che a volte erano spaventose e che determinavano il suo umore per l’intera giornata. Un’altra paziente sorda sputava nel vuoto, dicendo che sputava contro gli angeli che stavano spiandola. Un uomo di trent’anni, sordo dalla nascita, vedeva, più benignamente, attorno a sé piccoli angeli ed essermi e credeva di possedere una bacchetta magica con cui poteva ottenere quasi tutto.

Talora, in quelli che chiamiamo stati crepuscolari acuti, il soggetto può vedere nelle sue allucinazioni, anche nella piena luce del giorno, intere scene, spesso di natura religiosa, per esempio un cielo aperto con un dio che gli parla. Altre volte possono apparire dinanzi al paziente parole scritte, come dinanzi a Nabucodonosor. Un paziente paranoico vide apparire in aria la parola veleno nel momento stesso in cui l’infermiere gli faceva prendere la sua medicina. In altri casi le allucinazioni visive possono essere integrate nell’ambiente reale, con personaggi che passeggiano in corsia, o si librano al di sopra della testa del dottore, nello stesso modo in cui, ritengo, Atena apparve ad Achille. Più comunemente, però, quando si verificano allucinazioni visive accompagnate da voci, le immagini sono semplicemente luci o nebbie, come quando Teti andò da Achille o Yahwèh da Mosè.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 121

Cervelli scissi in due

È possibile pensare ai due emisferi del cervello quasi come a due individui distinti, uno solo dei quali è in grado di parlare palesemente, mentre entrambi sono in grado di ascoltare e di capire?

I dati a sostegno della plausibilità di quest’ipotesi provengono da un altro gruppo di epilettici. Si tratta della dozzina circa di pazienti che hanno subìto una completa commissurotomia, il taglio chirurgico della linea mediana di tutte le interconnessioni fra i due emisferi. Questa operazione (che non separa realmente i due emisferi, in quanto le parti più profonde del cervello sono ancora connesse fra loro) guarisce di solito forme di epilessia altrimenti non trattabili, impedendo la diffusione di un’eccitazione neurale anormale sull’intera corteccia. Subito dopo l’operazione, alcuni pazienti perdono la parola per un periodo che può durare sino a due mesi, mentre altri non presentano alcun problema: nessuno ne sa la ragione. Forse ciascuno di noi ha rapporti lievemente diversi fra un emisfero e l’altro. Il recupero è graduale, tutti i pazienti presentano deficit di memoria a breve termine (dovuti forse all’interruzione delle piccole commissure dell’ippocampo), qualche problema di orientamento e affaticamento mentale.

Ora, la cosa sorprendente è che tali pazienti, a un anno circa dall’intervento, non si sentono in nulla diversi da come si sentivano prima dell’operazione. Essi non percepiscono niente di fuori posto. In questo momento stanno forse guardando la televisione o leggendo il giornale senza lamentare alcunché di peculiare. Né un osservatore percepisce in loro nulla di diverso.

Un rigoroso controllo dell’input sensoriale rivela però importanti difetti di enorme interesse.

Quando noi osserviamo, per esempio, la parola centrale di una riga di stampa, tutte le parole che si trovano alla sua sinistra vengono viste solo dall’emisfero destro e tutte le parole che si trovano alla sua destra vengono viste solo dall’emisfero sinistro. Quando le connessioni fra i due emisferi sono intatte, non c e alcun problema particolare di coordinazione fra i due input, anche se in realtà il fatto stesso di riuscire a leggere è stupefacente. Ma se le connessioni fra i nostri emisferi fossero state tagliate, la situazione sarebbe molto diversa. A partire dalla metà della riga, continueremmo a vedere come prima tutte le parole stampate a destra e saremmo in grado di leggere quasi come al solito. Tutti i caratteri e tutta la pagina alla nostra sinistra sarebbero invece cancellati, ridotti a una sorta di vuoto. Non un vuoto vero e proprio, percepibile come tale, ma un nulla, un nulla assoluto, assai più nulla di qualsiasi nulla che possiamo immaginare. Un nulla così totale che non saremmo coscienti neppure della sua esistenza, per quanto strano ciò possa sembrare. Esattamente come nel caso del fenomeno della macchia cieca, il «nulla» è in qualche modo «colmato », «saldato », come se tutto fosse regolare. In realtà, però, tutto quel nulla si troverebbe nell’altro nostro emisfero, il quale vedrebbe tutto ciò che «noi»

non vediamo, tutti i caratteri a sinistra, e li vedrebbe perfettamente bene. Ma poiché tale emisfero non ha un linguaggio articolato, non può dire di vedere alcunché. È come se «noi» — qualsiasi cosa ciò possa significare ci trovassimo «nel» nostro emisfero sinistro e ora, con le commissure tagliate, non potessimo mai sapere o

avere coscienza di ciò che una persona del tutto diversa, che è anch’essa « noi », vede o pensa nell’altro emisfero. Due persone in una testa sola.

Passiamo ora a descrivere uno dei modi in cui vengono esaminati questi pazienti commissurotomizzati. Il paziente fissa il centro di uno schermo traslucido; diapositive di oggetti proiettate sul lato sinistro dello schermo vengono vedute quindi solo dall’emisfero destro e non possono essere descritte verbalmente, anche se il paziente è in grado di usare la mano sinistra (controllata dall’emisfero destro) per indicare una figura corrispondente o per cercare l’oggetto fra altri, pur sostenendo a voce di non averlo visto.” Tali stimoli, visti dal solo emisfero destro non dominante, sono tmprigionati in esso, e non possono essere «raccontati» all’emisfero sinistro, dove si trovano le aree del linguaggio, perché le connessioni sono state tagliate. L’unico modo in cui possiamo sapere che l’emisfero destro possiede tale informazione è di chiedergli di usare la mano sinistra per indicare un oggetto, cosa che esso prontamente fa.

