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Martini F., “Nome in codice: Ulisse”

I servizi segreti italiani e l’esercito israeliano nel 1971

L'Esercito israeliano invece, come noto, a parte un'aliquota costituita da quelli che stanno facendo il servizio militare, è composto di riservisti, i quali sanno esattamente dove, all'occorrenza, devono andare a presentarsi, ma la mobilitazione delle unità, in specie di quelle corazzate, pur nella perfezione dell'organizzazione israeliana, ha bisogno di un certo numero di ore, che all'epoca credo fossero una trentina.
Poiché non era certo di poter contare su un preavviso intelligente di trenta ore, per dare alle Forze armate il tempo di mobilitarsi, lo Stato Maggiore israeliano pensava di tamponare uno slancio iniziale attraverso le forze aeree.
L'Aviazione aveva giocato un ruolo determinante nella guerra del '67, e disponeva di aerei moderni e di piloti eccezionalmente addestrati e motivati. Credo che i piloti israeliani in quel periodo, insieme ai piloti della Marina americana imbarcati sulle portaerei fossero i migliori del mondo. Durante la guerra del '67, in una mezza giornata avevano praticamente distrutto sia l'Aviazione egiziana, sia quella siriana e, con l'assoluta padronanza del cielo, avevano concorso alla distruzione delle forze corazzate avversarie. In ragione di ciò, lo Stato Maggiore israeliano faceva conto sull'Aviazione per avere il tempo di mobilitare l'Esercito.
Quando arrivai nel 1971 a Tel Aviv avvertii negli ambienti militari un senso di sicurezza che secondo me non aveva molto fondamento. Come ho già detto, responsabile delle valutazioni della minaccia militare contro Israele è il Servizio informazioni militare, cioè l'Aman, e generalmente il numero due dell'Aman è considerato il valutatore capo, cioè quello che redige il documento ufficiale che poi viene portato dal ministro della Difesa in Consiglio dei ministri.
In quel periodo, il valutatore capo era il generale Shalev, uomo di grande fascino e intelligenza, di origine polacca, che faceva parte di una ristrettissima cerchia privata di amici del primo ministro israeliano, la signora Golda Meir. Era uno di quelli che si riunivano a casa Meir per mangiare il borsch, una minestra di origine russa molto popolare in Polonia che la signora Golda cucinava e poi mangiava con gli altri mentre si discuteva di politica (quel tipo di politica instaurato da questa ferrigna donna, era chiamato la kitchen policy, cioè la politica della cucina).
Il generale Shalev aveva sul suo staff un ascendente direi sin troppo elevato, in quanto, grazie alla sua non comune intelligenza, lo aveva parzialmente plagiato. Mi espose una sua valutazione, in un certo senso molto ottimistica: era convinto che gli arabi bluffassero.
La mia risposta dovette sorprenderlo, perché con molta franchezza e anzi con una certa brutalità replicai che non condividevo affatto le sue ottimistiche previsioni e che gli avrei spiegato anche il perché. Era abbastanza semplice: noi, attraverso la rete informativa Nato, avevamo avuto un certo numero di particolari su una serie di esercitazioni che erano state fatte nella Germania orientale dall'Armata della Guardia sovietica che era di stanza in quel paese.
L'Armata della Guardia era una unità d'élite, un complesso di divisioni corazzate e meccanizzate che costituivano la punta di lancia dell'Esercito sovietico. E questa armata aveva sperimentato, con un certo successo, un tipo di difesa contraerea che noi avevamo chiamato "copertura statica del campo di battaglia': Cioè, l'armata si muoveva a velocità ridotta (in pratica, faceva pochi chilometri al giorno), non aveva quella mobilità che avevano avuto, per esempio, le divisioni corazzate tedesche nella campagna di Francia del 1940, però, sopra la testa aveva uno sbarramento antiaereo a cinque strati, quattro missilistici a varie altezze, e uno di artiglieria contraerea mobile. L'esercitazione aveva un senso anche per le forze sovietiche, inquantoché la superiorità aerea alleata era abbastanza importante anche sul fronte europeo e, quindi, questo poteva essere un sistema che i sovietici avrebbero potuto utilizzare in caso di attraversamento di fiumi, qualora necessario.
In quel periodo, i sovietici avevano alcune decine di migliaia di consiglieri militari in Egitto e in Siria, e le nostre reti avevano cominciato a vedere che proprio il materiale relativo alla difesa aerea, e cioè i SAM-1, SAM-2, SAM-3, SAM-6, SAM-7, e i semoventi a quattro canne di artiglieria contraerea, cominciavano ad affluire sia in Siria sia in Egitto. Facemmo anche un ragionamento di tipo strategico-politico: Sadat sapeva perfettamente che un conflitto sarebbe stato immediatamente fermato dalle due superpotenze, gli Stati Uniti in difesa di Israele e l'Unione Sovietica in difesa dei due paesi arabi. Sadat sapeva anche che non avrebbe avuto la possibilità di conquistare Israele e neanche di penetrare in profondità in territorio israeliano, però sapeva che, se al momento dell'intervento delle superpotenze fosse stato in condizione di avere un solo soldato egiziano in armi al di là del Canale, l'orgoglio arabo sarebbe stato in parte ripagato della sconfitta del 1967 e lui sarebbe stato in grado di trattare la restituzione di quello che aveva perso. Il suo obiettivo quindi non era quello di fare una guerra di conquista, ma quello di attraversare il Canale, mettere piede nel Sinai e lì resistere sino a quando le due superpotenze non avessero fermato i combattimenti.
Sadat si preparò per quest'obiettivo - e noi, a dire il vero, intuimmo il suo piano strategico; non avevamo certo i mezzi per arrivare al cuore del governo egiziano. Fu una nostra intuizione il fatto che il modo in cui Sadat avrebbe difeso la fase iniziale dei combattimenti sarebbe stato proprio con la copertura statica del campo di battaglia, e che non avrebbe cercato di allungare quest'ultimo penetrando nel territorio israeliano, ma si sarebbe fermato a cavallo del Canale.
Martini F., “Nome in codice: Ulisse”, Rizzoli, pag. 60

