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Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”Ovulazione nascostaL’adozione del bipedismo sortì notevoli conseguenze sociali. Le femmine del genere umano hanno abbandonato l’antico "ciclo estrale"delle antropomorfe, in cui l’ovulazione è segnalata da rigonfiamento dell’area intorno alla vagina. Con l’acquisizione della postura eretta, la regione genitale femminile rimane nascosta mentre il petto resta esposto, e probabilmente non è una coincidenza che le femmine del genere umano abbiano sviluppato mammelle prominenti e recettività sessuale costante, anche se l’ovulazione rimane ciclica ed è priva di segnali esterni. Sulla base di tutto ciò è stato proposto che la società di A. afòrensis (della cui socialità non dubitiamo) fosse basata sul legame monogamico fra maschi e femmine. Esibendo costantemente attraenti segnali sessuali (le mammelle) e non manifestando l’ovulazione, le femmine mantenevano viva l’attenzione dei maschi che in questo modo erano disposti ad aiutarle a sostenere i costi dell’allevamento della prole portando loro del cibo, cosa che potevano fare utilizzando le mani recentemente liberate dalla funzione locomotoria. In cambio, le femmine offrivano ai maschi la certezza che i piccoli che essi aiutavano erano figli loro, e i maschi reagivano in modo appropriato. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 110 Come vivevano gli antichi ominidiCome questi antichi ominidi vivessero è ugualmente materia di speculazione. Anche se il loro ambiente preferito fosse stato un habitat relativamente arborato invece della savana aperta, in ogni caso era un ambiente pericoloso. Le praterie arborate permettono a molti erbivori, e quindi anche a molti predatori - iene, leopardi, leoni - di prosperare. Considerato l’onnipresente pericolo in cui si trovavano i piccoli e lenti ominidi dall’andatura bipede. dovevano esistere per contro considerevoli vantaggi sotto forma di nuove risorse da utilizzare. come frutta e foglie tenere e, sottoterra, tuberi e rizomi. E ragionevole presumere che i primi ominidi li estraessero dal terreno forse usando bastoni con i quali perforavano la terra dura. Gli scimpanzé, come abbiamo visto, cacciano regolarmente animali di piccola taglia, ed èprobabile che anche gli ominidi lo facessero. Nulla di tutto cio. ovviamente, li colloca di per sé in una categoria cognitiva superiore a quella degli scimpanzé, ma può essere significativo che le distese arborate moltiplicassero la possibilità di sfruttare carcasse di animali morti (una cosa che, come abbiamo visto, gli scimpanzé solitamente non fanno). Queste potevano costituire una fonte ricca e compatta di proteine e grassi di alto potere nutritivo, anche se gli ominidi avrebbero dovuto competere duramente per appropriarsene. E stato addirittura proposto che i primi bipedi si avvantaggiassero delle residue attitudini alla vita arboricola per rubare le carcasse ai leopardi, che hanno l’abitudine di lasciarle fra i rami degli alberi quando si accingono a pattugliare il territorio. Laggiunta di grassi animali e proteine alla dieta potrebbe aver conferito una dimensione del tutto nuova all’attività di foraggiamento. Nella foresta la frutta e le altre fonti di cibo cambiano stagionalmente, ma sono distribuite in modo prevedibile entro le aree relativamente poco estese frequentate dai gruppi di primati. Le carcasse. al contrario, nelle aree arborate e ai margini della savana sono distribuite in modo relativamente irregolare su immense estensioni (ma bisogna ricordare che i carnivori colpiscono più spesso in prossimità delle abbeverate). Per individuare i resti di animali morti in ambienti di questo genere bisogna aiutarsi con la lettura dei segni indiretti della loro presenza, come un gruppo di avvoltoi posati su un albero o che volteggiano nell’aria. Se si vuole andare oltre le testimonianze dirette (nessuna delle quali è conclusiva), si può ipotizzare che gli antichi ominidi frequentatori della savana fossero già in grado di interpretare i segni. Se ciò fosse vero le loro capacità cognitive dovevano essere progredite immensamente. Nonostante tutto ciò, la costruzione di strumenti e il linguaggio erano ancora di là da venire, anche se considerando quanto sappiamo sul loro uso da parte degli scimpanzé appare probabile, come ho già accennato, che gli antichi ominidi utilizzassero bastoni da scavo e altri strumenti di materiali teneri. Potrebbero avere usato sassi per rompere il guscio delle noci e altri cibi duri, e potrebbero addirittura averli scagliati (un’attività spesso non valutata quanto meriterebbe come testimonianza della facoltà percettiva e di coordinazione neuromuscolame) per scoraggiare la competizione per le carcasse. Se la mancanza di significativi cambiamenti funzionali osservata nella documentazione fossi le significa qualcosa in questo contesto, l’indicazione che se ne trae è che il loro modo di vita perdurò a lungo. Comportando, come fece, un’esistenza varia condotta fra i margini delle foreste, le distese arborate e le praterie, indica chiaramente una considerevole flessibilità comporta-mentale da parte dei nostri lontanissimi progenitori: qualcosa che, a quanto sembra, ha caratterizzato gli ominidi da allora in poi. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 113 I primi strumenti in pietra degli uomini primitiviRitrovamenti degli anni Settanta, effettuati soprattutto nella regione del Turkana orientale, in Kenya, complicarono considerevolmente il quadro generale. In quella zona, sedimenti datati a 1,9-I ,8 myr restituirono sia strumenti litici sia crani orni-nidi, alcuni dei quali con una capacità modesta e affinità con A. africanus, e altri (soprattutto il famoso cranio ER 1470) con una capacità cranica circa una volta e mezzo quella di A. africanus. È un peccato che al momento sappiamo così poco degli attributi fisici dei primi artefici di strumenti finora noti, ma con il tempo questa situazione dovrebbe migliorare. Intanto, che dire degli strumenti stessi? Ho precisato «noti», perché finora ho parlato sono gli strumenti litici lavorati intenzionalmente, mentre gli archeologi non sono sicuri su ciò che potrebbe aver preceduto il periodo in cui ne venne iniziata la produzione. In ogni caso, la prima tipologia riconoscibile di strumenti litici è quella associata a Homo habilis, che risale a circa 2,5 myr fa. Nonostante la loro semplicità, ci dicono molte cose sulle capacità e le attività dei loro artefici. Non si può dire che la vista dei primi manufatti desti grande