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Pinker S., “Come funziona la mente”,

Mondadori

La teoria computazionale della mente riabilita inoltre una volta per sempre il famigerato omuncolo. Un’obiezione classica all’idea che i pensieri siano rappresentazioni interne (obiezione diffusa fra gli scienziati che cercano di dimostrare quanto sono realistici) è che una rappresentazione richiederebbe un omino nella testa che la guardasse, e l’omino richiederebbe un omino ancora più piccolo che guardasse le rappresentazioni dentro di lui, e così via, all’infinito. Ma ancora una volta siamo di fronte alla scenetta del teorico che insiste con l’ingegnere elettrico che, se l’ingegnere ha ragione, nel suo impianto devono esserci sciami di folletti. Parlare di omuncoli è indispensabile in informatica. Le strutture di dati vengono continuamente lette, interpretate, esaminate, riconosciute rivedute, e i sotto-programmi che lo fanno sono impudicamente chiamati «agenti», «demoni», «supervisori», «monitor», «interpreti» e «esecutivi». Perché tutto questo parlare di omuncoli non porta a una regressione all’infinito? Perché una rappresentazione interna non è una realistica fotografia del mondo, e l’omuncolo che «la guarda» non è una copia in miniatura dell’intero sistema, che ne richiede l’intera intelligenza. Questo sì, non spiegherebbe niente. Una rappresentazione è piuttosto una serie di simboli corrispondenti ad aspetti del mondo, e a ogni omuncolo è richiesto soltanto di reagire in pochi modi circoscritti ad alcuni dei simboli, impresa ben più semplice di quella che compie il sistema nel suo insieme. L’intelligenza del sistema emerge dalle attività dei non tanto intelligenti demoni meccanici dentro di esso. Il punto, messo per la prima volta in chiaro da Jerry Fodor nel 1968, è stato succintamente espresso da Daniel Dennett [Brainstorming, pag. 209]:

«Gli homunculi sono spauracchi solo se duplicano per intero i talenti che sono chiamati a spiegare ... Ma se si riesce a fare in modo che una squadra o un comitato di homunculi relativamente ignoranti, limitati, ciechi, produca il comportamento intelligente dell’intero sistema, si è fatto un progresso. Un grafo di flusso rappresenta normalmente lo schema organizzativo dì un Comitato di homunculi (investigatori, bibliotecari, ragionieri, dirigenti); ogni blocco indica un homunculus assegnando una funzione, senza dire come debba essere realizzata (si dice soltanto: colloca qui un ometto che esegua questo compito). Se poi diamo un’occhiata più attenta ai singoli blocchi, vediamo che la funzione di ognuno viene realizzata suddividendola, tramite un altro grafo di flusso, tra altri homunculi ancora più piccoli, ancora più stupidi. Alla fine, seguitando a inserire blocchi nei blocchi, raggiungeremo homunculi così stupidi (non dovranno far altro che rispondere sì o no, se interrogati) da poter essere, come si usa dire, «sostituiti da una macchina». Dallo schema si eliminano gli homunculi raffinati organizzando eserciti di tali idioti che fanno il lavoro.»

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 87

Se sapete che un altro nome dell’alce è wapiti, potete prendere tutti i dati connessi con la parola alce e trasferirli istantaneamente a wapiti, senza dover saldare una per una nuove connessioni a questa parola. A trasferirsi, è chiaro, sono solo le vostre cognizioni zoologiche; non potete aspettarvi che wapiti finisca per essere pronunciato come «alce». Il che indica che avete un livello di rappresentazione specifico per i concetti dietro le parole, non soltanto per le parole stesse. Le vostre cognizioni sull’alce sono attaccate al concetto; le parole «alce» e wapiti sono anch’esse attaccate al concetto; e la compitazione a-l-c-e e la pronuncia [alche] sono attaccate alla parola «alce».

Le varie rappresentazioni mentali connesse con un concetto quale un alce sono raffigurabili in un singolo diagramma, chiamato a volte rete semantica, rappresentazione della conoscenza o database proposizionale.

Questo è un frammento dell’immenso e multimediale dizionario, enciclopedia e manuale per l’uso che abbiamo in testa. Troviamo questi strati su strati di rappresentazioni ovunque guardiamo nella mente.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 94

Un simile gioco di prestigio da laboratorio rivela che il cervello umano usa almeno quattro principali formati di rappresentazione. Uno è l’immagine visiva, specie di sagoma in un mosaico bidimensionale, pittorico. (Di immagini visive parleremo nel capitolo IV) Un altro è una rappresentazione fonologica, una stringa di sillabe che facciamo girare nella nostra mente come un tratto di nastro, prevedendo i movimenti della bocca e immaginando che suono le sillabe abbiano. Questa rappresentazione a stringa è una componente importante della nostra memoria a breve termine; interviene per esempio quando guardiamo un numero di telefono e ce lo ripetiamo a mente per il tempo che ci serve a comporlo. La memoria fonologica a breve termine dura da uno a cinque secondi e può ritenere da quattro a sette «pezzi». (La memoria a breve termine viene misurata in pezzi invece che in suoni perché ogni item può essere un’etichetta indicante una struttura d’informazione molto più grande nella memoria a lungo termine, come il contenuto di una frase o di un enunciato.) Un terzo formato è la rappresentazione grammaticale: sostantivi e verbi, proposizioni e periodi, temi e radici, fonemi e sillabe, tutti organizzati in alberi gerarchici. Nell’istinto del linguaggio ho spiegato come queste rappresentazioni determinino ciò che entra a far parte di una frase e come si comunichi e si giochi con la lingua.

Il quarto formato è il mentalese, la lingua del pensiero in cui si esprime la nostra conoscenza concettuale. Quando chiudiamo un libro, dimentichiamo quasi tutto della formulazione in parole e caratteri tipografici delle frasi e di come esse siano disposte sulla pagina. Ciò che ci portiamo dietro è il contenuto, il succo. (Nei test di memoria, la gente «riconosce» frasi che non ha mai letto, quando sono parafrasi di frasi che ha letto.) Il mentalese è il medium che cattura il contenuto, il succo.

Per rendere un programma potente, efficiente e in grado di evolversi è necessario: «Sostituire le espressioni ripetitive con appelli a una funzione comune». Questo principio di progettazione diviene ancora più importante nella misura in cui la funzione si complica e da una formula di una riga passa a un sottoprogramma a più stadi. Esso ha ispirato queste altre massime, tutte, si direbbe, seguite dalla selezione naturale nel progettare la nostra mente modulare a più formati.

Modularizzare.

Usare sottoprogrammi.

Far sì che ogni modulo svolga una sola funzione bene.

Assicurarsi che ogni modulo nasconda qualcosa.

Collocare input e output in sottoprogrammi.

Un secondo principio trova espressione nella massima:

“Scegliere la rappresentazione dei dati che rende il programma semplice”.

L’evoluzione dei diversi formati di rappresentazione usati dalla mente umana (immagini, sequenze fonologiche, alberi gerarchici, mentalese) è dovuta al fatto che consentono a programmi semplici (cioè stupidi demoni o omuncoli) di calcolare, a partire da essi, cose utili.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 99

La soluzione dei paradossi è che nessun sistema inferenziale segue regole esplicite dall’inizio alla fine. A un certo punto deve, come disse Jerry Rubin (e più tardi la Nike Corporation), just do it, fallo e basta. Cioè, la regola dev’essere semplicemente eseguita dall’attività riflessa, di forza bruta, del sistema, senza altre domande. A questo punto il sistema, se messo in opera come macchina, non segue regole, ma obbedisce alle leggi della fisica. Allo stesso modo, se le rappresentazioni vengono lette e scritte da demoni (regole per sostituire simboli con simboli), e i demoni hanno dentro di loro demoni più piccoli (e più stupidi), alla fine bisogna chiamare un ghost-buster e sostituire i demoni più piccoli e più stupidi con macchine: nel caso di persone e animali, macchine fatte di neuroni, reti neurali.

I neuroni sommano una serie di quantità, confrontano la somma con una soglia, e indicano se la soglia viene superata. Questa è una descrizione concettuale. La corrispondente descrizione fisica è: un neurone attivo è attivo in misura variabile, e il suo livello di attività è influenzato dai livelli di attività degli assoni provenienti da altri neuroni congiunti nelle sinapsi ai dendriti (strutture di input) del neurone. Una sinapsi ha una forza da positiva (eccitatoria) a zero (nessun effetto) a negativa (inibitoria). Il livello di attivazione di ogni assone in entrata è moltiplicato dalla forza della sinapsi. Il neurone somma questi livelli in arrivo; se il totale eccede una soglia, diviene più attivo, inviando a sua volta un segnale a ogni neurone connesso.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 107

Un autoassociatore è una memoria indirizzabile per contenuto, ricostruttiva. Poiché un item viene rappresentato in un autoassociatore attivando le unità che ne rappresentano le proprietà (in questo caso sedano, verdità, fogliosità e così via), e poiché queste unità sono connesse l’una all’altra con pesi forti, le unità attivate si rafforzano a vicenda e, dopo pochi giri in cui l’attivazione si riverbera per tutta la rete, tutte le unità pertinenti all’item si bloccano nella posizione «acceso». Il che indica che l’item è stato riconosciuto.

Le connessioni sono abbastanza ridondanti da far sì che, se all’autoassociatore viene presentata anche soltanto una parte del pattern relativo a un item, soltanto verdità e fare cric-croc sotto i denti, diciamo, il resto del pattern, la fogliosità, viene completato automaticamente.

