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Damasio, L’errore di Cartesio

I sentimenti finiscono con l’essere «qualificatori»

Nell’insieme, un sentimento è la “veduta” momentanea di una parte di quel paesaggio del corpo. Esso ha un contenuto specifico (lo stato del corpo) e specifici sistemi neurali di sostegno (il sistema nervoso periferico e le regioni del cervello che integrano i segnali correlati con la regolazione e la struttura del corpo). Poiché il senso di tale paesaggio del corpo è affiancato, nel tempo, alla percezione e alla reminiscenza di qualcos’altro che non è parte del corpo - un viso, una melodia, un aroma - i sentimenti finiscono con l’essere «qualificatori» di tale qualcos’altro. Ma c’è di più, nel sentimento. Come spiegherò più avanti, lo stato qualificante del corpo, positivo o negativo, è accompagnato e costruito da una corrispondente modalità di pensiero: veloce e ricca di idee, quando lo stato corporeo è nella fascia positiva, piacevole, dello spettro; lenta e ripetitiva, quando esso volge verso la fascia dolorosa.

In tale prospettiva, i sentimenti sono i sensori per l’accoppiamento - o il mancato accoppiamento - tra natura e circostanze. Per natura intendo sia quella che abbiamo ereditato come pacchetto di adattamenti geneticamente organizzati, sia quella che abbiamo acquisito nello sviluppo individuale, attraverso interazioni con l’ambiente fisico e sociale, in modo consapevole e voluto oppure no. I sentimenti, insieme con le emozioni da cui provengono, non sono un lusso: essi servono come guide interne, ci aiutano a comunicare agli altri significati che possono guidare anche loro. E i sentimenti non sono né inafferrabili né sfuggenti; contrariamente a quanto ritiene l’opinione scientifica tradizionale, essi sono altrettanto cognitivi quanto gli altri precetti. Sono il risultato di una straordinaria sistemazione fisiologica che ha fatto del cervello l’avvinto uditorio del corpo.

I sentimenti ci consentono di dare un’occhiata all’organismo in pieno fervore biologico, di cogliere un riflesso dei meccanismi della vita stessa nel loro operare.

Se non fosse per la possibilità di sentire stati del corpo che sono intrinsecamente consacrati a essere dolorosi o piacevoli, nella condizione umana non vi sarebbero sofferenza o beatitudine, brama o mercé, tragedia o gloria.

A prima vista, l’immagine qui proposta dello spirito umano può non essere intuitiva, né confortante. Nel tentativo di gettare luce sui complessi fenomeni della mente umana, rischiamo di degradarli e di perderli con la spiegazione; ma ciò accadrà soltanto se confonderemo un fenomeno con i componenti e i processi separati che possono ritrovarsi dietro la sua apparenza - e non è questo che voglio suggerire.

Scoprire che un particolare sentimento dipende dall’attività di un certo numero di specifici sistemi cerebrali in interazione con un certo numero di organi del corpo non sminuisce lo status di quel sentimento come fenomeno umano. Né l’angoscia né l’euforia che amore o arte possono portare con se risultano svalutate dal comprendere alcune delle miriadi di processi biologici grazie ai quali esse sono quel che sono. Dovrebbe essere vero proprio il contrario: il nostro senso di meraviglia dovrebbe aumentare, dinanzi agli intricati meccanismi che rendono possibile tale magia. I sentimenti formano la base di quello che da millenni gli esseri umani descrivono come lo spirito o l’anima dell’uomo.

Questo libro tratta anche un terzo argomento, collegato con i primi due: quello in base al quale il corpo, così come è rappresentato nel cervello, può costituire l’indispensabile cornice di riferimento per i processi neurali che noi avvertiamo come mente. Proprio il nostro organismo, piuttosto che qualche realtà esterna assoluta, è usato come riferimento base per le costruzioni che elaboriamo del mondo circostante e di quel senso di soggettività, sempre presente, che è parte integrante delle nostre esperienze; e le nostre azioni migliori e i pensieri più elaborati, le nostre gioie e i nostri dolori più grandi, tutti impiegano il corpo come riferimento.

Per quanto sulle prime possa sorprendere, la mente esiste dentro e per un organismo integrato: le nostre menti non sarebbero quello che sono se non fosse per l’azione reciproca di corpo e cervello - nel corso dell’evoluzione, durante lo sviluppo dell’individuo e nel momento presente. La mente dovette prima essere per il corpo, o non sarebbe potuta essere. Sulla base del riferimento che il corpo fornisce con continuità, la mente può allora avere a che fare con molte altre cose, reali e immaginarie.

Quest’idea si radica sui seguenti enunciati:

1) il cervello umano e il resto del corpo costituiscono un organismo non dissociabile, integrato grazie all’azione di circuiti regolatori neurali e biochimici interagenti (che includono componenti endocrini, immunitari e nervosi autonomi);

2) l’organismo interagisce con l’ambiente come un insieme: l’interazione non è del solo corpo né del solo cervello;

3) i processi fisiologici che noi chiamiamo «mente» derivano dall’insieme strutturale e funzionale, piuttosto che dal solo cervello: soltanto nel contesto dell’interagire di un organismo con l’ambiente si possono comprendere appieno i fenomeni mentali. Il fatto che l’ambiente sia, in parte, un prodotto dell’attività stessa dell’organismo semplicemente sottolinea la complessità delle interazioni che bisogna tenere in conto.

Quando si parla di cervello e di mente, non è consuetudine fare riferimento agli organismi. Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento potesse essere indipendente da quello del resto dell’organismo. Ma via via che studiavo i disturbi della memoria, del linguaggio e della ragione, presenti in numerosi esseri umani colpiti da lesioni al cervello, sempre più mi si imponeva l’idea che l’attività mentale - nei suoi aspetti più semplici come in quelli più alti - richiede sia il cervello sia il resto del corpo. Quest’ultimo, a mio avviso, fornisce al primo più che un puro sostegno e una modulazione: esso fornisce la materia di base per le rappresentazioni cerebrali.

E un’idea sostenuta da fatti; vi sono ragioni che la rendono plausibile e ragioni per le quali sarebbe bello se le cose stessero davvero così. Fra queste ultime, soprattutto la considerazione che la precedenza del corpo qui suggerita potrebbe gettar luce su una delle più tormentose domande che assillano gli esseri umani da quando hanno cominciato a indagare sulla mente: come avviene che siamo coscienti del mondo attorno a noi, che sappiamo ciò che sappiamo, che sappiamo di sapere?

Nella prospettiva dell’ipotesi accennata, amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene. L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 22

La mente del paziente Elliot

I test psicologici e neuropsicologici di tipo standard rivelarono un intelletto superiore. In ogni singolo subtest del WAIS, Elliot mostrò capacità superiori o pari alla media. Risultò superiore la memoria immediata per i numeri, la memoria verbale a breve termine e la memoria visiva per i disegni geometrici; risultò normale la capacità di richiamo ritardato di figure complesse e parole dall’elenco di Rey, e anche la sua prestazione nel Multilingual Aphasia Examination - una batteria di test che valuta diversi aspetti della produzione e della comprensione del linguaggio. Nel test standard di Benton per il giudizio di discriminazione di volti e di orientamento di linee, in quelli per l’orientazione geografica e la Costruzione di blocchi bi- e tridimensionali, la sua capacità di Costruzione e di percezione visiva risultò normale. Normale anche la copiatura di una figura complessa di Rey-Osterrieth.

ElIiot fornì prestazioni normali anche nei test di memoria che prevedevano procedure di interferenza. Uno di questi richiedeva di ricordare gruppi triconsonantici a distanza di tre, nove e diciotto secondi, dovendo nel contempo contare a ritroso; un altro, di ricordare gli elementi di un elenco dopo un intervallo di quindici secondi speso nell’eseguire calcoli. Per lo più, i pazienti con lesioni ai lobi frontali danno risposta anormale; Elliot rispose bene in entrambi i casi, con una precisione, rispettivamente, del 100 e del 95 per cento.

In breve, erano integre la capacità percettiva, la memoria del passato, la memoria a breve termine, l’apprendimento di nuovi contenuti, il linguaggio e la capacità aritmetica; anche l’attenzione, cioè la capacità di concentrarsi su un particolare contenuto mentale escludendo gli altri, e la memoria operativa, che è la capacità di tenere a mente informazione per un periodo di molti secondi e di operare mentalmente su tale informazione.

Di solito, i test della memoria operativa si eseguono nel dominio di parole o numeri, oggetti o loro caratteristiche: per esempio, a un soggetto si dice un numero telefonico e poi gli si chiede di ripeterlo immediatamente, a ritroso, saltando le cifre dispari.

Nel prevedere che Elliot sarebbe caduto nei test che servono a rivelare disfunzioni dei lobi frontali mi ero sbagliato: egli si rivelò intellettualmente integro, tanto che superò senza inciampi perfino i test speciali. Fu scelto il Wisconsin Card Sorting Test, che è il più usato di un piccolo gruppo di cosiddetti test per i lobi frontali: il soggetto deve scegliere da un mazzo di carte su cui sono riprodotte figure che possono essere suddivise in categorie - secondo il colore (per esempio, rosso o verde), la forma (stelle, cerchi, quadrati), il numero di elementi raffigurati (uno, due o tre elementi). Quando l’esaminatore cambia il criterio secondo il quale il soggetto sta scegliendo e ordinando le carte, questi deve accorgersene rapidamente e passare al nuovo criterio di selezione. Negli anni Sessanta, la psicologa Brenda Milner ha mostrato che spesso pazienti con lesioni alle cortecce prefrontali sono menomati, nell’esecuzione di tale compito; altri ricercatori ne hanno dato ripetute conferme. Tali pazienti tendono a fissarsi su un criterio, invece di adeguarsi opportunamente. Elliot ottenne un risultato che la maggior parte dei pazienti con lesioni ai lobi frontali non raggiunge: arrivò a sei categorie in settanta tornate, districandosi agevolmente nel compito senza alcuna differenza apparente rispetto a individui non menomati. Inoltre, egli ha mantenuto negli anni questo tipo di prestazione nel Wisconsin Test e in prove analoghe. In questa sua normalità è implicita la capacità di seguire e di lavorare con una memoria operativa, come pure una essenziale competenza logica e la capacità di cambiare assetto mentale.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 82

Domande per le quali non esiste una risposta precisa

Un altro indice di una funzione intellettuale superiore sovente compromessa in soggetti con lesioni ai lobi frontali è la capacità di compiere stime sulla base di conoscenze incomplete. Due ricercatori (Tim Shallice e M. Evans) hanno escogitato una prova per valutarla; la prova è costituita da domande per le quali non esiste una risposta precisa (salvo, forse, accettare una sequenza di banalità) e alle quali si può rispondere solo rievocando una varietà di fatti sconnessi e operando su questi con destrezza logica in modo da pervenire a un’inferenza efficace. Supponete, per esempio, che vi si chieda quante giraffe vi sono a New York, o quanti elefanti nello Iowa; dovrete considerare che nessuna delle due specie è indigena dell’America settentrionale, cosicché le si potrà trovare solo negli zoo o in parchi appositamente creati; poi dovrete passare in rassegna la pianta di New York e la carta dello Iowa, segnando in ciascuna quanti di tali insediamenti possono esservi; ricorrendo a un altro vostro deposito di conoscenze potrete determinare il probabile numero di giraffe e di elefanti per ogni sede; infine, fatti alcuni conti, arriverete a un risultato. (Io spero che voi possiate rispondere con un numero ragionevolmente approssimato, ma certo sarei sorpreso - e turbato - se conosceste il numero esatto). In sostanza, dovete produrre una stima accettabile, basata su frammenti sparsi di conoscenze non collegate; e dovete possedere una competenza logica normale, un’attenzione normale e una memoria operativa normale. Alla luce di tutto questo, allora, è interessante sapere che il sovente irragionevole Elliot fornì stime cognitive che rientravano nella gamma normale.

