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Trevor-Roper H.
“Gli ultimi giorni di Hitler”
Facciamoci almeno due domande: in primo luogo, come riuscirono Hitler e il suo staff a impadronirsi del potere e a conservarlo? In secondo luogo, come giunsero a un solo passo dal vincere la guerra?
Il primo di tali interrogativi implica una riflessione sulla natura del potere dittatoriale.
Thomas Carlyle riteneva che il potere dovesse essere affidato senza restrizioni ai grandi uomini, eroi che erano essi stessi legge, non soggetti alle istituzioni o ai pregiudizi di esseri umani inferiori. Quando una nazione, pensava, aveva la fortuna di generare un grand’uomo, non doveva cercare di limitare l’espressione della sua grandezza; doveva anzi essere felice di assecondarne i disegni. Una tale dottrina, in un’epoca di depressione e di sconfitta, era musica per le orecchie del popolo ted’esco, che aveva ormai perso la fiducia nelle istituzioni politiche e nella propria capacità di farne uso. Ed era gradita anche a Hitler il quale, come abbiamo visto, ascoltava con egoistico compiacimento, chiuso nel bunker berlinese, la lettura di brani della Storia di Federico il Grande di Carlyle. Hitler, come Carlyle, credeva nella «grandezza storica», che reputava più importante della felicità e della sopravvivenza di un popolo; del resto, lui stesso si considerava un grande — e in questo certamente non si sbagliava; poiché è assurdo supporre che una persona in grado di provocare un simile subbuglio nel mondo sia di statura ordinaria. I tedeschi lo accolsero come il Messia tanto atteso, e nei giorni del suo trionfo gli offrirono in sacrificio le loro istituzioni politiche; perché non era in queste ultime che essi avevano fede, ma nell’uomo.
Ora, la dottrina di Carlyle, che la storia del nazismo ilustra con tanta efficacia, si basa su due premesse di dubbia validità: in primo luogo, che la «grandezza», o qualsiasi altro concetto puramente astratto, è desiderabile; in secondo luogo, che il carattere umano è costante — poiché si può affidare il potere assoluto a un grande uomo solo se le sue qualità rimangono «grandi». L’opposta teoria è riassunta nel celebre aforisma di lord Acton: «Il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto»; il potere non è soltanto l’efficace espressione di un carattere immutabile, ma può intaccare e alterare la personalità di chi lo esercita. La storia del nazismo non fa che confermare questa tesi.
Nei primi giorni del nazismo, Hitler fece mostra di un genio politico che oggi rischiamo di trascurare, ma di cui dovremmo invece serbare il ricordo. Il suo obiettivo fmale era infatti chiaro a coloro che non vollero ingaimarsi: egli mirava alla distruzione della civiltà europea attraverso l’instaurazione di un impero barbarico nell’Europa centrale — la terribile e duratura egemonia di un nuovo Gengis Khan:
«Un nuovo Medioevo» come lo definì Churchill «reso più sinistro, e forse più duraturo, dai lumi di una scienza per-versa». Ma dopo aver riconosciuto la natura bestiale della sua ambizione, dobbiamo concedere che si accinse a realizzarla con grande acume politico. Seppe individuare e sfruttare tutti i crudeli impulsi, le irrazionali credenze, gli atavici pregiudizi, le memorie e le paure di un popolo deluso; scoprì insomma una nuova tecnica di sfruttamento; e la utilizzò con abilità e audacia per raggiungere i propri fini. Il suo scopo era palese, la sua linea politica coerente, i suoi metodi diversi, duttili ed efficaci. Se i tedeschi ne avessero condiviso gli intenti, e se la teoria di Carlyle fosse stata corretta, essi avrebbero potuto ragionevolmente supporre (come troppi difatti fecero) che il Fùhrer avesse scoperto il segreto della politica, e che quelle istituzioni che limitavano e costringevano l’infallibile potere del nuovo Leviatano, il dio mortale, fossero soltanto gli idoli da immolare di una fede ormai abbandonata.
Negli anni 1938-41 Hitler ottenne i suoi successi più spettacolari; e a ogni vittoria il popolo tedesco offriva un nuovo sacrificio al suo altare finché, nel 1941, egli giunse a considerarsi infallibile. Con le sue annate a pochi chilometri da Mosca, salutato come il più grande genio militare di ogni tempo, Hitler ritenne di poter fare a meno dell’abilità politica, di quella pazienza e di quella capacità di mediazione che indicano, dopotutto semplicemente la consapevolezza di poter incorrere in una debolezza o in un errore. Ma Hitler non era più disposto a riconoscere una tale eventualità lo dimostrò nell’autunno del 1941, quando smobilitò quaranta divisioni e ordinò che l’industria si riconvertisse alla produzione di generi di consumo; e ancora nel dicembre dello stesso anno, quando dichiarò sconsideratamente guerra agli Stati Uniti, perché un’altra vittima potesse dare maggior lustro al suo inevitabile trionfo. L’abilità politica fu reputata superflua e accantonata; e le istituzioni che avrebbero potuto correggerlo, in caso di errore, subirono il medesimo destino.