impressione. I più antichi consistono per la maggior parte di schegge affilate staccate da ciottoli piuttosto piccoli mediante l’impiego di un percussore di pietra. Un tempo si riteneva che i ciottoli «modellati» fossero strumenti primari, ed essi venivano classificati in un certo numero di forme distinte, ma l’archeologia sperimentale ha dimostrato in modo convincente che i nuclei sono, almeno in gran parte, il sottoprodotto delle operazioni di distacco di schegge. Per quanto rudimentale possa apparire una scheggia lunga circa cinque centimetri, può rivelarsi uno strumento da taglio di sorprendente efficienza, specialmente quando sia stato scelto il tipo di roccia più adatto. Gli archeologi sperimentali hanno dimostrato che usando strumenti di questo tipo è possibile rnacellare rapidamente un intero elefante. Ma la cosa più importante è che la fabbricazione di schegge utilizzabili richiede, oltre a notevoli capacità manuali, la comprensione delle proprietà intrinseche del materiale impiegato e delle leggi fisiche della frattura concoide. Occorre una notevole sottigliezza per capire in qual modo si debba colpire una pietra con un’altra esattamente con l’angolazione necessaria per staccare una scheggia utilizzabile; e. come abbiamo visto, a quanto pare questo compito è molto superiore alle capacità del più brillante degli scimpanzé. Non ha importanza che il cervello dei primi artefici di strumenti avesse dimensioni modeste: conta molto di più il fatto che essi avevano superato lo stadio cognitivo delle antropomorfe, sebbene non sappiamo di quanto. Una considerazione ancor più significativa è che la documentazione contiene le testimonianze del fatto che la fabbricazione di strumenti non era un semplice processo opportunistico messo in atto quando lo imponevano la necessità o la convenienza. Gli artefici degli strumenti olduvaiani (che hanno preso il nome dalla Gola di Olduvai, dove vennero riconosciuti per la prima volta) non solo sapevano quali rocce erano più adatte, ma spesso le trasportavano in previsione di servirsene. Lo sappiamo perché i siti in cui sono stati scoperti i più antichi strumenti litici sono spesso molto lontani dal luogo dove si trova la roccia utilizzata per fabbricarli, ma anche perché in molti casi gli archeologi sono riusciti a effettuare il rimontaggio di un blocco di materia prima a partire dai frammenti — comprendenti sia gli strumenti veri e propri che gli scarti della scheggiatura — raccolti nei siti di macellazione. La roccia era lavorata sul luogo dove lo strumento veniva utilizzato, che era diverso dal luogo di provenienza, e sembra improbabile che gli ominidi che se ne servirono avessero sistematicamente trovato (e ancor meno probabilmente ucciso) un mammifero di grossa taglia per poi camminare per parecchi chilometri in cerca del materiale adatto a costruire gli strumenti con cui macellarlo. Sicure testimonianze di macellazione eseguita utilizzando schegge taglienti, trovate in associazione con i resti della preda, sono fornite dai caratteristici segni lasciati sulle ossa dagli strumenti litici nel corso dello smembramento dell’animale, dal quale venivano staccati grossi pezzi di carne. Macellare un animale morto in piena savana era certamente un’attività pericolosa per i piccoli ominidi, poiché la competizione per le risorse alimentari era forte. A parte i predatori più temibili, come i leoni e i leopardi, dovevano vedersela con pericolosi cacciatori/spazzini e con i grandi ungulati aggressivi (l’ippopotamo e il bufalo del Capo, particolarmente quando è solo, sono pericolosi anche per l’uomo attuale). Iene e licaoni mostravano certamente grande interesse per le spoglie di un animale, anche quando si trattava di una carcassa quasi completamente spolpata, e gli ominidi si saranno certamente trovati nella necessità di scacciarli, almeno fino al momento in cui, con gli strumenti di cui ora disponevano, fossero riusciti a squartarlo e a trasportare i pezzi in un posto sicuro al riparo dai predatori. Una scheggia tagliente non poteva costituire una gran difesa contro l’aggressione di una iena, e certamente sarebbe occorso qualcosa di più. Che cosa? Alcuni scimpanzé sono stati visti colpire un leopardo impagliato e altri intrusi con un bastone, ma i bastoni non abbondano nella savana. Però vi abbondano le pietre, e si sa di scimpanzé che hanno scacciato altri animali con il lancio di oggetti, anche se non eccellono nè per la distanza né per la precisione del tiro. Non lo sapremo mai con certezza, ma è del tutto plausibile che nella savana anche gli antichi ominidi si difendessero scagliando oggetti contro i visitatori indesiderati. Un ominide la cui coordinazione occhio-mano permetteva di compiere lanci efficaci e precisi contro un concorrente provvisto di grosse zanne aveva certamente un vantaggio rispetto a coloro che non erano in grado di farlo. E, cosa interessante ma forse non casuale, è risultato che il modo meno doloroso per fabbricare un semplice strumento litico battendo un ciottolo contro un altro è evitare di tenere in mano sia l’uno sia l’altro con troppa forza, ((lanciando» il percussore, trattenuto leggermente, contro il nucleo da cui si desidera staccare una scheggia. Considerando che oggi lo sfruttamento di carogne da parte degli esseri umani viene considerato spregevole, i primi archeologi furono inclini a ritenere che i nostri progenitori capaci di fabbricarsi strumenti fossero cacciatori di mammiferi di taglia media e grande che riuscivano a compensare la propria gracilità e debolezza con l’intelligenza e l’astuzia. Forse questa interpretazione può gratificare il nostro io, ma vi è un grande svantaggio nell’interpretare il passato in termini di esperienze attuali: è un approccio profondamente sbagliato. Oggi il concetto che i nostri progenitori più antichi vivessero della caccia a prede di taglia considerevole è stato abbandonato, e l’attenzione è stata diretta piuttosto verso i tipi di sfruttamento di animali morti ai quali gli ominidi avrebbero potuto dedicarsi. Le località olduvaiane sono punti del territorio in cui i primi uomini lasciarono testimonianze delle loro attività, e tali testimonianze si presentano solitamente sotto forma di accumuli di strumenti litici e frammenti di ossa animali. Gli esperimenti compiuti sul campo hanno dimostrato che i grandi carnivori come il leone divorano le parti di una carogna più facilmente raggiungibili. Quando hanno finito, solo il 15 per cento delle ossa mostra segni di denti, poiché i leoni si sono cibati innanzitutto delle interiora e della