Fino ad allora Elliot era passato con successo attraverso la maggior parte delle prove a cui era stato sottoposto; ma ancora non aveva fatto alcun test di personalità, e io pensai che ciò fosse necessario. Quali probabilità c’erano che andasse bene nel principale di questi test, il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI)? Come avrete immaginato, Elliot risultò normale anche questa volta: egli fornì un profilo solido, una prestazione genuina.

Da tutti questi test, Elliot emergeva come un soggetto dotato di intelletto normale, ma non capace di decidere in modo appropriato, specie quando la decisione riguardava questioni personali o sociali. Era possibile che ragionare e decidere nel dominio personale e sociale fossero differenti dal ragionare e pensare in domìni riguardanti gli oggetti, lo spazio, numeri e parole? Dipendevano forse da processi e sistemi neurali differenti? Dovetti arrendermi alla circostanza che in laboratorio, con i tradizionali strumenti della neuropsicologia, si poteva misurare poco o nulla, nonostante i non piccoli cambiamenti che avevano fatto seguito alla sua lesione cerebrale. Altri pazienti avevano manifestato questo tipo di dissociazione, ma nessuno in modo così sconcertante per noi esaminatori. Dovevamo sviluppare nuovi criteri, se volevamo misurare una qualsiasi menomazione; e se volevamo dare una spiegazione soddisfacente delle sue anomalie di comportamento dovevamo abbandonare i motivi tradizionali: le impeccabili esecuzioni di Elliot erano lì a indicare che questi erano fuori causa.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 84

Ragionare e decidere

Per poter procedere all’esclusione di sottili deficit intellettuali, bisognava seguire molte strade. Era importante stabilire se Elliot ancora conosceva le regole e i princìpi di comportamento che giorno dopo giorno trascurava di rispettare. In altre parole, aveva perduto ogni conoscenza riguardante il comportamento sociale, per cui anche se dotato di normali meccanismi di ragionamento non sarebbe stato in grado di risolvere un problema? Oppure possedeva ancora quelle conoscenze ma non era più capace di metterle assieme ed elaborarle? Oppure ancora, era in grado di accedere alle conoscenze, ma non di operare su di esse e di compiere una scelta?

Questa fu un’indagine che compii con l’aiuto di uno dei miei studenti, Paul Eslinger. Cominciammo con il presentare a Elliot una serie di problemi riguardanti dilemmi etici e questioni finanziarie. Per esempio: trovandosi ad aver bisogno di denaro, sarebbe stato disposto a rubano, se ne avesse avuto l’occasione e anche la garanzia pressoché totale che non sarebbe stato scoperto? Oppure: essendo a conoscenza dell’andamento delle azioni della società X nell’ultimo mese, avrebbe venduto o comprato azioni? Elliot rispose come avrebbe risposto chiunque di noi del laboratorio. I suoi giudizi etici obbedivano a princìpi che tutti noi condividevamo; egli era ben consapevole di come le convenzioni sociali si applicassero a quei problemi. Anche le sue decisioni finanziarie suonavano ragionevoli. Non v’era nulla di particolarmente elaborato nelle domande che gli sottoponemmo; tuttavia fu significativo scoprire che egli non rispondeva in modo anormale. Dopo tutto, le sue prestazioni nella vita reale erano un seguito di violazioni nei domìni abbracciati da quei problemi; la discrepanza tra le omissioni della vita reale e la normalità di laboratorio prospettava ancora un’altra sfida.

La risposta l’avrebbe trovata più tardi il mio collega Jeffrey Saver, studiando il comportamento di Elliot in una serie di prove di laboratorio, controllate, riguardanti convenzioni sociali e valori morali.

La prima ditali prove riguardava la formazione di scelte per l’azione; il test era concepito per misurare la capacità di escogitare soluzioni alternative per ipotetici problemi sociali. Posto di fronte a quattro situazioni sociali imbarazzanti, presentate verbalmente, per ognuna il soggetto deve produrre (e descrivere con parole) differenti opzioni di risposta. In un caso, ad esempio, il protagonista rompe un vaso di fiori di una sposa, e gli si chiede di indicare quali azioni potrebbe compiere perché la sposa non si adiri. Per stimolare soluzioni diverse, si impiega una serie standard di domande del tipo:

“Che cos’altro si potrebbe fare?”. Poi si registra il numero di soluzioni pertinenti e distinte concepite dal soggetto, sia prima sia dopo la sollecitazione. Rispetto a un gruppo di controllo, Elliot non fece rilevare alcun deficit nella sua prestazione, sia per numero di soluzioni pertinenti esposte prima della sollecitazione, sia per numero totale di soluzioni pertinenti, sia per indice di pertinenza.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 87

“E dopo tutto questo, io ancora non saprei che cosa fare!”

Mentre la prestazione di Elliot era in accordo con l’alto punteggio ottenuto nei test convenzionali per la memoria e l’intelletto, essa contrastava nettamente con il deficit di capacità decisionale che egli mostrava nella vita di ogni giorno. Come mai? Noi spiegammo la vistosissima divergenza sulla base di varie differenze tra le condizioni e le esigenze imposte da tali prove e quelle presenti nella vita reale. Proviamo ad analizzare queste differenze.

Salvo che per l’ultima prova, non era richiesto di fare una scelta tra le varie opzioni: era sufficiente evocarle, ed evocarne le possibili conseguenze. In altre parole, era sufficiente ragionare sul problema, ma non era necessario che il ragionamento sostenesse una decisione. In questa prova, una prestazione normale dimostrava l’esistenza di conoscenza sociale e la possibilità di accedervi, ma nulla diceva riguardo al processo o alla scelta stessa. La vita reale, invece, sa come forzarvi a scegliere, e se non cedete a questa pressione potete rimanere indecisi proprio come Elliot.

Niente potrebbe illustrarlo meglio delle parole dello stesso Elliot; al termine di una sessione nella quale aveva esposto un gran numero di opzioni per l’azione, tutte fondate e attuabili, egli si aprì in un sorriso, manifestamente soddisfatto della propria ricca immaginazione, ma aggiunse: “E dopo tutto questo, io ancora non saprei che cosa fare!”.

Anche se avessimo impiegato test che richiedessero a Elliot di fare una scelta a ogni voce, le condizioni ancora sarebbero state diverse dalle circostanze della vita reale: egli avrebbe avuto a che fare con l’originario insieme di vincoli e non con quelli, nuovi, scaturiti a partire da una data risposta iniziale. Nella “vita reale”, per ogni scelta fatta corrispondere da Elliot a una data situazione vi sarebbe stata una risposta che avrebbe modificato la situazione, richiedendo un’ulteriore serie di scelte; ciò avrebbe portato a un’altra risposta ancora, e alla richiesta di un’altra serie di scelte, e così via. In altre parole, dalle prove di laboratorio era assente l’imprecisata, ininterrotta e sempre aperta evoluzione che caratterizza le situazioni della vita reale. Lo studio di Jeffrey Saver, però, aveva lo scopo di valutare status e accessibilità della base di conoscenze, non il processo di ragionamento e di decisione.

Bisogna notare anche altre differenze tra la vita reale e le prove di laboratorio. In queste ultime, la cornice temporale degli eventi considerati era compressa, anziché realistica. In alcune circostanze, l’elaborazione in tempo reale può richiedere di tenere a mente l’informazione (per esempio, rappresentazioni di persone, oggetti o scene) per intervalli di tempo prolungati, specialmente se emergono nuove opzioni e nuove conseguenze da confrontare. Inoltre, nelle nostre prove le situazioni - e le domande al riguardo - erano presentate pressoché esclusivamente attraverso il linguaggio. Ma la vita reale il più delle volte ci si para davanti con una più ampia mescolanza di materiale figurativo e linguistico: di fronte a noi si presentano persone e oggetti; vedute, suoni, odori; scene di intensità variabile; e ogni forma di narrazione, verbale o figurata, che noi vi creiamo attorno.

Comunque, a parte queste carenze, avevamo pur fatto qualche progresso. I risultati suggerivano con forza che non bisognava attribuire il deficit decisionale di Elliot a scarsità di conoscenza sociale, o a difficoltà di accesso a tale conoscenza, o ad una menomazione elementare del ragionamento; né, ancora meno, a un deficit elementare dell’attenzione o della memoria operativa riguardante l’elaborazione

della conoscenza fattuale necessaria per prendere decisioni nel dominio personale e in quello sociale. Il deficit appariva collocarsi agli stadi più avanzati del ragionamento, in prossimità o in corrispondenza del punto in cui deve essere fatta la scelta o deve emergere la risposta. Insomma, era in un punto avanzato del processo che qualcosa non andava per il verso giusto. Elliot era incapace di scegliere in modo efficace, o poteva non scegliere affatto, o scegliere malamente. Si ricordi come fosse solito deviare da un compito assegnatogli e sprecare ore in minuzie. Posto di fronte a un compito, ciascuno di noi deve ogni volta selezionare correttamente il cammino da seguire tra le molte opzioni che si prospettano, se non vuoi mancare il bersaglio. Elliot non era più in grado di scegliere quei cammino, e noi dovevamo scoprire il perché.

