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Un'immagine stereotipa - l'ardente maschio corteggiatore e la femmina riluttante e ritrosa - è stata distrutta dai risultati delle ricerche sperimentali su varie specie. Per esempio, un topo femmina in calore sfida pericoli ben maggiori per arrivare al maschio di quanto faccia quest'ultimo nei suoi confronti. In laboratorio, è la femmina più del maschio che si scaglia contro le sbarre, senza curarsi delle pungenti scariche elettriche che le tormentano le zampette, per soddisfare i propri appetiti sessuali.
Fra molti uccelli, si ritiene che l'acquisizione del territorio sia compito dei maschi. Invece fra i falaropi e gli uccelli di Gesù - uccelli di palude di bella livrea e brillanti colori - sono le femmine che pattugliano le loro vaste proprietà terriere. La femmina consente a più maschi di metter su casa nel suo territorio e, in cambio dell'ospitalità, di accoppiarsi con lei e di prendersi cura della prole: questa signora liberata, infatti, abbandona le uova nel nido, affidandole alle cure del maschio, scialbo e non vistoso.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 23
Nei mammiferi, il re della riproduzione, l'unico che si accoppia come un coniglio, è il coniglio. Questo e alcuni altri mammiferi di cui parleremo in seguito hanno modificato il proprio ciclo d'estro inventando il sistema delle uova a richiesta. La femmina ha sempre un uovo pronto per l'ovulazione e ovula solamente quando si accoppia. Pur avendo una tipica fase ovulatoria durante la quale matura un follicolo, le cellule del follicolo trattengono l'uovo fino a che non ricevono il segnale che l'accoppiamento ha portato lo spermatozoo nelle sue vicinanze.
La femmina del coniglio matura uova in continuità e può ovulare in qualunque momento, a differenza delle altre femmine che hanno tempi precisi. Non ha però risolto il problema della natura deperibile delle uova e, allorché alcune si deteriorano per «vecchiaia» entro il follicolo, si limita a sostituirle con uova fresche.
Il coniglio è sempre in calore e produce quindi un'abbondante quota di coniglietti. L'espressione «riprodursi come conigli », spesso usata in senso peggiorativo, riflette l'appetito sessuale di questa femmina e la sua disponibilità a diventare mamma ogni qual volta s'imbatte in un maschio. La sua scorta fresca di uova la rendeva un tempo indispensabile nei test per la diagnosi precoce della gravidanza. La medicina sfruttava la sua strategia di produzione di uova a richiesta per il famoso test della coniglia: s'inietta in uno di questi animali un po' di urina di una paziente in possibile stato di gravidanza. Se la donna è incinta, la sua urina contiene un ormone che provoca nella coniglia l'ovulazione e la formazione di un corpo luteo. L'eufemismo «la coniglia è morta » sta a significare che nell'ovario dissezionato della coniglia sacrificale è presente un corpo luteo. La gravidanza era così confermata. (Siccome però l'allevare e mantenere i conigli è costoso, si è preferito ricorrere per i test gravidici a un altro animale che fa uova su richiesta, un ovulatore indotto, la rana leopardo. Questa depone le uova nell'acqua, non occorre dissezionarla, non è costosa da mantenere e non suscita tenerezza, per cui la sua morte non provoca rimpianto. Oggi, i test sulla rana leopardo e sul coniglio sono cose del passato, sostituite da un semplice tubetto di anticorpi, che coagulano formando un anello rivelatore, da cui si riconosce lo stato gravidico.)
La coniglia vive assieme ai maschi, ma altre femmine che praticano la strategia delle uova su richiesta sono solitarie: cacciatrici come le gatte, i furetti, i visoni, o esseri casalinghi come le talpe, che abbandonano di rado la loro tana per single. Queste femmine solitarie modificano anche il proprio ciclo d'estro, trattenendo le uova fino al momento raro in cui c'è un maschio fertile nei paraggi.