Se si proiettano simultaneamente due immagini nei campi visivi destro e sinistro, come per esempio il simbolo del dollaro a sinistra e un punto interrogativo a destra, e si chiede al soggetto di disegnare ciò che ha visto con la mano sinistra, nascosta alla vista da uno schermo, egli disegna il simbolo del dollaro. Se gli si chiede che cosa ha appena disegnato con la mano nascosta, sostiene di aver disegnato il punto interrogativo. In altri termini, un emisfero non sa che cosa ha fatto l’altro.

Inoltre, se nel campo visivo sinistro viene proiettato il nome di un oggetto, per esempio «gomma per cancellare », il soggetto è in grado di trovare una gomma in un insieme di oggetti nascosti dietro uno schermo usando solo la mano sinistra. Se al soggetto viene chiesto poi che cos’è l’oggetto che ha scelto correttamente dietro lo schermo, il suo «io» dell’emisfero sinistro non sa dire che cosa il suo «io» muto dell’emisfero destro sta tenendo nella mano sinistra. Similmente, la mano sinistra può cercare la gomma in un insieme di oggetti nascosti alla vista se qualcuno pronuncia le parole «gomma per cancellare », ma l’emisfero sinistro non e in grado di dire quand’è che la mano sinistra ha trovato l’oggetto. Ciò dimostra, ovviamente, quanto ho detto più sopra, ossia che entrambi gli emisferi comprendono il linguaggio, ma in precedenza non era mai stato possibile accertare in quale misura cio avvenisse nell’emisfero destro.

Troviamo inoltre che l’emisfero destro è in grado di comprendere definizioni complicate. Se si proietta l’espressione «strumento per radere» nel campo visivo sinistro, e quindi nell’emisfero destro, la mano sinistra indica un rasoio; essa indica inoltre una saponetta in risposta alla definizione « toglie lo sporco », o una moneta da venticinque cents in risposta alla definizione «da inserire in un distributore automatico».

L’emisfero destro di questi pazienti può inoltre reagire in modo emotivo senza che l’emisfero sinistro, quello deputato al linguaggio, sappia che cosa sta accadendo. Se una serie di figure geometriche neutre viene proiettata a caso nei campi visivi destro e sinistro (ossia rispettivamente negli emisferi sinistro e destro), e poi a un certo punto viene proiettata di sorpresa a sinistra (cioè nell’emisfero destro) l’immagine di una ragazza nuda, il paziente (in realtà l’emisfero sinistro del paziente) dice di non aver visto nulla o solo un lampo di luce. Ma i sogghigni, i rossori e le risatine del minuto successivo contraddicono quel che l’emisfero del linguaggio ha appena detto. Alla domanda di quale sia la ragione di quel ridacchiare, l’emisfero sinistro, quello del linguaggio, risponde di non averne idea. Queste espressioni facciali non sono confinate, per inciso, a una sola parte del viso, essendo mediate dalle interconnessioni profonde del ponte di Varolio. L’espressione delle emozioni non riguarda la corteccia.

Una situazione simile si riscontra anche per altre modalità sensoriali. Odori presentati alla narice destra, e quindi all’emisfero destro (le fibre olfattorie non si incrociano) in pazienti commissurotomizzati non possono essere indicati verbalmente dall’emisfero del linguaggio, anche se questo è in grado di dire molto bene se l’odore è piacevole o spiacevole. Il paziente può anche grugnire, avere reazioni di avversione, o esclamare «Puah!» sentendo un odore sgradevole, ma non sa dire verbalmente se è odore d’aglio, di formaggio o di una sostanza in decomposizione. Gli stessi odori presentati alla narice sinistra possono essere nominati e descritti alla perfezione. Ciò significa che l’emozione del disgusto riesce a pervenire all’emisfero del linguaggio attraverso il sistema limbico e il ponte di Varolio, che sono intatti, mentre l’informazione più specifica elaborata dalla corteccia non riesce a passare all’altro emisfero.

C’è in effetti qualche indicazione del fatto che èl’emisfero destro a stimolare comunemente le reazioni emotive di dispiacere a partire dal sistema limbico e dal ponte di Varolio. In situazioni sperimentali, in cui l’emisfero destro, l’emisfero muto, viene informato della risposta esatta, e poi sente che l’emisfero sinistro, quello dominante, compie chiari errori verbali, il paziente può aggrottare le ciglia, trasalire o scuotere la testa. Non è un semplice modo di dire affermare che l’emisfero destro si irrita per le risposte vocali erronee dell’altro emisfero. Tale è forse l’irritazione di Atena, quando afferra Achille per la chioma bionda e lo distoglie dal proposito di uccidere il suo re (Iliade, I, 197). Oppure lo sdegno di Yahwèh contro le iniquità perpetrate dal suo popo1o.