Un secondo vantaggio, detto «degrado graduale», aiuta a fare i conti con input confusi o difetti di hardware. Noi esseri umani siamo dotati di autoassociatori che usano la prevalenza di elementi di informazione mutuamente coerenti per ignorare un elemento insolito. «Stanpa» attiva il più familiare pattern «stampa». Invece un solo bit errato sul disco, un po’ di corrosione in qualche connessione o un breve sbalzo di corrente possono bloccare e far collassare un computer. Un essere umano stanco, ubriaco o con danni cerebrali, non si blocca e non collassa; sarà più lento, meno preciso, ma di solito riesce a mettere insieme una risposta intelligibile.

Concettualmente parlando, un associatore di pattern coglie l’idea che, se due oggetti sono simili per certi aspetti, lo saranno probabilmente per altri.

Un quinto trucco delle reti neurali è che imparano da esempi, dove l’imparare significa il mutamento dei pesi di connessione. Il costruttore di modelli (o l’evoluzione) non deve regolare a mano le migliaia di pesi necessari per ottenere gli output giusti. Supponiamo che un «maestro» rifornisca un associatore di pattern di un input e anche dell’output giusto. Un meccanismo di apprendimento confronta l’effettivo output della rete, che inizialmente sarà piuttosto casuale, con quello giusto, e adegua i pesi per minimizzare la differenza fra i due.

Un associatore di pattern dotato di questa tecnica di apprendimento è detto perceptron. I perceptrons sono interessanti, ma hanno un grave difetto. Sono come dei cuochi sprovveduti: pensano che se un pizzico di ogni ingrediente dà un buon sapore, un bel po’ ne darà uno migliore. Nel decidere se una serie di input giustifica lo spegni-mento di un output, il perceptron li pesa e li somma. Il che dà spesso la risposta sbagliata, anche per problemi semplicissimi.

La soluzione sta nel togliere un po’ alla rete il suo carattere di creatura da stimolo-risposta e darle una rappresentazione interna fra gli strati di input e di output. Quello di cui ha bisogno è una rappresentazione che renda esplicite le specie cruciali di informazioni sugli input, affinché ogni unità di output possa davvero limitarsi a sommare i suoi input e ottenere la risposta giusta.

Una rete a strati nascosti può venire addestrata, usando una versione più estrosa del metodo di apprendimento del perceptron, a farsi i propri pesi. Come nel caso del perceptron, un maestro fornisce alla rete il giusto output per ogni input, e la rete adegua i pesi di connessione, aumentandoli o diminuendoli, per cercare di ridurre la differenza. Ma qui si pone un problema di cui il perceptron non aveva da preoccuparsi: come adeguare le connessioni dalle unità di input alle unità nascoste. E' un problema perché il maestro, a meno che non sappia leggere nel pensiero, non ha modo di conoscere gli stati «giusti» per le unità nascoste, segregate all’interno della rete. Una soluzione ingegnosa l’hanno trovata gli psicologi David Rumelhart, Geoffrey Hinton e Ronald Williams. Le unità di output propagano a ritroso a ogni unità nascosta un segnale che rappresenta la somma degli errori dell’unità nascosta attraverso tutte le unità di output cui è connessa («mandi troppa attivazione», «mandi troppo poca attivazione», e in che misura). Tale segnale può fungere da surrogato del segnale del maestro, ed essere usato per adeguare gli input dello strato nascosto. Alle connessioni dallo strato di input a ogni unità nascosta può venir dato un colpetto in su o in giù per ridurre la tendenza dell’unità nascosta a sparare, dato il pattern di input corrente, troppo alto o troppo basso. Tale procedimento, detto «propagazione dell’errore a ritroso» (error back-pro pagation, o semplicemente back-prop), può essere reiterato all’indietro per qualunque numero di strati.

Una rete a strati nascosti è un modo di comporre una serie di proposizioni, che possono essere vere o false, trasformandole in una complessa funzione logica tenuta insieme da degli e, degli o e dei non, ma con due sviluppi imprevisti. Uno è che i valori possono essere continui, invece di limitarsi all’acceso o spento, e quindi rappresentare il grado o le probabilità di verità di un’affermazione, invece di limitarsi a trattare affermazioni assolutamente vere o assolutamente false. Il secondo è che in molti casi la rete può venire addestrata a adottare i pesi giusti rifornendola di input con i loro output giusti.

Nell’immaginarci il software mentale, possiamo, in ultima istanza, usare soltanto demoni abbastanza stupidi da poter essere sostituiti da macchine. Se ci sembra di avere bisogno di un demone più intelligente, bisogna che qualcuno concepisca come costruirlo a partire da quelli stupidi. Tutto va più veloce, e a volte va in modo diverso, quando chi costruisce modelli di reti neurali a partire dai neuroni in su può farsi un repertorio di banali demoni che fanno cose utili, come una memoria indirizzabile per contenuto o un associatore di pattern che generalizza automaticamente. Gli ingegneri (di ingegneria inversa, in realtà) del software mentale hanno un buon catalogo di componenti nel quale possono scegliere demoni intelligenti.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 120

Connettoplasma

Dove finiscono le regole e rappresentazioni in mentalese e iniziano le reti neurali? La maggior parte degli scienziati cognitivisti concorda sugli estremi. Ai più alti livelli della cognizione, dove arranchiamo coscientemente passo dopo passo ed evochiamo regole imparate a scuola o scoperte da noi stessi, la mente è qualcosa di simile a un sistema di produzione, con iscrizioni simboliche nella memoria e demoni che attuano procedure. A un livello inferiore, iscrizioni e regole vanno a costituire qualcosa di simile a reti neurali, che rispondono a pattern familiari e li associano con altri pattern. Ma il confine è oggetto di discussione. Sono semplici reti neurali a trattare il grosso del pensiero di tutti i giorni, lasciando a regole e proposizioni esplicite solo i prodotti dell’apprendimento libresco? O le reti sono più simili a blocchi da costruzione, privi d’intelligenza umana finché non vengono assemblati in rappresentazioni e programmi strutturati?

Una scuola chiamata connessionismo, con alla testa gli psicologi David Rumelhart e James McClelland, sostiene che della maggior parte dell’intelligenza umana possono rendere conto da sole semplici reti. Nella sua forma estrema, il connessionismo sostiene che la mente è un’unica grande rete a propagazione a ritroso a strati nascosti, o forse una batteria di reti simili o identiche, e l’intelligenza emerge quando un istruttore, l’ambiente, sintonizza i pesi di connessione. Le uniche ragioni per cui gli esseri umani sono più intelligenti dei topi è che le nostre reti hanno più strati nascosti fra stimolo e risposta e noi viviamo in un ambiente di altri esseri umani che fungono da istruttori della rete. Regole e simboli possono essere utili come grossolana approssimazione a ciò che accade in una rete per uno psicologo che non può seguire le tracce dei milioni di flussi di attivazione che scorrono lungo le connessioni, ma non sono niente di più.

L’altra visione, che io preferisco, è che il lavoro non possono farlo queste reti neurali da sole. A spiegare gran parte dell’intelligenza umana è la strutturazione di reti in programmi per manipolare simboli. In particolare, la manipolazione di simboli è sottesa al linguaggio umano e agli aspetti del ragionare che con esso interagiscono. Il che non esaurisce la cognizione, ma ne costituisce gran parte: è qualunque cosa di cui possiamo parlare a noi stessi e ad altri.

Di per sé, un perceptron o una rete a strati nascosti è un’elaborazione high-tech di un’antica dottrina: l’associazione di idee. I filosofi inglesi John Locke, David Hume, George Berkeley, David Hartley e John Stuart Mill hanno sostenuto che il pensiero è retto da due leggi. Una è la contiguità: idee spesso esperite insieme vengono associate nella mente. Quindi, attivata l’una, si attiva anche l’altra. La seconda legge è la somiglianza: quando due idee sono simili, tutto ciò che è associato alla prima viene automaticamente associato alla seconda.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 121

Le reti vengono usate come una forma di intelligenza artificiale liberamente basata sulla metafora dei neuroni, ma non sono una forma di modellizzazione neurale. La domanda è: eseguono i generi di computazione giusti per essere un modello del funzionamento del pensiero umano?

Il rozzo connettoplasma ha dei problemi con cinque atti di pensiero di tutti i giorni, atti che a prima vista appaiono sottigliezze, e di cui nemmeno si sospettava l’esistenza finché logici, linguisti e informatici non iniziarono a passare al microscopio i significati delle frasi.

Uno è afferrare il concetto di individuo. Un problema che sorge subito è che non è più possibile distinguere due individui con proprietà identiche. Essi sono rappresentati nella stessa e identica maniera e, riguardo al fatto che non sono il medesimo grumo di materia, il sistema è cieco. Abbiamo perso l’individuo: possiamo rappresentare la verdurità, la cavallinità, non una particolare verdura o un particolare cavallo. Qualunque nozione il sistema impari su un cavallo si fonde con quello che sa su un altro, identico cavallo.

Lo stesso gioco sta dietro a una barzelletta del comico Stephen Wright: «Mentre ero fuori, qualcuno ha portato via tutto dal mio appartamento sostituendolo con una replica perfetta. Quando l’ho detto al mio compagno di stanza, mi ha chiesto: “Ti conosco?”».