Per strano che possa sembrare, i cammelli sono come i furetti. Ormai addomesticati, probabilmente molto tempo fa i cammelli vagavano soli fra le dune desertiche spazzate dal vento e raramente incontravano individui del sesso opposto. Naturalmente, oggi il cammello è così totalmente dipendente dall'uomo, anche per quanto riguarda la riproduzione, che è difficile capire perché originariamente seguisse la strategia dell'uovo su richiesta.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 103
Analizzando dal punto di vista dei maschi la funzione del lek, i biologi non sono stati in grado di determinare che vantaggio ne ricavino, soprattutto in quanto pochi individui hanno la possibilità di copulare. Ma, considerando le cose dal punto di vista di una femmina, il lek serve a una funzione molto importante: è una risorsa fisiologica per farle approntare le uova, serve a stimolarla e le fornisce trilioni di spermatozoi fecondi, grazie ai quali non può evitare di venire inseminata.
Tra i mammiferi il lek ha per la femmina una funzione diversa. Pochi sono i mammiferi che adottano il rito del lek: tra questi è un'antilope di medie dimensioni, il kob dell'Uganda, abitatore delle praterie. Il kob vive nelle pianure equatoriali dell'Africa, terra sostanzialmente senza stagioni, dove la temperatura e la lunghezza del giorno restano pressoché costanti per tutto l'anno. In assenza di stagioni, la femmina è liberaa di partorire in qualunque periodo, di conseguenza, può entrare in calore in qualunque momento. Ma quando inizia l'estate (che dura un giorno), essa non può sollecitare adeguatamente le attenzioni di un maschio, perché nelle vicinanze non ce ne sono: è stata proprio lei, infatti, a escludere tutti i maschi adulti dalla prateria, respingendo persino i propri figli adolescenti. In questa pianura tutta femminile, l'antilope si muove in lungo e in largo con i piccoli, brucando le savane equatoriali. Quando una femmina entra in calore, può dunque trovarsi nei pasticci, perché le occorre un maschio prima che il suo estro effimero abbia fine. Ecco che il lek dei maschi serve perfettamente ai suoi scopi. La femmina trotterella in quella direzione, sapendo benissimo dove trovarlo, in quanto l'ubicazione del lek è tradizionale e costante, anno dopo anno. I singoli maschi possono andare e venire, ma il luogo geografico resta lo stesso.
Quindi, se una femmina in calore si trova in un dato punto all'estremità nord-occidentale dell'Uganda, essa sa che, oltre la collina più prossima, c'è un lek; analogamente, se si trova in un altro punto familiare a sud, essa sa che c'è un lek giusto a sinistra di quel gruppo d'alberi. Quindi, le femmine nei loro branchi peregrinanti debbono dedicare ben poco tempo alla ricerca di un maschio. Quando vogliono soddisfare le loro esigenze sessuali, esse sanno l'ubicazione della garconnière. Come nel caso del centrocerco, essa si aggira attorno al centro del lek, e sembra trovare nella presenza di altre femmine la garanzia che si tratta di un punto di prima scelta. La femmina getta un'occhiata scrutatrice sulla scena e, se vede altre femmine raggruppate al centro, muove direttamente verso di loro e le saluta. Dopo i convenevoli, si sente abbastanza a proprio agio da muoversi fra i maschi, occhieggiandoli e annusandoli senza complimenti.
I maschi non fanno approcci scoperti, ma la osservano attentamente, aspettando, col respiro sospeso, di vedere chi sarà il prescelto. La femmina fa poi il gesto simbolico di fermarsi nel territorio di un maschio, col che lo informa che sta aspettando d'essere sedotta. Per non sbagliarsi, nel caso ch'essa voglia solamente flirtare, il maschio ne controlla la situazione fisiologica annusandole la vulva, il che la stimola a urinare. Col naso quasi incollato alla vulva di lei, egli accoglie un'ondata della sua urina profumata di ferormoni e sembra godere della doccia che gli arriva in testa, perché la solleva e arriccia le labbra e le narici in un sorriso soddisfatto. Poi, essa consente al maschio di montarla più volte per arrivare all'erezione. Dopo circa un quarto d'ora di giochi amorosi, lo scambio di ardori si conclude con la copulazione. La femmina può ripetere questo copione con lo stesso maschio o può trasferirsi nel territorio di un altro e innaffiare anche a questo il naso con la sua urina irresistibile. Helmut Buechner e Robert Schloeth, zoologi della Washington State University e del Parco Nazionale Svizzero, hanno osservato una femmina anziana sedurre tutta una serie di maschi, consentendo 219 monte, culminate in 17 eiaculazioni rilevate, tutte in un periodo di sette ore. Ma, ovviamente, una femmina esperta sa come interessare i maschi con un minimo di fatica. A differenza della femmina del centrocerco, che usa il lek per aiutarsi a produrre uova oltre che per ottenere spermatozoi, la femmina del kob dell'Uganda usa il lek unicamente come fonte spermatica, perché arriva al territorio del maschio con l'uovo già perfettamente pronto per la fecondazione.
