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Scirocco A., “Garibaldi”

La svolta della vita di Garibaldi nel 1833

Sulla nave Clorinda di cui Garibaldi è marinaio, nel marzo 1833 si imbarcano a Marsiglia tredici passeggeri francesi, diretti a Costantinopoli. Sono un gruppo di sansimoniani. Il conte Claude-Henri de Saint-Simon è uno dei primi teorici del socialismo. Vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, partendo dall'esperîenza della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, ritiene che con la distruzione delle antiche istituzioni e con la crisi delle tecniche di lavoro tradizionali si sta aprendo la via a un'epoca in cui si avrà il trionfo degli industrielis, cioè della classe lavoratrice comprendente tutti i produttori di ricchezza, compresi scienziati e artisti, sugli oisifs, gli oziosi, dai nobili ai militari, cioè quelli che consumano senza produrre. Saint-Simon propugna una società pianificata, diretta dai banchieri quali regolatori dell'impiego dei capitali, e dagli industriali, che promuovono le attività più redditizie, elevando il livello generale di vita: una società in cui ciascuno sarà remunerato secondo la sua capacità produttiva, espressa dai servizi resi alla collettività. La realizzazione della giustizia sociale, accompagnata dal rispetto della legge, assicurerà la pace interna degli Stati e la felicità delle classi laboriose. La collaborazione fra i capitalisti per lo sviluppo economico mondiale, favorito da grandi opere pubbliche, estenderà questi benefici a tutta l'umanità, preparando l'unità dei popoli. A coronamento del nuovo ordine sorretto dalla scienza Saint-Simon pone una nuova religione, che appaghi gli insopprimibili bisogni spirituali.
Alla sua morte (1825) i discepoli sviluppano le intuizioni del maestro. Alcuni privilegiano gli aspetti filosofici, altri gli aspetti organizzativi che mettono in primo piano la funzione dei tecnici dell'economia, altri gli aspetti religiosi connessi alla guida dell'umanità verso la pace universale. Sotto la guida di Barthélemy Prosper Enfantin prende vita un movimento che mescola la fede nella capacità civilizzatrice della scienza a una visione religiosa del cammino dei popoli verso l'unità. Si forma una specie di chiesa, con una gerarchia che fa capo all'Enfantin e con l'elaborazione di una dottrina che indica ai fedeli precetti di vita. Si attende la venuta di una Mère, la Madre che si unirà al Padre per simboleggiare l'unità di intelletto e sentimento.
Negli anni Trenta i sansimoniani si diffondono in Francia, mal visti dal governo perché contestano l'assetto della società borghese e sono accusati di combattere il diritto di proprietà e di volere il libero amore. Si imbastisce un processo. Enfantin è condannato a un anno di carcere e i suoi seguaci sono allontanati dal Paese.
Il gruppo che parte sulla Clorinda appartiene a questo movimento. Esiliato dalla Francia, si reca in Turchia. L'imbarco avviene di notte, sotto il controllo della polizia, alla presenza di una folla che saluta entusiasticamente i partenti. È una scena insolita per l'equipaggio della nave mercantile, che guarda con ammirazione i passeggeri. Durante la traversata il capo, Emile Barrault, uomo di cultura (è professore di retorica), dalla figura austera, illustra con fervore le sue convinzioni.
Garibaldi rievocherà con Alexandre Dumas (il famoso romanziere, diventato suo amico e biografo) i lunghi colloqui «durante quelle trasparenti notti d'Oriente [...], sotto quel cielo tutto cosparso di stelle» (si aggiunge l'abbellimento narrativo del grande autore dei Tre moschettieri). Gli vengono esposte le teorie sansimoniane, intravede «orizzonti ancora non intravisti». Gli si spalanca la visione di una umanità che va verso la pace e il benessere. Lo colpisce l'affermazione «che l'uomo, il quale, facendosi cosmopolita, adotta l'umanità per patria e va ad offrire la spada e il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe». E una illuminazione. Oltre «le anguste questioni di nazionalità» in cui era chiuso il suo patriottismo, a Garibaldi si rivela la vocazione di combattente per la libertà dei popoli oppressi, in ogni luogo del mondo. La testimonianza di quanto sia profonda l'emozione dell'incontro è data da un fatto. Barrault dona al giovane ufficiale una copia del Nuovo Cristianesimo di Saint-Simon con la sua firma: il libro accompagnerà il Nizzardo lungo tutta la vita avventurosa e sarà nella sua stanza a Caprera al momento della morte.
Garibaldi prosegue il viaggio con la Clorinda verso Taganrog. Le parole di Barrault sono fisse nella mente, il suo animo deve essere in tumulto. Si reca in uno dei ritrovi abituali dei marinai italiani.
A un tavolo si discute di politica. Un giovane parla di Mazzini, della Giovine Italia, di repubblica, di unità nazionale, di indipendenza.
Tra i destinatari della propaganda mazziniana sono anche i marinai, fino allora trascurati dalle società segrete: gregari preziosi, perché, passando di porto in porto, possono far circolare clandestinamente le stampe incendiarie rivolte a tutti gli italiani. Difatti nella locanda in cui è entrato Garibaldi vi sono marinai di varie regioni. Uno di essi, definito il credente per il tono ispirato con cui parla delle speranze « di lieto e glorioso avvenire della patria italiana», espone le idee di Mazzini. Garibaldi lo ascolta con attenzione crescente, e, affascinato, corre verso lo sconosciuto, lo abbraccia, ne diventa «l'amico del cuore» e da lui è iniziato alle dottrine della Giovane Italia.
Il viaggio sulla Clorinda ha segnato la sua vita. Essere un marinaio, navigare per il Mediterraneo, non gli basta più.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 15