È con il ricordo di questa storia passata che dobbiamo ora rivolgere lo sguardo agli ultimi giorni descritti nel libro. In essi vediamo le estreme, logiche conseguenze del sogno di Carlyle. Dopo il 20 luglio 1944, l’opposizione del262
l’esercito, l’unica e ultima opposizione interna alla Germania, era stata annientata. Il potere nazista era adesso assoluto, le istituzioni abolite, il distacco dalla pratica politica completo; ci troviamo così davanti a un nuovo scenario: una situazione in cui la politica invece di essere un accorto calcolo di forze, è divenuta l’espressione diretta di un potere indiscusso.
Le conseguenze sono ovvie. Non solo le personali bizzarrie di un unico uomo corrotto hanno un incontestato effetto politico: la formula hitleriana supremazia mondiale o rovina rischiava di diventare una reale linea di condotta, e il suo spirito distruttivo, se il mondo esterno fosse rimasto compatto, poteva riversarsi sulla Germania. Queste sono conseguenze che non dipendono dalla personalità. Benché talvolta si consideri la dittatura efficiente, e in certe condizioni può anche esserlo, la vera dittatura è per definizione incondizionata e implicitamente inefficiente. Il potere assoluto, senza istituzioni adeguate, non può essere esercitato centralmente, nemmeno da una divinità terrena; esso tende a frantumarsi in docili regni nelle mani di subalterni altrettanto assoluti. Inoltre questo dio, in quanto terreno, deve morire; e si presenta dunque il problema della successione. I candidati saranno inevitabilmente coloro che sono riusciti ad assicurarsi la più ampia o più efficace porzione di potere. E coloro che non possono aspirare alla successione, dovranno comunque attrezzarsi per sopravvivere sotto il successore. Dietro la facciata di generale consenso, tutte le dittature sono in larga misura centrifughe le regole di corte nascondono un’anarchia politica in cui gelosi feudatari, con i loro eserciti privati e il loro accesso ai fondi pubblici, tramano in segreto e talvolta combattono apertamente, per il rovesciamento o la conservazione del potere. In effetti, né le corti né i feudi sono culle di sagacia politica; e perciò gli ambiziosi talora falliscono miseramente nelle loro aspirazioni. I satrapi di Cromwell, dopo una breve lotta, si vendettero a un’autorità più tradizionale; e i bonzi di Hitler cospirarono assurdamente per un trono che non poteva avere successori. Le caratteristiche della moderna dittatura — la sua scrupolosa autosufficienza, il suo deliberato isolamento intellettuale — riducono ulteriormente la possibilità di intelligenza politica al suo interno: esse portano direttamente a quel paradiso degli sciocchi politico e intellettuale in cui personaggi quali Gòring, Goebbels e Himmler con le loro droghe e i loro profumi, il loro nichilismo e il loro misticismo, i loro adulatori e i loro astrologi, determinano la politica di una nazione, e idioti quali Ribbentrop, Schellenberg e Schwerin von Krosigk sono considerati degli esperti in affari esteri. Tornano alla mente i parassiti di corte dell’Impero romano di cui scrisse Giovenale: i tiri mancini della sorte — saltimbanchi ieri, arbitri di vita e di morte oggi, domani custodi delle latrine pubbliche.
Né l’intelligenza politica è l’unica vittima della mancanza di spirito critico implicita nel potere assoluto; il progresso tecnico, benché non si proponga scopi politici, si fonda anch’esso sulla libera contrapposizione di idee e metodi che l’indifferenziato mecenatismo di un regime dittatoriale deve negare. Ora che tutti i segreti della Germania sono stati svelati, il declino della scienza tedesca sotto il nazismo è emerso con chiarezza. Questo libro ne illustra un esempio; come poteva progredire la medicina se la direzione degli studi, l’assegnazione dei fondi, il giudizio sui risultati e le promozioni di merito dipendevano da ciarlatani corrotti come Morell e Conti, e dai pazzoidi fanatici delle SS? Lo stesso declino è evidente in campo militare. Hitler iniziò la guerra con un gruppo di generali addestrati all’efficienza nella più grande tradizione militare del mondo; la terminò con un pugno di nullità, e con se stesso. Può darsi che i futuri storici militari si interessino a Beck e Halder, Manstein e Rundstedt; ma è poco probabile che sprechino qualche parola su Keitel e Krebs, o anche su Kesselring e Schòrner. Ma cosa diranno di Hitler?
