![]() |
|||||
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”
Per una conoscenza dei Lager, i Lager stessi non erano sempre un buon osservatorio: nelle condizioni disumane a cui erano assoggettati, era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione d’insieme del loro universo. Poteva accadere, soprattutto per coloro che non capivano il tedesco, che i prigionieri non sapessero neppure in quale punto d’Europa si trovasse il Lager in cui stavano, ed in cui erano arrivati dopo un viaggio massacrante e tortuoso in vagoni sigillati. Non conoscevano l’esistenza di altri Lager, magari a pochi chilometri di distanza. Non sapevano per chi lavoravano. Non comprendevano il significato di certi improvvisi mutamenti di condizione e dei trasferimenti in massa. Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi. Il compagno che oggi aveva lavorato al suo fianco, domani non c’era più: poteva essere nella baracca accanto, o cancellato dal mondo; non c’era modo di saperlo.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 9
L’interno dei Lager era un microcosmo intricato e stratificato; la « zona grigia » di cui parlerò più oltre, quella dei prigionieri che in qualche misura, magari a fin di bene, hanno collaborato con l’autorità, non era sottile, anzi costituiva un fenomeno di fondamentale importanza per lo storico, lo psicologo ed il sociologo. Non c’è prigioniero che non lo ricordi, e che non ricordi il suo stupore di allora: le prime minacce, i primi insulti, i primi colpi non venivano dalle SS, ma da altri prigionieri, da «colleghi», da quei misteriosi personaggi che pure vestivano la stessa tunica a zebra che loro, i nuovi arrivati, avevano appena indossata.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 11
Chi, per proposito o per temperamento, si tiene lontano dalla retorica, parla di solito con voce diversa. Così ad esempio descrive la sua liberazione il già nominato Filip Mùller, che pure ha avuto un’esperienza assai più terribile della mia, nell’ultima pagina del suo memoriale, Eyewitness Auschwitz - Three Years in the Gas Chambers:
Per quanto possa sembrare incredibile, provai un completo abbattimento. Quel momento, su cui da tre anni si erano concentrati tutti i miei pensieri ed i miei desideri segreti, non suscitò in me né felicità né alcun altro sentimento. Mi lasciai cadere dal mio giaciglio e andai carponi fino alla porta. Una volta che fui fuori, mi sforzai invano di proseguire, poi mi sdraiai semplicemente a terra nel bosco e caddi nel sonno.
Rileggo ora un passo di La tregua. Il libro è stato pubblicato solo nel 1963 (Einaudi, Torino) ma queste parole le avevo scritte fin dal 1947. Si parla dei primi soldati russi al cospetto del nostro Lager gremito di cadaveri e di moribondi:
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Non credo di avere nulla da cancellare o da correggere, bensì qualcosa da aggiungere. Che molti (ed io stesso) abbiano provato «vergogna», e cioè senso di colpa, durante la prigionia e dopo, è un fatto accertato e confermato da numerose testimonianze. Può sembrare assurdo, ma esiste. Il disagio indefinito che accompagnava la liberazione forse non era propriamente vergogna, ma come tale veniva percepito.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 54
Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione sua personale, che però mi è sempre parsa severa e seria. Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturato e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, di un accumularsi di circostanze fortunate (come sostenevo e tuttora sostengo io), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, un salvato. E perché proprio io? Non lo si può sapere, mi rispose. Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia?
Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro; potrei avere soppiantato, cioè di fatto ucciso. I « salvati » del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della « zona grigia», le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo si innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.
E morto Chajim, orologiaio di Cracovia, ebreo pio, che a dispetto delle difficoltà di linguaggio si era sforzato dì capirmi e di farsi capire, e di spiegare a me straniero le regole essenziali di sopravvivenza nei primi giorni cruciali di cattività; è morto Szab6, il taciturno contadino ungherese, che era alto quasi due metri e perciò aveva più fame di tutti, eppure, finché ebbe forza, non esitò ad aiutare i compagni più deboli a tirare ed a spingere; e Robert, professore alla Sorbona, che emanava coraggio e fiducia intorno a sé, parlava cinque lingue, si logorava a registrare tutto nella sua memoria prodigiosa, e se avesse vissuto avrebbe risposto ai perché a cui io non so rispondere; ed è morto Baruch, scaricatore del porto di Livorno, subito, il primo giorno, perché aveva risposto a pugni al primo pugno che aveva ricevuto, ed è stato massacrato da tre Kapos coalizzati. Questi, ed altri innumerevoli, sono morti non malgrado il loro valore, ma per il loro valore.