carne. Quando sopraggiungono le iene (oppure se sono loro ad abbattere l’animale) e compiono un lavoro di spolpamento molto più accurato, l’80 per cento della carcassa mostra segni di denti, ma solitamente la parte mediana delle ossa lunghe è ancora intatta. Cosicché se in un sito archeologico solo il 15 per cento delle ossa degli animali mostra segni di rosicchiamento ma si osservano anche le tipiche tracce di macellazione (la cui sezione è a V) lasciate da strumenti Iitici, è probabile che per primi si fossero serviti i leoni e per secondi gli ominidi, e che essi avessero terminato il lavoro prima dell’arrivo delle iene. Ma anche quando una carogna era stata predata dalle iene — e gli avvoltoi avevano terminato la pulizia esterna—vi erano ancora alcune risorse che certamente destavano l’interesse degli ominidi. Le ossa lunghe degli arti sono una ricca fonte di nutriente midollo per qualsiasi creatura sia in grado di spezzarle, e lo scopo può essere raggiunto percuotendole vigorossamente con una pietra. Questa tecnica produce una tipica frattura «con torsione» lungo l’osso esponendo il midollo, e tali fratture non sono inconsuete fra i resti animali trovati nei siti olduvaiani. Ancor più, in alcune di queste località la percentuale delle ossa degli arti è inaspettatamente alta, e indica che esse vi sono state trasportate più volte dai luoghi in cui originariamente giacevano le carcasse complete. Ciò implica che tali siti fossero luoghi riparati in cui gli ominidi solevano consumare il midollo, lontano dai pericoli che li attendevano nelle aree più aperte. Nulla di tutto ciò significa, ovviamente, che gli antichi artefici di strumenti fossero specializzati nella consumazione del midollo, che è semplicemente un’attività le cui testimonianze tendono a conservarsi nella documentazione fossile. Tuttavia, mentre è fortemente probabile che la loro dieta fosse piuttosto varia e perlopiù vegetariana, lo sfruttamento del midollo fu un comportamento senza precedenti per gli ominidi, e apri la strada ad altre innovazioni future. Secondo i primi studi delle località olduvaiane, esse erano «siti di soggiorno», un concetto che in seguito si ampliò in «accampamenti», centri nei quali gli ominidi rientravano abitualmente dopo le avventure vissute durante la ricerca del cibo. Da qui a considerare questi luoghi come il punto focale di un complesso stile di vita che coinvolgeva la spartizione del cibo acquisito nella regione circostante e trasportato con le mani libere dalla funzione locomotoria, il passo è breve. A sua volta ciò implica una complessa forma di comunicazione fra i membri del gruppo (che forse fu addirittura il linguaggio), la reciprocità nei rapporti sociali e la divisione del lavoro fra i sessi (poiché le femmine, che accudivano ai bambini, probabilmente non cacciavano ma raccoglievano vegetali intorno all’accampamento). Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 121 Il bifacciale acheuleanoMa improvvisamente si presentò sulla scena un nuovo strumento, il bifacciale acheuleano, più tutta la tipologia a esso associata: strumenti palesemente costruiti secondo uno schema standardizzato, presente nella mente dell’artefice prima dell’inizio del processo di lavorazione. I bifacciali sono grossi strumenti piatti a forma di mandorla, accuratamente scheggiati su entrambe le facce allo scopo di ottenere una forma simmetrica. Per i loro molteplici impieghi sono stati definiti «il coltello multiuso del Paleolitico». L’esame al microscopio del margine tagliente dei bifacciali acheuleani ne ha dimostrato l’impiego per tagliare, raschiare e squartare, il che ne fa strumenti di largo uso. Tuttavia le singole funzioni a cui servivano erano svolte con uguale efficienza rispetto ai manufatti precedenti. Un’altra osservazione importante è che i vecchi manufatti non scomparvero con l’avvento dei nuovi: gli strumenti olduvaiani continuarono a essere costruiti per un lungo periodo insieme con i bifacciali acheuleani di accurata fattura. E sebbene le testimonianze siano frammentarie, non vi sono molte indicazioni che i modi di vita dei nuovi ominidi siano stati alterati sostanzialmente dall’introduzione della nuova tecnologia. Qui vediamo un eccellente esempio di un modello che ha costantemente caratterizzato l’evoluzione della nostra linea di discendenza, in cui l’innovazione anatomica è proceduta indipendentemente da quella tecnologica: nuove specie e nuove tecnologie non sono direitamente correlate. Tuttavia è durante il periodo di Homo ergaster che nella documentazione archeologica troviamo le prime indicazioni di uso del fuoco, indubbiamente una delle più significative innovazioni culturali nella storia degli ominidi. Le testimonianze più antiche si presentano sotto forma di ossa e ciottoli combusti in un sito sudafricano risalente, si ritiene, a I ,5 myr or sono. A Chesowanja, in Kenya, grumi di argilla combusta indicano la presenza di un fuoco in associazione con strumenti litici più o meno della stessa antichità, ma èancora in discussione se questo fosse controllato o meno. E’ evidente che il controllo del fuoco fu un evento di grande rilevanza nella preistoria umana, e che portò con sé conseguenze sia simboliche sia pratiche in termini di protezione contro i predatori, cottura dei cibi e così via. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 127 Terra Amata, nella Francia meridionale, datato a circa 400 kyrTuttavia la scienza convenzionale continua a dettar legge, e secondo la scienza convenzionale l’Europa venne colonizzata con successo per la prima volta da membri «arcaici» della nostra specie, Homo sapiens. Ciò appare discutibile sotto parecchi punti di vista, il principale dei quali è che (con l’eccezione di Homo antecessor) i più antichi fossili umani ben documentati ritrovati in Europa appartengono — secondo me, senza alcun dubbio — a una specie del tutto distinta (che forse, più avanti, si renderà necessario suddividere), il cui nome più appropriato è probabilmente Homo heidelbergensis (il quale, secondo i ricercatori spagnoli, si situa fra Homo antecessor e i Neandertaliani). In ogni caso, è in Europa che Homo heidelhergensis è stato trovato nei contesti archeologici meglio documentati. Un sito di particolare interesse è Terra Amata, nella Francia meridionale, datato a circa 400 kyr e presumibilmente allestito da Homo heidelbergensis, anche se non possiamo esserne certi perché a conferma di questa ipotesi non sono stati trovati fossili umani. Coloro che lo hanno scavato hanno dato un’interpretazione in qualche modo