Prigioniero in Argentina, evade. Ricatturato, è frustato a sangue  

Catturato dagli argentini nel 1838, Garibaldi recupera la salute. Un giovane medico inviato dal governatore, Ramon de l'Arca, cura la ferita. La pallottola è entrata sotto l'orecchio sinistro, per miracolo ha traversato diametralmente il collo senza causare danni irrimediabili, e si è fermata sotto l'orecchio destro «a mezzo pollice dalla cute». Il chirurgo la estrae da questa parte con una incisione.
Lo straniero è prigioniero sulla parola. Sappiamo che riceve dal governatore il sussidio di un peso al giorno, «condizione agiatissima per quei paesi, ove si trova a spendere poco». Vive in una casa signorile, presso il signor Andreus, abita un quarto isolato, passa la maggior parte della giornata leggendo libri, talvolta il pomeriggio esce a passeggio e visita «qualche bellezza», talvolta esce di mattina con carta e matita... e scrive e compone poesie.
Stanco di una situazione senza sbocchi, verso la fine dell'anno tenta la fuga, avendo saputo che sta per essere portato nel capoluogo con altri prigionieri. Scappa di notte, durante una tempesta, a cavallo, armato di pistola. Una guida dovrebbe scortarlo alla estancia di un inglese, da cui dovrebbe imbarcarsi per Montevideo. Forse tradito dalla guida, dopo due giorni, già presso Ibicuí, a mezza strada verso l'Uruguay, è ripreso. E venuto meno alla parola data. L'incanto della cordiale accoglienza è rotto. Viene riportato nella cittadina con i piedi legati sotto la pancia di un cavallo e le braccia dietro le spalle, bruciato dal sole cocente dell'estate australe. Il comandante militare di Gualeguay, Leonardo Millàn, gli chiede i nomi dei complici. Al suo rifiuto lo frusta «bestialmente» e lo fa appendere per i polsi ad una trave o ad un albero. Per due ore soffre quella tortura, arso da una sete inestinguibile, esposto al dileggio di una turba di giovinastri. Quando viene sciolto è quasi un cadavere.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 48

 