L’amico religioso mi aveva detto che ero sopravvissuto affinché portassi testimonianza. L’ho fatto, meglio che ho potuto, e non avrei potuto non farlo; e ancora lo faccio, ogni volta che se ne presenta l’occasione; ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato.
Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non e tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i « mussulmani », i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione. Sotto altro cielo, e reduce da una schiavitù simile e diversa, lo ha notato anche Solzenicyn:
Quasi tutti coloro che hanno scontato una lunga pena e con i quali vi congratulate perché sono dei sopravvissuti, sono senz’altro dei pridurki o lo sono stati per la maggior parte della prigionia. Perché i Lager sono di sterminio, questo non va dimenticato.
Nel linguaggio di quell’altro universo concentrazionario, i pridurki sono i prigionieri che, in un modo o nell’altro, si sono conquistati una posizione di privilegio, quelli che da noi si chiamavano i Prominenti.
Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso « per conto di terzi», il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega.
Non saprei dire se lo abbiamo fatto, o lo facciamo, per una sorta di obbligo morale verso gli ammutoliti, o non invece per liberarci del loro ricordo; certo lo facciamo per un impulso forte e durevole.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 65
Noi abbiamo vissuto l’incomunicabilità in modo più radicale. Mi riferisco in specie ai deportati italiani, jugoslavi e greci; in misura minore ai francesi, fra cui molti erano d’origine polacca o tedesca, ed alcuni, essendo alsaziani, capivano bene il tèdesco; ed a molti ungheresi che venivano dalla campagna. Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione, ancora in Italia, al momento in cui i funzionari della Pubblica Sicurezza italiana ci hanno ceduti con visibile riluttanza alle SS, che nel febbraio 1944 si erano arrogata la gestione del campo di smistamento di Fòssoli presso Modena. Ci siamo accorti subito, fin dai primi contatti con gli uomini sprezzanti dalle mostrine nere, che il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. Con chi li capiva, e rispondeva in modo articolato, si instaurava una parvenza di rapporto umano. Con chi non li capiva, i neri reagivano in un modo che ci stupì e spaventò: l’ordine, che era stato pronunciato con la voce tranquilla di chi sa che verrà obbedito, veniva ripetuto identico con voce alta e rabbiosa, poi urlato a squarciagola, come si farebbe con un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto del messaggio.
Se qualcuno esitava (esitavano tutti, perché non capi-vano ed erano terrorizzati) arrivavano i colpi, ed era evidente che si trattava di una variante dello stesso linguaggio: l’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo, era caduto in disuso. Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi, come con le vacche o i muli, non c’era una differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno. Perché un cavallo corra o si fermi, svolti, tiri o smetta di tirare, non occorre venire a patti con lui o dargli spiegazioni dettagliate; basta un dizionario costituito da una dozzina di segni variamente assortiti ma univoci, non importa se acustici o tattili o visivi: trazione delle briglie, punture degli speroni, urla, gesti, schiocchi di frusta, strombettii delle labbra, pacche sulla schiena, vanno tutti ugualmente bene. Parlargli sarebbe un’azione sciocca, come parlare da soli, o un patetismo ridicolo: tanto, che cosa capirebbe? Racconta Marsalek, nel suo libro Mauthausen (La Pietra, Milano 1977) che in questo Lager, ancora più mistilingue di Auschwitz, il nerbo di gomma si chiamava « der Dolmetscher », l’interprete: quello che si faceva capire da tutti.