Ovviamente c’è una differenza. L’uomo bicamerale aveva tutte le sue commtssure intatte. Io tuttavia prospetterò più avanti la possibilità che il cervello venga riorganizzato a tal punto da mutamenti ambientali da rendere non del tutto assurde le inferenze del paragone che ho fatto qui. In ogni modo gli studi su questi pazienti commissurotomizzati dimostrano senza ombra di dubbio che i due emisferi sono in grado di funzionare come se fossero due persone indipendenti, persone che nel periodo bicamerale erano, a mio avviso, l’individuo e il suo dio.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 149

Le differenze degli emisferi nella funzione cognitiva riflettono le dfferenze fra dio e uomo

Se questo modello cerebrale della mente bicamerale è corretto, esso dovrebbe consentirci di prevedere differenze assai pronunciate nella funzione cognitiva fra i due emisferi. Specificamente, dovremmo attenderci che le funzioni necessarie al lato umano si trovino nell’emisfero sinistro o dominante, e le funzioni necessarie agli dèi siano più pronunciate nell’emisfero destro. Inoltre, non c’è ragione per non credere che almeno i residui di queste diverse funzioni siano presenti nell’organizzazione cerebrale dell’uomo contemporaneo.

La funzione degli dèi era principalmente quella di guidare e progettare l’azione in situazioni nuove. Gli dèi valutavano i problemi e organizzavano l’azione secondo un modello o scopo costante che dette origine a complesse civiltà bicamerali, combinando tutte le diverse parti, i tempi della semina, i tempi del raccolto, la scelta dei prodotti, l’intera vasta composizione delle cose in un disegno grandioso, e dando istruzioni all’uomo neurologico nel suo santuario verbale analitico nell’emisfero sinistro. Potremmo così predire che una funzione vestigiale dell’emisfero destro dovrebbe essere oggi di tipo organizzativo, la selezione cioè delle esperienze di una civiltà e la loro combinazione in un modello in grado di «dire» all’individuo che cosa fare. Un’attenta lettura di vari discorsi degli dèi nell’Iliade, nell’Antico Testamento o in altre letterature dell’antichità si concilia con quest’ipotesi. Vari eventi, passati e futuri, sono scelti, classificati, sintetizzati in ùn nuovo quadro, spesso con quella forma di sintesi ultima che èla metafora. E queste funzioni dovrebbero caratterizzare perciò l’emisfero destro.

Le osservazioni cliniche sono in accordo con questa ipotesi. Dall’osservazione dei pazienti commissurotomizzati di alcune pagine fa, sappiamo che l’emisfero destro con la sua mano sinistra è eccellente nella scelta e nella classificazione di forme, dimensioni e consistenze tattili. Da pazienti con lesioni cerebrali sappiamo che danni all’emisfero destro interferiscono con relazioni spaziali e con èompiti gestaltici, sintetici. I labirinti sono problemi in cui vari elementi di una struttura spaziale devono essere organizzati nell’apprendimento. Pazienti nei quali il lobo temporale destro è stato asportato trovano quasi impossibile l’apprendimento di labirinti visivi e tattili, mentre pazienti con lesioni di uguale estensione al lobo temporale sinistro incontrano poca difficoltà.

Un altro compito che implica l’organizzazione di parti in una struttura spaziale è il Block Design Test di Kohs, che viene usato comunemente in molti reattivi d’intelligenza. Al soggetto viene presentato un semplice motivo geometrico e gli viene chiesto di riprodurlo con cubi su cui sono dipinti gli elementi che lo compongono. La maggior parte di noi ci riesce senza difficoltà. I pazienti con lesioni cerebràli nell’emisfero destro trovano tale esercizio estremamente difficile , tanto che questo test viene usato appunto per diagnosticare danni all’emisfero destro. Nei pazienti commissurotomizzati di cui abbiamo parlato in precedenza, spesso la mano destra non riesce a comporre il disegno con i cubi. La mano sinistra, che in un certo senso è la mano degli dèi, non ha alcun problema. In alcuni fra i pazienti commissurotomizzati, l’osservatore dovette addirittura tenere ferma la mano sinistra del soggetto, la quale cercava di aiutare la destra nei suoi goffi tentativi di assolvere questo semplice compito. Da questi e altri studi è stata quindi tratta l’inferenza che l’emisfero destro è più impegnato in compiti sintetici e spaziali-costruttivi, mentre l’emisfero sinistro è più analitico e verbale. L’emisfero destro, forse come gli dèi, vede un significato nelle parti solo all’interno di un contesto più ampio; esso guarda alle totalità. L’emisfero sinistro o dominante, come il lato umano della mente bicamerale, concentra invece la sua attenzione sulle parti.

Questi risultati clinici sono stati confermati in persone normali in quello che promette di essere il primo di molti studi a venire. Elettrodi per elettroencefalografia furono applicati sui lobi temporale e parietale destro e sinistro di soggetti normali, che furono sottoposti a vari test. Quando veniva loro chiesto di scrivere vari generi di lettere implicanti abilità verbali e analitiche, gli elettroencefalogrammi rivelavano nell’emisfero sinistro onde rapide a basso potenziale, indicanti che era l’emisfero sinistro a compiere il lavoro, mentre lente onde alfa (che in un soggetto a riposo con gli occhi chiusi si riscontrano in entrambi gli emisferi) si osservarono nell’emisfero destro, segno che esso non stava lavorando. Quando a tali soggetti vengono assegnati reattivi spaziali sintetici, come il Block Test di Kohs, così come è usato negli studi cimici citati sopra, si ottengono risultati inversi. In tali casi è l’emisfero destro a fare il lavoro.