Sangue a Fiumicino

Dopo la questione Achille Lauro-Sigonella, si arriva al mese di dicembre 1985, quando successe il terzo dei grossi avvenimenti della mia gestione, cioè il massacro di Fiumicino. Costò quattordici morti, più i tre terroristi uccisi, e settantasette feriti. Sotto un certo punto di vista, fu un episodio sconcertante. Mise in luce certe carenze dei servizi di Polizia responsabili della difesa del nostro principale aeroporto; tuttavia, anche se può sembrare inopportuno dirlo, sottolineò la nuova efficienza del Servizio segreto militare, in quanto dal punto di vista informativo e previsionale fu un successo dell'intelligence italiana.
Fin dal 10 dicembre, infatti, il Sismi, sulla base d'informazioni ricevute dalle sue fonti, aveva inviato un primo messaggio a tutte le autorità preposte alla sicurezza in Italia, nonché alle Forze di polizia, in cui si diceva che verso la fine del mese era prevista un'azione terroristica nella zona della capitale.
Dopo qualche giorno, in seguito a ulteriori notizie raccolte dalle nostre antenne e grazie anche a una importante soffiata da parte di un Servizio arabo amico, inviammo un altro dispaccio che senz'altro era più significativo di quello precedente. Vi si specificava - oltre una settimana prima del massacro - che l'obiettivo era l'aeroporto di Fiumicino e che l'attacco del commando palestinese era previsto tra i125 e i131 dicembre.
Com'è d'uso in questi casi, l'allarme fu immesso anche nel circuito di comunicazioni dei Servizi antiterrorismo alleati. Alcuni, come gli americani e gli israeliani, lo presero molto sul serio. Gli israeliani, in particolare, inviarono alcuni tiratori scelti a difesa della sede e del banco accettazione passeggeri della compagnia El Al a Fiumicino. Furono proprio loro quelli che reagirono per primi all'attacco dei palestinesi, aprendo immediatamente il fuoco. All'inizio, i terroristi concentrarono la loro operazione contro il banco della compagnia aerea di Tel Aviv, poi si diressero verso il banco della Twa americana. Alla fine, ma troppo tardi, intervennero anche le forze di sicurezza italiane. Dei quattro palestinesi del commando, tre furono uccisi e uno gravemente ferito. Ancora oggi non so cosa non funzionò al nostro Ministero dell'Interno. Ci fu anche un processo penale intentato da parenti delle vittime, senza spettacolari conclusioni. Io fui interrogato in Tribunale ma potei solo confermare che il 19 dicembre avevo fatto partire la seconda segnalazione.
Contemporaneamente all'attacco su Fiumicino, i palestinesi del gruppo Abu Nidal ne avevano organizzato un altro simile all'aeroporto di Vienna. Questo si svolse quasi nelle stesse modalità e circa alla stessa ora di quello in Italia. Forse lo fecero per neutralizzare eventuali fughe di notizie prima dell'operazione, disperdere le reazioni o altri motivi simili. A Vienna, la sparatoria fu meno cruenta; morirono tre persone, tra cui uno dei terroristi, e un altro terrorista fu ferito e catturato.
Secondo alcuni, Abu Nidal attaccò a Fiumicino per ritorsione, in seguito al fallimento dell'azione intrapresa da un altro gruppo terroristico, quello che faceva capo ad Abu Abbas e ai dirottatori dell'Achille Lauro.
Abu Nidal faceva parte del movimento palestinese di Al Fatah, e si era scisso dal movimento originario del Fronte per la liberazione della Palestina-comando generale, che era stato fondato nel 1968 da un ex ufficiale siriano, certo Jibril. Il gruppo era molto efficiente, specializzato in attentati e sabotaggi; ne facevano parte un centinaio di individui particolarmente addestrati e determinati. Nell'area del Medio Oriente, trovava appoggio e protezione da parte dei governi della Siria, dell'Iraq, dell'Iran, e anche di quello libico. In Europa, aveva sostegni logistici in Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Germania dell'Est e, in parte, anche se la cosa si stava attenuando, in Jugoslavia. È anche chiaro che il gruppo terroristico doveva avere una protezione più o meno aperta da parte dei sovietici; non è pensabile, infatti, che in quei tempi di guerra fredda il Kgb non fosse a conoscenza dei movimenti dei terroristi palestinesi quando, dopo qualche colpo eseguito in Occidente, riparavano al di là della cortina di ferro, o, per esempio, usufruivano di assistenza ospedaliera nei paesi del Patto di Varsavia.