Infatti, l’uomo incolto (e i tedeschi di Hitler, e le SS in specie, erano paurosamente incolti: non erano stati «coltivati», o erano stati coltivati male) non sa distinguere nettamente fra chi non capisce la sua lingua e chi non capisce tout court. Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca; tutte le altre, presenti o passate, erano accettabili solo in quanto contenessero in sé qualche elemento germanico. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era per definizione un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua lingua, anzi, nella sua non-lingua, bisognava farlo tacere a botte e rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un Mensch, un essere umano.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 70
Avevo imparato qualche parola di tedesco pochi anni prima, quando ero ancora studente, al solo scopo di intendere i testi di chimica e di fisica: non certo per trasmettere attivamente il mio pensiero né per comprendere il linguaggio parlato. Erano gli anni delle leggi razziali fasciste, ed un mio incontro con un tedesco, o un viaggio in Germania, sembravano eventi ben poco probabili. Scaraventato ad Auschwitz, nonostante lo smarrimento iniziale (anzi, forse proprio grazie a quello) ho capito abbastanza presto che il mio scarsissimo Wortschatz era dive~tato un fattore di sopravvivenza essenziale. Wortschatz significa « patrimonio lessicale », ma alla lettera « tesoro di parole»; mai termine è stato altrettanto appropriato. Sapere il tedesco era la vita: bastava che mi guardassi intorno. I compagni italiani che non lo capivano, cioè quasi tutti salvo qualche triestino, stavano annegando ad uno ad uno nel mare tempestoso dei noncapire: non intendevano gli ordini, ricevevano schiaffi e calci senza comprenderne il perché. Nell’etica rudimentale del campo, era previsto che un colpo venisse in qualche modo giustificato, per facilitare lo stabilirsi dell’arco trasgressione-punizione-ravvedimento; quindi, spesso il Kapo o i suoi vice accompagnavano il pugno con un grugnito: «Sai perché?», a cui seguiva una sommaria « comunicazione di reato». Ma per i nuovi sordomuti questo cerimoniale era inutile. Si rifugiavano istintivamente negli angoli per avere le spalle coperte: l’aggressione poteva venire da tutte le direzioni. Si guardavano intorno con occhi smarriti, come animali presi in trappola, e tali in effetti erano diventati.
Erano i nostri interpreti naturali: traducevano per noi i comandi e gli avvertimenti fondamentali della giornata, « alzarsi», « adunata», « in fila per il pane», « per tre», «per cinque», eccetera.
Certo non bastava. Io supplicai uno di loro, un alsaziano, di tenermi un corso privato ed accelerato, distribuito in brevi lezioni somministrate sottovoce, fra il momento del coprifuoco e quello in cui cedevamo al sonno; lezioni da compensarsi con pane, altra moneta non c era. Lui accettò, e credo che mai pane fu meglio speso. Mi spiegò che cosa significavano i ruggiti dei Kapos e delle SS, i motti insulsi o ironici scritti in gotico sulle capriate della baracca, che cosa significavano i colori dei triangoli che portavamo al petto sopra il numero di matricola. Cosi mi accorsi che il tedesco del Lager, scheletrico, urlato, costellato di oscenità e di imprecazioni, aveva soltanto una vaga parentela coi linguaggio preciso e austero dei miei testi di chimica, e col tedesco melodioso e raffinato.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 75
In quarant’anni di esercizio, mi sono ormai familiarizzato con questo personaggio singolare, il lettore che scrive all’autore. Può appartenere a due costellazioni ben distinte, una gradita, l’altra incresciosa; i casi intermedi sono rari. I primi dànno gioia e insegnano. Hanno letto il libro con attenzione, spesso più di una volta; l’hanno amato e capito, a volte meglio dell’autore stesso; se ne dichiarano arricchiti; espongono con nitidezza il loro giudizio, a volte le loro critiche; ringraziano lo scrittore per la sua opera; spesso lo esonerano esplicitamente da una risposta. I secondi dànno noia e fanno perdere tempo. Si esibiscono; ostentano meriti; spesso hanno manoscritti nel cassetto, e lasciano trapelare l’intento di arrampicarsi sui libro e sull’autore come fa l’edera sui tronchi; od anche, sono bambini o adolescenti che scrivono per bravata, per scommessa, per conquistare un autografo.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 149
Un prigioniero russo in autunno le portava il carbone in cantina. Parlargli era proibito: lei gli infilava in tasca cibo e sigarette, e lui, per ringraziare, gridava: « Heil Hitler! »
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 157
Nelle sue lettere successive, a poco a poco, nel suo modo indiretto, Hety (la chiamerò cosi per semplicità, sebbene al « tu » non siamo mai arrivati) mi ha fornito un ritratto di se stessa. Suo padre, pedagogista di professione, era un attivista socialdemocratico fin dal 1919; nel ‘33, l’anno in cui Hitler sali al potere, perse subito l’impiego, si susseguirono perquisizioni e difficoltà economiche, la famiglia si dovette trasferire in un alloggio più piccolo. Nel ‘33 Hety fu espulsa dal liceo perché aveva rifiutato di entrare nell’organizzazione giovanile hitleriana. Sposò nel ‘38 un ingegnere della IG Farben (di qui il suo interesse per « il laboratorio di Buna »!) da cui ebbe subito due figli. Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, suo padre fu deportato a Dachau, ed il matrimonio entrò in crisi perché il marito, pur non essendo iscritto al partito, non tollerava che Hety mettesse in pericolo se stessa, lui e i figli per «fare quello che andava fatto», cioè per portare ogni settimana un po’ di cibo ai cancelli del campo in cui il padre era prigioniero:
“a lui sembrava che i nostri sforzi fossero assolutamente insensati. Tenemmo una volta un consiglio di famiglia per vedere se ci fossero possibilità di dare un aiuto a mio padre, e se sì quali; ma lui disse soltanto: «Mettetevi il cuore in pace: non lo vedrete più.”