La strategia di raggruppare in un lek i maschi pronti alla riproduzione non è esclusiva dei vertebrati. Alcune specie di singolare successo, come la mosca della frutta, la Droso
phila, praticano anch'esse il lekking. Nelle Hawaii, le femmine di questa mosca si cercano tra la vegetazione marcescente una casa adatta a loro e alle uova e dentro a questa calda massa in fermentazione, trovano l'ambiente ideale. Qui la femmina trascorre la maggior parte della vita ed esce solamente quando la spinta a riprodursi ne stimola il corpo minuscolo e la induce a volare fino alla più vicina felce arborea, dove troverà un lek di maschi. I maschi si muovono ronzando, sbattendo le ali e bagnando il loro territorio
foglia con un liquido secreto dall'addome.
Attratta dall'aroma dei maschi, la femmina vola verso il lek e ne sceglie uno con il quale scambia alcuni minuti di convenevoli, ballando il tango del corteggiamento. La
copulazione dura alcuni secondi, poi la femmina si riposa insieme al maschio, esausta dall'incontro sessuale. In seguito, rinvigorita dal breve pisolino, lo abbandona per ritornarsene alla sua casa putrescente, che ora si trasformerà nella nursery.
In altri luoghi, la specie Drosophila non conosce il lekking: la copulazione avviene fra la vegetazione marcia e la femmina depone le uova là dove ha avuto il suo incontro d'amore.
Secondo Herman Spieth, entomologo dell'University of California di Davis, i lek si sarebbero sviluppati a causa del modello di vita di questa mosca hawaiana. La vegetazione marcescente attira sia le mosche della frutta sia alcuni uccelli che amano mangiarle. Normalmente, gli insetti riescono ad evitare il becco dei predatori, ma vi sono momenti nella vita di una mosca in cui questa si dimentica completamente della costante minaccia aerea. Come altri animali intenti a copulare, la mosca della frutta può essere talmente presa dal corteggiamento da dimenticarsi dei pericolosi predatori in agguato nelle vicinanze. Poiché gli uccelli si cibano nelle stesse mangiatoie della Drosophila, una coppia di insetti in amore, intenti a ronzare e a danzare potrebbe costituire un piatto appetitoso per gli uccelli hawaiani golosi di insetti. Quindi, si ritiene che il lek della mosca della frutta abbia avuto origine probabilmente come trucco contro i predatori, così che l'accoppiamento potesse aver luogo lontano dalla vegetazione putrida, senza l'incombente spada di Damocle di un predatore pennuto.
Per la maggior parte delle specie, il lek è un controsenso biologico, un bizzarro fenomeno evoluzionistico che elimina il corteggiamento e la copulazione dalla vita quotidiana.
Una femmina che usi il lek primariamente per la copulazione non si alimenta né depone le uova all'interno di questi confini limitati e, in genere, impoveriti e il maschio in un
lek non fa altro che fornire un servizio di pronto soccorso sessuale e forse sfidare gli altri maschi per il territorio.
È difficile frenare le immagini che saltano alla mente quando confrontiamo questi lek del regno animale con il fenomeno degli uomini riuniti attorno al banco di quercia e di ottone di un bar per singles. Come un lek, un bar per singles è sempre allo stesso posto giorno dopo giorno, anche se non è detto che siano gli stessi maschi ad appoggiare il piede sullo stesso punto dell'asta poggiapiedi, notte dopo notte. Proprio come un lek, un bar per singles elimina il corteggiamento dalla routine della vita quotidiana. E se i maschi si esponessero in questi bar allo stesso scopo dei centrocerchi? E se i brevi preliminari seguiti da un'affrettata copulazione fossero il loro scopo ultimo? Sarebbero disposti a considerare la possibilità di un rapporto duraturo?