Perché le camice erano rosse

Nell'aprile 1843 l'accorrere dei volontari italiani pronti a militare nell’esercito dell’Uruguay, porto a costituire una “Legione italiana”. Fu determinato dalla preoccupazione e da una spinta emotiva, che coinvolse un po' tutti gli emigrati. «La popolazione straniera», riferì «El Constitucional» il 4 aprile, era uscita in corteo, con la musica e le bandiere francese e italiana, «cantando la Marsigliese ed altre canzoni, che furono seguite da evviva alla libertà, alla Repubblica, al governo, alla Francia, all'Italia, all'Inghilterra, a tutti gli amici della libertà». La bandiera italiana non esisteva: per una sera alla testa dei manifestanti era sventolata quella del regno di Sardegna, ben rappresentato dalla folta colonia ligure. Per il momento, era un fatto significativo che gli italiani si riconoscessero come nazionalità, si addestrassero insieme alla disciplina militare e alla guerra. Presto ebbero anche una divisa che li distinse: furono vestiti con tuniche rosse di lana, confezionate per gli operatori dei macelli di Buenos Aires, rimaste nei depositi a Montevideo per l'interruzione dei traffici, e perciò offerte al governo a buon prezzo.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 89

 

Si rifugia a San Marino

Garibaldi nel 1849 in fuga da Roma, cercava di raggiungere Venezia, ancora in mano agli insorti. Il cerchio si stringeva. Muovendosi nell'alta valle del Tevere riuscì a superare gli Appennini, con l'intento di raggiungere l'Adriatico e imbarcarsi per Venezia. I volontari erano sfiniti. La colonna si era ridotta a 1500 uomini, con 300 cavalli. La sera del 30 luglio, sotto la pioggia, a Monte Copiolo, a mille metri d'altezza, si sbandarono alcune centinaia. Garibaldi abbandonò le ultime speranze. Con una marcia faticosissima sulla cresta dei monti portò i superstiti nella piccola repubblica di San Marino. Il 31 luglio dichiarò al Capitano reggente di deporre le armi e venire «come rifugiato». Il Reggente assicurò ospitalità e assistenza, nonché mediazione umanitaria presso gli austriaci per la salvezza dei superstiti. Con un ordine del giorno il generale sciolse i militi dall'obbligo di accompagnarlo.
Riconobbe che «la guerra romana per l'indipendenza d'Italia» era finita.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 151

 

Bastona un francese che in Perù parla male dell’Italia

A Lima nel 1853 Garibaldi ebbe il sospirato comando di una nave. Scopo dell'ingaggio era il trasporto di un carico di guano in Cina. Nell'attesa del completamento delle operazioni, il carattere bollente lo fece incappare in un incidente, che ricorda lo scontro con l'incaricato d'affari del Brasile a Montevideo. Il 30 novembre, durante un ricevimento di nozze, un francese, un certo Carlo Ledos, pronunziò commenti sprezzanti sul valore degli italiani a Roma, rimbeccato dal Nizzardo. Quattro giorni dopo il «Correo de Lima» pubblicò una lettera firmata Un Gallo, intitolata Eroi da strapazzo, che ridicolizzava la figura di combattente di Garibaldi. Questi lo lesse mentre stava al Callao, occupato nei preparativi del viaggio. Il sabato pomeriggio andò a cercare Ledos a Lima, nella sua abitazione, che era un grande magazeno. Lo apostrofò e gli diede «quattro bastonate con una canna leggera», che portava abitualmente. Accorse un amico del francese, armato di uno stocco. Garibaldi lo disarmò. Nel frattempo il Ledos prese alle spalle l'aggressore, colpendolo di striscio alla testa con un grosso legno. Garibaldi tenne a bada entrambi, e si ritirò sanguinante nella casa di un italiano che abitava di fronte, dove accorsero molti connazionali per dargli man forte. La polizia, intervenuta per arrestarlo su denunzia di Ledos, fu costretta a ritirarsi. Italiani e francesi erano sul punto di venire alle mani, e le autorità fecero pattugliare la città da distaccamenti di cavalleria.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 170

Tempi di trasmissione della corrispondenza internazionale

Ricordiamo che gli abituali tempi lunghi nella trasmissione di notizie e lettere da un continente all'altro durante i viaggi di Garibaldi nel Pacifico si protrassero ulteriormente. Basti un solo esempio: tornando dalla Cina dopo un anno di navigazione, ricevette a Lima nel gennaio 1853 una lettera di Lorenzo Valerio da Torino del 18 luglio 1851 e una di Avezzana da NewYork del 5 marzo 1852; non sappiamo quando arrivarono le sue risposte.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 171