Invece, a guerra finita il padre tornò, ma era ridotto ad uno spettro (mori pochi anni dopo). Hety, assai legata a lui, si senti in dovere di proseguire l’attività nel rinnovato partito socialdemocratico; il marito non era d’accordo, vi fu una lite, e lui chiese ed ottenne il divorzio. La sua seconda moglie era una profuga dalla Prussia Orientale che, per via dei due figli, mantenne discreti rapporti con Hety. Le disse una volta, a proposito del padre, di Dachau e dei Lager:
Non avertene a male se io non sopporto di leggere o di ascoltare queste tue cose. Quando abbiamo dovuto scappare, è stato tremendo; e la cosa peggiore è stata che abbiamo dovuto prendere la strada per cui erano stati evacuati prima i prigionieri di Auschwitz. La via era fra due siepi di morti. Vorrei dimenticare quelle immagini e non posso: continuo a sognarle.
Il padre era appena ritornato quando Thomas Mann, alla radio, parlò di Auschwitz, del gas e dei crematori.
Ascoltammo tutti con turbamento e tacemmo a lungo. Papà andava su e giù, taciturno, imbronciato, finché io gli chiesi:
«Ma ti pare possibile, che si avveleni la gente col gas, la si bruci, che si utilizzino i loro capelli, la pelle, i denti? » E lui, che pure veniva da Dachau, rispose: « No, non è pensabile. Un Thomas Mann non dovrebbe dar fede a questi orrori». Eppure era tutto vero: poche settimane dopo ne abbiamo avuto le prove e ce ne siamo convinti.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 159
In un’altra sua lunga lettera mi aveva descritto la loro vita nella « emigrazione interna»:
Mia madre aveva una carissima amica ebrea. Era vedova e viveva sola, i figli erano emigrati, ma lei non si risolveva a lasciare la Germania. Anche noi eravamo dei perseguitati, ma «politici»: per noi era diverso, ed abbiamo avuto fortuna nonostante i molti pericoli. Non dimenticherò la sera in cui quella donna venne da noi, al buio, per dirci: « Vi prego, non venite più a cercarmi, e scusatemi se io non vengo da voi. Capite, vi metterei in pericolo... » Naturalmente abbiamo continuato a visitarla, finché non fu deportata a Theresienstadt. Non l’abbiamo più rivista, e per lei non abbiamo «fatto» niente: che cosa avremmo potuto fare? Eppure il pensiero che non si potesse fare nulla ci tormenta ancora: La prego, cerchi di comprendere.