Adesso ero certo che Elliot avesse molto in comune con Phineas Gage. In entrambi, i difetti del comportamento sociale e della capacità di decidere erano compatibili con una normale base di conoscenza sociale, e con funzioni neuropsicologiche di ordine superiore che erano state preservate: ad esempio la memoria convenzionale, il linguaggio, l’attenzione di base, e inoltre la memoria operativa e il ragionamento di base. Si aggiunga che ero certo che in Elliot il deficit si accompagnasse a una riduzione della reattività emotiva e del sentimento. (Con ogni probabilità, il deficit emotivo era presente anche in Gage, ma le testimonianze rimasteci non ci permettono di affermano con sicurezza. Considerati l’uso di un linguaggio scurrile e l’ostentazione della propria miseria, possiamo dedurne quanto meno che gli mancava ogni senso di imbarazzo). Sospettavo anche che il deficit di emozione e sentimento non fosse un innocente spettatore, casualmente vicino al deficit del comportamento sociale; l’alterazione delle emozioni probabilmente contribuiva al problema. Cominciai a pensare che la freddezza del ragionare di Elliot gli impedisse di assegnare valori differenti a opzioni differenti, rendendo il paesaggio del suo processo decisionale irrimediabilmente piatto. Poteva anche darsi che la medesima freddezza rendesse il suo paesaggio mentale troppo mutevole e instabile per il tempo occorrente a operare la selezione delle risposte: in altre parole, forse c’era un deficit modesto anziché basilare della memoria operativa, capace di alterare il resto del processo di ragionamento necessario per fare emergere una decisione. Comunque sia, il tentativo di comprendere sia Elliot sia Gage prometteva un accesso alla neurobiologia della razionalità.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 93

Pazienti privi di una teoria della propria mente e della mente di coloro con cui interagiscono

Ad esempio un paziente non riuscì mai a tenere un posto di lavoro: ogni volta, dopo alcuni giorni di obbedienza perdeva interesse per l’attività assegnatagli, arrivando perfino a commettere furti o a mostrarsi riottoso. Qualsiasi scostamento dalla routine consueta riusciva facilmente a frustrano e poteva causare un’esplosione di malumore, anche se in genere egli era piuttosto remissivo e gentile. (Di lui si diceva che avesse i modi cortesi che definiscono «la compitezza di un maggiordomo inglese”). Gli interessi sessuali erano deboli ed egli non ebbe mai relazioni sentimentali. Il suo comportamento era stereotipato, privo di immaginazione e di iniziativa; né sembrava influenzato da premi o punizioni. Nessun passatempo preferito, nessuno sviluppo di capacità professionali. La memoria era capricciosa: cadeva in difetto in situazioni nelle quali ci si aspetterebbe il verificarsi di qualche forma di apprendimento, e poi d’improvviso poteva rivelarsi brillante in qualche settore marginale - per esempio, aveva una conoscenza minuziosa dei diversi modelli di automobile. Non era mai felice, né triste; tanto il piacere quanto il dolore sembravano, in lui, di breve durata.

Il paziente di Hebb e Penfleld e quello di Ackerly e Benton avevano in comune alcuni tratti della personalità. Rigidi e ostinati nel loro modo di accostarsi alla vita, erano entrambi incapaci di organizzare la propria attività futura e di mantenere un’occupazione rimunerativa; mancavano di creatività e di originalità; avevano la tendenza a vantarsi e a presentare un quadro favorevole di sé; mostravano modi in generale corretti ma stereotipati; erano meno capaci di altri di provare piacere e di reagire al dolore; le loro pulsioni sessuali e l’istinto di esplorazione erano ridotti; mostravano assenza di deficit motori, sensori o di comunicazione, mentre l’intelligenza complessiva rientrava nella gamma di quanto ci si poteva attendere in base alloro retroterra culturale. Si presentano di continuo equivalenti moderni di tali casi, e in tutti quelli che io ho potuto osservare le conseguenze sono simili. Per storia clinica e per comportamento sociale, questi pazienti ricordano quello di Ackerly e Benton. Un modo per descrivere il loro disagio è affermare che mai essi riesCOnO a costruire una teoria adeguata della propria persona o del ruolo sociale della propria persona nella prospettiva del passato e del futuro; e quel che non possono costruire per sé non possono nemmeno crearlo per gli altri. Sono privi di una teoria della propria mente e della mente di coloro con cui interagiscono.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 103

L’anosognosia: il «ripudio» della infermità

Chi non abbia dimestichezza con l’anosognosia potrebbe pensare che il «ripudio» della infermità sia «psicologicamente” motivato, cioè che sia una reazione adattativa alla precedente afflizione. Posso affermare con sicurezza che non è così. Si consideri la disgrazia speculare, cioè il caso in cui è paralizzato il lato destro del corpo anziché quello sinistro; questi pazienti di solito non presentano anosognosia, e anche se spesso sono gravemente menomati nell’uso del linguaggio, e possono soffrire di afasia, hanno piena cognizione dello stato in cui versano. Inoltre, alcuni pazienti colpiti da una paralisi devastante sul lato sinistro, causata però da un quadro di danni cerebrali diverso da quello che provoca paralisi e anosognosia, possono avere mente e comportamento normali e rendersi conto della propria menomazione. Riassumendo: la paralisi del lato sinistro causata da un particolare quadro di danni cerebrali è accompagnata da anosognosia; la paralisi del lato destro causata da un quadro speculare di danni cerebrali non è accompagnata da anosognosia; la paralisi del lato sinistro causata da modalità di lesione cerebrale diverse da quelle associate all’anosognosia non è accompagnata da mancanza di consapevolezza. L’anosognosia, quindi, si verifica sistematicamente in caso di lesione a una particolare regione del cervello e solo a quella, in pazienti i quali possono apparire, a chi non abbia dimestichezza con il mistero della neurologia, più fortunati di quelli che sono sia paralizzati per metà sia menomati nel linguaggio. Il «ripudio» della infermità è il risultato della perdita di una particolare funzione cognitiva, dipendente da un particolare sistema cerebrale che può essere leso da un colpo apoplettico o da varie malattie neurologiche.

L’anosognosico tipico deve essere posto di fronte alla propria manifesta menomazione perché sappia che c’è qualcosa che non va, in lui. Ogni volta che interrogavo la mia paziente DJ sulla sua paralisi (completa) al lato sinistro, mi rispondeva invariabilmente cominciando con l’affermare che i suoi movimenti erano del tutto normali, che forse una volta erano stati menomati, ma che ora non lo erano più. Se le chiedevo di muovere il braccio sinistro, inerte, cominciava a cercarlo con gli occhi e dopo avervi gettato lo sguardo mi domandava se davvero volevo che «quello» si muovesse «da sé”. Io le rispondevo di sì, e allora DJ prendeva nota visivamente dell’assenza di qualsiasi movimento dell’arto, aggiungendo che «non sembrava far molto, da sé”; poi, per mostrarsi collaborativa, suggeriva: «Posso muoverlo con la mano destra”.

L’incapacità di sentire la menomazione in modo automatico e rapido, e per via interna, attraverso il sistema sensoriale dell’organismo, nei casi gravi di anosognosia non scompare mai; in quelli più blandi può essere mascherata. Ad esempio, un paziente può avere il ricordo visivo dell’arto immobile e dedurne che c’è qualcosa che non va, in quella parte del corpo. Oppure il paziente può ricordare le innumerevoli dichiarazioni, fatte dai suoi parenti e dal personale medico, secondo cui c’è una paralisi, c’è un’infermità e quindi no, non è tutto normale. Affidandosi a tale sorta di informazione ottenuta dall’esterno, uno dei nostri più intelligenti soggetti anosognosici continua a dire: «Una volta, avevo quel problema”, oppure: «Una volta, lo trascuravo”; e naturalmente la situazione non è cambiata. La mancanza di aggiornamento diretto sulla condizione reale dell’organismo e della persona non si può definire in altro modo che stupefacente. (Purtroppo, nelle discussioni sull’anosognosia, la sottile distinzione tra consapevolezza diretta e consapevolezza indiretta del proprio stato da parte del paziente va spesso perduta, o è male interpretata. Per una delle poche eccezioni, si veda A. Marcel).

Nei pazienti affetti da anosognosia, non meno impressionante della dimenticanza degli arti infermi è la manifesta assenza di ogni preoccupazione per il proprio stato, l’assenza di emozione, il fatto che, interrogati al riguardo, essi riferiscono di una assenza di sentimenti. La notizia che hanno subìto un attacco grave, che c’è un forte rischio di ulteriori disturbi cerebrali o cardiaci, o che sono colpiti da un cancro esteso giunto ormai a toccare il cervello - insomma, la notizia che la loro vita non sarà più come prima - di solito è accolta con animo sereno, talvolta con macabro umorismo, mai però con angoscia o tristezza, con lacrime o rabbia, con disperazione o panico. E importante sapere che una notizia comparabilmente cattiva data a un paziente con lesioni speculari a carico dell’emisfero sinistro provoca reazioni del tutto normali. In pazienti anosognosici non si riesce a trovare emozione e sentimento, e questo è forse l’unico aspetto felice della loro condizione, per ogni altro verso tragica. Forse non è sorprendente che la loro capacità di fare programmi per il futuro, o di prendere decisioni riguardo alla sfera personale e a quella sociale, sia profondamente menomata. La paralisi rappresenta forse il minore dei loro mali.

In uno studio sistematico di pazienti affetti da anosognosia, il neunopsicologo Steven Anderson ha confermato quanto sia ampia la gamma dei deficit, e ha dimostrato che i pazienti sono incuranti della propria situazione e delle relative conseguenze quanto lo sono della paralisi che li ha colpiti. Molti appaiono incapaci di prevedere la verosimiglianza di esiti infausti; se e quando riescono a prevederli sembrano incapaci di provarne sofferenza. Di certo non sono in grado di costruire una teoria adeguata di ciò che sta capitando loro, di ciò che potrà capitare nel futuro, di ciò che gli altri pensano sul loro conto. Non meno significativo è il fatto che non si rendono conto di quanto sia inadeguato il loro stesso teorizzare. Quando l’immagine di sé è compromessa a tal punto, può essere impossibile aver coscienza che i pensieri e le azioni di quel sé non sono più normali.

I pazienti affetti dal tipo di anosognosia appena descritto presentano lesioni all’emisfero destro. Abbozzare una caratterizzazione completa dei correlati neuroanatomici dell’anosognosia è un progetto ancora in corso, tuttavia si può dire questo: è leso un gruppo selezionato di cortecce cerebrali del lato destro note come somatosensitive (dal greco soma, corpo; al sistema somatosensitivo fanno capo sia le sensazioni esterne di tatto, temperatura, dolore, sia quelle interne di posizione delle articolazioni, stato dei visceri, dolore) e che comprendono le cortecce dell’insula di Reil, le aree citoarchitettoniche 3, 1, 2 della regione parietale e l’area 82, anch’essa parietale, nella profondità della scissura di Silvio. (Si osservi che ogni qual volta io uso il termine «somatico” o somatosensitivo» ho in mente il soma, o corpo, in senso generale, e mi riferisco a tutti i tipi di sensazioni corporee, incluse quelle dei visceri). La lesione colpisce anche la sostanza bianca dell’emisfero destro, distruggendo l’interconnessione tra le regioni citate, che ricevono segnali da tutto il corpo (muscoli, articolazioni, organi interni), e la loro interconnessione con il talamo, i gangli basali e le cortecce motorie e prefrontali. Una lesione parziale al sistema a più componenti qui descritto non provoca il tipo di anosognosia di cui sto trattando.

Da molto tempo, la mia ipotesi di lavoro è che le aree cerebrali in mutua comunicazione entro la regione dell’emisfero destro lesa nell’anosognosia probabilmente producono, attraverso le loro interazioni cooperanti, la mappa più completa e integrata dello stato presente del corpo che sia disponibile per il cervello.