Altre deduzioni si possono fare circa quali funzioni nell’emisfero destro potrebbero essere vestigiali, considerando quale sarebbe dovuto essere il comportamento delle voci divine della mente bicamerale in situazioni particolari. Per selezionare l’esperienza e sintetizzarla in direttive per l’azione, gli dèi avrebbero dovuto compiere certi tipi di riconoscimento. In tutti i discorsi degli dèi, nelle letterature antiche, tali riconoscimenti sono comuni. Non intendo riconoscimenti di individui in particolare, ma più in generale di tipi di persone, di categorie, oltre che di individui. Un giudizio importante per un essere umano di qualsiasi secolo è il riconoscimento delle espressioni del volto, particolarmente in riferimento a intenzioni amichevoli o ostili. Se un uomo bicamerale vedeva venire verso di sé un uomo che non riconosceva, era di grande importanza per la sopravvivenza che il lato divino della sua mente riuscisse a stabilire se quella persona aveva intenzioni amichevoli o ostili.

L’incapacità di riconoscere le facce, e non solo le espressioni facciali, è associata molto più spesso a danni all’emisfero destro che non al sinistro. In esperimenti cimici, al soggetto viene chiesto di accoppiare una visione frontale di una faccia con immagini di tre quarti della stessa faccia in condizioni di illuminazione diverse. Pazienti con lesioni nell’emisfero destro trovano questo compito estremamente difficile rispetto a soggetti normali o a pazienti con lesioni nell’emisfero sinistro.20 Il riconoscimento sia delle facce sia delle espressioni facciali è perciò primariamente una funzione dell’emisfero destro.

E distinguere l’amico dal non amico in situazioni nuove, era una delle funzioni di un dio.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 153

La plasticità del cervello

Ci si può chiedere come sia possibile che un sistema come questo, un cervello strutturato in quella che ho chiamato una mente bicamerale, questo sostrato della civiltà umana per migliaia di anni implicante le localizzazioni menzionate nel nostro modello, come sia possibile che la sua funzione muti in un periodo di tempo tanto breve, così che oggi le voci ammonitrici non si sentono più e noi possediamo in loro vece questa nuova organizzazione chiamata coscienza. Benché la quantità di genocidi avvenuti nel mondo nel corso di tali mutamenti sia stata certamente tale da consentire una qualche selezione ed evoluzione, io non desidero in alcun modo fare appello a questo meccanismo. Senza dubbio la selezione naturale che ebbe luogo nei periodi di sviluppo della coscienza dette un suo contributo al perpetuarsi di quest’ultima, ma non penso si possa dire che essa abbia determinato lo sviluppo della coscienza dalla mente bicamerale nel senso in cui la pinna di un cetaceo si è sviluppata da una zampa ancestrale.

Una vera comprensione della situazione richiede una concezione del cervello diversa da quella che era usuale alcuni decenni or sono. In questa nuova concezione l’accento è posto sulla plasticità del cervello, sulla sua rappresentazione ridondante di capacità psicologiche all’interno di un centro o regione specializzata, sul controllo multiplo di capacità psicologiche da parte di vari centri o accoppiati bilateralmente o nella forma di quelle che Hughlings Jackson riconobbe come «rirappresentazioni» di una funzione a livelli successivamente superiori e filogeneticamente più recenti del sistema nervoso. Questo tipo di organizzazione del cervello dei mammiferi consente quei fenomeni sperimentali che sono raggruppati assieme sotto la categoria di «recupero di funzione ». Si ottiene così una visione del cervello molto più plastica di quella consueta, con un’eccedenza enorme di neuroni, tale che, per esempio, è possibile asportare chirurgicamente il 98 per cento delle vie ottiche in un gatto senza menomarne la percezione della luce e delle forme. Il cervello pullula di centri ridondanti, ciascuno dei quali può esercitare un’influenza diretta su un percorso finale comune, o modulare l’operazione di altri, o fare entrambe le cose, e la cui disposizione e coordinazione possono assumere molte forme e gradi di accoppiamento fra centri costitutivi.

Tutta questa rappresentazione ridondante con serie di controlli multipli ci presenta la nozione di un tipo di cervello molto più plastico di quello descritto dai neurologi del passato. Un particolare comportamento o gruppo di comportamenti impegna in un dato centro una quantità di neuroni simili e può richiedere l’intervento di vari centri diversi organizzati in varie strutture di inibizione e di facilitazione, a sec onda del loro status evoluzionistico. E il grado di stabilità dell’accoppiamento fra i diversi centri presenta variazioni enormi da una funzione all’altra. In altri termini, la quantità di variabilità che i loci delle funzioni corticali possono subire è diversa per le varie funzioni, ma diventa sempre più chiaro che tale variabilità è un carattere spiccato del cervello dei mammiferi superiori. Lo scopo biologico o vantaggio selettivo di tale rappresentazione ridondante e di tale molteplicità di controlli e della plasticità che ne risulta è duplice: ne consegue infatti una protezione dell’organismo contro gli effetti dei danni al cervello e, fatto forse più importante, un’adattabilità molto maggiore alle sfide costantemente mutevoli dell’ambiente. Sto pensando qui a sfide come quelle portate all’esistenza del primate uomo dalle successive glaciazioni e, ovviamente, alla prova ancora maggiore del crollo della mente bicamerale, che fu superata dall’uomo con lo sviluppo della coscienza.

Ma ciò non significa solo che il comportamento dell’uomo adulto è meno rigido di quello dei suoi progenitori, anche se ciò è ovviamente vero. Il fatto più importante è che, in questa concezione, le vicende ontogenetiche iniziali dell’individuo possono cambiare completamente il modo in cui è organizzato il cervello. Alcuni anni fa un’idea come questa sarebbe parsa decisamente strampalata. Ma la crescente marea della ricerca ha eroso ogni concetto rigido del cervello, e ha sottolineato il grado notevole in cui il cervello può compensare le strutture mancanti in conseguenza di lesioni o di malformazione congenita. Molti studi dimostrano che lesioni al cervello subite da animali nella loro infanzia possono incidere ben poco sul successivo comportamento dell’adulto, mentre danni simili sofferti dall’adulto possono avere come conseguenza mutamenti profondi. Abbiamo già avuto occasione di ricordare che lesioni subite in tenera età all’emisfero sinistro conducono in generale allo spostamento dell’intero meccanismo del linguaggio nell’emisfero destro.