Mi ha raccontato di aver assistito nel 1967 al processo per l’Eutanasia. Uno degli imputati, un medico, aveva dichiarato in giudizio che gli era stato ordinato di iniettare personalmente il veleno ai malati mentali, e che lui aveva rifiutato per coscienza professionale; per contro, manovrare il rubinetto del gas gli era sembrato poco gradevole, ma insomma tollerabile. Tornata a casa, Hety trova la donna delle pulizie, una vedova di guerra, intenta al suo lavoro, e il figlio che sta cucinando. Tutti e tre si siedono a tavola, e lei racconta al figlio quanto ha visto e sentito al processo. Ad un tratto, la donna ha posato la forchetta ed è intervenuta aggressivamente:
«A cosa servono tutti questi processi che fanno adesso? Cosa potevano farci, i nostri poveri soldati, se gli davano quegli ordini? Quando mio marito è venuto in licenza dalla Polonia, mi ha raccontato: “Non abbiamo fatto quasi niente altro che fucilare ebrei: sempre fucilare ebrei. A furia di sparare, il braccio mi faceva male”. Ma che cosa poteva fare, se gli avevano dato quegli ordini?». L’ho licenziata, reprimendo la tentazione di congratularmi con lei per il suo povero marito caduto in guerra... Ecco, vede, qui in Germania viviamo ancor oggi in mezzo a persone di questo genere.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 159
In una sola occasione abbiamo (o almeno, io ho) percepito una divergenza. Nel 1966 era stato rilasciato Albert Speer dal carcere interalleato di Spandau. Come è noto, era stato l’«architetto di corte» di Hitler, ma nel 1943 era stato nominato ministro dell’industria di guerra; in quanto tale, era in buona parte responsabile dell’organizzazione delle fabbriche in cui noi morivamo di fatica e di fame. A Norimberga era stato il solo fra gli imputati a dichiararsi colpevole, anche per le cose che non aveva saputo; anzi, appunto per non aver voluto saperle. Fu condannato a vent’anni di reclusione, che impiegò a scrivere le sue memorie carcerarie, pubblicate in Germania nel 1975. Hety dapprima esitò, poi le lesse, e ne fu profondamente turbata. Chiese a Speer un colloquio, che durò due ore; gli lasciò il libro di Langbein su Auschwitz ed una copia di Se questo è un uomo, dicendogli che era tenuto a leggerli. Lui le diede una copia dei suoi Diari di Spandau (Mondadori, Milano 1976) perché Hety me la spedisse.
Ho ricevuto e letto questi diari, che portano il segno di una mente coltivata e lucida e di un ravvedimento che sembra sincero (ma un uomo intelligente sa simulare). Speer ne traspare come un personaggio shakespeariano, dalle ambizioni sconfinate, tali da accecano e da infettarlo, ma non un barbaro né un vile né un servo. Di questa lettura avrei fatto volentieri a meno, perché per me giudicare è doloroso; in specie uno Speer, un uomo non semplice, e un colpevole che aveva pagato. Scrissi a Hety, con una traccia di irritazione: « Che cosa l’ha spinta da Speer? La curiosità? Un senso del dovere? Una “missione” »?
Mi rispose:
Spero che Lei abbia preso il dono di quel libro nel suo senso giusto. Giusta è anche la Sua domanda. Volevo vederlo in faccia: vedere com’è fatto un uomo che si è lasciato plagiare da Hitler, e che è diventato una sua creatura. Dice, ed io gli credo, che per lui la strage di Auschwitz è un trauma. E ossessionato dalla domanda di come lui abbia potuto « non voler vedere né sapere», insomma rimuovere tutto. Non mi pare che cerchi giustificazioni; anche lui vorrebbe capire quanto, anche per lui, capire è impossibile. Mi è parso un uomo che non falsifica, che lotta lealmente, e si tormenta sul suo passato. Per me, è diventato « una chiave»: è un personaggio simbolico, il simbolo del traviamento tedesco. Ha letto con estrema pena il libro di Langbein, e mi ha promesso di leggere anche il Suo. La terrò informato sulle sue reazioni.