I gemelli monozigotici condividono la maggior parte delle loro proprietà. Oltre che somigliarsi fisicamente, pensano in maniera simile, hanno sensazioni simili, agiscono in maniera simile. Non identica naturalmente, e questa è una scappatoia grazie alla quale si potrebbe tentare di rappresentarli come minuscole sottoclassi. Ma ogni creatura che li rappresentasse come sottoclassi dovrebbe almeno tendere a trattarli in maniera simile. Dovrebbe trasferire le proprie opinioni dall’uno all’altro, almeno probabilisticamente o in una certa misura: questo, ricordiamolo, è uno dei punti su cui fa leva l’associazionismo e la sua applicazione nel connettoplasma. Per esempio, qualunque aspetto vi attrae in un gemello, come cammina, come parla, come guarda e così via, dovrebbe attrarvi nell’altro. E i gemelli monozigotici dovrebbero trovarsi invischiati in gelosie e tradimenti di proporzioni epiche. In realtà, non accade niente del genere. La moglie di un gemello monozigotico non prova nessuna attrazione sentimentale per l’altro gemello. L’amore lega i nostri sentimenti a una persona in quanto quella persona, non in quanto tipo di persona, per quanto pochi siano gli esemplari racchiusi in questo tipo.

La nostra ossessione per la personalità individuale non è un ineSplicabile capriccio, ma probabilmente si è evoluta perché ogni essere mano che incontriamo, a parte qualunque proprietà che possiamo Osservare, è sede di un irripetibile complesso di ricordi e desideri corrispondente a una storia embriologica e biografica unica.

Un altro esempio è quello del predatore che, per attaccare animali in branchi, ne prende di mira uno, seguendo la strategia che dice: non cambiare preda, perché daresti il tempo di tirare il fiato a tutti tranne che a te stesso. Quando gli zoologi, in Kenya, cercarono di rendere le loro raccolte di dati più facili colorando in base a un codice le corna degli gnu, dopo averli addormentati, scoprirono che, per quanto si preoccupassero di far recuperare all’animale marchiato tutte le sue energie prima di reintrodurlo nel branco, nel giro di un giorno o poco più veniva ucciso dalle iene. Una spiegazione è che il colore del marchio rendeva più facile alle iene individuare lo gnu e dargli la caccia fino a sfinirlo. Sulle strisce delle zebre si è avanzata di recente l’ipotesi che, piuttosto che servire a mimetizzarle nell’alta vegetazione striata, una spiegazione che ha sempre sollevato dei dubbi, esse trasformino le zebre in un gioco delle tre tavolette vivente, confondendo leoni e altri predatori quando cercano di concentrare la loro attenzione su una singola zebra. Tali esempi illustrano il problema computazionale di distinguere individui da classi, e mettono in risalto la facilità con cui la mente umana lo risolve.

Un secondo problema dell’associazionismo si chiama composizionalità: la capacità di una rappresentazione di essere fatta di parti e di avere un significato che deriva dai significati delle parti e da come esse sono combinate.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 127

Nemmeno tutti gli esseri umani sono coscienti

Gould nega la coscienza a tutti gli animali a parte l’uomo; altri scienziati la concedono ad alcuni animali, ma non a tutti. Molti sottopongono a test la coscienza controllando se un animale riconosce nell’immagine allo specchio se stesso e non un altro animale. In base a tale criterio le scimmie, i giovani scimpanzé, i vecchi scimpanzé, gli elefanti e i bambini fino all’età dei primi passi sono incoscienti. Gli unici animali coscienti sono i gorilla, gli oranghi, gli scimpanzé nel fiore degli anni e, secondo Skinner e il suo allievo Robert Epstein, i piccioni adeguatamente addestrati. Altri sono ancora più restrittivi di Gould: nemmeno tutti gli esseri umani sono coscienti. Julian Jaynes sostiene che la coscienza è un’invenzione recente. Gli antichi, compresi i greci di Omero e gli ebrei del Vecchio Testamento, erano incoscienti. La tesi è vista di buon occhio da Dennett, per il quale la coscienza «è in gran parte un prodotto dell’evoluzione culturale trasmesso al cervello nel primo apprendimento»; essa sarebbe «un enorme insieme di memi», dove «meme» è il termine usato da Dawkins per designare un elemento contagioso della cultura, come un motivo orecchiabile o l’ultima mania di moda.

Una delle migliori osservazioni sul concetto di coscienza è quella espressa da Woody Allen nel suo ipotetico programma di studi universitario:

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA: Teoria del comportamento umano ... C’è una frattura tra mente e corpo, e, in questo caso, quale è meglio avere?

Speciale attenzione sarà data allo studio della coscienza in opposizione all’incoscienza, con molte utili indicazioni su come rimanere coscienti.

Lo humour verbale fornisce al lettore un significato di una parola ambigua e lo sorprende con un altro.

A volte il termine «coscienza» è usato semplicemente come nobile sinonimo di «intelligenza». Gould, per esempio, deve averlo usato in questo modo. Ma esso ha altri tre significati più specifici, la cui differenza è stata sottilmente definita dal linguista Ray Jackendoff e dal filosofo Ned Block.

Uno è conoscenza di sé. Tra le varie persone e i vari oggetti su cui un essere intelligente può avere informazioni c’è l’essere intelligente stesso. Non solo posso provare dolore e vedere rosso, ma posso anche dire a me stesso: «Ehi, eccoti qui, Steve Pinker, a provare dolore e vedere rosso!». Curiosamente, è a questo senso recondito del termine che per lo più si pensa nelle discussioni accademiche. Definizioni tipiche di coscienza sono: «costruire un modello interno del mondo che contenga il sé», «riflettere a ritroso sul proprio modo di comprendere» e altre attività simili, da contemplazione del proprio ombelico, che nulla hanno a che fare con la coscienza qual è comunemente intesa: essere vivi, svegli, consapevoli.

La conoscenza di sé, capacità di usare uno specchio compresa, non è più misteriosa di qualsiasi altra dimensione della percezione e della memoria. Se dispongo di un database mentale per le persone, perché non dovrebbe contenere una voce per me stesso? Se posso imparare ad alzare un braccio e allungare il collo per vedermi un punto nascosto sulla schiena, perché non potrei imparare a tirar su uno specchio e guardarci dentro per vedermi un punto nascosto sulla fronte? Inoltre, costruire un modello di accesso all’informazione sul sé è facilissimo. Ogni programmatore principiante è in grado di elaborare un breve software che esamini se stesso, ne riferisca e persino lo modifichi.

Un secondo senso di «coscienza» è accesso all’informazione. Se vi offrissi «un soldo per i vostri pensieri», voi rispondereste raccontandomi il contenuto dei vostri sogni a occhi aperti, i progetti che avete per la giornata, i vostri dolori e le vostre seccature, i colori, le forme e i suoni che avete attorno. Non potreste parlarmi, invece, degli enzimi che il vostro stomaco secerne, dello stato in cui si trovano il vostro cuore e il vostro respiro, delle computazioni del vostro cervello per recuperare forme tridimensionali da retine bidimensionali, delle regole sintattiche che danno un ordine alle parole mentre le pronunciate, o della sequenza di contrazioni muscolari che vi permettono di sollevare un bicchiere. Il che indica che la massa di informazioni che vengono elaborate nel sistema nervoso si divide in due categorie. Una, che include i prodotti della visione e i contenuti della memoria a breve termine, è accessibile da parte dei sistemi sottesi ai resoconti verbali, al pensiero razionale e alla deliberata assunzione di decisioni. L’altra, che include le risposte autonome (viscerali), i calcoli interni sottesi alla visione, al linguaggio e al movimento, e i desideri o ricordi repressi (se ne esistono), non è accessibile da parte di quei sistemi. A volte l’informazione può passare dalla prima categoria alla seconda o viceversa. Quando, a scuola guida, impariamo a usare il cambio, ogni movimento va studiato, ma con la pratica questa capacità diviene automatica. Con un’intensa concentrazione, e ricorrendo a procedimenti di biofeedback, possiamo focalizzarci su una sensazione nascosta come il battito del cuore.

Infine, veniamo al senso di «coscienza» più interessante di tutti, quello di facoltà senziente: esperienza soggettiva, consapevolezza fenomenica, sensazioni grezze, tempo presente in prima persona, «com’è» essere o fare qualcosa. Tutte cose che, se avete bisogno di chiederle, non le saprete mai. Il pezzo umoristico di Woody Allen faceva leva sulla differenza fra questo senso di coscienza e quello di Freud, di accesso all’informazione da parte di zone della mente decisionali e che fanno uso di linguaggio. È questo, di facoltà senziente, l’unico senso in cui la coscienza sembra un miracolo.

Il resto del capitolo ha per oggetto la coscienza in queste ultime due accezioni. In primo luogo prenderò in esame l’accesso all’informazione, mi chiederò, cioè, che tipi d’informazione le diverse parti della mente rendono disponibili l’una all’altra. In questo senso del termine, la coscienza sta davvero per venire compresa. Si possono dire cose interessanti su come essa è implementata nel cervello, sul ruolo che svolge nella computazione mentale, sulle specifiche progettuali che è designata a soddisfare (e quindi sulle pressioni evoluzionistiche che le hanno dato origine), e su come tali specifiche spieghino gli aspetti principali della coscienza: consapevolezza sensoriale, attenzione focalizzata, coloritura emotiva e volontà. Infine, mi volgerò al problema della facoltà senziente.