Uno dei casi più sorprendenti fra quelli che dimostrano questa plasticità del cervello è quello di un uomo di trentacinque anni morto per un tumore maligno addominale. L’autopsia rivelò l’assenza congenita della fimbria dell’ippocampo, del fornice, del setto pellucido e della massa intermedia del talamo, con un ippocampo, giri dell’ippocampo e giri dentati anormalmente piccoli. Nonostante queste notevoli anormalità, il paziente aveva sempre dimostrato un carattere «pacioso» e a scuola era stato addirittura il primo della classe!

Così il sistema nervoso compensa durante la crescita i danni di origine genetica o ambientale seguendo percorsi di sviluppo diversi ma di solito meno preferiti che utilizzano tessuti integri. Negli adulti, quando lo sviluppo è completato, ciò non è più possibile, giacché in tale età sono già stati realizzati i modi normalmente preferiti di organizzazione neurale. Tale riorganizzazione dei sistemi di controllo multiplo può aver luogo solo nelle prime fasi dello sviluppo. E ciò vale anche per il rapporto fra i due emisferi che ha un’importanza così centrale per la nostra discussione.25

Avendo presente questo sfondo, non vedo quale difficoltà ci sia a considerare che, nelle epoché bicamerali, la parte corrispondente all’area di Wernicke nell’emisfero destro non dominante avesse la sua rigorosa funzione bicamerale, mentre dopo un migliaio d’anni di riorganizzazione psicologica in cui tale bicameralità fu scoraggiata al suo apparire nelle prime fasi dello sviluppo, tale area funzioni in modo diverso. E similmente sarebbe sbagliato pensare che, quale che possa essere oggi la neurologia della coscienza, essa sia fissata per sempre. I casi che abbiamo esaminato forniscono indicazioni diverse, ossia che la funzione del tessuto cerebrale non è inevitabile, e che forse, dati dei programmi di sviluppo diversi, sono possibili organizzazioni diverse.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 158

L’uomo antico non aveva un linguaggio verbale

A volte la reazione alla tesi che l’uomo antico non aveva un linguaggio verbale è la domanda: in che modo allora l’uomo poteva operare o comunicare? La risposta è molto semplice: esattamente come tutti gli altri primati, ossia con un’abbondanza di segnali visivi e vocali che erano assai lontani dal linguaggio sintattico che noi usiamo oggi. E quando io porto quest’assenza di un linguaggio articolato a tutto il Pleistocene, quando l’uomo sviluppò vari tipi di utensili per scheggiare la pietra e di amigdale, di nuovo i miei amici linguisti deplorano la mia arrogante ignoranza e giurano che, per poter trasmettere anche solo tali abilità rudimentali da una generazione all’altra, doveva esistere il linguaggio. Ma consideriamo che è quasi impossibile descrivere mediante il linguaggio come si possono ottenere utensili scheggiando la selce. Quest’arte veniva trasmessa esclusivamente per imitazione, esattamente nello stesso modo in cui gli scimpanzé trasmettono l’uso di introdurre una pagliuzza in un formicaio per estrarne le formiche. E lo stesso problema della trasmissione della capacità di andare in bicicletta: in questo caso il linguaggio è davvero di qualche utilità?

Poiché il linguaggio deve introdurre mutamenti molto vistosi nell’attenzione rivolta dall’uomo a cose e persone, e poiché esso consente un trasferimento di informazione di grandissima portata, dev’essersi sviluppato nel corso di un periodo in cui resti archeologici documentino tali mutamenti. Un periodo del genere è il Pleistocene superiore, grosso modo fra il 70.000 e l’8000 a.C. Questo periodo fu caratterizzato climaticamente da grandi variazioni della temperatura, corrispondenti all’avanzare e al ritirarsi di condizioni glaciali, e biologicamente da grandi migrazioni di animali e di esseri umani causate da queste variazioni di clima. La popolazione degli ominidi esplose dal cuore del continente africano diffondendosi nel subartico euroasiatico e poi nelle Americhe e in Australia. La popolazione stabilita-si attorno al Mediterraneo raggiunse un nuovo culmine e assunse la guida nell’innovazione culturale, trasferendo il centro culturale e biologico dell’uomo dai tropici alle medie latitudini. L’uso del fuoco, delle caverne e delle pelli crearono per l’uomo una sorta di microclima trasportabile che consentì il verificarsi di queste migrazioni.

Noi designamo abitualmente questi uomini come neanderthaliani tardi. Ci fu un tempo in cui si pensò che fossero una specie umana a sé, soppiantata attorno al 35.000 a.C. dall’uomo di Cro-Magnon. Secondo l’opinione più recente, però, i neanderthaliani farebbero parte della linea generale dell’uomo, una linea che ebbe una grande variabilità, grazie alla quale l’evoluzione poté assumere un ritmo sempre più accelerato man mano che l’uomo, portando con sé il suo microclima artificiale, si diffuse in queste nuove nicchie ecologiche. Sono necessarie altre ricerche per stabilire i veri modelli di insediamento, ma oggi si mette l’accento soprattutto sulla variabilità: alcuni gruppi sempre in movimento, altri organizzati in migrazioni stagionali, altri ancora stanziali per tutto l’anno.

