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Pansa G., “Il gladio e l’alloro”

Novantamila renitenti

Agli studenti, ad esempio, pensa Carlo Alberto Biggini, il ministro dell’Educazione Nazionale. Biggini ordina a tutti i capi d’istituto di accertare l’eventuale presenza nelle scuole di giovani delle classi richiamate: «Dovranno essere denunziati senza indugio ai distretti militari competenti e allontanati dalla scuola». Gli universitari delle classi 1923-24-25 e precedenti potranno presentarsi agli esami soltanto se alla domanda allegheranno «un certificato della competente autorità militare dal quale risulti la loro posizione militare».

Mentre ai presidi di scuola si impartiscono questi ordini, polizia e GNR pensano ai rastrellamenti. Rastrellamenti di reclute che non vogliono vestire la divisa della repubblica fascista, e rastrellamenti e rappresaglie nei confronti dei genitori dei renitenti. È, quest’ultima, una misura odiosa, decisa a freddo dallo Stato Maggiore. Gambara la ribadisce in termini espliciti in una circolare sulla «riorganizzazione dell’esercito», diffusa il 24 ottobre: «in caso di mancata presentazione dei militari soggetti agli obblighi di leva, oltre alle pene stabilite dalla vigente regolamentazione militare, saranno presi immediati provvedimenti a carico dei podestà e dei capi famiglia».

Famiglie in ostaggio

I fascisti applicano l’ordine di Gambara senza esitazioni e su scala vastissima. Come in provincia di Vicenza dove, a metà dicembre, «dopo alcune azioni di rastrellamento di giovani e prelevamento dei loro famigliari», si riesce a portare nelle caserme 1.500 reclute. Come ad Arzago d’Adda, nella bassa bergamasca, dove il 19 dicembre cinquanta militi della XIV Legione della MVSN circondano il paese e catturano «tutti i renitenti alla leva, i quali avevano apposto un ritratto di Badoglio sul foglio di chiamata alle armi, e tutti i componenti delle loro famiglie”. Come a Treviso dove sei capifamiglia vengono arrestati perché i figli si sono «assentati arbitrariamente dal reparto”. Come a Casale Monferrato dove è lo stesso settimanale fascista locale, «Li Lavoro casalese», a descrivere la cattura delle madri dei renitenti alla leva, poi concentrate nella caserma dei carabinieri in attesa «di essere trasferite alle carceri o in qualche altro luogo di detenzione».

E agli arresti s’accompagnano le sanzioni, il boicottaggio economico, l’umiliazione, Io scherno. A Sondrio — citiamo soltanto qualche esempio — il titolare di un negozio di generi alimentari con privativa e di un servizio di autopubbliche, perde la licenza perché ha «tre figli disertori in Svizzera». A Vercelli viene ordinata la chiusura degli esercizi di sette commercianti, anch’essi con figli renitenti alla leva. Sulle saracmnesche abbassate, i militi della GNR affiggono sgrammaticati cartelli: «Chiuso perché padre di un disertore». A Torino vengono chiuse due trattorie, una latteria, due bottiglierie, si ritira la licenza a due portinaie e a una venditrice ambulante... A Pavia, l’Unione Lavoratori Agricoli avverte che dal 25 novembre alle famiglie che hanno ragazzi renitenti «non sarà più data nessuna assistenza sindacale e mutualistica».

In provincia di Milano la prefettura ricorda che le famiglie dei renitenti delle classi 1924 e 1925 verranno punite nel modo seguente: arresto del padre del ragazzo; ritiro immediato delle carte annonarie a tutti i parenti di primo e secondo grado, esclusi soltanto i bambini inferiori a 10 anni; ritiro immediato delle licenze di esercizio e di circolazione delle autovetture per tutti i parenti di primo e secondo grado; sospensione immediata del pagamento delle pensioni ai genitori; sospensione immediata dagli impieghi statali e parastatali dei famigliari di primo e secondo grado.