L’informazione proveniente da sensazioni e memoria guida il comportamento solo in un animale sveglio, non in uno anestetizzato. Quindi alcune delle basi neurali della coscienza-accesso possono essere trovate in quelle strutture cerebrali che operano diversamente quando un animale è sveglio e quando invece è immerso in un sonno senza sogni o è privo di sensi. Tra i candidati a questo ruolo sono gli strati inferiori della corteccia cerebrale. Inoltre, sappiamo che l’informazione su un oggetto che viene percepito è sparsa fra numerose parti della corteccia cerebrale. Perciò l’accesso all’informazione richiede un meccanismo che leghi insieme geograficamente dati separati. Crick e Koch suggeriscono che un meccanismo del genere potrebbe essere la sincronizzazione dell’attivazione neurale, dovuta forse a circuiti di collegamento fra corteccia e talamo, la stazione di smistamento centrale del cervello.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 145

La sede della volontà

Sulle strutture cerebrali che ospitano il circuito decisionale abbiamo addirittura qualche indizio. Il neurologo Antonio Damasio ha notato che danni al solco cingolato anteriore, che riceve input da molte aree percettive superiori ed è connesso ai livelli superiori del sistema motorio, lasciano il paziente in uno stato apparentemente vigile ma stranamente indifferente. La notizia ha indotto Francis Crick a proclamare, un po’ per scherzo e un po’ no, che è stata scoperta la sede della volontà. E da molti decenni i neurologi sanno che esercitare la volontà, cioè concepire e mettere in atto progetti, è compito dei lobi frontali. Una dimostrazione, per quanto triste, me ne è stata offerta da un uomo il cui figlio quindicenne, in un incidente d’auto, aveva subito dei danni ai lobi frontali. Il ragazzo restava sotto la doccia per ore, incapace di decidere quando venirne fuori, e non riusciva a uscire di casa perché continuava a tornare in camera sua per assicurarsi di avere spento la luce.

Perché una società di agenti mentali dovrebbe avere bisogno di un potere esecutivo al vertice? La ragione è chiara come la vecchia espressione yiddish «non puoi ballare a due matrimoni con un solo tuches [sedere]». Per quanti agenti possiamo avere nella mente, abbiamo un corpo solo. La cura di ognuna delle parti principali dev’essere in mano a un controllore che scelga un piano nella baraonda degli agenti in concorrenza fra loro. Gli occhi devono fissarsi su un oggetto per volta; non possono indugiare nello spazio vuoto a metà strada fra due oggetti interessanti o oscillare fra di essi in una sorta di tiro alla fune. I movimenti degli arti devono essere coreografati per portare il corpo o gli oggetti lungo un percorso che raggiunga l’obiettivo di uno solo degli agenti mentali.

Insomma, la coscienza nel senso di accesso inizia a essere compresa. E la coscienza nel senso di facoltà senziente? Facoltà senziente e accesso sono forse due facce della stessa medaglia. La nostra esperienza soggettiva è anche la materia prima del nostro ragionare, parlare e agire. Non facciamo solo esperienza di un mal di denti; ce ne lamentiamo e corriamo dal dentista.

Ned Block ha cercato di fare chiarezza sulla distinzione fra accesso e facoltà senziente pensando a scenari in cui il primo potrebbe prodursi senza la seconda e viceversa. Un esempio di accesso senza facoltà senziente lo si può trovare nella strana sindrome detta sguardo cieco. Quando una persona ha un grande punto cieco a causa di un danno alla corteccia visiva, negherà ostinatamente di poter vedere un oggetto, ma, forzato a immaginare dove si trovi, risponderà molto meglio che tirando a indovinare. Un’interpretazione è che ha accesso agli oggetti, ma non ne è senziente. Che l’interpretazione sia giusta o meno, mostra che è possibile concepire una differenza fra accesso e facoltà senziente. La presenza di facoltà senziente senza accesso potrebbe prodursi quando si è impegnati in una conversazione e, all’improvviso, ci si rende conto che fuori della finestra c’è uno che lavora con un martello pneumatico, che è da qualche tempo che lo si sente, ma senza notarlo. Prima di rendersene conto si era senzienti del rumore, ma senza avervi accesso. Block, tuttavia, ammette che si tratta di esempi un po’ tirati per i capelli, e sospetta che in realtà accesso e facoltà senziente procedano di pari passo.

Forse, insomma, non abbiamo bisogno di una teoria separata che ci dica dove la facoltà senziente ha luogo nel cervello, come entra nella computazione mentale o perché si è evoluta. Essa sembra essere una qualità extra di qualche tipo di accesso all’informazione. Ciò di cui abbiamo bisogno, invece, è una teoria riguardo a come le qualità soggettive della facoltà senziente emergono dal mero accesso all’informazione.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 155

È possibile che una formica sia davvero capace di calcolo differenziale, o anche soltanto di aritmetica? Non apertamente, certo, ma neanche noi, allora, quando esercitiamo la nostra facoltà di navigazione stimata, il nostro «senso dell’orientamento». I calcoli della navigazione stimata sono svolti a livello inconscio, e i loro risultati emergono alla nostra coscienza (e a quella delle formiche, se ne hanno una) come astratta sensazione che la casa è da quella parte, a quella distanza.

Altri animali eseguono sequenze di operazioni aritmetiche, logiche, e di immagazzinamento e recupero di dati, ancora più complicate. Molti uccelli migratori volano per migliaia di chilometri, di notte, e mantengono la direzione guardando le costellazioni. Da lupetto, nei boy-scout, imparai come localizzare la stella polare: basta individuare la punta del timone del Piccolo Carro, o prendere le due stelle del retro del Grande Carro e, sulla loro linea, moltiplicarne la distanza per quattro. Gli uccelli non sono nati sapendolo, non perché sia impensabile che simili cognizioni siano innate, ma perché, se fossero innate, diverrebbero ben presto obsolete. L’asse di rotazione della terra, e quindi il polo celeste (il punto nel cielo corrispondente al nord), ruotano in un ciclo di 27.000 anni detto precessione degli equinozi. Sul calendario evoluzionistico, è un ciclo rapido, e gli uccelli hanno risposto evolvendo uno speciale algoritmo per apprendere dove il polo celeste si trovi nel cielo notturno. Tutto ciò accade quando sono ancora nel nido e non sanno volare. Implumi, guardano il cielo per ore, di notte, osservando la lenta rotazione delle costellazioni, trovano il punto attorno al quale le stelle sembrano muoversi, e ne rilevano la posizione rispetto a numerose costellazioni vicine, acquisendo l’informazione che io ricevetti dal manuale dei lupetti. Mesi dopo sono in grado di usare qualsiasi di quelle costellazioni per mantenere una rotta costante, per tenere il nord alle spalle, diciamo, volando verso sud, o per volare dritto verso il polo celeste, la primavera successiva, facendo ritorno a nord.

Il barbagianni usa differenze inferiori al millisecondo nei tempi di arrivo del suono alle sue due orecchie per piombare su un topo da cui proviene appena qualche fruscio nell’oscurità più fitta. Le specie che fanno uso di nascondigli depositano noci e semi, per sventare i furti, in luoghi imprevedibili, ma mesi dopo devono ricordarseli tutti. Nel capitolo precedente ho accennato a come la nocciolaia del Nordamerica sia capace di ricordare diecimila nascondigli. Persino i condizionamenti dovuti al ripetersi di esperienze e quelli pavloviani, i casi da manuale dell’apprendimento per associazione, si rivelano frutto non di una generale tendenza di stimoli e risposte ad accoppiarsi nel cervello, bensì di complessi algoritmi.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 196

Linguaggio e forme complesse sembrano anche essere vicini di casa nel cervello. L’emisfero sinistro non è solo la sede del linguaggio, ma anche della capacità di riconoscere e immaginare forme definite da combinazioni di parti. Un paziente neurologico vittima di un ictus all’emisfero sinistro raccontava: «Quando cerco di immaginare una pianta, un animale, un oggetto, riesco a ricordarne solo una parte. La mia visione interna è fuggevole, frammentaria; se mi si chiede di immaginare la testa di una mucca, so che ha orecchie e corna, ma non riesco a rivisualizzare le loro posizioni». L’emisfero destro, invece, è bravo a misurare forme intere; può facilmente giudicare se un rettangolo è più alto che largo o se un punto giace a più o meno di un centimetro da un oggetto.

Autoinganno: il vestire i copri

Chiunque abbia frequentato un corso di nudo di una scola d’arte o una spiaggia per nudisti non avrà tardato a rendersi conto che i corpi umani reali non sono all’altezza delle soavi immagini che ce ne facciamo. La maggior parte di noi sta meglio vestita. Nella sua storia della moda, lo storico dell’arte Quentin Bell ne offre una spiegazione:

“Se avvolgiamo un oggetto in qualche sorta di involucro, di modo che gli occhi lo desumano, piuttosto che vederlo, è probabile che la forma desunta immaginata sia più perfetta di come apparirebbe se venisse scoperta. Una scatola quadrata rivestita di carta marrone sarà immaginata come un quadrato perfetto. A meno che alla mente non venga fornito qualche fortissimo indizio, è improbabile che visualizzi buchi, ammaccature, lacerazioni o altre qualità accidentali. Allo stesso modo, se drappeggiamo una coscia, una gamba, un braccio o un seno, l’immaginazione li suppone di forma perfetta; non prevede e in genere non può prevedere le irregolarità e imperfezioni che l’esperienza dovrebbe farci aspettare.