controversa di questo sito, ora appollaiato in alto sulla comiche sovrastante Nizza, come di un accampamento sulla spiaggia occupato stagionalmente nel quale i cacciatori rientravano regolarmente dopo aver svolto la loro attività nei dintorni. La sua caratteristica saliente è costituita dalle più antiche capanne archeologicamente documentate. La più grande e meglio conservata era di forma ellittica, costruita con rami (che ovviamente non si sono conservati, ma sono indicati dalle buche dei pali di sostegno) e lunga circa sei metri. I rami erano piantati al suolo e si incontravano alla sommità della capanna. E possibile che sulla copertura fossero state stese delle pelli per renderla impermeabile, anche se il responsabile dello scavo ritiene di no. Attorno a questa struttura erano disposte grosse pietre, con un’interruzione in corrispondenza dell’entrata. All’interno il pavimento era in gran parte sgomberato dai ciottoli della spiaggia, ma qua e là sono stati trovati mucchi di ossa di animali macellati. La caratteristica più significativa èche all’interno di questa capanna sono stati trovati i resti di un focolare non molto profondo, forse ricavato asportando un po’ di sabbia con le mani. Esso conteneva pietre combuste, ed è probabilmente la più antica testimonianza certa di domesticazione del fuoco. Gli strumenti litici di Terra Amata (al pari di quelli di Bilzingsleben) erano piuttosto grossolani, anche se ciò può essere dovuto al tipo di roccia impiegato: ciottoli di calcare silicizzato, una materia prima non particolarmente adatta. Il controllo del fuoco testimoniato dai focolari di Terra Amata deve avere certamente determinato una differenza nella vita quotidiana degli abitanti dell’accampamento: il fuoco illumina, riscalda, protegge; può essere utilizzato per indurire strumenti sia di pietra sia di legno; intorno al focolare gravita la vita sociale dell’intera comunità; la cottura dei cibi, infine, non solo li rende più digeribili, ma uccide i parassiti. Ciononostante è difficile indicare con certezza quando il fuoco divenne un elemento costante della vita degli ominidi, o esattamente quando si sviluppò l’apparato cognitivo che permise la domesticazione di un fenomeno che, nella sua forma naturale e incontrollata, incute paura. I vantaggi della domesticazione del fuoco sono così grandi che ci riesce difficile immaginare perché, una volta sviluppate le tecnologie per il suo controllo, l’innovazione non si sia diffusa rapidamente. Perché è con Homo heidelbemgensis che un elemento, il linguaggio umano, entra potenzialmente in scena (sebbene talvolta si sia sostenuto, secondo me speciosamente, che qualche forma riconoscibile di linguaggio era presente già da molto tempo, addirittura nella prima specie di Homo). In Homo heidelbemgvnsis incontriamo per la prima volta un’anatomia del cranio indicante che i suoi possessori avevano tutto l’equipaggiamento penifenico necessario alla produzione del linguaggio. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 135 I Neandertaliani non hanno quasi mai impiegato osso e corno di cervide come materia prima, per la fabbricazione di strumentiÈ interessante in questo contesto che il Musteriano, o qualcosa di praticamente indistinguibile, sia noto anche da siti dell’Africa settentrionale. Gli strumenti litici musteriani sono ben fatti e costituiscono variazioni su numerosi temi: una prima classificazione aveva riconosciuto più di 80 varianti (piccoli bifacciali su scheggia, raschiatoi, punte e così via), ma da allora ci si è resi conto che determinate tipologie ritenute distinte rappresentano in realtà stadi diversi del processo di rimodellamento di un più limitato numero di forme fondamentali. Questo modello di uso e riuso (in special modo dei manufatti per i quali era stata impiegata materia prima particolarmente apprezzata e difficile da ottenere) potrebbe essere la ragione della difficoltà incontrata dagli archeologi a sviluppare una tipologia fondamentale degli strumenti trovati nei siti musteriani. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che questi artigiani neandertaliani, abilissimi nel lavorare la pietra, sembrano non avere quasi mai impiegato osso e corno di cervide come materia prima per la fabbricazione di strumenti, e contrasta fortemente, come abbiamo visto nel primo capitolo, con il comportamento delle popolazioni del Paleolitico superiore che li sostituirono. Queste non solo utilizzarono tali materiali e decorarono i manufatti che con essi producevano, ma li sfruttarono con grande immaginazione per una quantità di usi diversi. Dallo studio delle tracce di usura degli strumenti litici musteriani è emerso con evidenza che alcuni erano stati utilizzati per la lavorazione del legno (appuntire zagaglie?) e per raschiare pelli, ma per quanto concerne lo strumentario di base la pietra era la materia prima di elezione. Ciò indica chiaramente un certo tipo di limitazione intellettuale nei Neandertaliani: avevano ereditato il concetto di lavorare la pietra e avevano portato questa pratica a un altissimo livello di raffinatezza, ma non avevano mai avuto l’idea di spingersi oltre. Un’altra questione dibattuta è quanto efficienti fossero i cacciatori neandertaliani. Se è vero che conoscevano la zagaglia interamente in legno, il che è molto probabile, il suo uso più ovvio è nella caccia, ma la si può spingere dentro il corpo di un animale solo quando la lotta è ravvicinata, e questa è una tecnica molto pericolosa (come le tracce di traumi osservate sugli scheletri dei Neandertaliani possono attestare); d’altro canto non possediamo testimonianze convincenti, nemmeno per deduzione, che venisse usata come arma da getto. Le migliori testimonianze delle attività di caccia dei Neandertaliani provengono dalla natura delle ossa animali trovate in certi siti musteriani, sebbene ancora una volta ci troviamo dinanzi alla difficoltà di fare distinzione fra le tracce della caccia e quelle dello sfruttamento di carogne. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 141 Le femmine, secondo una ricostruzione, vivevano separate dai maschi e percorrevano l’area circostante in cerca di cibo vegetale che poi cuocevano su un fuoco basso. I maschi si allontanavano molto di più dall’accampamento in cerca di prede e forse vi facevano ritorno solo occasionalmente portando con sé le ossa ricche di midollo che dovevano essere riscaldate ad alta temperatura per estrarne il nutriente contenuto. In termini di strategia economica complessiva è stata proposta un’importante distinzione fra i Neandertaliani e i cacciatori-raccoglitori di tipo anatomicamente moderno, I primi erano raccoglitori opportunisti e percorrevano il territorio sfruttando indiscriminatamente tutte le risorse che incontravano, I secondi erano raccoglitori sistematici, e pianificavano l’uso di risorse la cui ubicazione era nota e periodicamente verificata con cura. La pianificazione è una spiccata caratteristica dell’attività umana, e la sua assenza fra i Neandertaliani, o il fatto che fosse espressa in tono minore, è indicativa delle diverse capacità cognitive di Homo sapiens e Homo neanderthalensis. Il punto di partenza di questa analisi è la considerazione che gli antichi Levantini potevano avvalersi di due sole strategie economiche. L’una, corrispondente al modello della «mobilità per circolazione», implicava il regolare spostamento degli accampamenti ogni volta che ciascun gruppo migrava in massa sul proprio territorio in relazione ai mutamenti stagionali delle risorse disponibili e all’esaurimento di quelle più vicine. L’altra strategia, quella della «mobilità per radiazione», consisteva nell ‘allestire un accampamento semipertnanente approssimativamente al centro del territorio, con piccoli campi satelliti nelle aree decentrate in vicinanza di particolari risorse. I campi satelliti venivano visitati frequentemente, non dall’intero gruppo ma solo da pattuglie di individui specializzati che vi si fermavano per breve tempo e che al termine di ciascuna spedizione di ricerca del cibo facevano ritorno al campo base. I gruppi che ricorrevano alla strategia della mobilità per radiazione cercavano di massimizzare la durata della loro permanenza al campo base, fino a quando la lunghezza di ciascuna escursione diventava tale da renderla troppo onerosa. Dopo aver condotto questa dettagliata analisi dei siti dei Neandertaliàni e delle prime forme di uomo anatomicamente moderno, i ricercatori hanno concluso che i primi avevano praticato la mobilità per circolazione e i secondi quella per radiazione. I Neandertaliani e le prime forme di uomo anatomicamente moderno del Levante sfruttarono i loro ambienti in modi diversi, e che tutto induce a pensare che i primi fossero raccoglitori opportunisti e i secondi raccoglitori sistematici. Le testimonianze indirette degli strumenti e dei siti indicano dunque che vi era un’innata differenza tra la visione del mondo dei Neandertaliani e quella dell’uomo anatomicamente moderno. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 145 I Neandertaliani non comunicavano nello stesso modo in cui lo facciamo noiInoltre, nel primo capitolo abbiamo visto che vi sono abbondanti testimonianze archeologiche delle straordinarie capacità delle più antiche popolazioni anatomicamente moderne d’Europa, che si stavano sostituendo a essi. Arte, pensiero simbolico, musica, sistemi di notazione, linguaggio, senso del mistero, padronanza di materiali diversi e pura abilità: tutti questi attributi, e altri ancora, erano estranei ai Neandertaliani, mentre per noi sono connaturati. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 156 Ma il simbolismo è innegabilmente l’essenza dell’umanità, come intendo sottolineare nel prossimo capitolo. Se vi è una sola cosa che distingue l’uomo da tutte le altre forme di vita, attuali o estinte, è la capacità di pensiero simbolico: saper generare complessi simboli mentali ed elaborarli in nuove combinazioni. È proprio questo il fondamento dell’immaginazione e della creatività: la capacità, unicamente umana, di creare un mondo nella propria mente, e di ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno. Altre specie possono sfruttare il mondo esterno con grande efficienza, come abbiamo visto nel caso degli scirnpanzé, ma mantengono sostanzialmente il ruolo di soggetti passivi e meri osservatori. Anche i Neandertaliani, per quanto notevoli possano essere stati, con tutta probabilità si erano a malapena liberati da questa condizione. È nelle manifestazioni artistiche dei Cro-Magnon che si rivela pienamente la singolare capacità umana di questa popolazione. La loro arte fu molto più di un’interpretazione meccanica dell’ambiente che li circondava. Fu invece una complessa ri-creazione del mondo esterno, reso con squisito senso dell’osservazione e con padronanza dei propri mezzi. Non conosceremo mai con certezza il contesto mitico (o i contesti) di quella ri-creazione, ma è evidente che persino le supcrbe immagini degli animali con cui i Cro-Magnon condividevano il territorio avevano per loro un significato simbolico che trascende-va la semplice identità zoologica. Riconosciamo subito i segni astratti che punteggiano i fregi degli animali di Lascaux indicandoli come «simboli» (quale altro senso avrebbero?), ma è evidente che le immagini degli animali erano per i Cro-Magnon che le dipinsero molto più di semplici raffigurazioni: sono pregne di tutti i significati che popolavano il complesso universo mentale dei loro autori. I siti neandertaliani sono prevalentemente poco estesi (e quando sono vasti consistono in una successione di spazi abitativi di piccole dimensioni che implica una rigida limitazione delle dimensioni dei gruppi in qualsiasi momento); i siti dei Cro-Magnon abbracciano una gamma di dimensioni molto più ampia lasciando comprendere che, almeno stagionalmente. si riunivano gruppi numcrosi. A livello economico, diversi filoni di testimonianze indicano l’esistenza di più approcci fondamentalmente differenti all’esplorazione dell’ambiente. Le punte di armi da getto sono rare nei siti neandertaliani, e indicano che essi attaccavano abitualmente le prede di grossa taglia a distanza ravvicinata (una tecnica estremamente pericolosa, che si riflette nelle tracce di traumi osservabili sui loro resti fossili e che qualcuno ha paragonato ai traumi tipici di coloro che praticano il rodeo); i Cro-Magnon, al contrario, lanciavano proiettili da una distanza di sicurezza. E
interessante osservare che mentre una parte dell’arte dei primi Cro-Magnon
fu fra le loro più grandi manifestazioni, con il trascorrere del tempo
possiamo facilmente individuare nella documentazione del Paleolitico
superiore le prove di progresso (in quanto contrapposto al semplice
cambiamento) a livello tecno]ogico. I più antichi complessi litici aurignaziani,
per esempio, sono relativamente grossolani, e le più sofisticate tecniche
di pesca vennero adottate relativamente tardi nel Paleolitico superiore.
Forse è ciò che dovremmo aspettarci, in quanto la tecnologia ha in sé
qualcosa di assoluto e la sua efficienza può essere misurata con precisione.