Il lek-bar per singles è un esperimento di evoluzione culturale e la sua prognosi di sopravvivenza è nefasta. Sebbene il lek serva alle esigenze di alcune femmine che conoscono le regole e che vi entrano per una breve avventura, per l'amore di una notte, esso contiene in sé pericoli prima inaspettati.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 146
Lo sfruttamento del maschio come fonte di sperma non è prerogativa dei nostri cugini mammiferi. Anche le femmine dei serpenti non sono da meno quando si tratta di farsi coprire dal maschio durante il breve periodo in cui le uova sono pronte alla fecondazione e pubblicizzàno la loro disponibilità sessuale secernendo dalla pelle un feromone. Una vipera femmina strisciante sul terreno comunica il suo risvegliato erotismo lasciando una scia di profumo ofidico, che un maschio può individuare e seguire fino al luogo d'appuntamento. Quando un maschio, partito alla ricerca di femmine, s'imbatte nella scia di una femmina sessualmente matura, si ferma, gira la testa a destra e sinistra, fa guizzare la lunga lingua per assaggiare l'impronta e si butta all'inseguimento, schioccando sempre la lingua biforcuta, lungo il cammino che essa ha segnato. Quando trova la femmina ricettiva, continua a far schioccare la lingua, ma stavolta facendogliela scorrere avanti e indietro lungo i fianchi, sfiorandone delicatamente la pelle squamosa, mentre essa agita trepidante la coda. Il maschio annuisce, schiocca più rapidamente la lingua, tremando d'eccitazione. La femmina a volte si allontana un po' da lui per vedere se la segue, mettendo con ciò alla prova le sue intenzioni: se il maschio riafferma i suoi desideri inseguendola, essa gli permette di raggiungerla e, dondolando insieme, essi si allineano, testa contro testa, podice contro podice. Il maschio inserisce poi uno dei suoi due peni nella cloaca di lei e, in mutua estasi, fanno ondeggiare entrambi lentamente la coda. Se durante l'accoppiamento la femmina si rende conto di trovarsi in posizione vulnerabile, scivola in un sottobosco protettivo, trascinando con sé il maschio che è attaccato a lei col pene. L'accoppiamento è breve. Poi, la femmina se ne ritorna alla sua vita solitaria e depone le uova, sospendendo l'emissione di profumi ofidici fino a che non è pronta per il prossimo incontro sessuale.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 153
Durante la stagione degli amori, il maschio si trova un territorio appropriato, che difende con vigore contro tutti gli intrusi e sul quale costruisce con fibre vegetali e sabbia un nido a tunnel dall'intreccio elaborato. Poi, si mette in parata davanti a questo boudoir, esibendo il ventre rosso brillante a tutti gli spinarelli di passaggio. Se il passante è una femmina senza uova o un altro maschio, il proprietario li scaccia dal suo territorio, ma se è in vista una femmina gravida carica di uova mature, il maschio si mette a zigzagare freneticamente verso di lei e verso il proprio nido. Se essa trova irresistibili questi folli scatti, si mette a testa in alto e gli mostra l'addome gonfio, pieno di uova in attesa di essere fecondate. La vista del suo addome gonfio lo convince, a quel che sembra, che la femmina intende liberarsi nel suo nido ed egli ve l'accompagna, indicandole col muso l'ingresso. Essa si introduce ondeggiando nel nido, depone le uova ed esce dall'altra estremità. Il maschio la segue, fecondando le uova; poi, senza sprecare troppo amore, ritorna al suo comportamento sospettoso e scaccia la compagna, allontanandola dal territorio. Questo resoconto unilaterale sembra convalidare il modello stereotipo del corteggiamento iniziale del maschio. Ma uno studio più approfondito mostra che in alcune circostanze è la femmina a fare il primo passo.