Ancora oggi, non sappiamo con assoluta certezza il vero movente della strage di Fiumicino. Secondo alcuni, potrebbe anche essere stata un'operazione organizzata da Abu Nidal per una questione di, diciamo, supremazia politica sull'altro capo del terrorismo palestinese, quel George Habbash dirigente di un movimento che i gruppi più estremisti ritenevano troppo moderato.
Tornando alla storia di Sigonella, in un prosieguo di tempo qualcuno mi ha chiesto cosa avrei fatto se, a un certo punto, avessi saputo che Abu Abbas era il vero capo, o comunque, la mente direttiva del commando che aveva dirottato l'Achille Lauro.
A tutti, ho risposto che questo tipo di domanda non dovevano porlo a me, bensì al governo italiano, e ne spiego il perché. Qui in Italia, ogni tanto circolano strane teorie. Ma il capo di un Servizio non è uno che regola la politica estera del paese, o che si intromette nelle scelte o prende decisioni in questa materia, a meno che non sia matto. Il capo del Servizio è una specie di "braccio secolare" che il governo usa quando ritiene necessario usarlo. Ora, io avrei fatto quel che avrebbe deciso il governo, cioè Craxi, Andreotti, Spadolini e gli altri ministri, in un'evenienza del genere. Non avrei mai preso una decisione unilaterale, non avrei acciuffato Abu Abbas per consegnarlo agli americani.
C'è un altro punto sul quale mi sono state rivolte delle domande. (Ovviamente, questo tipo di domande mi è stato sempre fatto dopo che ero andato in pensione, nelle discussioni tra amici o in altre circostanze del genere.) Di quando in quando, torna a galla il fatto che, secondo alcuni, il Servizio italiano era un satellite della Cia. Questo non è affatto vero, soprattutto nel mio periodo.
Come ho già detto, io sono nato in una marca di frontiera. Sono, quindi, un acceso nazionalista. Sono anche sempre stato considerato un filoamericano e un filoatlantico. Però, il fatto che il mio paese possa essere considerato una colonia, dove si può fare di tutto, è qualcosa che non accetto. Ritengo che esistano limiti anche per le scorrettezze. Nel caso di Sigonella, gli americani hanno commesso varie scorrettezze, offensive verso la sovranità dello stato italiano.
L'episodio di Fiumicino, per contro, dimostrò due cose: la considerazione in cui i maggiori e più efficienti servizi tenevano il Sismi, e soprattutto la bontà della nostra politica nei confronti dei piccoli Servizi del Nord Africa e dell'area mediorientale, con i quali intrattenevamo, senza altezzosità e senza secondi fini, rapporti amichevoli e di collaborazione.
Nei limiti del nostro bilancio, cercavamo anche di venire incontro a modeste esigenze materiali di questi Servizi, concorrevamo al loro addestramento, e altre cose del genere.
Questo è un tipo di politica che costa qualche spicciolo, non si va oltre alcuni miliardi, ma sono tra i soldi migliori che possa spendere lo stato italiano. Abbiamo buttato via nella cooperazione migliaia di miliardi e in un momento di tensione internazionale non abbiamo avuto il coraggio - perché si trattava solamente di coraggio, di fronte a un Parlamento riluttante - di farci approvare il fatto che davamo a certi Servizi esteri aiuti che ci venivano ripagati in sicurezza. Questa è un'altra delle cose che i governanti italiani non hanno mai afferrato, neanche nei momenti migliori, quando cercavano di fare una politica estera molto più aperta e articolata di quella che stiamo facendo adesso.
Allora avrei proprio desiderato, lo confesso, mettere le mani su Abu Nidal, che oggi è un pensionato come me. Comunque, il risultato del lungo duello fu che Abu Nidal non operò mai più in Italia, e questo è indubbiamente un fatto positivo che va ascritto a credito del Sismi, e di cui sarebbe giusto l'opinione pubblica fosse consapevole.
Per prendere Abu Nidal mi misi persino in contatto con Forza 17, il Servizio di sicurezza di Arafat, che lo voleva, vivo o morto. Andai a Tunisi e da solo entrai (atteso) nella villa di Abu Hol, il capo di Forza 17.
I tunisini mi avevano promesso che se non fossi uscito dopo due ore sarebbero venuti a prendermi. Abu Nidal fu più svelto di noi: un suo uomo infiltrato tra le guardie di Abu Hol uccise quest'ultimo nel gennaio 1991.
Martini F., “Nome in codice: Ulisse”, Rizzoli, pag. 138