Gli uomini si disfano sistematicamente delle procedure inefficienti
a favore delle più nuove ed efficaci, e la regolare innovazione tecnologica
nel corso del Paleolitico superiore è solo il primo esempio documentato
di una tendenza che perdura ancora oggi. Al contrario, l’arte esprime
un fondamentale andito dell’anima la cui efficacia non è direttamente
misurabile. L’arte serve alla stessa funzione essenziale indipendentemente
dalla sua qualità intrinseca, la sua eccellenza non ha a che vedere
con la tecnologia, e infine cambia con la moda seguendo percorsi non
lineari, dunque imprevedibili. È per questo che oggetti straordinari
come il cavallino di Vogelherd annunciano la comparsa precoce di una
sensibilità umana pienamente moderna come una lama aurignaziana non
potrebbe mai fare, e questo oggetto squisito e immensamente antico la
testimonierà in modo eloquente fino a quando Tuttavia, sebbene la documentazione lasciataci dai Cro-Magnon sia la testimonianza qualitativamente più affidabile, oltre che quantitativamente più ricca, della loro creatività, non è certamente la più antica. Vi sono indicazioni che, particolarmente in Africa e in Australia, modelli di comportamento di tipo moderno si erano consolidati già parecchio tempo prima. Gli strumenti su lama, per esempio, compaiono in Africa prima (probabilmente molto prima) di 80 kyr or sono; e mentre un singolo caso non può essere generalizzato, può essere considerato significativo che le punte di armi da getto siano normalmente presenti in siti africani datati a oltre 100 kyr. Anche
in Australia esistono tracce di tali comportamenti in periodi molto
antichi. Semplicemente in termini di occupazione, l’uomo cominciò a
essere presente nell’Australasia già a partire da 60 kyr fa, o forse
prima. Si tratta di un dato di importanza tutt’altro che locale perché
per arrivare in Australia egli dovette compiere la formidabile impresa
di navigare per Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 163 Quasi tutti gli attributi cognitivi che caratterizzano fortemente l’uomo attuale, sono legati in qualche modo al linguaggio.Comunque sia, trascorsero circa duecentomila anni prima che gli ominidi di questo nuovo tipo introduce ssero qualche innovazione culturale riconoscibile. Ciò comportò un nuovo approccio alla costruzione di strumenti: l’attività non era più imperniata sull’ottenimento di un determinato attributo — un margine tagliente — ma sulla forma dello strumento stesso. La fabbricazione di un bifacciale ben fatto a partire da un blocco di roccia non richiedeva solo una complessa valutazione delle proprietà fisiche della scheggiatura ma necessitava anche di un modello presente nella mente dell’artefice che determina-va la forma finale dello strumento. E mentre alcuni calchi endocranici dei più antichi ominidi in grado di compiere questa attività indicano un accrescimento, seppure limitato, della capacità cranica e dell’asimmetria degli emisferi cerebrali, con tutte le implicazioni che ne conseguono, osserviamo le stesse caratteristiche in una forma significativamente avanzata solo nel cervello dei primi ominidi di proporzioni corporee paragonabili alle nostre. In fin dei conti, i Neandertaliani non hanno fatto molto per colmare il divario cognitivo che intercorre fra i comportamenti documentati dei loro predecessori e quelli dell’uomo pienamente moderno che li seguì. In particolare, questi ominidi estinti non hanno lasciato dietro di sé alcuna testimonianza inequivocabile dei comportamenti simbolici che potrebbero essere associati al possesso del linguaggio. Inoltre le testimonianze anatomiche indicano che almeno alcuni di essi possono aver abbandonato l’equipaggiamento periferico necessario per il linguaggio articolato, anche se tale equipaggiamento non sembrava essersi evoluto per quello scopo. Il che è importante, poiché il linguaggio articolato è un necessario attributo del linguaggio parlato. Quasi tutti gli attributi cognitivi che caratterizzano tanto fortemente l’uomo attuale e che senza dubbio distinguevano anche il nostro compagno Homo sapiens sostituitosi ai Neandertaliani, sono legati in qualche modo al linguaggio. Questo consente e richiede l’abilità di produrre nella mente simboli che poi possono essere rimescolati e organizzati da quella capacità «generativa» di cui sembra che solo noi siamo i depositari. Il pensiero così come lo intendiamo noi dipende dell’elaborazione mentale ditali simboli, che sono rappresentazioni arbitrarie di aspetti del mondo sia interiore che esterno. Questi simboli, a loro volta, prendono corpo nei suoni che, organizzati secondo certe regole, costituiscono il linguaggio. Noi lo usiamo per spiegare noi a noi stessi e agli altri, e questa è la ragione per cui l’intimo rapporto fra simboli linguistici e mentali rende impossibile immaginare il pensiero in assenza del mezzo attraverso il quale lo comunichiamo. In base a questo criterio, gli artisti del Paleolitico superiore, per i quali i simboli erano moneta corrente, devono aver posseduto il linguaggio. D’altro canto, chiunque oggi veda la loro arte è pronto a riconoscere che la loro sensibilità doveva essere perlomeno equivalente alla nostra. In base alle stesse considerazioni, i Neandertaliani, per i quali non possediamo testimonianze di capacità simbolica nonostante le altre innegabili abilità, dovevano mancare sia del linguaggio verbale sia di una sensibilità di tipo moderno. E possibile che essi potessero provare empatia, e ciò che riuscirono a fare nelle difficili circostanze ambientali in cui vissero può suscitare la nostra ammirazione, ma non erano noi (d’altro canto, perché avrebbero dovuto esserlo?). Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 167 «Quale aspetto dei processi mentali della specie che possedeva tale capacità le ha permesso di trionfare sulle altre specie a essa imparentate, che invece non la possedevano?».La risposta di Humphrey a questa domanda è collegata alla metafora che usa per descrivere quella che considera la caratteristica principale della coscienza umana. Nella sua concezione, la coscienza è determinata da un «occhio della mente»: una proprietà esclusiva della mente stessa, basata su attributi strutturali o fisiologici non meglio definiti, che consente al cervello di osservare se stesso al lavoro. Questa abilità — che possiamo presumere sia temporaneamente sospesa nei sonnambuli veri e propri e assente negli individui con certi tipi di danni cerebrali — permette ciò che Humphrey definisce lo «sguardo interiore». Devo ammettere che la metafora di Humphrey è persuasiva, anche se non abbraccia tutto ciò che secondo il senso comune potrebbe essere attribuito alla coscienza. Sono inoltre d’accordo con lui nel concludere che «la profondità, la complessità e l’importanza biologica» delle relazioni umane interpersonali, che «superano di gran lunga quelle di qualsiasi altro animale», sarebbero impossibili senza lo sguardo interiore. In effetti, abbiamo visto che il doppio