Quanti e chi sono i Garibaldini

Quanti sono con precisione gli uomini stipati sui due mercantili?
A Genova partono in 1162; a Talamone, poi vedremo il perché, i Mille di Marsala diventeranno 1089, o almeno tanti ne saranno registrati quando sarà fatto l'elenco ufficiale nel 1878. Sono professionisti, studenti, artigiani, operai: tra loro si contano all'incirca 250 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e altrettanti capitani di mare, un centinaio di commercianti, una decina di artisti, pittori e scultori; c'è qualche prete; è presente una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi, in abito maschile. Sono quasi tutti italiani, e in gran maggioranza settentrionali: le più rappresentate la provincia di Bergamo (163) e la Liguria (154); i sudditi borbonici sono meno di un centinaio. Ci sono veterani e reclute, patrioti sfuggiti alle forche e alle prigioni, idealisti che inseguono sogni di gloria, letterati in cerca di emozioni, infelici che desiderano la morte, miseri che sperano in una sistemazione. Il più anziano, Tommaso Parodi, genovese, ha quasi settant'anni; il più giovane, Giuseppe Marchetti, di Chioggia, partito col padre, di anni ne ha undici.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 215

Escrementi di vacca con cui tampona la falla

Sta per passare in Calabria pronto a superare lo Stretto. I volontari erano già a bordo, ma la nave imbarcava acqua per una piccola falla e il macchinista si rifiutava di prendere il mare: Garibaldi, vecchio marinaio, fece raccogliere nella campagna escrementi di vacca, con cui tamponò l'apertura, e prese personalmente il comando. La sera stessa le navi salparono. All'alba erano in Calabria, a Mèlito Porto Salvo, trenta chilometri a sud di Reggio. Bixio per eccessiva foga arenò il Torino, più grosso e di maggior pescaggio. Il mare era calino, la spiaggia vicina; fu facile mettere in acqua le lance e sbarcare i volontari. Ma furono perse inutilmente sei ore nel vano tentativo di disincagliare il vapore. Nel frattempo i volontari si erano sparpagliati nella cittadina, in cerca di viveri.
Si raccolsero tutti i commestibili vendibili: pasta, vino, pane, carne, polli e neve pagando tutto prontamente e forse generosamente; si cercarono tre vacche per macellarle; molti contadini andavano a raccogliere frutta che vendevano ai soldati; si spedirono vetture a prendere neve nelle valli di Aspromonte; si chiamarono i panettieri, mugnai e fornai per avere pel giorno seguente 3500 rotoli di pane, e si raccolsero tutte le vetture che fu possibile avere: cavalli, muli, asini, traini per trasportare i viveri ed altro il giorno seguente.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 253

La vita a Caprera

Alle sei si cena. Garibaldi è astemio, a pranzo beve acqua, la sera beve latte fresco. Gli piace molto il caffè. Ai commensali sono servite insalata e carne, con latte, tè, caffè. Il generale, se è di buon umore, narra con vivacità fatti della sua vita avventurosa. Spesso Teresita suona il piano, canta arie di opere, imitata dal padre. Si associano al canto gli ospiti, si finisce con inni patriottici. Dopo la cena Garibaldi si ritira nella sua stanza e legge un poco, stando a letto. Alle dieci si addormenta, si sveglia alle tre. Chiama Vecchi. Prendono il caffè, fumano un sigaro. Da lui, giornalista e scrittore, si fa aiutare a sbrigare la corrispondenza. Gli giungono lettere da ogni parte. Molte signore, soprattutto inglesi, gli chiedono una ciocca di capelli; generalmente, i corrispondenti desiderano ritratti e autografi. Rispondere è noioso: «son pigro a scrivere», confessa a Livio Zambeccari. Di solito se ne occupa Giovanni Basso, segretario devoto, con lui dal 1849, ma intere lettere, con la sola sua firma, sono anche d'altra mano.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 271