L’esperienza ci insegna com’è, con ogni probabilità, un corpo, eppure siamo pronti a sospendere l’incredulità a favore delle finzioni del guardaroba. Anzi, ritengo che sulla strada dell’autoinganno siamo pronti ad andare ancora più in là. Quando ci infiliamo la nostra giacca migliore e vediamo come le nostre spalle, così poco suscettibili, ahimè, di far colpo, ne sono artificiosamente magnificate e idealizzate, saliamo, per un momento, nella stima di noi stessi.”

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 291

Le immagini guidano le emozioni oltre che l’intelletto. Ambizione, ansia, desiderio sessuale e gelosia possono essere innescati da immagini di qualcosa che non c’è. In un esperimento, a dei volontari collegati a elettrodi è stato chiesto di immaginare i loro partner nell’atto di tradirli. Ecco il rapporto degli sperimentatori: «Nei soggetti, la conduttanza della pelle è aumentata di 1,5 microsiemens, il muscolo corrugatore dei sopraccigli ha mostrato unità di contrazione di 7,75 microvolt, il battito cardiaco si è accelerato di cinque pulsazioni al minuto, come se avessero bevuto tre caffè uno dopo l’altro». L’immaginazione, è chiaro, fa non solo vedere, ma anche rivivere a un tempo molte esperienze, ma sono le immagini visive che rendono una simulazione mentale particolarmente vivida.

Un’immagine mentale è semplicemente una configurazione dello schizzo a due dimensioni e mezzo proveniente dalla memoria a lungo termine invece che dagli occhi.

Una raffigurazione quale lo schizzo a due dimensioni e mezzo è in netto contrasto con la descrizione offerta da rappresentazioni di tipo linguistico come un modello geonico, una rete semantica, una frase in inglese o una proposizione in rnentalese. Nella frase «un triangolo simmetrico giace sopra un cerchio», le parole non stanno per punti nel campo visivo, e non sono combinate in modo che parole vicine rappresentino punti vicini. Termini quali simmetrico e sopra non possono essere connessi a nessun frammento del campo visivo; denotano complessi rapporti fra i frammenti che lo compongono.

Il cervello è pronto anche per la seconda richiesta computazionale posta da un sistema di immagini mentali: che l’informazione scenda dalla memoria invece che salire dagli occhi. Le strade percorse dalle fibre verso le aree visive del cervello sono a due sensi. Portano a valle dai livelli superiori, concettuali, tanta informazione quanta ne portano a monte dai livelli inferiori, sensoriali. Nessuno sa a che servano queste connessioni alto-basso, ma la loro funzione potrebbe essere quella di scaricare immagini della memoria nelle mappe visive.

Le immagini mentali potrebbero essere, insomma, specie di disegni nella testa. Lo sono?

Per scoprirlo ci sono due modi. Uno consiste nel verificare se pensare per immagini coinvolge le parti visive del cervello, l’altro se è più come fare della computer graphics o lavorare al computer con un database di proposizioni.

Un’immagine mentale, non c’è dubbio, è qualcosa di diverso da un’esperienza. Nel 1910, in una tesi di dottorato, la psicologa Cheves W. Perky cercò di dimostrare che esse sono come esperienze molto deboli. Chiese ai suoi soggetti di formarsi l’immagine mentale di una banana e di proiettarla su una parete nuda. La parete era in realtà uno schermo di proiezione per trasparenza, e la psicologa vi fece comparire surrettiziamente una vera ma fioca diapositiva. Chiunque fosse entrato nella stanza in quel momento l’avrebbe vista, ma nessuno dei soggetti la notò. Perky sostenne che i soggetti avevano incorporato la diapositiva nella loro immagine mentale, e in effetti avevano riferito di quest’ultima dettagli che potevano provenire solo dalla diapositiva, come il fatto che la banana era verticale. Misurato sugli standard moderni, l’esperimento non era un granché, ma metodi più recenti ne hanno confermato la sostanza, detta ora effetto Perky: concepire un’immagine mentale interferisce con il vedere deboli e sottili dettagli visivi.

Immagini e visione, insomma, condividono lo spazio nel cervello? I neuropsicologi Edoardo Bisiach e Claudio Luzzatti hanno studiato due pazienti milanesi che, a causa di danni ai lobi parietali di destra, soffrivano di una sindrome che li portava a omettere una parte del campo visivo. I loro occhi lo registravano per intero, ma essi prestavano attenzione solo alla metà destra: ignoravano il coltello a sinistra del piatto, se disegnavano un volto lo disegnavano senza occhio sinistro e narice sinistra, e, richiesti di descrivere una stanza, ne omettevano elementi di rilievo, come un pianoforte, collocati alla loro sinistra. Bisiach e Luzzatti hanno chiesto ai due pazienti di immaginare di trovarsi in piazza del Duomo, a Milano, rivolti verso la cattedrale, e nominare gli edifici circostanti. Essi hanno nominato soltanto gli edifici che sarebbero stati visibili sulla destra, omettendo la metà sinistra dello spazio immaginario! Poi ai pazienti è stato chiesto di attraversare mentalmente la piazza, porsi sul sagrato del Duomo rivolti a essa, e descrivere che cosa vi fosse. Hanno menzionato i palazzi che nella prova precedente avevano omesso, e hanno omesso quelli che avevano menzionato. Ogni immagine mentale raffigurava la scena da un unico punto d’osservazione, e l’attenzione unilaterale dei pazienti esaminava l’immagine esattamente come se esaminasse input visivi reali.

Paragoniamo uno schizzo con il suo rivale in quanto modello di immagine mentale, cioè una serie di proposizioni simboliche in mentalese (analoga a modelli geonici e a reti semantiche).

Lo schizzo è di una semplicità assoluta. Ogni pixel rappresenta un piccolo frammento di superficie o di confine, tutto qui; qualunque cosa di più globale o astratto è soltanto implicita nella configurazione dei pixel. La rappresentazione proposizionale è ben diversa. Prima di tutto è schematica, piena di rapporti qualitativi come «attaccato al»; la geometria non è rappresentata in ogni dettaglio. Secondo, le proprietà spaziali sono disaggregate ed elencate con precisione. Forma (combinazione delle parti di un oggetto), dimensione, collocazione e orientamento hanno i loro propri simboli, e ognuno può essere riconosciuto indipendentemente dagli altri. Terzo, le proposizioni mescolano informazioni spaziali, come parti e loro posizioni, con informazioni concettuali, come la qualità di orso e l’appartenenza all’ordine dei carnivori.

Delle due strutture di dati, è lo schizzo che meglio coglie il sapore delle immagini mentali. In primo luogo, queste ultime sono eminentemente concrete. Prendiamo questa richiesta: visualizzare un limone e una banana fianco a fianco, ma senza immaginare il limone a destra o a sinistra, solo a fianco. E’ impossibile, protesterete; se limone e banana sono fianco a fianco in un’immagine, uno dei due deve essere a sinistra. Il contrasto fra una proposizione e uno schizzo è netto. Le proposizioni possono rappresentare gatti senza ghigni, ghigni senza gatti, o qualunque altra astrazione immateriale: quadrati di nessuna particolare dimensione, simmetrie senza nessuna particolare forma, giunzioni senza particolari punti di giunzione e così via. La bellezza di una proposizione sta qui: essa è un’affermazione austera di qualcosa di astratto, non ingombra di dettagli non pertinenti. Gli schizzi consistono soltanto di zone piene e vuote.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 311

Tanto tempo in arte per inventare la prospettiva

Quella di formare immagini è una facoltà meravigliosa, ma non entusiasmiamoci troppo all’idea di avere dei dipinti in testa.

Tanto per cominciare, non siamo in grado di ricostruire l’immagine di un intero campo visivo. Le immagini sono frammentarie. Noi ricordiamo barlumi di parti, li combiniamo in un quadro mentale, dopo di che ci diamo a giochi di prestigio per rinfrescare ogni parte mentre svanisce. Peggio, ogni barlume registra solo le superfici visibili da un unico punto d’osservazione, con le sue distorsioni prospettiche. (Ne è una semplice dimostrazione il paradosso dei binari. la maggior parte delle persone li vede convergere anche nelle immagini mentali, non solo nella vita reale.) Per ricordare un oggetto lo rigiriamo o ci camminiamo attorno, il che significa che il ricordo che ne abbiamo è un album di vedute separate. Un’immagine dell’intero oggetto è una proiezione di diapositive o un pastiche.

Questo spiega perché è occorso tanto tempo in arte per inventare la prospettiva, anche se in prospettiva vedono tutti. Non toccati dal genio del Rinascimento, i dipinti appaiono irrealistici, ma non perché manchino del tutto di prospettiva. (Persino nelle pitture rupestri di Cro-Magnon si nota, in una certa misura, la presenza di una prospettiva accurata.) Di solito gli oggetti lontani sono più piccoli, gli oggetti opachi nascondono lo sfondo e si mangiano pezzetti degli oggetti retrostanti, e molte superfici inclinate sono presentate di scorcio. Il problema è che parti diverse del dipinto sono mostrate come apparirebbero da punti d’osservazione diversi, invece che dal reticolo visivo fisso dietro la finestra di Leonardo. Nessuna persona in carne e ossa, incatenata in un dato momento a un dato posto, e solo a quello, può percepire una scena da numerosi punti d’osservazione nello stesso tempo, quindi il dipinto non corrisponde a nulla di mai veduto da una persona. Ma poiché l’immaginazione, è ovvio, non è incatenata in un dato momento a un dato posto, i dipinti che mancano di vera e propria prospettiva possono, curiosamente, evocare le nostre immagini mentali. I pittori cubisti e surrealisti, avidi consumatori di psicologia, ricorrevano di proposito nei dipinti a prospettive molteplici, forse per far prendere coscienza agli spettatori, sazi di fotografie, dell’evanescenza dell’occhio della mente.