Se insisto sui mutamenti di clima durante quest’ultima epoca glaciale è perché credo che questi mutamenti siano stati alla base delle pressioni selettive che promossero lo sviluppo del linguaggio, uno sviluppo passato per varie fasi.

Grida, modificatori e comandi

La prima fase e la condizione sine qua non del linguaggio è lo sviluppo a partire da grida accidentali di grida intenzionali, quelle grida che tendono a essere ripetute fino a quando non interviene un mutamento di comportamento nel destinatario. In precedenza, nell’evoluzione dei primati erano intenzionali solo i segnali posturali o visivi, come gli atteggiamenti di minaccia. La loro evoluzione in segnali uditivi fu resa necessaria dalla migrazione dell’uomo in climi nordici, dove c’era meno luce sia nell’ambiente sia nelle buie caverne in cui l’uomo fissò la sua dimora e dove i segnali visivi non potevano essere percepiti così facilmente come nelle luminose savane africane. Questa evoluzione potrebbe avere avuto inizio già nel terzo periodo glaciale o forse ancor prima. Ma solo con l’approssimarsi del freddo crescente e della crescente oscurità della quarta glaciazione nei climi nordici, la presenza ditali segnali vocali intenzionali diede uno spiccato vantaggio selettivo a coloro che li possedevano.

Io sto compendiando qui una teoria dell’evoluzione del linguaggio che ho sviluppato con maggiore abbondanza di particolari e con maggiore prudenza altrove.’0 Questa teoria non vuol essere una formulazione definitiva di ciò che accadde nell’evoluzione, quanto piuttosto un’ipotesi di lavoro approssimativa che consenta un primo approccio al problema. Inoltre non è detto che le fasi dello sviluppo del linguaggio che descriverò qui siano necessariamente separate, né che debbano essere sempre nello stesso ordine in località diverse. L’asserzione centrale di questa concezione, lo ripeto, è che ogni nuovo stadio lessicale creò letteralmente nuove Percezioni e attenzioni, e tali nuove Percezioni e attenzioni dettero origine a importanti mutamenti culturali che trovano un rflesso nella documentazione archeologica.

I primi elementi reali del linguaggio verbale furono i suoni finali delle grida intenzionali, differenziati sulla base della loro intensità. Per esempio, un grido di allarme per significare un pericolo immediato doveva essere pronunciato con maggiore intensità, il che causava la modificazione del fonema finale. Una tigre vicina poteva essere annunciata con un «wahee! », mentre una tigre lontana poteva dar luogo a un grido di minore intensità, con il conseguente sviluppo di una desinenza diVersa, come «wahoo ». Furono quindi queste desinenze a diventare i primi modificatori, con i significati di «vicino» e «lontano ». E il passo successivo si ebbe quando queste desinenze «hee» e «hoo», poterono essere separate dal grido particolare che le aveva generate e applicate a un qualche altro grido con la stessa indicazione.

La cosa cruciale, qui, è che tale differenziazione di qualificatori vocali dovette precedere, e non seguire, l’invenzione dei nomi che essi modificavano. Questa fase del linguaggio verbale dovette persistere inoltre per molto tempo, finché tali modificatori non divennero stabili. La lentezza di questo sviluppo fu necessaria anche perché il repertorio-base del sistema di grida fosse conservato intatto per poter svolgere le sue funzioni intenzionali. Questo periodo dei modificatori duro forse sino al 40.000 a.C., quando troviamo nella documentazione archeologica amigdale e punte ritoccate.

La fase successiva potrebbe essere stata un periodo caratterizzato dall’introduzione di comandi: i modificatori, separati dalle grida che modificavano, poterono ora modificare le azioni stesse degli uomini. Soprattutto col sempre maggior ricorso degli uomini alla caccia in un clima molto freddo, la pressione selettiva a favore dello sviluppo di gruppi di cacciatori controllati da comandi vocali dev’essere stata enorme. E possiamo immaginare che l’invenzione di un modificatore col significato di «più aguzzo» come comando-istruzione possa aver fatto progredire la produzione di utensili di selce e d’osso, provocando un’eplosione di nuovi tipi di utensili dal 40.000 al 25.000 a.C.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 166

I nomi

Una volta che una tribù ebbe un repertorio di modificatori e di comandi, poté allentarsi per la prima volta la necessità di mantenere l’integrità del vecchio sistema primitivo di grida, in modo da poter indicare i referenti dei modificatori o dei comandi. Se «wahee!» aveva significato un tempo un pericolo imminente, con una maggiore differenziazione d’intensità si poté forse avere ora un «wak ce!» per indicare l’approssimarsi di una tigre, o «wab ce!» per l’approssimarsi di un orso. Queste potrebbero essere state le prime proposizioni con un soggetto nominale e con un modificatore predicativo, e potrebbero essersi presentate in un’epoca fra il 25.000 e il 15.000 a.C.

Queste non sono speculazioni arbitrarie. Il passaggio dai modificatori ai comandi e, solo quando questi furono divenuti stabili, ai nomi non è arbitrario, né è interamente arbitraria la datazione. Come l’età dei modificatori coincide con la produzione di utensili molto superiori, così l’età dei nomi per designare gli animali coincide con l’inizio della raffigurazione di animali sulle pareti delle caverne o su oggetti di corno.