 

Lincon gli offre un posto da generale

L’ambasciatore americano Sanford nel 1861 si recò a Caprera. Garibaldi pose le sue condizioni: la nomina a comandante in capo dell'esercito americano e l'abolizione della schiavitù. Due cose che Sanford non poteva concedere: per quanto ben disposti, gli americani non avrebbero accettato la nomina di uno straniero a una carica tanto elevata, e la questione della schiavitù andava risolta col tempo.
[Lincon per il momento aveva solo impedito che la schiavitù fosse legalizzata nei nuovi stati. L’avrebbe abolita solo nel 1863]
L’ambasciatore americano offrì la nomina a generale di divisione, con la promessa di un comando autonomo, degno della sua fama, e lo esortò a sostenere la lotta per la democrazia e per la libertà combattuta dal Nord. Garibaldi tenne fermo sulla dichiarazione di abolizione della schiavitù, che avrebbe dato alla guerra di secessione un valore umanitario universale. Si ricordi che il generale durante la permanenza in Brasile aveva liberato gli schiavi caduti nelle sue mani, e che aveva lodato lo zar per aver decretato la liberazione dei servi. La proposta cadde. Si può solo immaginare ciò che la genialità di Garibaldi avrebbe fatto nelle vaste pianure americane.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 276

La camicia rossa per la prima volta usata da formazioni dell'esercito regolare

Nel clima di collaborazione di tutte le forze politiche, il 6 maggio 1866 era stata decretata la formazione di cinque reggimenti di volontari, posti sotto il comando di Garibaldi. Si prevedeva l'afflusso di 15.000 uomini: se ne presentarono 30.000. I reggimenti furono portati a 10. Il Corpo dei volontari, con due battaglioni di bersaglieri, due squadroni di guide a cavallo, quattro batterie di artiglieria e una compagnia di zappatori del genio, ebbe la forza complessiva di 38.000 uomini, con 200 cavalli e 24 cannoni. Come divisa, fu adottata la camicia rossa: era la prima volta che la portavano formazioni dell'esercito regolare.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 298

Sconfitto dai fucili chassepots a retrocarica

In difesa di Roma papalina si schierano le truppe francesi. Sono armate di fucili di nuovo tipo, gli chassepots, a retrocarica e a lunga gittata, che fulminano i garibaldini con un fuoco intenso, stando fuori della portata delle loro armi. I volontari si sbandano, fuggono. Garibaldi non si piega. Con quelli che riesce ancora a raccogliere, un paio di centinaia, gridando: «Venite a morire con me!», carica di nuovo. Per lui momento il nemico si arresta. Canzio prende il cavallo per le briglie. Lo blocca. L'Eroe cede. «Pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent'anni», ordina la ritirata.
Non è inseguito. La sua campagna è durata meno di due settimane.
Il suo stile di combattimento è sconfitto dalla tecnica industriale più avanzata del nemico.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 309

 

La sua vita poverissima a Caprera

Garibaldi nel 1868 tornò a Caprera. Aveva perduto l'autorità di un tempo. La sconfitta sul campo aveva offuscato il mito; per la mancanza di senso politico dimostrata nel perseverare in un'impresa insostenibile, la Sinistra parlamentare non contava più su di lui per condurre la lotta per la democrazia in seno alle istituzioni. I dibattiti alla Camera non lo avevano mai attirato: nell'agosto del 1868 si dimise da deputato.
Non rinunziò a intervenire nelle vicende italiane con accesi proclami e prese di posizione. Continuò le invettive contro la Chiesa cattolica e nel 1869 aderì a un Anticoncilio riunito a Napoli, in contrapposizione al Concilio Vaticano I. Levò la voce a deprecare le persecuzioni governative contro i democratici, la repressione dei moti popolari scoppiati per la tassa sul macinato, e gli scandali denunziati alla Camera dalla Sinistra.
Con distacco, senza più propositi d'intervento, seguiva le lotte per la libertà che si svolgevano in Europa, la rivolta di Creta contro i turchi e i contrasti interni nella Spagna, dove la repubblica non aveva messo radici e si preparava il ritorno della monarchia. Fisicamente sembrava finito.
La salute del vecchio è già rovinata e i medici non gli assicurano un lungo soggiorno tra i vivi.
Sta a letto per mesi, le mani sono rattrappite dalla paralisi, il viso è pallido come carta trasparente, le gambe gonfie. Intorno a sé, purtroppo, vede solo un deserto. La capanna nella quale ha il suo nido è umida e il mangiare è sempre cavoli e fagioli. Lo servono due vecchie streghe, e il suo vecchio amico Basso funge da scriba e da amministratore del podere, che è in stato di decadenza. I figli girano per la penisola e pochi sono coloro che, per visitarlo, rischiano un viaggio lungo e stancante da Genova nel periodo in cui il mare è sconvolto dalle tempeste. Unico divertimento dell'ammalato, che giace su un largo letto contadino, è la corrispondenza.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 316