Queste reazioni, con mio sollievo, non sono mai venute: se avessi dovuto (come è usanza fra persone civili) rispondere ad una lettera di Albert Speer, avrei avuto qualche problema. Nel 1978, scusandosi con me per la disapprovazione che aveva fiutato nelle mie lettere, Hety ha visitato Speer una seconda volta, e ne è tornata delusa. Lo ha trovato senile, egocentrico, tronfio, e stupidamente fiero del suo passato di architetto faraonico. Dopo di allora, la sostanza delle nostre lettere si è andata spostando verso temi più allarmanti perché più attuali: l’affare Moro, la fuga di Kappler, la morte simultanea dei terroristi della banda Baader-Meinhof nel supercarcere di Stammheim. Lei tendeva a credere alla tesi ufficiale del suicidio; io dubitavo.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 160
I nuovi revisionisti tedeschi tendono insomma a presentare le stragi hitleriane come una difesa preventiva contro una invasione «asiatica». La tesi mi sembra estremamente fragile. È ampiamente da dimostrare che i Russi intendessero invadere la Germania; anzi la temevano, come ha dimostrato l’affrettato accordo Ribbentrop-Molotov; e la temevano, giustamente, come ha dimostrato la successiva, improvvisa aggressione tedesca del 1941. Inoltre, non si vede come le stragi «politiche» operate da Stalin potessero trovare la loro immagine speculare nella strage hitleriana del popolo ebreo, quando è ben noto che, prima della salita di Hitler al potere, gli Ebrei tedeschi erano profondamente Tedeschi, intimamente integrati nel Paese, considerati come nemici solo da Hitler stesso e dai pochi fanatici che inizialmente lo seguirono. L’identificazione dell’ebraismo col bolscevismo, idea fissa di Hitler, non aveva alcuna base obiettiva, specialmente in Germania, dove notoriamente la maggior parte degli Ebrei apparteneva alla classe borghese.
Che «il Gulag fu prima di Auschwitz» è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale; non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini; il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, «noi» i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. Questo disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dai tatuaggi di Auschwitz fino all’uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L’empio sfruttamento dei cadaveri e delle loro ceneri resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e, a tutt’oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l’emblema.
È bersi vero che nel Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma non era per cosi dire un sottoprodotto, tollerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavistica destinata alla «edificazione socialista». Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka e a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere Ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo. I Sovietici invasori in Germania dopo il martirio del loro Paese (ricordate, fra i cento dettagli, l’assedio spietato di Leningrado?) erano assetati di vendetta e si macchiarono di colpe gravi, ma non c’erano fra loro gli Einsatzkommandos, incaricati di mitragliare la popolazione civile e di seppellirla in sterminate fosse comuni scavate spesso dalle stesse vittime; né del resto avevano mai progettato l’annientamento del popolo tedesco, contro cui pure nutrivano allora un giustificato sentimento di rappresaglia.
Nessuno ha mai attestato che nei Gulag si svolgessero «selezioni» come quelle, più volte descritte, dei Lager tedeschi, in cui con un’occhiata di fronte e di schiena i medici (medici!) SS decidevano chi potesse ancora lavorare e chi dovesse andare alla camera a gas. E non vedo come questa «innovazione» possa essere considerata marginale e attenuata da un « soltanto». Non erano una imitazione «asiatica», erano bene europee, il gas veniva prodotto da illustri industrie chimiche tedesche; e a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l’oro dei denti estratti dai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun Tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania nazista, e solo in quella, sono stati condotti a una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni.
Primo Levi, «La Stampa», 22 gennaio 1987, citato in, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 173
Il sistema di Auschwitz aveva colpito Levi tra l’altro per la sua antieconomicità, che urtava il suo spirito razionalistico; dato (e naturalmente non concesso)lo scopo di spremere al massimo una vita umana considerata inferiore finché poteva rendere qualcosa, e poi trasformarla in cenere, i metodi scelti sembravano inidonei, c’era l’impiego di un’enorme quantità di «violenza inutile» (cui è dedicato un apposito capitolo nei Sommersi e i salvati) ed è sintomatico che l’esercito di schiavi cui apparteneva Levi non sia servito a fare uscire neanche un grammo di gomma sintetica dalle officine Buna, come egli ripete in più occasioni. E ricorda come le donne di Ravensbrùck fossero costrette, prima di essere assegnate a una determinata squadra di lavoro, a passare le giornate spostando la sabbia in cerchio, di modo che alla fine si tornasse allo stato iniziale.