Il lettore potrebbe chiedersi perché mai tale mappa sia sbilanciata verso l’emisfero destro, e non bilaterale: in fin dei conti, il cervello consta di due metà quasi simmetriche. La risposta è che nella specie umana come nelle specie non umane le funzioni sembrano essere spartite in modo non simmetrico tra i due emisferi cerebrali, per ragioni che probabilmente sono legate al bisogno di avere un solo controllore finale, e non due, quando si arriva a dovere scegliere un atto o un pensiero. Se entrambi i lati avessero pari voce in capitolo, riguardo all’esecuzione di un movimento, alla fine si potrebbe avere un conflitto: la mano destra potrebbe interferire con quella sinistra, riducendo la possibilità di produrre schemi coordinati di movimento, nei casi in cui fosse implicato più di un arto. Per un certo numero di funzioni, le strutture di un emisfero devono avere un vantaggio: tali strutture sono chiamate dominanti.

L’esempio meglio conosciuto di dominanza è quello che riguarda il linguaggio. In oltre il 95 per cento degli individui - inclusi molti mancini - il linguaggio dipende in larga misura dalle strutture dell’emisfero sinistro. Un altro esempio di dominanza (questa volta a favore dell’emisfero destro) riguarda il senso integrato del corpo, per il quale la rappresentazione dello stato dei visceri, da una parte, e dall’altra la rappresentazione dello stato degli apparati muscoloscheletrici di arti, tronco e capo convergono in una mappa dinamica coordinata. Si osservi che questa non è una mappa unica e continua, ma piuttosto una interazione e coordinazione di segnali di mappe separate. In tale disposizione, i segnali riguardanti entrambi i lati (sinistro e destro) del corpo trovano il loro terreno d’incontro più ampio, nell’emisfero destro, nei tre settori corticali somatosensitivi indicati in precedenza. E significativo che la rappresentazione dello spazio extrapersonale, come pure i processi dell’emozione, implichino una dominanza dell’emisfero destro. Ciò non vuoi dire che le strutture equivalenti dell’emisfero sinistro non rappresentino il corpo (o anche lo spazio, se è per questo); vuoi dire però che le rappresentazioni sono differenti: quelle dell’emisfero sinistro probabilmente sono parziali e non integrate.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 113

Uno stato neurobiologico continuamente ricreato

Il sé non è il famigerato omuncolo, l’esserino racchiuso entro il nostro cervello che percepisce ed elabora pensieri sulle immagini formate dal cervello; è, piuttosto, uno stato neurobiologico continuamente ricreato. Anni di giustificati attacchi alla teoria dell’omuncolo hanno reso molti teorici altrettanto timorosi verso il concetto di sé; ma non vi è alcun bisogno che il sé neurale sia omuncolare. Quel che dovrebbe turbare, in realtà, è l’idea di una cognizione priva del sé.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 154

Immagazzinamento di immagini e formazione di immagini per richiamo

Le immagini non sono immagazzinate come copie in facsimile di oggetti, o eventi, o parole, o frasi; il cervello non incasella foto polaroid di persone, cose, paesaggi; non archivia nastri registrati di musiche e discorsi, né fumati di episodi della nostra vita; non serba al proprio interno fogli promemoria e lucidi come quelli che son soliti usare i politici. In breve, sembra proprio che non vi siano immagini depositate in permanenza di alcunché, neppure miniaturizzate: né microfiche né microfilm né copie stampate. Nel corso della propria esistenza, ciascuno di noi acquisisce una marea di conoscenze, cosicché qualsiasi tipo di archiviazione porrebbe insormontabili problemi di capacità: se il cervello fosse assimilabile a una biblioteca, come una biblioteca presto verrebbe a trovarsi in difetto di scaffali. Inoltre, l’archiviazione di copie presenta di solito non facili problemi di efficienza dell’accesso, quando occorre ritrovarle. Per esperienza diretta tutti sappiamo che quando vogliamo richiamare un dato oggetto, o volto, o scena, non otteniamo la riproduzione identica, ma piuttosto un’interpretazione, una versione ricostruita di fresco dell’originale. Inoltre, le versioni del medesimo originale si modificano con il passare degli anni e il mutare dell’esperienza, e nessuna è compatibile con una rigida rappresentazione in copia: è un’osservazione che lo psicologo inglese Frederic Bartlett fece già qualche decennio addietro, quando fu il primo a sostenere che la memoria è essenzialmente ricostruttiva.

E però negare che nel cervello possano esistere figure permanenti di alcunché contrasta con la sensazione, comune a tutti, che in effetti noi possiamo evocare, nell’occhio - o nell’orecchio - della mente, approssimazioni di immagini delle quali abbiamo fatto esperienza. Né ciò è contraddetto dalla circostanza che tali approssimazioni non sono precise, o sono meno vivide delle immagini che intendono riprodurre.

Si può pensare di dare risposta a questo problema osservando che le immagini mentali sono costruzioni momentanee, tentativi di riprodurre configurazioni di cui si è fatta esperienza, tali che la probabilità di una riproduzione precisa è bassa, ma quella di una riproduzione sostanziale può essere più o meno alta, a seconda delle circostanze in cui esse furono apprese e vengono richiamate. La permanenza di queste immagini evocate nella coscienza è in genere transitoria; spesso, poi, sono imprecise o incomplete, anche se possono sembrare buone copie.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 154

Specificità dell’apparato neurale dietro le emozioni

L’emozione è frutto del combinarsi di un processo valutativo mentale, semplice o complesso, con le risposte disposizionali a tale processo, per lo più dirette verso il corpo, che hanno come risultato uno stato emotivo del corpo, ma anche verso il cervello stesso (i nuclei neurotrasmettitoni del midollo allungato), che hanno come risultato altri cambiamenti mentali. Si noti che per il momento escludo dall’emozione la percezione di tutti i cambiamenti che costituiscono la risposta emotiva: riservo il termine sentimento all’esperienza ditali cambiamenti.

Lo studio di lesioni cerebrali circoscritte ha permesso di stabilire la specificità dei sistemi neurali preposti all’emozione. Nel mio schema, una lesione del sistema limbico menoma l’elaborazione dell’emozione primaria, mentre una lesione delle cortecce prefrontali compromette l’elaborazione dell’emozione secondaria. Roger Sperry e i suoi collaboratori (tra questi Joseph Bogen, Michael Gazzaniga, Jerre Levy ed Eran Zaidel) hanno determinato un interessante correlato neurale dell’emozione umana: le strutture dell’emisfero cerebrale destro mostrano, nei soggetti umani, un coinvolgimento preferenziale nell’elaborazione di base delle emozioni. Altri ricercatori (Howard Gardner, Kenneth Hcilman, Joan Borod, Richard Davidson e Guido Gainotti) hanno aggiunto altri risultati a conferma di una dominanza dell’emisfero destro per quanto riguarda l’emozione.” Le ricerche in corso nel mio laboratorio in generale avvalorano l’idea di una asimmetria nel processo emotivo, ma indicano anche che le asimmetrie non riguardano in ugual misura tutte le emozioni.

È possibile misurare il grado di specifìcità neurale dei sistemi preposti all’emozione esaminando quanto ne è menomata l’espressione. Quando un colpo apoplettico distrugge la corteccia motoria nell’emisfero sinistro del cervello, causando paralisi del lato destro del volto, i muscoli non possono agire e la bocca viene tirata verso il lato che si muove normalmente: chiedere al paziente di aprire la bocca e mostrare i denti serve solo ad accentuare l’asimmetria. Ma quando il paziente sorride o ride spontaneamente, accade qualcosa di affatto diverso: il sorriso è normale, entrambi i lati della faccia si muovono in modo corretto e l’espressione è del tutto naturale, uguale a quella che il paziente avrebbe mostrato, nel sorridere, prima della paralisi. Si vede, quindi, che il controllo motorio di una sequenza di movimenti legata a un’emozione non fa capo allo stesso sito del controllo di un atto volontario; il primo tipo di movimento è innescato in un sito cerebrale diverso, anche se il teatro del movimento - il volto e la sua muscolatura - è lo stesso nei due casi.

Il risultato opposto si può constatare considerando un paziente nel quale un colpo abbia leso il cingolato anteriore nell’emisfero sinistro. A riposo, o in un movimento correlato a un’emozione, il volto è asimmetrico, meno mobile sul lato destro che sul sinistro; ma se il soggetto cerca di contrarre volontariamente i muscoli facciali, i movimenti vengono compiuti in modo normale e si ripristina la simmetria. Il controllo del movimento connesso con l’emozione, quindi, proviene dalla regione del cingolato anteriore, da altre cortecce limbiche (nel lobo temporale mediano) e dai gangli basali: un danno o una disfunzione di tali regioni provocano una paralisi facciale cosiddetta inversa o emotiva.

Il mio mentore Norman Geschwind, il neurologo di Harvard il cui lavoro gettò un ponte tra l’èra classica e l’èra moderna della ricerca sulla mente e sul cervello negli esseri umani, amava fare osservare che la ragione per la quale ci riesce difficile sorridere in modo normale all’invito del fotografo sta nel fatto che egli ci chiede di controllare in modo volontario i muscoli facciali impiegando la corteccia motoria e il suo tratto piramidale. (Questo nome designa il massiccio insieme di assoni che scaturisce dalla corteccia motoria primaria - area 4 di Brodmann - e scende a innervare i nuclei del midollo allungato e del midollo spinale che attraverso i nervi periferici controllano i movimenti volontari). In tal modo produciamo quello che Geschwind soleva chiamare un «sorriso piramidale”. Non ci è facile imitare quello che il cingolato anteriore può fare senza sforzo; non disponiamo di un’agevole via neurale per esercitare un controllo volontario sul cingolato anteriore. Per sorridere in modo «naturale” non ci si offrono molte alternative: o imparare a farlo, oppure avere qualcuno che ci solletichi o che ci racconti una buona storiella. La carriera degli attori professionisti e degli uomini politici dipende da questa semplice, irritante condizione posta dalla neurofsiologia.

Ai primi, il problema è noto da tempo; ne sono scaturite tecniche differenti. Alcuni (uno per tutti: Laurence Olivier) si affidano all’abile creazione, sotto il controllo della volontà, di un insieme di movimenti che suggeriscono in modo credibile l’emozione. Attingendo a una minuziosa conoscenza di come le emozioni (la loro espressione) appaiono all’osservatore esterno, e al ricordo di come ci si sente, di solito, quando si verificano tali cambiamenti, i grandi attori di questa scuola simulano con determinazione. Il fatto che pochi vi riescano è una misura delle difficoltà che la fisiologia del cervello frappone sulla loro strada.