Un secondo limite è che le immagini mentali sono schiave dell’organizzazione della memoria. È difficile che la nostra conoscenza del mondo possa trovar posto in un’unica grande immagine o mappa. Ci sono troppe scale, dalle montagne alle pulci, perché possano adattarsi a un unico supporto di grana di dimensioni fisse. Ed è anche difficile che la nostra memoria visiva possa essere una scatola delle scarpe piena zeppa di fotografie. Non ci sarebbe modo di trovare quella che serve senza esaminarle tutte una per una per riconoscere che cosa raffigurano. (Con un problema simile si scontrano fototeche e videoteche.) Le immagini in memoria devono essere etichettate e organizzate all’interno di una sovrastruttura proposizionale, forse un po’ come negli ipermedia, dove files grafici sono collegati a punti di connessione all’interno di un grande testo o database.

Il pensiero visivo è spesso guidato più dal sapere concettuale di cui facciamo uso per organizzare le nostre immagini che dai contenuti delle immagini stesse. I campioni di scacchi sono famosi per la loro grande capacità di memorizzare le posizioni dei pezzi sulla scacchiera. Ma non è che a diventare campioni di scacchi siano le persone dotate di memoria fotografica. Quando si tratta di ricordare le posizioni di pezzi distribuiti a casaccio, i campioni non sono più bravi dei principianti. La loro memoria cattura rapporti significativi fra i pezzi, come minacce e difese, non semplicemente la loro distribuzione nello spazio.

Infine, le immagini non possono fungere da concetti, né da significati di parole nel dizionario mentale. Una lunga tradizione di empirismo filosofico e psicologico ha cercato di sostenere che potrebbero: è in sintonia con il dogma che non c’è nulla nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi. Si è supposto che le immagini siano copie degradate o sovrapposte di sensazioni visive, con spigoli netti martellati e colori fusi insieme affinché possano stare per intere categorie, invece che per oggetti singoli. Finché non si pensa troppo all’aspetto che queste immagini composite dovrebbero avere, l’idea suona plausibile. Ma come rappresentarsi idee astratte, anche qualcosa di semplice come il concetto di triangolo? È un triangolo qualunque poligono che abbia tre lati. Ma in qualunque immagine un triangolo dev’essere isoscele, scaleno o equilatero.

All’inizio del XX secolo Edward Titchener, uno dei primi psicologi sperimentali d’America, accettò la sfida. Analizzando scrupolosamente le proprie immagini mentali, giunse alla conclusione che esse potevano rappresentare qualunque idea, non importa quanto astratta:

“Riesco piuttosto bene a ottenere l’immagine di Locke, il triangolo che non e nessuno specifico triangolo e tutti i triangoli nello stesso e medesimo tempo. E qualcosa che lampeggia, che viene e va da momento a momento; fa intravedere due o tre angoli rossi, con le linee rosse che si accentuano in nero, visti su uno sfondo verde scuro. Non resta lì abbastanza a lungo perché possa dire se gli angoli si connettono a formare la figura completa, e nemmeno se sono dati tutti e tre gli angoli richiesti.

Il cavallo, per me, è una doppia curva e una posizione rampante con qualcosa di una criniera; la mucca è un rettangolo un po’ lungo con una certa espressione facciale, una sorta di broncio esagerato.

Ho passato tutta la vita a concepire significati. E non solo significati, ma anche il significato. Il significato in generale è rappresentato nella mia coscienza da un’altra di queste immagini impressionistiche. Vedo il significato come la punta grigioazzurra di una sorta di paletta, che ha un po’ di giallo in cima (probabilmente una parte del manico), e che sta appunto scavando in una massa scura di quello che sembra essere materiale plastico. Ho avuto una formazione classica, ed è presumibile che questa immagine sia un’eco dell’esortazione, spesso ripetuta, a «scavare il significato» di qualche brano di greco o latino.

Senza essere un broncio, è davvero esagerato! È difficile che la Mucca del Cheshire di Titchener, il suo triangolo ad angoli rossi che nemmeno si congiungono e il suo significato-paletta fossero i concetti sottesi ai suoi pensieri. Egli non credeva di certo che le mucche fossero rettangolari o che i triangoli potessero benissimo fare a meno di un angolo. A incarnare tali cognizioni nella sua testa doveva essere qualcos’altro, non un’immagine.

Ed è questo il problema di altre tesi secondo le quali tutti i pensieri sono immagini. Supponiamo di cercare di rappresentare il concetto di «uomo» tramite l’immagine di un uomo prototipico, Fred MacMurray, per esempio. Il problema è: che cosa fa sì che l’immagine funga da concetto «uomo» invece che da concetto «Fred MacMurray»? O da concetto «uomo alto», «adulto», «essere umano», «americano» o «attore che interpreta un rappresentante di una compagnia di assicurazioni indotto all’assassinio da Barbara Stanwyck»? Noi non abbiamo difficoltà a distinguere fra un determinato uomo, gli uomini in generale, gli americani in generale, le vittime delle vamp in generale e così via; nella nostra testa, quindi, dev’esserci qualcosa di più dell’immagine di un uomo prototipico.

Come può, inoltre, un’immagine concreta rappresentare un concetto astratto, quello di «libertà» per esempio? La Statua della Libertà non è più disponibile; presumibilmente essa rappresenta il concetto «la Statua della Libertà». E che cosa usereste per concetti negativi, come «non giraffa»? L’immagine di una giraffa attraversata in diagonale da una linea rossa? Che cosa, allora, rappresenterebbe il concetto «giraffa attraversata in diagonale da una linea rossa»? E i concetti disgiuntivi, come «o un gatto o un uccello», o proposizioni come «tutti gli uomini sono mortali»?

Le immagini sono ambigue, ma i pensieri, quasi per definizione, non possono esserlo. Il buon senso opera distinzioni che le immagini di per sé non operano; quindi il buon senso non è solo una raccolta di immagini. Se un’immagine mentale viene usata per rappresentare un pensiero, dev’essere accompagnata da una didascalia, da una serie di istruzioni su come interpretarla, su ciò cui si deve prestare attenzione e ciò che si deve ignorare. Le didascalie non possono essere a loro volta immagini, o torneremmo al punto di partenza. Quando finisce la visione e inizia il pensiero, non ci si può più sottrarre all’esigenza di simboli astratti e proposizioni che colgano aspetti di un oggetto affinché la mente li possa manipolare.

Un’immagine vale mille parole, ma questo non è sempre un gran bene. A un certo punto, fra guardare e pensare, le immagini devono lasciare il posto alle idee.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 319

Tra i diciotto e i ventiquattro mesi il bambino comincia a separare i contenuti delle menti altrui dalle proprie credenze, ed esibisce questo talento tramite un'attività ingannevolmente semplice: facendo finta. Quando, giocando, la mamma gli dice che sta suonando il telefono e gli porge una banana, il bambino separa il contenuto della finzione (la banana è un telefono) dal contenuto della propria convinzione (la banana è una banana).

A quattro anni i bambini superano un test molto severo sulla conoscenza della mente altrui: sanno attribuire ad altri credenze che, per quanto li riguarda, ritengono false. In un tipico esperimento, i bambini aprono una scatola di confetti Smarties e sono sorpresi di trovarvi dentro delle matite. A questo punto si chiede loro che cosa si aspetterà di trovare nella scatola una persona che entri nella stanza, e i bambini, benché sappiano che la scatola contiene delle matite, si tengono l'informazione per sé, si mettono nei panni del nuovo venuto e rispondono: "Smarties". I bambini di tre anni hanno più difficoltà a tenere quello che sanno fuori dal discorso; insistono che il nuovo venuto si aspetterà di trovare delle matite nella scatola di confetti.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 354

Questo problema è stato sottoposto a sessanta persone fra studenti e membri del personale dell'Harvard Medical School: "Se un test per individuare una malattia la cui prevalenza è 1 / 1000 è gravato da una falsa positività del 5 per cento, quali sono le possibilità che una persona il cui risultato al test è stato positivo abbia effettivamente quella malattia, supponendo che dei sintomi o segni che presenta non sappiate nulla?".

La risposta prevalente è stata 0,95, la risposta media 0,56. La risposta giusta è 0,02, e solo il 18 per cento degli esperti l'hanno data. In base al teorema di Bayes, essa può essere calcolata prendendo la prevalenza o tasso base (1/1000) moltiplicata per la sensibilità del test (percentuale di malati che risultano positivi, presumibilmente 1), divisa per l'incidenza globale dei risultati positivi al test (la percentuale delle volte che il test risulta positivo, sia su persone malate sia su persone sane: ossia, la somma dei malati che risultano positivi, 1/1000 x 1, e delle persone sane che risultano positive, 999/1000 x 0,5). Il guaio è che molte persone interpretano erroneamente "falsa positività" come la percentuale dei risultati positivi dati dalle persone sane, invece di interpretarlo come la percentuale di persone sane che risultano positive. Ma il problema più grosso è che le persone trascurano il tasso base (1/1000), che avrebbe dovuto ricordare che si tratta di una malattia rara e quindi improbabile in un dato paziente anche se il test risulta positivo. (Sembrano commettere l'errore per cui, siccome le zebre fanno rumore di zoccoli, un rumore di zoccoli implica zebre.) Indagini hanno dimostrato che molti medici terrorizzano senza motivo i loro pazienti che risultano positivi in una malattia rara.