Con qualche vettura e qualche pezzo di ricambio l'affare fu risolto

Un altro piccolo ma curioso caso di "paradiplomazia" fu da noi risolto in Albania. Il 12 dicembre 1985 i fratelli Popa (quattro donne e due uomini) figli di un noto borghese considerato collaborazionista degli italiani, riuscirono, sfuggendo al cordone di sicurezza, a introdursi nell'ambasciata d'Italia a Tirana ove chiesero asilo politico. I fratelli Popa per 18 anni erano già stati rinchiusi in una kommune agricola.
Tra Italia e Albania scoppiò un contenzioso diplomatico che durò fino a116 maggio 1990 quando i Popa finalmente furono autorizzati a espatriare e a raggiungere il Canada dove avevano dei parenti. Il tristemente noto Sigurimi (Servizio di sicurezza dell'Albania comunista di Enver Hoxa) tentò ben due volte di uccidere i Popa avvelenando i cibi a loro destinati. Dal Sigurimi furono messe in atto anche altre operazioni, come i tentativi di introdurre microfoni in ambasciata inserendoli all'interno di manici di scopa. Esauriti i tentativi diplomatici il problema fu passato a noi. Approfittando anche del crollo del Muro di Berlino stabilimmo col Sigurimi un contatto in Svizzera. Scoprimmo che il loro parco automobilistico era un settore molto vulnerabile. Con qualche vettura e qualche pezzo di ricambio l'affare Popa fu risolto.
Martini F., “Nome in codice: Ulisse”, Rizzoli, pag. 140

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