Per i Russi e lo spirito anarchico e nomadico che traspare dai loro comportamenti, Levi ha una simpatia sostanziale, e fa piacere dopo tanta insistenza esclusiva sui Gulag —la cui ombra talvolta si proietta anche qui — trovare pagine in cui Levi ravvisa, «in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati dell’Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amore di patria; una disciplina più forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei Tedeschi» sicché « era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella, e non questa, avesse da ultimo prevalso» ~. Levi insisterà sempre su questa differenza, sia pure idealizzandola un po’, e si rifiuterà di equiparare i Gulag, dove la morte era solo un « sottoprodotto», ai campi di sterminio dove essa era lo scopo principale del processo industriale. La babele sotto il segno russo è quindi variopinta e contraddittoria, ma tutto sommato inoffensiva e spesso allegra: un’ottima fonte di riflessioni per un uomo cosi curioso dell’umana natura. Il problema della difficoltà di comunicare esiste più che mai ma viene per lo più superato con disinvoltura e sfoggio di arti mimetiche, senza la terribile angoscia che questo problema comportava nel Lager, tutt’al più con imprevisti dovuti al carattere russo. Un soldato tenta di insegnare a Levi il russo e insoddisfatto dei risultati si lancia contro di lui con la baionetta, ma alla sua paura ride e gli dice la parola russa per baionetta. Oppure il marinaio che racconta gesticolando le sue imprese belliche e si riscalda tanto da mettere in pericolo l’incolumità dei presenti ~. O il delizioso capitolo in cui Primo e Cesare in piena notte raggiungono un villaggio per comprare un pollastro e per l’ostacolo della lingua ci riescono solo quando Primo si decide a tracciare per terra l’immagine di una gallina.
In questa atmosfera in cui ciascuno è al minimo una macchietta, prosperano le grosse personalità nel bene e nel male, o più spesso al di là del bene e del male: il ragionier Rovi, innamorato del potere; il medico Gottlieb; il Moro di Verona, vecchio e cupo bestemmiatore; Cesare, che porta in giro la mentalità e le astuzie del ghetto romano; infine il Greco, Mordo Nahum, tetro e infallibile rappresentante della volontà di sopravvivere, e molti altri. Questa galleria di personaggi a tutto tondo e l’aneddotica che ne risulta hanno fatto spesso parlare di romanzo picaresco, in parte a buon diritto. Tuttavia la differenza essenziale è che nel romanzo picaresco l’io narrante è anche il protagonista, mentre Primo è piuttosto spettatore. Pronto a intervenire nelle imprese anche più folli ogni volta che ci vuole perseveranza e spirito d’iniziativa individuale (come nella ricerca della gallinella o «curizetta»), la sua etica borghese lo rende impermeabile alle esaltazioni collettive e gli fa rifiutare con sdegno le « creature bianche e rosee» di cui il Greco si era improvvisato magnaccia e che gli offre per amicizia . Assiste storie «de haulte graisse» le racconta, non le vive. Del resto l’espressione rabelaisiana salta fuori a proposito del rimpatrio di Cesare, che Levi rimanda ad altra occasione, quando Cesare gliene darà il permesso. E la storia viene puntualmente raccontata più tardi e non è poi tanto «de haulte graisse», anzi è velata dall’ombra del fallimento, dall’onta del truffatore truffato.
La funzione di spettatore che Levi assume nelle storie « de haulte graisse» non è infatti fondata solo sul suo individualismo e moralismo, ma altresì sulla sua incapacità di lasciarsi andare al presente, come Cesare o altri personaggi; alla consapevolezza che si tratta appunto di una tregua e che la vergogna del passato era inestinguibile. La tregua comincia con la pagina indimenticabile dell’ingresso nel campo dei quattro soldati russi, « oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo», stato d’animo simile alla certezza dei prigionieri della «natura insanabile dell’offesa». E come motto il libro ha la poesia Alzarsi” in cui il vecchio sogno del Lager di tornare e raccontare, interrotto dall’ordine di alzarsi, si trasforma nell’incubo di tornare alla stessa situazione, incubo poi raccontato analiticamente nella stupenda pagina che chiude il libro
in cui esso appare come la lenta decostruzione dell’ambiente familiare ritrovato nel caos del Lager. D’altra parte questa è solo la cornice del libro, che nell’insieme è sereno se pur non partecipe; una tregua, si, ma anche una vacanza in cui l’autore è liberato dall’orrore del Lager e non è ancora ripreso dalla tristezza del dovere quotidiano che nonostante la gioia del rimpatrio lo opprimerà ogni lunedì (si veda la poesia cosi intitolata). Tra il lavoro forzato e il lavoro accettato e convinto, ma faticoso e rischioso, Levi si concede una pausa in cui non è più necessaria la tensione morale che ha segnato tutta la sua vita.