Un’altra tecnica, esemplificata dal metodo di recitazione di Lee Strasberg e Elia Kazan (The Method, ispirato dal lavoro di Konstantin Stanislavskij), si basa sulla capacità dell’attore di generare un’emozione, cioè di cercarla anziché simularla. L’esito può essere più convincente e coinvolgente, ma richiede talento e maturità particolari, per reggere le briglie dei processi automatici liberati dall’emozione reale.

Fu Darwin il primo a notare (in L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, pubblicato nel 1872) la differenza tra le espressioni facciali delle emozioni genuine e di quelle simulate. Darwin era a conoscenza delle osservazioni compiute un decennio prima da Guillaume-Benjamin Duchenne sulla muscolatura coinvolta nel sorriso e sul tipo di controllo occorrente per muoverla. Duchenne arrivò a determinare che un sorriso di autentica gioia richiede la contrazione combinata, involontaria, di due muscoli: lo zigomatico maggiore e l’orbicolare dell’occhio; egli scoprì inoltre che il secondo poteva essere mosso solo in modo involontario: non v’era alcuna possibilità di farlo agire volontariamente. A metterlo in azione, secondo l’espressione di Duchenne, erano «le dolci emozioni dell’animo”. Quanto allo zigomatico maggiore, può essere attivato sia involontariamente sia volontariamente: è questa la strada giusta per i sorrisi di convenienza.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 205

Sentimenti delle emozioni e sentimenti di fondo

Che cos’è un sentimento? Perché non uso i termini «emozione” e «sentimento” in modo intercambiabile? Una ragione è che, sebbene sentimento” abbia una connotazione assai vicina a quella di «emozione”, ne differisce (soprattutto in inglese, feeling) per la sua origine da sentire soprattutto tattile e quindi mentre tutte le emozioni generano sentimenti, in un soggetto sveglio e vigile, vi sono stati d’animo o

sensazioni che chiamiamo ancora sentimenti ma che non traggono origine da emozioni. Chiamerò sentimenti delle emozioni i primi e sentimenti di fondo i secondi, che tratterò alla fine del capitolo. Comincerò con l’esaminare i sentimenti delle emozioni, e per questo ritornerò allo stato emotivo dell’esempio discusso prima. Tutti i cambiamenti che un osservatore esterno può individuare, e molti altri che non sono individuabili dall’esterno (come l’accelerazione del battito cardiaco o la contrazione dell’intestino), voi li percepite internamente; tutti vengono segnalati in continuazione al cervello attraverso i terminali nervosi che al cervello convogliano impulsi provenienti dalla pelle, dai vasi sanguigni, dai visceri, dai muscoli volontari, dalle articolazioni, ecc.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 206

Un sentimento dipende dalla giustapposizione di un’immagine del corpo all’immagine di qualcosa d’altro

L’essenza del sentire un’emozione è l’esperienza di tali cambiamenti in giustapposizione alle immagini mentali che hanno dato avvio al ciclo. In altre parole, un sentimento dipende dalla giustapposizione di un’immagine del corpo all’immagine di qualcosa d’altro, come ad esempio l’immagine visiva di un volto o l’immagine uditiva di una melodia. Il substrato di un sentimento è completato dai cambiamenti dei processi cognitivi che sono simultaneamente indotti da sostanze neurochimiche (per esempio da neurotrasmettitoni in svariati siti neurali, come risultato dell’attivazione di nuclei trasmettitori che era parte dell’iniziale risposta emotiva).

Qui occorre fare due precisazioni. La prima riguarda il termine giustapposizione” introdotto più sopra: io l’ho scelto perché ritengo che l’immagine del corpo compaia dopo che l’immagine del «qualcos’altro” è stata formata e mantenuta attiva, e perché le due immagini rimangono neuralmente separate (come ho suggerito nel paragrafo sulle immagini del cap. 5). In altre parole, si ha una combinazione piuttosto che una mistura, e potrebbe essere appropriato usare il termine sovrapposizione per indicare ciò che sembra accadere alle immagini del corpo e al «qualcosa d’altro” nella nostra esperienza integrata.

L’idea che il caratterizzato” (un volto) e il «caratterizzante» (lo stato corporeo giustapposto) siano combinati, ma non fusi, aiuta a spiegare perché è possibile sentirsi depressi anche quando si pensa a persone o situazioni che non significano in alcun modo tristezza o perdita, o sentirsi di buon umore senza alcuna ragione immediata che lo spieghi. Gli stati caratterizzanti possono essere inattesi, e qualche volta sgraditi; la loro motivazione psicologica può essere non visibile o inesistente, scaturendo il processo in un cambiamento fisiologico che è psicologicamente neutro. In termini neurobiologici, i caratterizzanti inesplicabili affermano la relativa autonomia dell’apparato neurale che agisce dietro le emozioni; ma essi ci ricordano anche che esiste un ampio dominio di processi non consci, in parte riconducibili a una spiegazione psicologica ma in parte no.

L’essenza della tristezza o della felicità è la percezione di certi stati del corpo combinata con quella dei pensieri - quali che siano - a cui essi sono giustapposti, e integrata da una modificazione - in modi e in efficienza - del processo di pensiero. In genere, poiché sia il segnale dello stato corporeo (positivo o negativo) sia la modalità e l’efficienza della cognizione sono stati innescati dallo stesso sistema, essi tendono a concordare. (Però la concordanza tra segnale dello stato corporeo e modalità cognitiva può essere infranta, sia negli stati normali sia in quelli patologici). Con gli stati corporei negativi, la generazione di immagini è lenta, esse differiscono poco e il ragionamento è inefficiente; con gli stati positivi, la generazione di immagini è rapida, esse sono molto differenziate e il ragionamento può essere veloce - anche se non necessariamente efficiente. Quando gli stati corporei negativi si ripetono spesso, o nel caso di un forte stato negativo, come accade nella depressione, aumenta la quota di pensieri che è probabile siano associati a situazioni negative, e il modo e l’efficienza del ragionamento ne soffrono. La prolungata esaltazione propria degli stati maniacali produce l’effetto opposto. William Styron, in Un’oscurità trasparente, rievoca la propria depressione scrivendo che l’essenza ditale stato era un tormentoso senso di dolore «intimamente apparentato al soffocamento, all’essere sommersi - ma anche queste immagini non colgono il segno”, e bene descrive lo stato concomitante dei suoi processi cognitivi: “In tali occasioni il pensiero razionale di solito non c’era, nella mia mente; da qui trance. Non riesco a pensare altro termine più adatto a tale modo di essere, una condizione di stupore indifeso nella quale la cognizione era rimpiazzata da quella “angoscia positiva e attiva”» (quest’ultima definizione era stata usata da William James per descrivere la propria, di depressione).

Seconda precisazione: ho detto quali possono essere, secondo me, i costituenti essenziali di un sentimento dal punto di vista cognitivo e neurale, e solo ulteriori indagini chiariranno se sono nel giusto. Io non ho spiegato, però, come noi sentiamo un sentimento. Il punto di partenza necessario è ricevere un ampio insieme di segnali sullo stato corporeo nelle opportune regioni cerebrali; ma ciò non è sufficiente. Come ho suggerito parlando delle immagini, per l’esperienza del sentimento è anche necessaria una correlazione della rappresentazione in atto del corpo con le rappresentazioni neurali che costituiscono il sé. Un sentimento relativo a un oggetto particolare si basa sulla soggettività della percezione dell’oggetto, della percezione dello stato corporeo che essa produce e della percezione dei mutamenti di modalità ed efficienza dei processi di pensiero che vi si accompagnano.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 213

Sentimenti di fondo

E’ il collegamento tra un contenuto cognitivo intricato e una variazione di un profilo di stato corporeo preorganizzato che ci consente di provare le gradazioni del rimorso, dell’imbarazzo, della Schadenfreude, della rivendicazione, ecc.

A mio giudizio vi è però una varietà di sentimento che ha preceduto le altre nell’evoluzione: quello che io chiamo sentimento di fondo perché ha origine da stati corporei “di fondo” anziché da stati emotivi. Non è il Verdi delle grandi passioni né lo Stravinskij dell’emozione intellettualizzata, ma piuttosto un minimalista per toni e ritmo, il sentimento della vita stessa, il senso di essere. Io spero che questa nozione possa essere utile, nelle future analisi della fisiologia dei sentimenti.

I sentimenti di fondo presentano una gamma più ristretta dei sentimenti emotivi descritti più sopra, e non sono né troppo positivi né troppo negativi, anche se possono essere percepiti come estremamente piacevoli o spiacevoli. Sono questi, con tutta probabilità, e non quelli emotivi, i sentimenti di cui facciamo più frequente esperienza nel corso della vita. Di un sentimento di fondo abbiamo solo una sottile consapevolezza; quanto basta, comunque, per essere in grado di riferire istantaneamente sulla sua qualità.

Varietà di sentimenti

Sentimenti di emozioni universali di base

Sentimenti di emozioni universali sottili

Sentimenti di fondo

Non è quello che proviamo quando una gioia autentica non ci fa stare più nella pelle, o quando siamo abbattuti per la perdita di un amore: entrambe queste azioni corrispondono a stati emotivi del corpo. Un sentimento di fondo, invece, corrisponde allo stato corporeo che prevale tra le emozioni. Quando sentiamo felicità, rabbia o un’altra emozione, il sentimento di fondo è stato rimpiazzato da un sentimento emotivo. Il sentimento di fondo è la nostra immagine del paesaggio corporeo quando questo non è agitato da emozioni, e non è il concetto di umore (mood) che può renderlo con precisione, anche se ad esso è collegato. Quando i sentimenti di fondo rimangono dello stesso tipo per ore e giorni, e non cambiano con il flusso e il riflusso dei contenuti del pensiero, allora l’insieme dei sentimenti di fondo probabilmente contribuisce al formarsi di un umore: buono, cattivo, indifferente.

Basta provare a immaginare come si starebbe senza sentimenti di fondo perché cada ogni dubbio sulla nozione così introdotta. Io affermo che senza quei sentimenti il nucleo stesso della rappresentazione del sé sarebbe infranto. Provo ora ad argomentare la mia affermazione.

Come ho indicato, le rappresentazioni degli stati corporei presenti avvengono in molteplici cortecce somatosensitive dell’insula e delle regioni parietali, e anche nel sistema limbico, nell’ipotalamo e nel midollo allungato. Sia nell’emisfero destro sia in quello sinistro, queste regioni sono coordinate da connessioni di neuroni, con l’emisfero destro che prevale sul sinistro. C’è ancora molto da scoprire sui modi precisi delle connessioni in tale sistema (purtroppo questo è uno dei settori in cui lo studio del cervello dei Primati mostra maggiori lacune), ma sembra chiaro quanto segue: su un ampio numero di strutture in posizioni sia corticali sia subcorticali si distribuisce una rappresentazione composita, simultanea, degli stati corporei in atto. Una quota significativa dell’input proveniente dallo stato dei visceri va a terminare in strutture che si potrebbero definire prive di proiezione in mappe”, anche se moltissimi input dei visceri sono proiettati almeno quanto basta per consentirci di scoprire dolore o malessere in aree identificabili del tronco o degli arti. E certamente vero che le mappe che formiamo per i visceri sono meno precise di quelle che formiamo per il mondo esterno; ma l’assenta vaghezza e gli esempi di errore di proiezione sono stati molto esagerati, per lo più invocando fenomeni quali il «dolore riferito» (ad esempio, provare dolore all’addome o al braccio sinistro durante un infarto miocardico, o dolore sotto la scapola destra quando la cistifellea è infiammata). Quanto all’input proveniente da muscoli e articolazioni, esso va a finire in strutture topograficamente proiettate su mappe.