Mettetevi alla prova: "Linda ha 31 anni, vive da sola, è una persona senza peli sulla lingua e molto in gamba. Si è specializzata in filosofia. Da studentessa, era impegnata a fondo sui temi della discriminazione e della giustizia sociale, e ha anche partecipato a dimostrazioni antinucleari. Qual è la probabilità che faccia la cassiera? Qual è la probabilità che faccia la cassiera e sia attiva nel movimento femminista?". A volte le persone propendono maggiormente per la probabilità che sia una cassiera femminista piuttosto che una cassiera e basta. Ma è impossibile che "A e B" siano più probabili di "A" soltanto.

La mente può essersi evoluta in modo da pensare alle probabilità come a frequenze relative sul lungo termine, non come a numeri che esprimono la fiducia che un determinato evento avrà luogo. La matematica della probabilità è stata inventata solo nel XVII secolo, e l'uso di proporzioni o di percentuali per esprimerle è stato introdotto anche più tardi. (Le percentuali hanno fatto la loro comparsa dopo la Rivoluzione francese insieme al resto del sistema metrico, e sono state inizialmente utilizzate per i tassi di interesse e di imposta.) Gigerenzer, Cosmides, Tooby e lo psicologo Klaus Fiedler hanno osservato che la questione della decisione medica e il quesito relativo a Linda chiedono le probabilità di un singolo evento: che probabilità ci sono che questo paziente sia malato, che probabilità ci sono che Linda sia una cassiera. Un istinto della probabilità che funziona sulle frequenze relative potrebbe trovare tali questioni fuori della sua portata. C'è una sola Linda e, o è una cassiera, o non lo è. "La probabilità che sia ùna cassiera" non è calcolabile. Così, essi hanno posto ai loro soggetti gli stessi inquietanti cluesiti, espressi però in termini di frequenze, non di probabilità-di un singolo evento. Un americano su mille contrae la malattia, cinquanta persone sane su mille risultano positive al test: abbiamo messo insieme mille americani; quanti tra coloro che risultano positivi al test hanno contratto la malattia? Cento persone coincidono con la descrizione di Linda; quante sono cassiere, e quante cassiere femministe? Adesso quelli che si comportano da bravi statistici sono la maggioranza, fino al novantadue per cento.

Questa terapia cognitiva ha enormi implicazioni. Molti uomini che risultano positivi al test dell'HIv (il virus dell'AIDs) pensano di essere condannati. Alcuni sono ricorsi a misure estreme, compreso il suicidio, nonostante dovessero sapere che la maggior parte degli uomini non ha l'Aios (soprattutto quelli che non rientrano in un gruppo a rischio) e che nessun test è perfetto. Ma è difficile per medici e pazienti usare tali conoscenze per calibrare le possibilità che l'infezione sia stata davvero contratta, anche quando le probabilità al riguardo sono note. Negli ultimi anni, per esempio, la prevalenza dell'HIV fra gli uomini tedeschi non appartenenti a gruppi a rischio è stata dello 0,01 per cento, la sensibilità di un test HIV tipico è del 99,99 per cento, e la falsa positività è forse dello 0,01 per cento. Le prospettive di un paziente risultato positivo non sembrano molto rosee. Immaginate però che un medico parli al suo paziente così: "Pensi a 10.000 uomini eterosessuali come lei. Ci aspettiamo che uno di loro sia colpito dal virus, e quasi certamente egli risulterà positivo al test. Dei 9999 uomini non infetti, un secondo risulterà positivo. Così ne abbiamo due che risultano positivi, ma solo uno di loro ha di fatto il virus. Tutto quello che sappiamo in questo momento è che lei è risultato positivo. Quindi l'eventualità che lei abbia contratto davvero il virus è del 50 per cento". Gigerenzer ha scoperto che quando le probabilità vengono presentate in questo modo (come frequenze), le persone, compresi gli specialisti, sono molto più precise nel calcolare la probabilità della presenza di una malattia dopo un esame medico.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 373

In un campione di donne americane fra i 35 e i 50 anni, 4 su 100 sono colpite da tumore al seno nel giro di un anno. Questo vuoi dire che la signora Smith, una donna americana di 49 anni, ha il 4 per cento di probabilità di essere colpita da un tumore al seno entro un anno? Non c’è una risposta. Supponiamo che in un campione di donne tra i 45 e i 90 anni, altra classe cui appartiene la signora Smith, 11 su 100 contraggano un tumore al seno nell’arco di un anno. Le possibilità della signora Smith sono del 4 per cento o dell’11 per cento? Supponiamo che sua madre abbia avuto un tumore al seno e che, su 100 donne fra i 45 e i 90 anni le cui madri l’hanno avuto, 22 ne siano a loro volta colpite. Le sue possibilità sono il 4 per cento, l’11 per cento o il 22 per cento? La signora Smith, per di più, fuma, vive in California, ha avuto due figli prima dei 25 anni e uno dopo i 40, è di origine greca... Con che gruppo dobbiamo confrontarla per individuare le «vere» probabilità? Potreste pensare che più la classe è specifica, meglio è, ma tanto più la classe è specifica, tanto minori sono le sue dimensioni e tanto meno affidabile risulta la frequenza. Se sulla faccia della terra ci fossero soltanto due persone molto simili alla signora Smith, e una sviluppasse un tumore al seno, qualcuno direbbe che le possibilità della signora Smith sono del 50 per cento? Al limite, la sola classe che sia veramente confrontabile con la signora Smith in tutte le sue particolarità è quella costituita dalla stessa signora Smith. Ma in una classe di un solo elemento, la «frequenza relativa» non ha alcun senso.

Una differenza ancora più drammatica è emersa durante il processo per omicidio tenutosi

nel 1995 contro 0. J. Simpson. L’avvocato Alan Dershowitz, consulente per la difesa, disse in televisione che solo un decimo dell’1 per cento degli uomini che picchiano le mogli finiscono per ammazzarle. In una lettera a «Nature», uno statistico fece allora notare che più della metà degli uomini che picchiano le mogli, e le cui mogli vengono poi ammazzate da qualcuno, sono i loro assassini.

Le asserzioni su singoli eventi non possono essere decise da un calcolatore; vanno sviscerate soppesando le prove, valutando la persuasività degli argomenti, riformulando le asserzioni per renderne più facile la valutazione, e altraverso tutti quegli altri processi fallibili con cui gli esseri umani fanno i ipotesi induttive su un futuro inconoscibile.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 375

I concetti di spazio e forza permeano il linguaggio. A sottendere i significati letterali o figurati di decine di migliaia di parole e di costruzioni, è un esiguo gruppo di concetti relativi a luoghi, percorsi, movimenti, azioni esercitate e causazioni.

Quando il nuovo dominio astratto ha una struttura logica che rispecchia gli oggetti in movimento i vecchi circuiti possono compiere un utile lavoro inferenziale. Essi rivelano le loro origini di simulatori di spazio e forza attraverso le metafore che suggeriscono, sorta di organo cognitivo vestigiale.

Le metafore basate su spazio e tempo sono state più volte reinventate in decine e decine di famiglie linguistiche in tutto il globo.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 381

Come pensa il Genio

Siamo tutti creativi. Ogni volta che mettiamo sotto la gamba di un tavolo traballante il primo oggetto che ci capita sottomano, o escogitiamo un nuovo modo per convincere un bambino a infilarsi il pigiama, facciamo uso delle nostre capacità di creare un nuovo risultato. I geni creativi, però, non si distinguono solo per le loro opere straordinarie, ma anche per il loro straordinario modo di funzionare: si presume che non pensino come voi o me. Irrompono sulla scena come prodigi, enfants terribles, contestatori. Ascoltano la loro musa e sfidano la saggezza convenzionale. Lavorano quando li prende l’ispirazione e hanno intuizioni fulminanti mentre noi altri arranchiamo faticosamente lungo sentieri battuti. Mettono un problema da parte. lasciandolo in incubazione nell’inconscio; poi un giorno, senza preavviso, si accende una lampadina, ed ecco presentarsi una soluzione bell’e fatta. Ah! Il genio ci lascia dei capolavori, il retaggio della creatività non repressa dell’inconscio. Woody Allen coglie questa immagine nel racconto «Se gli impressionisti fossero stati dentisti», costituito da una serie di immaginarie lettere scritte da Vincent van Gogh. In un momento di angoscia e disperazione, Vincent scrive al fratello: "La signora Sol Schwimmer mi fa causa perché le ho fatto un ponte come me lo sentivo e non sulla misura della sua stupida bocca! Proprio così! Io non posso lavorare su ordinazione come un volgare commerciante! Ho deciso che il suo ponte doveva essere enorme e fluttuante, con denti selvaggi che spuntano in ogni direzione come lingue di fuoco! Adesso è sconvolta perché non le entra in bocca! ... Ho tentato di cacciarle la dentiera in bocca ma esce fuori come un lampadario veneziano. Eppure la trovo bella".