Nella fase successiva, che è in realtà un corollario della precedente, si ha lo sviluppo dei nomi di cose. Ed esattamente come i nomi per indicare esseri viventi dettero inizio alla raffigurazione di animali, così i nomi per indicare cose generarono nuove cose. Questo periodo dovrebbe corrispondere, secondo me, all’invenzione della ceramica, di orecchini, ornamenti, arponi e punte di frecce denticolati, questi ultimi di grandissima importanza nella diffusione della specie umana in climi più difficili. Dalla documentazione fossile sappiamo effettivamente che il cervello, in particolare il lobo frontale davanti al solco centrale, stava crescendo con una rapidità che ancora stupisce il moderno evoluzionista. E a quest’epoca, corrispondente forse alla cultura magdaleniana, si erano già sviluppate le aree cerebrali del linguaggio quali le conosciamo oggi.

A questo punto consideriamo un altro problema nell’origine degli dèi, l’origine delle allucinazioni uditive. Che qui ci sia un problema risulta dal fatto stesso dell’esistenza indubitabile delle allucinazioni uditive nel mondo contemporaneo, e dall’inferenza della loro esistenza nel periodo bicamerale. L’ipotesi più plausibile è che le allucinazioni verbali fossero un effetto collaterale della comprensione del linguaggio, effetto che si evolse per selezione naturale come metodo per il controllo del comportamento.

Consideriamo un uomo che abbia ricevuto da se stesso o dal suo capo l’ordine di costruire uno sbarramento per la pesca in un torrente molto a monte del sito del campo. Se egli non è cosciente, e non è quindi in grado di narratizzare la situazione e di mantenere in tal modo il suo analogo «io» in un tempo spazializzato con le sue conseguenze immaginate fino in fondo, come può farlo? Solo il linguaggio può mantenerlo impegnato, secondo me, in questo lungo lavoro destinato a durare tutto il pomeriggio. Un uomo del Pleistocene medio avrebbe dimenticato ciò che stava facendo. Ma un uomo con la parola aveva appunto il linguaggio a ricordargli il suo compito: egli poteva ripeterselo da solo, cosa che avrebbe richiesto però un tipo di volizione di cui non penso che egli fosse allora capace, oppure, come mi pare più probabile, se lo sentiva ripetere da un’allucinazione verbale «interna» che gli diceva che cosa fare.

A chi non avesse capito a fondo i capitoli precedenti una simile supposizione sembrerà estremamente strana e stiracchiata. Ma se si affronta direttamente e coscìenziosamente il problema di ricostruire lo sviluppo della forma mentale umana, tali supposizioni sono necessarie e importanti, anche se allo stato attuale non riusciamo a trovare alcun modo per confermarle con reperti concreti. Un comportamento fondato più strettamente su strutture aptiche (o, secondo una terminologia anteriore, più «istintivo ») non richiede stimolazioni ripetute. Invece le attività apprese, quando l’azione non conduca direttamente al fine gratificante, hanno bisogno di essere mantenute da qualcosa di esterno ad esse. Questo è quanto veniva fornito dalle allucinazioni verbali.

Similmente nel dare forma a un utensile, il comando verbale allucinatorio «più aguzzo» doveva consentire all’uomo primitivo, non cosciente, di continuare ad assolvere in solitudine il suo compito, oppure il comando «più fine », udito anch’esso in un’allucinazione verbale, doveva indurre l’individuo che pestava semi in un mortaio a continuare il suo lavoro fino a ottenere farina. Ritengo che proprio a questo punto nella storia umana il linguaggio articolato, sotto le pressioni selettive di compiti protratti nel tempo, abbia cominciato a localizzarsi in un emisfero cerebrale, lasciando l’altro emisfero libero per queste voci allucinatorie in grado di mantenere un tale comportamento.

Julian Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 170

L’età dei nomi propri

Quanto ho detto finora è stata un’esposizione anche troppo breve di ciò che dev’essere avvenuto nell’evoluzione del linguaggio. Ma prima che potessero esserci degli dèi si doveva compiere un altro passo avanti, l’invenzione di quel fenomeno sociale importantissimo che sono i nomi propri.

Con una certa sorpresa ci si rende conto che i nomi propri furono un’invenzione che dev’essersi verificata in un momento determinato dello sviluppo umano. Quando? Quali mutamenti poté introdurre questa invenzione nella cultura umana? Io ritengo che i nomi abbiano fatto la loro comparsa solo nel Mesolitico, fra il 10.000 e l’8000 a.C. circa. Questo fu il periodo dell’adattamento dell’uomo all’ambiente postglaciale, più caldo. La grande coltre dei ghiacci si è ritirata alla latitudine di Copenaghen e l’uomo ora si conforma a situazioni ambientali specifiche, alla caccia nelle prate

L ‘origine della civiltà 171 ne, alla vita nella foresta, alla raccolta di crostacei o allo sfruttamento delle risorse marine combinato con la caccia terrestre. Questo nuovo tipo di vita è caratterizzato da una stabilità molto maggiore della popolazione, rispetto alla necessaria mobilità dei gruppi di cacciatori che la precedettero, con la loro grande mortalità. Ora, date queste popolazioni più stabili, con rapporti sociali più fissi, una durata di vita maggiore e probabilmente un maggior numero di individui, i quali dovevano essere distinti l’uno dall’altro all’interno dei gruppi, non èdifficile vedere tanto il bisogno quanto la probabilità dell’estensione dei nomi comuni a nomi propri per designare i singoli individui.