Oltre alle mappe dinamiche, “in linea”, del corpo, ve ne sono altre, in certo modo più stabili, della struttura generale del corpo, che probabilmente rappresentano propriocezione (senso dei muscoli e delle articolazioni) e interocezione (senso dei visceri) e che costituiscono la base della nostra nozione di immagine del corpo. Tali rappresentazioni sono «fuori linea”, o disposizionali, ma possono essere attivate nelle cortecce somatosensitive topograficamente organizzate, fianco a fianco con la rappresentazione in linea degli stati corporei presenti, per dare un’idea di quel che il nostro corpo tende a essere, anziché di quel che è al momento. Il già menzionato fenomeno dell’arto fantasma offre la prova migliore di questo tipo di rappresentazione. Dopo avere subìto un’amputazione chirurgica, alcuni pazienti immaginano che l’arto mancante sia ancora al suo posto, e sono perfino capaci di percepire modificazioni immaginarie dello stato dell’arto che non c e: un movimento particolare, dolore, caldo o freddo, ecc. Io lo spiego così: in assenza di input in

linea proveniente dall’arto mancante, prevale l’input in linea proveniente da una rappresentazione disposizionale di tale arto: cioè la ricostruzione attraverso il processo di richiamo di un ricordo acquisito in precedenza.

Forse coloro i quali credono che, in condizioni normali, assai poco dello stato corporeo si presenti alla coscienza vorranno ripensarci. E’ vero che noi non siamo in ogni momento consapevoli di ogni parte del nostro corpo, poiché le rappresentazioni di eventi esterni (attraverso la vista, l’udito, il tatto), come pure di immagini generate internamente, riescono a distrarci dalla rappresentazione continua, e continuamente in corso, del corpo. Ma il fatto che il punto focale dell’attenzione sia solitamente altrove - là dove più è necessaria per un comportamento adattativo - non significa che la rappresentazione del corpo sia assente; ed è facile averne conferma, quando l’improvviso insorgere di dolore o di un piccolo disturbo torna a focalizzare su di essa l’attenzione. Il senso del corpo è, di fondo, continuamente presente, anche se si può non accorgersene, dal momento che esso rappresenta non una parte specifica di qualcosa del corpo, ma piuttosto uno stato complessivo di quasi tutto ciò che vi è in esso. Tale inarrestabile rappresentazione sempre in corso dello stato corporeo è quella che vi consente di reagire prontamente alla specifica domanda: «Come si sente?» con una risposta che in effetti fa riferimento al vostro sentirvi più o meno bene. (Si noti che la domanda non è il semplice «Come va?”, alla quale si può sbrigativamente rispondere in modo garbato senza dire alcunché sul proprio stato fisico). Lo stato di fondo del corpo è sotto osservazione continua; perciò è interessante chiedersi che cosa accadrebbe se all’improvviso scomparisse; se, interrogati su come vi sentite, scopriste di non sapere alcunché riguardo a tale stato.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 219

Le emozioni ci fanno intravedere che cosa accade nella nostra carne, allorché un’immagine momentanea di questa è affiancata alle immagini di altri oggetti e situazioni. Per giustapposizione, le immagini corporee conferiscono alle altre immagini una qualità - di buono o di cattivo, di piacere o di dolore.

Per me i sentimenti hanno uno status davvero privilegiato. Essi sono rappresentati a molti livelli neurali, incluso quello neocorticale, dove essi sono i corrispettivi neuroanatomici e neurofisiologici di tutto ciò che può essere colto dagli altri canali sensoriali. Però, a motivo dei loro inestricabili legami con il corpo, essi vengono prima, nello sviluppo, e serbano un primato che pervade la nostra vita mentale. Dal momento che il cervello è l’avvinto uditorio del corpo, i sentimenti risultano vincitori tra pari. Inoltre, dal momento che ciò che viene prima costituisce un quadro di riferimento per ciò che viene dopo, i sentimenti hanno voce in capitolo sul modo in cui il resto del cervello e la cognizione svolgono i propri compiti. La loro influenza è immensa.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 228

Il processo del sentimento

Quali sono i processi neurali mediante i quali noi sentiamo uno stato emotivo, o uno stato di fondo? Con precisione non lo so; credo di avere un inizio di risposta, ma non sono sicuro del resto. La questione del come sentiamo si fonda sulla nostra comprensione della coscienza - che non è argomento di questo libro, e su cui è bene essere prudenti. Possiamo, però, porci il problema, e scartare le risposte che non possono funzionare, indicando dove si potrà, in futuro, trovare qualche spiraglio.

La risposta che chiama in gioco la neurochimica delle emozioni è falsamente soddisfacente: non basta avere scoperto le sostanze chimiche coinvolte per spiegare in qual modo sentiamo. Si sa da tempo che vi sono sostanze chimiche in grado di modificare emozioni e stati d’animo: alcool, narcotici e una schiera di agenti farmacologici possono cambiare il nostro modo di sentire. La ben nota relazione tra chimica e sentimenti ha preparato sia gli scienziati sia il pubblico alla scoperta che l’organismo produce sostanze chimiche capaci di provocare effetti simili. Così, oggi è largamente accettata l’idea che le endorfine siano la morfina del cervello e possano facilmente alterare il modo in cui ci sentiamo, il modo in cui sentiamo il dolore e anche il mondo esterno; lo stesso può dirsi per l’idea che effetti simili possano avere i neurotrasmettitoni dopamina, norepinefnina e serotonina, come pure i neuromodulatori peptidici.

Attenzione, però: sapere che una data sostanza chimica (prodotta all’interno o all’esterno del corpo) provoca un certo sentimento non equivale a conoscere il meccanismo per cui ciò avviene. Sapere che una data sostanza agisce su certi sistemi, in certi circuiti e recettori e in certi neuroni, non spiega perché ci si sente felici o tristi. Si è stabilita una relazione funzionale tra la sostanza, i sistemi, i circuiti, i recettori, i neuroni e il sentimento, ma essa non ci dice come si passi dall’uno all’altro: è solo l’inizio di una spiegazione. Se sentirsi felici o tristi corrisponde in buona misura a un cambiamento della rappresentazione neurale degli stati corporei in atto, allora la spiegazione richiede che le sostanze chimiche agiscano sulle fonti di quelle rappresentazioni, cioè il corpo stesso e i vari livelli di circuiti neurali i cui schemi di attività rappresentano il corpo. Comprendere la neurobiologia del sentimento richiede necessariamente la comprensione del sentimento. Se sentirsi felici o tristi corrisponde anche, in parte, ai modi cognitivi secondo cui i pensieri stanno operando, allora la spiegazione richiede anche che la sostanza chimica agisca sui circuiti che generano e manipolano immagini: il che è come dire che ridurre la depressione a un enunciato sulla disponibilità di serotonina o di norepinefnina in generale (enunciato molto popolare, nei giorni e nell’epoca del Prozac) è intollerabilmente rozzo.

Un’altra risposta ingannevole, pur se appare soddisfacente, è quella che identifica il sentimento con la rappresentazione neurale di quello che accade nel paesaggio del corpo in un dato momento. Purtroppo ciò non basta: bisogna scoprire in quale modo le rappresentazioni del corpo, costantemente e appropriatamente modulate, divengono soggettive, in quale modo divengono parte del sé che le possiede. Come spiegare questo processo in termini neurobiologici, senza ricorrere alla comoda storiella dell’omuncolo che percepisce la rappresentazione?

Mi sembra necessario, quindi, oltre la rappresentazione neurale dello stato corporeo, postulare almeno due importanti componenti nei meccanismi neurali sottesi dal sentimento: il primo, che si presenta agli inizi del processo è descritto più avanti; il secondo, che è tutt’altro che diretto, ha a che fare con il sé, e viene trattato nel capitolo 10.

Perché sia possibile sentire in un certo modo riguardo a una persona o ad un evento, occorre che il cervello abbia un mezzo per rappresentare il legame causale tra quella persona o evento e lo stato corporeo, meglio se in modo non equivoco: come dire che nessuno desidera collegare un’emozione - positiva o negativa - con la persona o con la cosa sbagliata. Ci accade spesso di fare collegamenti impropri, ad esempio quando associamo una persona, un oggetto o un luogo a un corso sfavorevole di eventi; su questi legami infondati, che qualcuno cerca di evitare, si basa ad esempio la superstizione: un cappello sul letto porta sfortuna, e così pure un gatto nero che ci attraversi la strada; passare sotto una scala attira guai, ecc. Quando tale improprio accostamento di emozione (paura) e oggetto arriva a dominare, ne consegue un comportamento fobico. (Questo vale anche per il versante simmetrico, e non meno fastidioso, del comportamento fobico: quando si esagera nell’associare emozioni positive a persone, oggetti o luoghi, troppo spesso e in modo indiscriminato, si può arrivare a sentirsi più rilassati e bendisposti del giusto, e si può finire come Pollyanna).

Questo senso di un preciso legame causa-effetto può scaturire da attività in zone di convergenza che compiono una mediazione, in un verso e nell’altro, tra segnali corporei e segnali riguardanti l’entità che provoca l’emozione. Le zone di convergenza operano come un mediatore terzo» usando le connessioni di retroazione e di feedforward con le sorgenti di input. Nella configurazione da me proposta gli attori sono:

una rappresentazione esplicita dell’entità causativa;

ancora una rappresentazione dello stato corporeo presente;

una rappresentazione in terza persona.

In altre parole: l’attività cerebrale che segnala una certa entità e in via transitoria forma una rappresentazione topograficamente organizzata nelle opportune cortecce sensitive di ordine inferiore; l’attività cerebrale che segnala cambiamenti dello stato corporeo e in via transitoria forma una rappresentazione topograficamente organizzata nelle cortecce somatosensitive di ordine inferiore; una rappresentazione, ubicata in una zona di convergenza, che riceve segnali da questi primi due siti di attività cerebrale mediante connessioni neurali di feedforward. Questa rappresentazione in terza persona tutela l’ordine di successione dell’attività cerebrale.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 231

L’IPOTESI DEL MARCATORE SOMATICO

 

Ragionamento e decisione

“Noi non pensiamo quindi affatto al presente; e se ci pensiamo, è solo per prendere lumi per predisporre l’avvenire”. Queste sono parole di Pascal, ed è facile vedere quanta percezione egli avesse della virtuale non esistenza del presente, essendo noi rosi dall’abitudine di usare il passato per pianificare ciò che verrà poi, tra un momento o in un futuro lontano. Ragionamento e decisione riguardano tale incessante, onnicomprensivo processo di creazione; questo capitolo riguarda una frazione delle sue possibili basi neurobiologiche.