Gli spinarelli del lago Wapato, nello Stato di Washington, sono stati esaminati attentamente da scienziati desiderosi di capirli. Seguendoli durante tutta una stagione di amori, essi hanno scoperto che il «tipico» corteggiamento iniziato dal maschio si verifica solo nella prima fase della stagione degli amori, dopo di che le cose cambiano. Nella prima fase, una femmina può far la difficile nella scelta del maschio che dovrà essere il padre e il protettore della prole, perché tutti i maschi hanno il nido vuoto e quindi, ansiosi di accoppiarsi e di ospitare le uova, si esibiranno nella migliore delle danze zigzaganti davanti a ogni femmina dall'addome rigonfio. Questa perciò può esplorare tutt'attorno e scegliere la combinazione di maschio, territorio e nido che più si avvicina al suo ideale piscino. A stagione avanzata, però, le sue opzioni diminuiscono: i maschi, quando hanno riempito il nido di uova, smettono il corteggiamento attivo, inoltre, protettivi come tutti i neopadri, vedono ogni pesce che si avvicina, femmina gravida o no, nella stessa luce, cioè come potenziale « infantivoro » da dirottare al più presto. Ora è la femmina che deve sedurre senza mezzi termini il maschio riluttante. Quando la femmina inizia il corteggiamento, spinge ripetutamente il proprio addome rotondo contro il muso del maschio, che solitamente risponde, non indicando l'ingresso del nido, ma scacciandola dalla porta. Nel lago Wapato, a stagione degli amori avanzata, ogni maschio che abbia un nido è costantemente corteggiato da più femmine che, non intimorite dai suoi espliciti e spesso crudeli attacchi, lottano disperatamente per riuscire a deporre un grappolo di uova.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 145
L'elaborato corteggiamento ha inizio quando un maschio, abbastanza fortunato da catturare una grossa mosca comune, si posa su un ramo, e lì se ne sta dondolante e
trasudante feromoni sessualì, per allettare col bottino una femmina. Incapace di resìstere al profumo, una tumbu sessualmente ricettiva si avvicina a ispezionare ciò che il
maschio ha acchiappato e che tiene ben saldo. La femmina tocca la preda e l'assaggia: se giudica l'offerta generosa, prende a succhiarne i liquidi, e, mentre cena, il maschio copula con lei, per un periodo che a volte può arrivare a quaranta minuti. Alla fine, essa depone circa tre uova.
Questa femmina ha sviluppato un sistema riproduttivo efficace, riducendo i rischi della caccia - come il restare impigliata nella rete di un ragno - e il dispendio di energie necessarie per trovare un buon bocconcino. Così dunque, essa riesce a ottenere tutte le proteine che le occorrono per produrre uova semplicemente facendo lavorare il maschio. E, se il cibo offerto è poco, essa respinge entrambi, cibo e maschio, rifiutandosi di copulare.
Secondo Thornhill, un insetto che offra un dono di superficie inferiore a sedici millimetri quadrati è un partito da rifiutare. In qualche modo, nel suo cervellino d'insetto, la femmina «sa» che un'offerta di quelle dimensioni non giustifica un matrimonio, in quanto non porterà un contributo alimentare sufficiente per le sue uova, anche se lo sperma può essere adeguato.
A rigor di termini, non sì dovrebbe parlare di «regali», in quanto l'insetto preda è a disposizione della femmina solamente durante la copulazione, dopo di che il maschio si riprende il suo dono, per invitare a cena altre femmine. Gli uomini, più sottili nel corteggiamento e nella munificenza, fanno spesso altrettanto. Quante volte un ammiratore fa regali a una donna - gioielli, pellicce o un apparecchio televisivo - aspettandosi, in cambio, un rapporto sessuale! E quante volte le donne si trovano di fronte uomini che, come le nostre mosche, vogliono, dopo la copulazione, che la femmina restituisca i doni, così da poter attirare altre donne!
Comunque, la scelta di un maschio in base alle dimensioni del regalo è rara e sono più diffuse scelte basate su altri criteri. Le dimensioni, la rumorosità, la qualità territoriale, l'aggressività, possono rendere un maschio più desiderabile di un altro.
Shaw E. e Darling J., “Accoppiarsi che spasso”, Mondatori, pag. 161