Per il momento, nonostante i sogni angosciosi, crede almeno di sapere che la guerra è finita. E il Greco, nel suo spietato realismo, a disingannarlo, affermando «memorabilmente»:
«Guerra è sempre».
Entrambi erano stati in Lager: «io lo avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie». Questa saggezza è sospetta, è quella di un commerciante discendente di commercianti, e per la classe mercantile Levi, artigiano della chimica e poi della penna, cresciuto nell’avversione per gli strani riti del fondaco del nonno, non ha simpatia, il loro non gli sembra vero lavoro. «E un mestiere che tende a distruggere l’anima immortale; ci sono stati filosofi cortigiani, filosofi pulitori di lenti, perfino filosofi ingegneri e strateghi, ma nessun filosofo, che io sappia, era grossista o bottegaio».
Cesare Cases, citato in: Primo Levi, “I sommersi e i salvati”, Einaudi, pag. 178
Primo Levi, “Il sistema periodico”.
Nell’Autunno 1942 pensavamo quello che tutti gli italiani umiliati allora pensavano: che i tedeschi e i giapponesi erano invincibili, ma gli americani anche, e che la guerra sarebbe andata avanti cosi per altri venti o trent’anni, uno stallo sanguinoso ed interminabile, ma remoto, noto soltanto attraverso i bollettini di guerra adulterati, e talvolta, in certe famiglie di miei coetanei, attraverso le lettere funeree e burocratiche in cui si diceva « eroicamente, nell’adempimento del suo dovere». La danza macabra, su e giù lungo la costa libica, avanti e indietro nelle steppe d’Ucraina, non sarebbe finita mai.
Di quello che in quegli stessi mesi avveniva in tutta l’Europa occupata dai tedeschi, nella casa di Anna Frank ad Amsterdam, nella fossa di Babi Yar presso Kiev, nel ghetto di Varsavia, a Salonicco, a Parigi, a Lidice: di questa pestilenza che stava per sommergerci non era giunta a noi alcuna notizia precisa, solo cenni vaghi e sinistri portati dai militari che ritornavano dalla Grecia o dalle retrovie del fronte russo, e che noi tendevamo a censurare. La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro.
Ma venne in novembre lo sbarco alleato in Nord Africa, venne in dicembre la resistenza e poi la vittoria russa a Stalingrado, e capimmo che la guerra si era fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche settimane ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent’anni precedenti. Uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent’anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sui silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva.
Primo Levi, “Il sistema periodico”, Einaudi, pag. 133
Era lui Mùller il responsabile dell’organizzazione del laboratorio di Buna:
affermava di non aver saputo nulla di quell’esame, e di essere stato lui stesso a scegliere noi tre specialisti, e me in specie; secondo questa notizia, improbabile ma non impossibile, sarei dunque stato debitore a lui della mia sopravvivenza. Con me, affermava di aver avuto un rapporto quasi di amicizia fra pari; di aver conversato con me di problemi scientifici, e di aver meditato, in questa circostanza, su quali «preziosi valori umani venissero distrutti da altri uomini per pura brutalità». Non solo io non ricordavo alcuna conversazione del genere (e la mia memoria di quel periodo, come ho detto, è ottima), ma il solo suppone, su quello sfondo di disfacimento, di diffidenza reciproca e di stanchezza mortale, era del tutto fuori della realtà, e solo spiegabile con un molto ingenuo wishful thinking postumo; forse era una circostanza che lui raccontava a molti, e non si rendeva conto che l’unica persona al mondo che non la poteva credere ero proprio io. Forse, in buona fede, si era costruito un passato di comodo. Non ricordava i due dettagli della barba e delle scarpe, ma ne ricordava altri equivalenti, e a mio parere plausibili.
Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz, lui « non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all’uccisione degli ebrei». Paradossale, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare di sapere quante meno cose fosse possibile, e perciò non porre domande. Anche lui, evidentemente, non aveva domandato spiegazioni a nessuno, neppure a se stesso, benché le fiamme del crematorio, nei giorni chiari, fossero visibili dalla fabbrica di Buna.
Primo Levi, “Il sistema periodico”, Einaudi, pag. 224