Può essere corretto affermare che lo scopo del ragionare è decidere, e che l’essenza del decidere è scegliere una possibile risposta, cioè un’azione non verbale, una parola, una frase - o una loro combinazione - tra le molte disponibili al momento e in rapporto con una situazione data. Ragionamento e decisione sono così intrecciati che spesso si usano i due termini in modo intercambiabile; Philip Johnson-Laird ha colto quest’intreccio con la frase:

«Per decidere, giudicate;

per giudicare, ragionate;

per ragionare, decidete su che cosa ragionare».

Inoltre, i due termini per solito implicano che chi decide conosca:

a) la situazione che richiede una decisione;

b) le differenti possibili scelte di azione (risposte);

c) le conseguenze di ciascuna ditali scelte (esiti) nell’immediato e in tempi futuri.

La conoscenza esiste nella memoria sotto forma di rappresentazione disposizionale e può essere resa accessibile alla coscienza in versioni sia linguistica sia non linguistica, pressoché simultaneamente.

I due termini implicano anche che chi decide possegga qualche strategia logica per produrre inferenze efficaci sulla base delle quali scegliere un’adeguata risposta, e che siano operanti i processi di sostegno che il ragionamento richiede. Tra questi ultimi si citano di solito l’attenzione e la memoria operativa, ma nemmeno un accenno si fa all’emozione o al sentimento, e quasi nulla si dice del meccanismo mediante il quale si genera un repertorio di opzioni diverse tra cui scegliere.

Se ne desume che non tutti i processi biologici che culminano nella scelta di una risposta rientrano nell’àmbito del ragionamento e della decisione quali li abbiamo definiti. I seguenti esempi serviranno a illustrare questo punto.

Primo esempio: si consideri quello che accade quando il livello degli zuccheri nel sangue si abbassa e i neuroni dell’ipotalamo rilevano questo calo. Vi è una situazione che richiede un azione; vi è un know-how fisiologico iscritto nelle rappresentazioni disposizionali dell’ipotalamo; vi è infine, iscritta in un circuito neurale, una «strategia” per selezionare una risposta, consistente nell’istituire una condizione di fame che alla fine porterà il soggetto a mangiare. Ma il processo non coinvolge alcuna conoscenza dichiarata, alcun dispiegamento esplicito di opzioni e conseguenze, alcun meccanismo conscio di inferenza, fino al momento in cui il soggetto diviene consapevole di essere affamato.

Come secondo esempio, si consideri quel che accade quando si fa un movimento brusco per schivare un oggetto che cade. Vi è una situazione (l’oggetto che cade) che richiede un’azione immediata; vi sono opzioni d’azione (scansarsi o no), ognuna delle quali comporta conseguenze diverse. Ma per scegliere la risposta non si adotta una conoscenza conscia (esplicita), né una strategia di ragionamento conscia. La conoscenza richiesta era conscia, la prima volta in cui si è appreso che un oggetto che cade può ferire, e che evitarlo o fermano è meglio che esserne colpiti; poi l’esperienza fatta con tali scenari, via via che si cresceva, ha fatto sì che il cervello accoppiasse in modo fermo lo stimolo agente con la risposta più vantaggiosa. Ora, la “strategia” di scelta della risposta consiste nell’attivare il forte legame tra stimolo e risposta, così che l’attuazione di quest’ultima avviene in modo automatico e rapido, senza sforzo o deliberazione, anche se si può volontariamente tentare di prepararla.

Il terzo esempio mette assieme una varietà di casi radunabili in due gruppi. Il primo comprende la scelta di una carriera; di chi amare o assistere; la decisione di volare o no quando c’è minaccia di tempeste; la decisione di come votare, o di come investire i propri risparmi; di perdonare o no una persona che ci ha fatto del male, o - per il governatore di uno Stato - di commutare la pena di un detenuto recluso nel braccio della morte. Quanto al secondo gruppo di esempi, per la maggior parte degli individui esso comprenderebbe il ragionamento che accompagna la costruzione di una nuova macchina, o la progettazione di un nuovo edificio, o la risoluzione di un problema matematico, la composizione di un brano musicale o la stesura di un libro, o il giudicare se una nuova proposta di legge si accorda o contrasta con lo spirito o la lettera di un emendamento alla Costituzione.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 237

Un sistema di automatica

qualificazione delle previsioni che opera valutando i più diversi scenari del prevedibile futuro

I marcatori somatici sono esempi speciali di sentimenti generati a partire dalle emozioni secondarie. Quelle emozioni e sentimenti sono stati connessi, tramite l’apprendimento, a previsti esiti futuri di certi scenari. Quando un marcatore somatico negativo è giustapposto a un particolare esito futuro, la combinazione funziona come un campanello d’allarme; quando invece interviene un marcatore positivo, esso diviene un segnalatore di incentivi.

Qui sta l’essenza dell’ipotesi; ma per coglierne appieno la portata è opportuno procedere nella lettura: si scoprirà, ad esempio, che all’occorrenza i marcatori somatici possono operare celati (cioè senza emergere alla coscienza), e possono utilizzare un anello «come se”.

Essi non deliberano per noi; assistono il processo illuminando alcune opzioni (pericolose o promettenti) ed eliminandole presto dall’analisi successiva; li si può vedere come un sistema di automatica qualificazione delle previsioni che opera - lo si voglia o no - valutando i più diversi scenari del prevedibile futuro che si prospetta. Li si può immaginare come dispositivi che attribuiscono un “segno”. Ad esempio, supponete che vi si prospetti un investimento ad altissimo rischio, ma che potrebbe comportare un guadagno insolitamente alto, e che vi si chieda di approvano o rifiutarlo in un tempo assai breve, e mentre siete distratti da altri problemi analoghi. Se il pensiero di procedere a tale investimento è accompagnato da uno stato somatico negativo, ciò contribuirà a farvi respingere quell’investimento e vi costringerà a un esame più minuzioso delle sue conseguenze potenzialmente nocive: lo stato negativo connesso con il futuro bilancia la seducente prospettiva di una rimunerazione fonte e immediata.

La descrizione del marcatore somatico è, cosi, compatibile con la nozione che il comportamento personale e sociale efficace richiede che gli individui si formino “teorie” adeguate della propria e delle altrui menti. Su tale base è possibile prevedere quali teorie gli altri si stanno formando delle proprie, di menti; e ciò con una precisione e una minuziosità che sono ovviamente essenziali quando ci si avvicina a una decisione critica in una situazione sociale. Ancora, immenso è il numero degli scenari in esame, e la mia idea è che i marcatori somatici (o qualcosa di simile) assistano il processo di cernita entro tale ricchezza di particolari - anzi, essi riducono il bisogno di cernita perché forniscono una rilevazione automatica dei componenti dello scenario che è più probabile siano rilevanti. Dovrebbe risultare così evidente l’associazione tra processi cosiddetti cognitivi e processi chiamati «emotivi».

La descrizione generale qui esposta si applica anche alla scelta di azioni che hanno conseguenze immediate negative ma che generano esiti futuri positivi: ad esempio, tollerare sacrifici oggi per ottenere qualche beneficio più avanti. Supponete che, per dare una svolta positiva alle fortune della vostra azienda in declino, voi e i vostri lavoratori dobbiate accettare da subito una riduzione degli stipendi e insieme un cospicuo aumento del numero di ore di lavoro. La prospettiva immediata è poco piacevole, ma il pensiero di un vantaggio futuro crea un marcatore somatico positivo, e ciò vince la tendenza a decidere contro l’opzione immediatamente penosa. Il marcatore somatico positivo, che è innescato dall’immagine di un esito futuro buono, deve costituire la base per l’accettazione di una scelta spiacevole come premessa di un potenziale miglioramento. Altrimenti, resta inspiegabile come si possano accettare la chirurgia, il jogging, gli studi universitari o la scuola di medicina... Per pura forza di volontà? E come spiegare, allora, la forza di volontà? Questa attinge alla valutazione di una prospettiva.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 247

C’è un meccanismo biologico che effettua la preselezione

Dice il matematico Henni Poincaré:

“Cos’è la creazione matematica? Essa non consiste nel produrre nuove combinazioni di entità matematiche già note; questa è cosa che chiunque potrebbe fare, ma le combinazioni così prodotte sarebbero in numero infinito, e per lo più prive di ogni interesse. Creare consiste esattamente nel non produrre combinazioni inutili e nel produrre quelle che sono utili, e che sono una piccola minoranza. L’invenzione è discernimento, scelta.

«Ho spiegato in precedenza come si operi tale scelta: i fatti matematici degni di essere studiati sono quelli che, in virtù della loro analogia con altri fatti, sono capaci di condurci alla conoscenza di una legge matematica, proprio come i fatti sperimentali ci portano alla conoscenza di una legge fisica. Sono quelli che ci rivelano parentele insospettate tra altri fatti, già noti da tempo, ma erroneamente creduti estranei gli uni agli altri.

«Tra le combinazioni scelte, le più feconde spesso saranno quelle formate da elementi tratti da domìni assai distanti. Non intendo, con questo, che per l’invenzione basti mettere assieme oggetti quanto più possibile disparati: la maggior parte delle combinazioni così formate sarebbe del tutto sterile. Ma alcune di queste combinazioni, molto rare, sono le più fruttuose.

«Ho detto che inventare è scegliere; ma il termine, forse, non è completamente esatto. Esso fa pensare a un acquirente dinanzi al quale si dispieghi un gran numero di esemplari e che li esamini, l’uno dopo l’altro, per operare una scelta. Nel nostro caso gli esemplari sarebbero così numerosi che non basterebbe una vita intera, per esaminarli tutti. In realtà le cose non stanno così. Le combinazioni sterili neppure si presentano, alla mente dell’inventore. Mai, nel dominio della sua coscienza, si manifestano combinazioni che non siano davvero utili, salvo alcune che egli rigetta ma che hanno qualche apparenza di utilità. Le cose procedono come se l’inventore fosse un esaminatore di secondo grado, incaricato di interrogare soltanto i candidati che hanno già superato un precedente esame».

La prospettiva di Poincaré è simile a quella da me suggerita. Non è necessario applicare il ragionamento all’intero campo delle possibili opzioni, poiché ha luogo una preselezione - a volte celata, a volte aperta. C’è un meccanismo biologico che effettua la preselezione, esamina i candidati e consente solo ad alcuni di presentarsi all’esame finale. E si noti che la mia proposta vale, prudenzialmente, per il

dominio personale e per quello sociale (per i quali vi sono elementi a sostegno), anche se le parole di Poincaré suggeriscono che potrebbe essere estesa ad altri domini.