Partecipa alla guerra in Francia nel 1870. Non si toglie il cappello in parlamento

Una guerra nel cuore dell'Europa lo coinvolse emotivamente e gli restituì il vigore perduto. Nel luglio del 1870 Napoleone, provocato abilmente da Bismarck, dichiarò guerra alla Prussica, che vinse.
La guerra in Francia era diventata la guerra del popolo francese contro le ingiuste pretese di un vincitore prepotente. Alla repubblica andarono le simpatie dei democratici di tutto il mondo. Garibaldi fu tra i primi a manifestare la sua disponibilità. «Quanto resta di me è al vostro servizio. Disponete», telegrafò al governo francese. Sosterrà la “Comune” di Parigi.
Alla fine della guerra l'ordinamento della Francia repubblicana è affidato a un'Assemblea Costituente. Garibaldi, senza essersi candidato, è eletto in cinque dipartimenti del territorio metropolitano, a Parigi, nel Basso Reno, in Savoia, a Digione, a Nizza. È stanco. La popolazione gli attesta simpatia e gratitudine. La maggioranza dell'Assemblea, formata da conservatori e clericali, gli è contraria. Cominciano ad addensarsi le calunnie, si dice che la sua armata si è sottratta al combattimento, che si è segnalata solo per ruberie e prepotenze. È ferito dall'ingratitudine, vuole difendere il suo operato e anche per questo intende parlare da un tribuna autorevole prima di congedarsi dalla Francia.
Con un atto che attesta la sua lealtà e l'attenzione alla legalità, ma anche la sua mancanza di senso dell'opportunità, il 12 fa pervenire alla presidenza una lettera di rinunzia «alla nomina di cui sono stato onorato» e il 13 si presenta alla seduta.
Come al solito, indossa la camicia rossa, il poncho, il cappello tondo. I deputati democratici (sono in minoranza) e il pubblico che gremisce le tribune lo applaudono. La maggioranza dei deputati rintuzza con insulti, gli impone di togliersi il cappello: l'Eroe replica che i preti sono autorizzati a tenere la calottina. Il presidente legge la lettera di dimissioni; quindi gli nega la parola, dal momento che è dimissionario, e non fa parte dell'Assemblea. Garibaldi insiste. Il presidente toglie la seduta, mentre si scatena la gazzarra, s'incrociano le grida di chi lo difende e di chi lo attacca. La gazzarra contro di lui si ripeterà il mese successivo. Garibaldi è eletto nuovamente in Algeria, nelle votazioni suppletive, in sostituzione di Gambetta, che ha optato per un altro collegio. La maggioranza propone che l'elezione sia invalidata, perché non è cittadino francese. Victor Hugo replica che nessun re, nessuna nazione è intervenuta in favore della Francia: «un solo uomo ha fatto eccezione: Garibaldi!»; quell'uomo è una potenza, è il solo che non sia stato vinto. Non può essere considerato straniero. Assalito dalle smentite e dalle invettive, Hugo si dimette in segno di protesta.
Scirocco A., “Garibaldi”, Corriere della sera, pag. 317

 

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