Si è soliti deridere il genio strategico di Hitler, certamente disastroso per la Germania; ma ancora una volta è necessario esaminare non solo l’esito finale, ma le fasi che lo precedettero. Dietro lo snobismo dei generali di professione, e attraverso la cortina di fumo del servilismo ufficiale, è possibile intuire come il talento militare di Hitler non fosse del tutto disprezzabile. Il suo grado di conoscenza e la sua sorprendente capacità di cogliere i dettagli sono stati universalmente, benché talora con riluttanza, riconosciuti; la sua forza di volontà, che alla fine condannò la Germania, talvolta ottenne dei risultati che i generali di professione, su basi puramente logistiche, ritenevano impossibili; e i suoi piani operativi meritano perlomeno di essere discussi. Ma le idee e i metodi di Hitler erano incostanti, imprevedibili. L’intuito che, in campo politico, scelse sia Speer sia Ribbentrop, in campo militare scelse Guderian e Keitel. L’azione correttiva della critica, il confronto tra opinioni e argomenti diversi, era essenziale per un genio tanto instabile; fu la scomparsa della critica, non gli errori impliciti nel suo pensiero, che rese infine la strategia di Hitler rovinosa quanto la sua politica. Coloro che, nei primi due anni di guerra, assistettero alle riunioni del suo Stato Maggiore, hanno descritto il suo diligente comportamento: sedeva in silenzio, solo di tanto in tanto ponendo delle domande e sollecitando delle opinioni, procedendo con cautela, e imparando ciò che poteva da quegli esperti che avrebbe voluto disprezzare ma segretamente temeva. Gradualmente però il successo gli diede sicurezza; la propaganda di Goebbels, l’adulazione di Keitel, alimentarono l’illusione di un potere incontestato; a nessuna opinione, a nessun fatto era consentito mettere in discussione i geniali dogmi strategici; com’era cambiato, alla fine, il tavolo delle riunioni! Hitler era sempre là, sempre la figura centrale, sempre l’autorità fondamentale; ma una muraglia cinese lo separava dalla realtà. Non ascoltava altre voci, ma gli echi della propria; perché nessuno dei cortigiani superstiti osava parlare, o conoscere la verità. Si interessava ancora di ogni dettaglio; spostava ancora battaglioni, reggimenti, intere armate, ma su un campo di battaglia immaginario. Stava preparando l’impossibile offensiva di Steiner, o schierando l’armata fantasma di Wenck.
Così, leggendo degli ultimi giorni dell’impero di Hitler, non dobbiamo dimenticare che essi furono gli ultimi, e che furono differenti dai primi; in caso contrario rischieremmo di trascurare l’insegnamento politico che ci offrono. Tuttavia, ricordiamoci che gli ultimi giorni erano presupposti nei primi.
Trevor-Roper H., “Gli ultimi giorni di Hitler”, Rizzoli, pag. 265
Questa concezione di Hitler come rara fenice nei millenni della storia, come fenomeno cosmico sfuggente alle leggi comuni, non era universalmente accettata in Germania. Non era accettata dai generali, quelle testarde, pratiche macchine militari. Per loro, Hitler non era niente di più di un ciarlatano dotato di un fascino straordinario, parecchio lontano, però, dalla loro concezione del genio. «Quando lavoravo con lui» osserva Halder, il più intelligente di quella casta «cercavo sempre delle manifestazioni di genio, facevo ogni sforzo per essere giusto e imparziale, e non lasciarmi fuorviare dall’antipatia personale. Non ho mai trovato qualcosa di geniale in lui; soltanto di diabolico.» Un solo uomo accettava quella tesi senza riserve, e tale accettazione costituì la base del suo successo. «A lunghi intervalli nella storia dell’umanità» scriveva «può occasionalmente accadere che il politico d’azione e il politico filosofo si ritrovino in una sola persona. Quanto più è intima l’unione, tanto maggiori sono le difficoltà politiche che sorgono. Un uomo simile non si affatica per realizzare quei finì che sono ovvi anche per l’ultimo filisteo: egli si protende verso mete che possono essere intraviste soltanto da pochi. La sua vita si svolge perciò tra l’odio e l’amore. Il malcontento della generazione presente, che non Io capisce, è in contrasto con il riconoscimento della posterità, per la quale egli anche lavora.»
L’autore di questo profilo è Hitler stesso. È un autoritratto che egli scrisse in prigione, assai prima di aver raggiunto quel potere cui agognava. Una fede assoluta nella propria missione messianica era forse l’elemento più importante della straordinaria forza della sua personalità, e tale fede sopravvisse per lungo tempo alle ragioni esterne che la giustificavano; e l’accettazione di questo mito persino da parte dell’intelligente Speer costituisce la miglior prova del suo potere.
Trevor-Roper H., “Gli ultimi giorni di Hitler”, Rizzoli, pag. 91