Qualcosa di analogo ha sostenuto il fisico e biologo Leo Szilard: «Lo scienziato creativo ha molto in comune con l’artista e con il poeta. Pensiero logico e capacità analitica sono attributi necessari dello scienziato, ma non bastano certo per un lavoro creativo. Nella scienza, le intuizioni che hanno portato a un progresso non sono logicamente derivate da conoscenze preesistenti: i processi creativi su cui si basa il progresso della scienza operano al livello del sub-conscio”. Jonas Salk ha sviluppato con solide argomentazioni il medesimo punto di vista, proponendo che la creatività poggi su un “amalgama di intuizione e ragione”.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 265

Pazienti che non sanno più scegliere

Sto parlando con un paziente per fissare la sua prossima venuta in laboratorio, e gli suggerisco due date, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Il paziente tira fuori l’agenda e comincia a scorrerla. Il comportamento che segue (e del quale possono testimoniare diversi ricercatori, che erano presenti alla scena) è straordinariamente interessante. Per quasi mezz’ora il mio paziente va avanti a elencare ragioni pro e contro la scelta dell’una o dell’altra data: precedenti impegni, altri appuntamenti in ora troppo ravvicinata a quella della visita, evoluzione delle condizioni meteorologiche - tutto, o quasi, quello che si potrebbe ragionevolmente pensare a proposito di un appuntamento. Con la stessa imperturbabilità mostrata guidando sul ghiaccio, e poi riferendo l’episodio al quale aveva assistito, egli ora ci conduce attraverso una spossante analisi costi/benefici, una descrizione interminabile e uno sterile confronto di opzioni e di possibili conseguenze. Ci vuole un enorme sforzo di autocontrollo per stare ad ascoltarlo senza picchiare un pugno sul tavolo e gridargli di smetterla; alla fine, riusciamo a interromperlo e a suggerirgli, con calma, di venire nel secondo dei due giorni possibili. Con altrettanta calma, e con prontezza, egli risponde: “Va bene”, si rimette in tasca l’agendina e se ne va.

Ecco un bell’esempio dei limiti della ragione pura; e anche un bell’esempio delle dannose conseguenze che comporta la mancanza di meccanismi automatici di decisione. Un meccanismo automatico di marcatore somatico sarebbe stato certo d’aiuto al paziente, e per diverse ragioni. Per cominciare, gli avrebbe consentito un migliore inquadramento generale del problema. Nessuno avrebbe speso tanto tempo a esaminare la questione, giacché un dispositivo automatico di marcatore somatico avrebbe aiutato a svelare la natura infruttuosa e troppo tollerante dell’esercizio; se non altro, ci saremmo resi conto di quanto fosse ridicolo il tutto. A un altro livello, avvertendo il possibile spreco di tempo, avremmo scelto una delle due date con un comportamento analogo al lancio di una moneta, o all’affidarsi alla sensazione del momento. Oppure avremmo potuto lasciare la decisione al nostro interlocutore, dicendogli che per noi non aveva alcuna importanza e che qualunque data da lui scelta sarebbe andata bene.

In breve, ci saremmo immaginati la perdita di tempo e l’avremmo marcata come negativa; ci saremmo immaginati l’opinione degli altri che ci attorniavano, e l’avremmo marcata come imbarazzante. V’è ragione di credere che il paziente si fosse formato qualcuno di questi “quadri» interni, ma che l’assenza di un marcatore impedisse di prestarvi attenzione e di considerarli nel modo dovuto.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 271

«Generatori di diversità» per le strutture prefrontali che portano al formarsi di un ampio repertorio di immagini

Che cosa accade, nel cervello, per far sì che le immagini sulle quali ragionate siano mantenute per l’arco di tempo necessario? Torniamo a un problema accennato all’inizio di questo capitolo. Quando vi trovate di fronte a una decisione, ciò che domina il paesaggio della mente è il ricco, vasto dispiega-mento di conoscenze sulla situazione che si genera per il fatto stesso di prenderla in esame. Vengono attivate, e messe a fuoco di continuo, immagini corrispondenti a miriadi di opzioni d’azione e a miriadi di esiti possibili. E presente anche, pronta a portarsi sotto i riflettori, la controparte linguistica di quelle entità e scene: le parole e le frasi che raccontano ciò che la vostra mente vede e ascolta. Questo processo si basa su una creazione continua di combinazioni di entità ed eventi, e sfocia in una giustapposizione riccamente diversificata di immagini, in accordo con la conoscenza precedentemente categorizzata. Jean-Pierre Changeux ha proposto la denominazione «generatori di diversità» per le strutture prefrontali che presumibilmente compiono questa funzione e portano al formarsi di un ampio repertorio di immagini in altri siti cerebrali. Il suggerimento è ben adeguato, poiché il generatore di diversità evoca i propri precursori immunologici, e inoltre dà luogo a un acronimo notevole [le iniziali di generator of diversity, in inglese, danno god, cioè dio].

Questo generatore di diversità richiede un ampio deposito di conoscenza fattuale: sulle situazioni che possiamo trovarci a fronteggiare, sugli attori, su ciò che questi possono fare e sul modo in cui azioni diverse producono esiti diversi. La conoscenza fattuale viene categorizzata (i fatti che la costituiscono essendo organizzati in classi, secondo certi criteri costitutivi) e la categorizzazione contribuisce alla decisione classificando tipi di opzioni, tipi di esiti e connessioni tra opzioni ed esiti. La categorizzazione, inoltre, ordina opzioni ed esiti con riferimento a qualche particolare valore. Di fronte a una certa situazione, la categorizzazione precedente ci permette di scoprire senza indugio se è probabile che una data opzione o esito siano vantaggiosi, o in qual modo contingenze diverse possano modificare l’entità del vantaggio.

Il processo di dispiegamento della conoscenza è possibile solo se sono soddisfatte due condizioni. In primo luogo, bisogna essere capaci di sollecitare i meccanismi dell’attenzione di base, che consentono di far permanere un’immagine mentale nella coscienza a scapito di altre; in termini neurali, ciò dipende, probabilmente, da un’esaltazione dello schema di attività neurale che sostiene una certa immagine, mentre la restante attività neurale tutt’attorno è indebolita. In secondo luogo, bisogna possedere un meccanismo di memoria operativa di base che trattenga le immagini separate per un periodo relativamente “prolungato” di centinaia o migliaia di millisecondi (da qualche decimo di secondo fino a diversi secondi consecutivi). Questo significa che il cervello ripete, nel tempo, le rappresentazioni topograficamente organizzate su cui poggiano quelle immagini separate. Qui, naturalmente, si pone una domanda importante: che cosa guida la memoria operativa e l’attenzione di base? La risposta non può che essere: i valori di base, cioè l’insieme delle preferenze di base intrinseche alla regolazione biologica.

Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 275

Foto drammatiche e non stupirsene

I soggetti che non presentavano lesioni frontali (sia gli individui normali sia i soggetti con lesioni cerebrali che non toccavano i lobi frontali) produssero un’abbondanza di risposte di conduttanza cutanea alle immagini disturbanti ma non a quelle banali. Al contrario, i pazienti con lesioni ai lobi frontali non manifestarono alcuna risposta: i tracciati delle loro registrazioni erano piatti.

Prima di saltare a una conclusione, decidemmo di ripetere l’esperimento con altri soggetti e altre immagini, e anche di ripeterlo con gli stessi soggetti, dopo qualche tempo. Di nuovo, posti nella condizione passiva descritta in precedenza, furono i soggetti con lesioni frontali quelli che non diedero alcuna risposta alle immagini disturbanti, anche se in seguito essi furono in grado di discutere nei particolari il contenuto delle diapositive, e anche di ricordare in quale fase della seduta di proiezione erano comparse sullo schermo certe diapositive. Furono capaci di descrivere a parole la paura, la ripugnanza o la tristezza connesse alle immagini viste, e anche di dire quanto prima (o dopo) di un’altra era comparsa una certa immagine, e in quale momento della proiezione. Non vi poteva essere dubbio: questi soggetti erano stati ben attenti, avevano compreso il contenuto delle immagini e i concetti in esse rappresentati erano loro accessibili a vari livelli; essi sapevano non solo che una data immagine mostrava, ad esempio, un omicidio, ma anche che il modo in cui l’omicidio era rappresentato conteneva un elemento di orrore, o che bisognava rattristarsi per la vittima e rammaricarsi che una simile situazione si fosse potuta presentare. In altre parole, un dato stimolo aveva prodotto una copiosa evocazione di conoscenze pertinenti, nella mente dei soggetti frontali sottoposti all’esperimento. E tuttavia, a differenza dei soggetti di controllo, i pazienti con lesioni frontali non avevano manifestato una risposta di conduttanza cutanea. Analizzate, le differenze si rivelarono molto significative.

Durante una delle primissime interviste di commento, un paziente ci confermò, in modo spontaneo e con intuito perfetto, che quel che mancava non era solo la risposta della pelle. Egli notò che dopo aver visto tutte le diapositive non era affatto turbato, anche se il contenuto di alcune di esse - se ne rendeva conto - avrebbe dovuto turbarlo. Si consideri l’importanza di questa rivelazione. Avevamo di fronte un essere umano a conoscenza sia del significato manifesto di quelle immagini sia del loro implicito significato emotivo, ma consapevole anche del fatto che egli non «sentiva» nel modo in cui sapeva di essere solito sentire (e in cui forse «si supponeva» che egli sentisse?) riguardo a tale significato implicito. Il paziente ci stava dicendo che la sua carne non rispondeva più a questi argomenti come una volta aveva risposto; che sapere non significa necessariamente sentire, anche quando vi rendete conto che quel che sapete dovrebbe farvi sentire in un certo modo, ma non lo fa.

Più di qualsiasi altro risultato, fu la insistita mancanza di risposta della conduttanza cutanea (unita all’assenza di sentimenti attestata da pazienti con lesioni frontali) a convincerci che valeva la pena di continuare a perseguire l’ipotesi del marcatore somatico. In effetti, sembrava che la conoscenza di quei pazienti fosse disponibile in tutta la sua portata ed estensione, eccetto la conoscenza disposizionale che accoppia un particolare evento con il meccanismo capace di ripristinare una risposta emotiva. In assenza di tale legame automatico, i pazienti erano in grado di evocare internamente una conoscenza fattuale ma non di produrre uno stato somatico - o, almeno, non uno stato somatico di cui fossero consapevoli. Potevano avvalersi di una gran copia di conoscenza fattuale, ma non fare esperienza di un sentimento - vale a dire, la «conoscenza» di come i loro corpi dovrebbero comportarsi con riferimento alla conoscenza fattuale evocata. E dal momento che in precedenza tali soggetti erano stati normali, essi potevano rendersi conto che il loro stato mentale complessivo non era come sarebbe dovuto essere, che mancava qualcosa.

Nel complesso, i test di risposta della conduttanza cutanea ci fornirono una controparte fisiologica misurabile della osservabile riduzione di risonanza emotiva che già avevamo rilevato in questi pazienti, e della riduzione di sentimenti che essi stessi avvertivano.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 291

Parte seconda

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