Anche diversi podestà, troppo incerti nella caccia alla recluta, ci rimettono il posto. In provincia di Alessandria, ad esempio saltano i podestà di Spigno Monferrato e di Costa Vescovato. Quello di Rogeno (Como) fa la stessa fine, «per aver dimostrato mancanza assoluta di collaborazione alla chiamata delle reclute». Anche altrove, soprattutto nei piccoli centri, molti amministratori locali non collaborano. Il 17 dicembre la GNR segnala da Padova:

I podestà dei comuni della provincia si disinteressano delle operazioni di chiamata alle armi o non si preoccupano delle cartoline precetto che vengono restituite con le solite scritte: «respinta», «rifiutata», ecc. Quasi tutti i podestà non sono iscritti al PFR e rimasero in carica durante il periodo badogliano.

E la gente? La gente sta a guardare, con tetra rassegnazione, con ira cupa. Talvolta si ribella. Vampate, niente di più. Che però rivelano come il fuoco della rivolta covi sotto la cenere della normalità fascista. Il 30 novembre, a Bagnolo Cremasco, «un forte numero di persone», in maggioranza donne, assaltano la caserma dei carabinieri, liberando ventiquattro famigliari di renitenti fermati per ordine del prefetto di Cremona. Il 21 dicembre, a Vailate, sempre nel Cremasco, un migliaio di persone circondano la stazione dei carabinieri «per ottenere la liberazione dei genitori di renitenti alla leva, fermati come ostaggi». Sul posto arrivano una quindicina di camicie nere della XVII Legione, sparano raffiche in aria, la gente si disperde, i militi della Benemerita possono uscire dalla caserma.

Ma non sempre la GNR mira alle nuvole. Il 20 dicembre a Vernasca (Piacenza), una pattuglia di legionari e di carabinieri arrivata in paese «per indurre i giovani a presentarsi alle armi” viene affrontata con picconi, badili e tridenti dalla gente del posto. Legionari e carabinieri sparano, due contadini cadono feriti. Quattro giorni dopo, un reparto della Guardia ritorna a Vernasca e arresta undici civili «sospetti autori di violenze a carico delle forze di polizia». Il 9 gennaio a Cetona (Siena) sparano anche i dimostranti. Dopo l’arresto di due renitenti, «un gruppo di giovinastri» si raccoglie dinanzi alla stazione della Benemerita per chiedere la scarcerazione dei fermati. Dalla folla partono insulti, sassate e colpi di rivoltella. Dall’interno si risponde con i mitra. Nessun ferito.

Dieci giorni dopo, sempre in Toscana, a Montieri (Grosseto) ci scappa il morto: la solita dimostrazione con randelli per chiedere il rilascio di undici genitori di renitenti, rinchiusi nella caserma dei carabinieri; i militi sparano; un dimostrante è ucciso e un secondo ferito. Il giorno successivo altri due assalti nel Grossetano. Il primo avviene in una frazione di Civitella Paganico, dove 150 persone circondano il maresciallo comandante la stazione e un carabiniere che procedono «ad accertamenti per la presentazione delle reclute al distretto”. Nella frazione Torniella del comune di Roccastrada, sessanta donne chiedono il rilascio della madre di un renitente: anche qui i carabinieri «disperdono le dimostranti, arrestandone sei».

È la piccola Italia, l’Italia dei paesi, delle frazioni isolate sperdute nelle campagne che non vuole più affidare i propri figli alla nuova repubblica fascista. Ma la RSI, pressata dai tedeschi, non può fermarsi anche se comprende che quello che si va formando non sarà un esercito di soldati, ma un esercito di prigionieri. Nei notiziari del gennaio 1944, la GNR comincia ad insinuare questo dubbio. Il 26 gennaio, ad esempio, segnala da Verona:

Fra le masse si va sempre più diffondendo la convinzione che I’esercito repubblicano non potrà dare reparti combattenti spiritualmente saldi, dato che la maggior parte dei giovani è stata fatta presentare ai depositi con mezzi coercitivi.
In totale ci saranno novantamila renitenti.
Pansa G., “Il gladio e l’alloro”, pag. 29

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