Ora, un membro di una tribù, una volta dotato di un nome proprio, poteva in un certo senso essere ricreato in sua assenza. Era possibile pensare a « lui », usando qui la parola «pensare » nel senso speciale non conscio di inserire in strutture linguistiche. Benché in precedenza non siano mancate tombe di un qualche tipo, a volte abbastanza elaborate, questa è la prima età in cui troviamo tombe cerimoniali come usanza comune. Se pensiamo a qualche persona a noi vicina che sia morta, e poi supponiamo che tale persona non abbia un nome, su che cosa si fonderebbe il nostro dolore? Quanto a lungo potrebbe durare? In precedenza l’uomo, come gli altri primati, aveva abbandonato probabilmente i suoi morti là dove essi erano caduti, oppure li aveva nascosti alla vista con pietre, o in alcuni casi li aveva arrostiti e mangiati.” Ma come un nome per designare un animale rende il rapporto dell’uomo con tale animale molto più intenso, così è per il nome proprio di una persona. E quando la persona muore il suo nome rimane, e con esso il rapporto, quasi come quando essa era in vita: di qui le usanze funebri e il lutto. Per esempio gli abitanti degli insediamenti mesolitici portati alla luce nel Morbihan usavano seppellire i loro morti avvolti in mantelli di pelle chiusi con spille d’osso e a volte li incoronavano con corna di cervo e li proteggevano con lastre di pietra. Altre tombe di questo periodo presentano sepolture con piccole corone, o vari ornamenti, o fors’anche fiori in fosse scavate con cura, il tutto, secondo me, in conseguenza dell’invenzione dei nomi propri.

Ma con l’introduzione dei nomi propri si verifica un altro mutamento. Fino a quest’epoca le allucinazioni uditive erano state probabilmente anonime e non avevano rappresentato in alcun senso un’interazione sociale significativa. Una volta però che un’allucinazione specifica venga riconosciuta con un nome, come una voce originantesi da una persona particolare, ha luogo qualcosa di assai diverso. L’allucinazione è ora un’interazione sociale che viene ad assumere un ruolo molto maggiore nel comportamento individuale. E un altro problema qui è in che modo le voci allucinatorie venissero riconosciute, con chi venissero identificate e, nel caso che fossero molte, come venissero distinte l’una dall’altra. Qualche chiarimento su questi problemi ci viene dagli scritti autobiografici di pazienti schizofrenici, ma non è sufficiente per consentirci di sviluppare oltre l’argomentazione. Abbiamo un grande bisogno di ricerche specifiche in quest’area dell’esperienza schizofrenica per poter meglio capire l’uomo mesolitico.

L‘avvento dell’agricoltura

Ci troviamo ora alle soglie del periodo bicamerale, poiché è già disponibile il meccanismo di controllo sociale in grado di organizzare grandi popolazioni umane in una città. Tutti concordemente vedono nel passaggio da un’economia fondata sulla caccia e raccolta a un’economia produttrice di cibo il gigantesco passo avanti che rese possibile la civiltà. C’è però molto disaccordo circa le cause e i mezzi che lo determinarono.

Secondo la teoria tradizionale, quando, durante il Pleistocene superiore, i ghiacciai ricoprivano la maggior parte dell’Europa, l’intera area compresa fra la costa dell’Atlantico e i monti dello Zagros nell’Iran, ossia il Nordafrica e il Vicino Oriente, godette di una piovosità così abbondante da essere in effetti un enorme Eden lussureggiante di vita vegetale e in grado di dare nutrimento a una grande varietà di animali, fra cui l’uomo paleolitico. Ma la recessione della calotta glaciale polare spostò verso nord i venti dell’Atlantico apportatori di piogge, e l’intero Vicino Oriente divenne sempre più arido. Le piante commestibili selvatiche e la cacciagione su cui l’uomo aveva esercitato la sua attività predatoria non furono più sufficienti a consentire un modo di vita fondato sulla caccia e raccolta, cosicché molte tribù migrarono da quest’area verso l’Europa, mentre coloro che rimasero — per utilizzare le parole di Pumpelly, che dette origine con i risultati dei propri scavi a questa ipotesi —, «concentrandosi sulle oasi e costretti a conquistare nuovi mezzi di sussistenza, cominciarono a utilizzare le piante native; e fra queste l’uomo imparò a usare i semi delle diverse piante erbacee, coltivandole sulla terra arida e nelle paludi alle foci dei corsi d’acqua più larghi nel deserto».” E questa opinione è stata seguita da vari autori più recenti, fra cui Childe, oltre che da Toynbee, il quale definì questo presunto inaridimento del Vicino Oriente la «sfida fisica» a cui la civiltà agricola fu la risposta.

Reperti recenti dimostrano che non ci fu un inaridimento così esteso come è stato supposto, e che l’agricoltura non fu «imposta » economicamente a nessuno. Io ho attribuito un’importanza molto grande al linguaggio nello sviluppo della cultura umana nel Mesolitico e conserverei quest’impostazione anche qui. Come abbiamo visto nel capitolo III, il linguaggio consente alle metafore di cose di accrescere la percezione e l’attenzione, e di dare quindi nuovi nomi a cose che hanno acquistato una nuova importanza. Fu, secondo me, questa nuova forma mentale linguistica, in presenza, come nel Vicino Oriente, di un raggruppamento fortuito di piante idonee alla domesticazione, come il frumento selvatico e l’orzo selvatico — la cui distribuzione originaria coincide in parte con gli habitat molto più vasti degli animali sociali dell’Asia sud-occidentale, caprini, ovini, bovini e suini selvatici —, a dare origine all’agricoltura.

Seconda parte delle citazioni da Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale

Indice dei libri di cui ospitiamo ampie citazioni

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