inganno degli scimpanzé potrebbe indicare una certa capacità rudimentale di leggere nella mente degli altri, ma non v’è dubbio che Humphrey abbia ragione nel dire che, nel caso degli esseri umani, «senza la capacità di comprendere, prevedere e influenzare il comportamento dei membri della propria specie, una persona stenterebbe a sopravvivere da un giorno all’altro». In una misura del tutto senza precedenti, la comprensione delle motivazioni altrui — impossibile senza una certa comprensione delle proprie -- è un ingrediente essenziale del comportamento sociale umano. Per un darwinista rigoroso questa osservazione è sufficiente. La coscienza umana è derivata semplicemente — e inevitabilmente — dal vantaggio riproduttivo conferito dalla selezione naturale, generazione dopo generazione, agli individui dotati di una capacità sempre maggiore di guardare dentro se stessi. Ma abbiamo già visto che il processo evolutivo è di fatto molto più complesso; ed è difficile capire perché, se piccoli vantaggi comportamentali erano stati inesorabilmente amplificati nel tempo secondo questo meccanismo, tra gli animali altamente sociali come i primati non sarebbe potuta accadere la stessa cosa in tutte le linee di discendenza. Inoltre non esiste esempio migliore della storia evolutiva del cervello dei vertebrati per dimostrare che il cambiamento evolutivo non è semplicemente consistito di graduali miglioramenti nel corso del tempo. L’evoluzione del cervello non è proceduta per semplice aggiunta di qualche nuova connessione qua e là, fino a diventare, dopo eoni, una grande macchina perfettamente oliata. L’evoluzione opportunistica ha arruolato, in maniera alquanto disordinata, vecchie parti del cervello per svolgere nuove funzioni, e sono state aggiunte nuove strutture, mentre alcune delle vecchie sono state ampliate in modo piuttosto casuale. Per avere una chiara visione di questo fenomeno dobbiamo capire che per arrivare dove siamo oggi è stato necessario un processo naturale a vari livelli. Innanzitutto, a partire da un precursore che possedeva la gamma di ex-attamenti necessari comparve il cervello dell’uomo moderno all ‘interno di un’antica popolazione locale e per mezzo di modificazioni che ancora non comprendiamo. In seguito la selezione naturale operò all’interno di quella popolazione fissando la variante come norma. Poi intervenne la speciazione che stabilì l’individualità storica della nuova entità. Infine la nuova specie vinse la competizione con le altre a essa imparentate, in un processo che — forse per la prima volta poco dopo la comparsa dell’ominide ancestrale — finì per lasciare sulla scena un’unica specie ominide: Homo sapiens. Vista in questo modo, la piena coscienza umana è solo uno dei risultati di quel processo routinanio e casuale di comparsa e affermazione delle innovazioni che si verifica nell’evoluzione di tutte le linee. Cosa ne possiamo concludere? Innanzitutto che, una volta acquiSiti il cervello e la coscienza di tipo moderno, un intero pacchetto di possibilità cognitive era pronto per essere sfruttato (anche se non subito). Concordo pienamente con Humphrey sul fatto che le relazioni sociali complesse rese possibili dali’«occhio della mente» esprimono una componente fondamentale della coscienza dell’uomo attuale. Inoltre non ho difficoltà a supporre che tali relazioni non fossero caratteristiche — almeno nella forma pienamente sviluppata —del nostro immediato precursore. Dubito però che, quanto alle relazioni intenindividuali, l’ «occhio della mente» costituisca l’unica chiave del successo della nostra specie. Più che essere la causa della coscienza umana, esso è plausibilmente un risultato della nostra capacità di astrazione simbolica. Inoltre, mentre tale qualità potrebbe favorire il successo di alcuni individui all’interno della specie rendendoli più abili a penetrare nella mente dei propri simili, non è altrettanto ovvio come di per sé possa costituire un vantaggio nella competizione tra specie. Molto semplicemente, le nostre capacità cognitive così vaniegate e flessibili devono conferirei qualcosa in più della semplice possibilità di interagire gli uni con gli altri, per quanto in modo raffinato e complesso. La singola caratteristica che ci rende diversi e straordinari è l’acuta percezione del mondo al di là del nostro ambiente sociale. Alcune ricerche accurate e ben progettate di Dorothy Cheney e Robert Seyfarth hanno dimostrato un’inaspettata sottigliezza e complessità nelle relazioni sociali del cercopiteco verde; tuttavia questo primate mostra un acume molto minore nelle relazioni con l’ambiente circostante. Per esempio, reagisce scarsamente agli indizi della presenza di predatori nell’ambiente, e nella ricerca del cibo non dimostra di essere tanto ingegnoso e cooperativo quanto lo è nelle relazioni sociali. In questo senso lo scimpanzé si comporta meglio: tuttavia va considerato più una creatura sociale che un essere in grado di pianificare, osservare attentamente e sfruttare l’ambiente circostante. Recentemente ho incontrato un francese di mezz’età, conducente di autobus, che mi ha affascinato con i racconti della sua giovinezza nella campagna del Corrèze. I suoi migliori amici erano più anziani di lui e praticavano il bracconaggio. Scrutando nel folto della foresta, questi uomini erano in grado di individuare infallibilmente il cespuglio dietro al quale un coniglio terrorizzato si era reso invisibile. Dai servizi di «National Geographic» sono ancor più noti gli aborigeni australiani, capaci di sopravvivere per lunghi periodi in un deserto spoglio e apparentemente privo di acqua nel quale noi periremmo sicuramente; oppure i San, in grado di capire da un rametto piegato o da un sasso capovolto nel letto di un ruscello quale tipo di animale fosse passato, quanto tempo fa, in quale direzione fosse diretto, qual era la sua andatura e se era ferito. Solo l’uomo è in grado di leggere i tenui segnali provenienti dal mondo circostante e utilizzarli a proprio vantaggio. Se l’acquisizione delle attuali capacità umane ha conferito a Homno sapiens un vantaggio utilizzabile per la competizione in natura, si tratta certamente di questo. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 177 L’intuizione, che opera in assenza di ragionamento conscio, è radicata nella memoria emozionaleParliamo dell’intuizione, che opera in assenza di ragionamento conscio e che da tempo numerosi psicologi cognitivi ritengono radicata nella memoria emozionale. E ora si sta profilando sempre piu fortemente la possibilità che l’intuizione abbia un ruolo importante anche nella maturazione delle decisioni razionali. Quando un individuo prende una decisione, il suo cervello non si limita a utilizzare un algoritmo standard che analizza i dati e genera la soltizione ottimale. Al contrario, la valutazione dei dati è integrata dall’immissione di altri input d’ogni genere, che possono variare da ~n generico disagio o da una generica sicurezza alla vera propria paura, o essere semplicemente la fastidiosa sensazione che entrambe le decisioni potrebbero essere giuste (o sbagliate). La conclusione, sebbene sia stata raggiunta ponderando i fatti, può non essere del tipo che l’individuo è in grado di razionalizzare verbalmente; o, se può farlo, può trattarsi semplicemente di questo: una razionalizzazione. In un ingegnoso tentativo di chiarire questo livello di funzione mentale, Antonio e Hannah Damasio, insieme con i loro collaboratori del College of Medicine della University oflowa, si sono domandati perché i pazienti che avevano riportato danni all’area ventromediale della corteccia di associazione prefrontale — l’area cerebrale direttamente al disopra degli occhi — riuscissero bene nei test di memoria e in quelli per la determinazione del quoziente di intelligenza mentre nella vita normale, oltre a soffrire nel prendere una decisione, optavano sempre per la soluzione peggiore. Hanno dunque ideato un esperimento nel quale diversi mazzi di carte offrivano differenti possibilità di vincere: una situazione che diventava chiara ai soggetti solo dopo che avevano accumulato una notevole esperienza usandoli. I soggetti di controllo impararono molto presto a scegliere i mazzi vincenti, molto prima di essere in grado di spiegare perché lo facessero, mentre i pazienti cerebrolesi continuarono a prendere le carte dai mazzi perdenti anche dopo aver capito quali fossero i vincenti. In tutti i soggetti venne controllata la conduttanza della pelle, una misura dello stress psicologico simile a quella usata nella macchina della verità. I pazienti cerebrolesi non diedero segno di stress qualunque mazzo avessero scelto, mentre i soggetti di controllo rivelarono una condizione di stress nel momento in cui si stavano domandando se prendere delle carte da uno dei mazzi perdenti, anche prima di averli consciamente identificati come tali. La conclusione di tutto ciò fu molto chiara: le prevenzioni inconsce — vale a dire le intuizioni — avevano guidato il comportamento dei soggetti di controllo prima che essi sapessero consciamente quali mazzi fossero vincenti e quali perdenti. I pazienti cerebrolesi, d’altra parte, erano altrettanto capaci di rendersi conto di quali mazzi fossero quelli buoni e quali fossero quelli da evitare, ma non possedevano l’intuizione. La loro incapacità di prendere le decisioni migliori nella vita era presumibilmente correlata alla mancanza ditale facoltà, e ciò era dovuto alle lesioni cerebrali. Alla luce dei risultati ottenuti, i Damasio ritengono che l’area ventromediale della corteccia prefrontale faccia parte del sistema di immagazzinamento delle informazioni sulle ricompense e le punizioni ricevute in precedenza: informazioni successivamente utilizzate per stimolare le intuizioni che poi entrano a far parte dei normali processi decisionali delle persone. Tutto ciò ha senso, poiché è chiaro (intuitivamente’?) che l’intuizione è un pilastro indispensabile dell’edificio della creatività umana. Anche la scienza — compendio delle attività razionali umane — lo conferma. Infatti, mentre vanta di mettere obiettivamente alla prova ipotesi emerse da osservazioni accuratamente raccolte, non tiene conto del fatto che le ipotesi iniziali sono molto spesso il prodotto di un’intuizione, e non di un ragionamento verbalmente fondato. Uintuizione è dunque un mediatore indispensabile dei nostri processi di pensiero. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 191 Una differenza fondamentale negli atteggiamenti verso il mondo esterno fra le popolazioni attuali di cacciatori-raccoglitori e quelle che hanno adottato i modi di vita legati all’agricolturaNel suo recente Dominion: Can Nature and Culture Co-Exist?, il mio collega Niles Eldredge fa osservare che sembra esserci una differenza fondamentale negli atteggiamenti verso il mondo esterno fra le popolazioni attuali di cacciatori-raccoglitori e quelle che hanno adottato i modi di vita legati all’agricoltura. Per illustrare il proprio pensiero. Eldredge cita le osservazioni compiute dall’ antropologo Colin Turnbull sui BaMbuti, i pigmei della foresta dcll’ltuni, nello Zaire. Quando si allontanano da casa in cerca di cibo (o, più esattamente, per raccogliere sistematicamente cibo vegetale), invocano ad alta voce «Madre Foresta, Padre Foresta». Questo è stato interpretato da Eldredge come un segno emblematico della loro integrazione nell’ecosistema di cui fanno parte. I BaMbuti sanno sfruttare con grande abilità il proprio ambiente, ma la chiave interpretativa delloro rapporto con esso sta nel fatto che non tentano in alcun modo di modificarlo. Conoscono intimamente l’ecosistema in cui vivono e possiedono una conoscenza sorprendentemente dettagliata delle risorse disponibili, ma se ne sentono parte, sanno di esserne dipendenti e comprendono la natura ditale dipendenza. Questa consapevolezza si riflette non solo nella loro descrizione della foresta stessa, ma nelle spiegazioni che essi danno di sé e del proprio posto nella natura che li circonda. Qualcosa
di molto simile doveva valere anche per le numerose popolazioni di cacciatori-raccoglitori
che popolavano la caccia indiscriminata alle prede fino a provocarne la scomparsa, che forse fu dovuta alle straordinarie capacità umane, non equivale a un consapevole tentativo di modificare l’ambiente. Certamente nulla prova che le popolazioni del Magdaleniano non fossero paghe di vivere entro i confini dell’habitat, peraltro ricco, che era anche la loro casa. Possiamo discutere sull’arte magdaleniana, ma non vi è dubbio che, qualsiasi insieme di miti e di credenze abbia rappresentato, essa comprendeva, almeno implicitamente, il concetto che queste popolazioni fossero parte integrante del proprio habitat, il quale èquindi visto come un’entità molto più grande. Quanta diversità rispetto alle popolazioni sedentarizzate che praticavano l’agricoltura! Il concetto stesso di produzione agricola sottintende la modificazione di un ecosistema. Come Eldredge ha fatto osservare, il passaggio all’agricoltura ha comportato per la prima volta nella storia umana l’abbandono degli ecosistemi locali: «uscirc dal proprio ambiente», come ha detto lui stesso. E una volta fuori. l’uomo poté — anzi, forse dovette — acquisire una visione diversa del proprio posto nella natura, poiché ora il suo posto era, nel senso più proprio, fuori di essa. Un agricoltore non si guadagna la vita con l’accorto sfruttamento di ciò che la natura ha da offrire, ma deve invece combatterla e vincere le avversità ambientali valendosi delle proprie risorse tecnologiche. La battaglia può essere persa o vinta, ma è comunque la contrapposizione di due forze antitetiche. Per questi esseri, provvisti di tutte le capacità cognitive dell’uomo attuale, cominciare a piantare dei semi per reintegrare un’importante risorsa naturale non deve essere stato un gran passo, e a quanto sembra le cose andarono proprio così. Tattersal T., “Il cammino dell'uomo”, Garzanti, pag. 195 |