I geni sono degli sgobboni. In genere sudano sangue per almeno dieci anni prima di produrre qualcosa che duri. (Mozart componeva sinfonie a otto anni, ma non erano eccezionali; il primo capolavoro arrivò al dodicesimo anno della sua carriera.) Durante l'apprendistato, si immergono totalmente nel loro campo. Assimilano decine di migliaia di problemi e soluzioni, per cui nessuna sfida è per loro del tutto nuova e possono attingere da un vasto repertorio di motivi e strategie. Tengono d'occhio la concorrenza e la direzione in cui spira il vento, e, nella scelta dei problemi da affrontare, sanno discriminare o sono fortunati. (Quelli sfortunati, anche se dotati di talento, non verranno ricordati come geni.) Si preoccupano della stima di cui godono e del loro posto nella storia. (Il fisico Richard Feynman ha scritto due libri in cui racconta quanto fosse brillante, irriverente e ammirato, e uno l'ha intitolato Che t'importa di ciò che dice la gente?) I geni lavorano giorno e notte, e ci lasciano molte opere che di geniale  non hanno granché. (Wallace ha trascorso gli ultimi anni della sua carriera cercando di comunicare con i morti.) Gli intervalli in cui distolgono l'attenzione da un problema sono utili non tanto perché nel frattempo il problema fermenta nell'inconscio, quanto perché sono sfiniti e hanno bisogno di riposo (e forse hanno così modo di dimenticare i vicoli ciechi). I geni non rimuovono i problemi, s'impegnano invece nel "porsi i problemi in modo creativo". Rivedono costantemente il lavoro, avvicinandosi passo a passo al loro ideale. Il genio crea buone idee perché tutti noi creiamo buone idee: a questo è destinata la nostra mente adattata e combinatoria.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 387

Rozin osserva che la psicologia del disgusto obbedisce alle due leggi della magia simpatetica, il vudù, che ricorrono in molte tradizioni e culture: la legge del contagio (una volta in contatto, sempre in contatto) e la legge della somiglianza (simile produce simile). Rozin e i suoi colleghi hanno studiato lo sviluppo del disgusto offrendo a dei bambini ai primi passi vari cibi che gli americani adulti trovano disgustosi. Con orrore dei genitori, che assistevano alla scena, il sessantue per cento dei piccoli hanno mangiato imitazioni di escrementi di cane ("modellate realisticamente con burro di arachidi e formaggio dall'odore intenso"), e il trentino per cento delle cavallette. I bambini di quattro anni, per esempio, hanno rifiutato imitazioni di escrementi o succhi di frutta con dentro cavallette; l'unica differenza rispetto agli adulti era che risultavano meno sensibili alla contaminazione per breve contatto. (Solo dagli otto anni in su hanno rifiutato del succo di frutta in cui erano state immerse per pochi secondi una cavalletta o un'imitazione di escrementi di cane.) In secondo luogo, i bambini  sopra i due anni sono notoriamente schizzinosi, e i genitori fanno una gran fatica non per indurli a evitare i cibi abituali, ma per indurli a mangiare cibi nuovi. (L'antropologa Elizabeth Cashdan ha documentato che la disponibilità dei bambini a provare cibi nuovi conosce un crollo dopo il compimento dei tre anni.) In terzo luogo, se i bambini dovessero imparare che cosa evitare, tutti gli animali sarebbero per loro accettabili tranne i pochi proibiti. Invece tutti gli animali sono disgustosi tranne i pochi permessi. A nessun bambino c'è bisogno di insegnare a provare repulsione a cose come budella di marmotta o carne di scimmia.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 407

Le emozioni hanno evoluto dei modi di esibirsi sul volto e nel corpo. È difficile contraffarle; anzi, se si sono evolute è probabilmente perché era difficile contraffarle. Peggio ancora: mentire mette in ansia, e l'ansia ha i propri sintomi rivelatori. Su essi si basano le cosiddette macchine della verità, e gli esseri umani si sono evoluti anche quali macchine della verità. Poi c'è la seccatura che una cosa ne comporta logicamente un'altra, e siccome parte di quanto si afferma sarà vero, si corre sempre il rischio di tradire le proprie bugie. Come dice un proverbio yiddish, un bugiardo deve avere buona memoria. Trivers, portando la propria teoria delle emozioni alla sua logica conclusione, osserva che in un mondo di macchine della verità viventi la migliore strategia è credere alle proprie bugie. Le tue intenzioni nascoste, se non credi che siano le tue intenzioni, non trapeleranno. Secondo questa teoria dell'autoinganno. a volte la mente conscia nasconde la verità a se stessa per meglio nasconderla agli altri. Ma la verità è utile, quindi va registrata nella mente da qualche parte, isolata dalle parti che interagiscono con gli altri.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 450

Il cervello elabora false spiegazioni delle sue motivazioni

Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha mostrato che il cervello elabora allegramente false spiegazioni delle sue motivazioni. Alcuni pazienti affetti da epilessia sono stati sottoposti all'intervento chirurgico detto di split-brain, consistente nel recidere le connessioni tra gli emisferi cerebrali. Il circuito del linguaggio è nell'emisfero sinistro, e la metà sinistra del campo visivo è registrata nell'emisfero destro isolato, cosicché la parte della persona split-brain capace di parlare è inconsapevole della metà sinistra del suo mondo. L'emisfero destro è sempre attivo, però, e può eseguire semplici comandi presentati al campo visivo di sinistra, come "cammina" o "ridi". Quando al paziente (in realtà all'emisfero sinistro del paziente) si chiede perché Si sia messo a camminare (il che, sappiamo, ha fatto in risposta al comando presentato all'emisfero destro), lui risponde candidamente:"Per prendere una Coca". E quando gli si chiede perché ride, dice:"Venite qui a farci dei test ogni mese. Che modo di guadagnarsi da vivere!".

Le storie che raccontiamo a noi stessi, e non è un caso, ci presentano nella luce migliore, come confermano centinaia di esperimenti di psicologia sociale. L'umorista Garrison Keillor descrive l'immaginaria comunità di Lake Wobegon raccontando che, lì, "le donne sono forti, gli uomini belli, e tutti i bambini sopra la media".

In realtà, la maggior parte delle persone pretendono di essere sopra la media in qualunque capacità positiva di cui si parli: attitudine al comando, raffinatezza, abilità atletiche, capacità manageriale, persino bravura al volante. E razionalizzano simili vanterie cercando un aspetto di quella capacità in cui è effettivamente possibile che siano brave. Chi va piano in macchina dice di essere sopra la media nella prudenza, chi va veloce nei riflessi. Più in generale, noi ci illudiamo sulla nostra benevolenza e sulla nostra efficacia, combinazione che gli psicologi sociali chiamano beneffectance. Quando i soggetti si impegnano in giochi che lo sperimentatore ha truccato, attribuiscono i successi alla propria bravura e i fallimenti alla sorte. Quando, in una simulazione, sono erroneamente indotti a pensare di avere provocato delle scosse elettriche a un altro, screditano la vittima, implicando che meritava la punizione. Tutti hanno sentito parlare di "riduzione della dissonanza cognitiva", per la quale ci s'inventa una nuova opinione per risolvere una contraddizione nella propria mente. Una persona, per esempio, ricorderà di essersi divertita a svolgere un compito noioso, se ha acconsentito per un compenso minimo a raccomandarlo ad altri. Un altro psicologo Eliot Aronson, è giunto a questa conclusione: si adulterano le proprie convinzioni solo per eliminare una contraddizione con la proposizione «sono bravo e ho il controllo della situazione». La dissonanza cognitiva è sempre innescata da prove palesi che non si è benevoli ed efficaci come si vorrebbe che gli altri pensassero. La spinta a ridurla è la spinta a far trionfare la storia inventata a proprio uso e consumo. A volte intravvediamo i nostri autoinganni. Quand'è che una critica ci “brucia", ci ferisce sul vivo? Quando qualche parte di noi sa che corrisponde a verità. Se a saperlo fosse ogni parte di noi, non ci ferirebbe: sarebbe qualcosa di arcinoto. Se nessuna parte di noi lo sapesse, ci passerebbe sopra la testa e la liquideremmo come falsa. Trivers racconta che una volta un suo scritto ricevette una recensione negativa che, sul momento, lo colpì come malevola e scorretta, piena di insinuazioni e calunnie. Rileggendola anni dopo, si stupì constatando che il modo in cui era formulata era più benevolo, i dubbi che esprimeva più ragionevoli e la sua presa di posizione meno prevenuta di quanto ricordasse. Scoperte del genere sono state fatte da molti altri; sono quasi una definizione di "saggezza".

Come dice Ludwig Wittgenstein: «Se ci fosse un verbo col significato di "credere erroneamente", esso non potrebbe avere una sensata prima persona del presente indicativo.» O come dice Francois La Rochefoucauld: « Le opinioni che hanno di noi i nostri nemici si avvicinano alla verità più delle nostre».

Il fenomeno più crudele, tuttavia, è forse l'autoinganno: esso ci fa sentire nel giusto quando siamo nel torto e ci spinge a lottare quando dovremmo arrenderci. Scrive Trivers: “Pensiamo a un litigio fra due persone molto legate, fra marito e moglie per esempio. Entrambi credono che uno di loro sia altruista, che lo sia sempre stato, che le sue motivazioni siano relativamente disinteressate, che abbia subito gravi torti, mentre l'altro è caratterizzato da un egoismo di cui ha dato prova in centinaia di circostanze. Dissentono solo su chi è altruista e chi egoista. E’ degno di nota che il litigio può scoppiare, a quanto sembra, spontaneamente, senza preannuncio o quasi, e tuttavia, mentre è in svolgi

mento, due interi paesaggi di elaborazione dell’informazione sembrano essere lì già organizzati, ad aspettare solo il lampo della collera per rendersi visibili.

Tuttavia, grazie alla complessità della nostra mente, non siamo condannati a farci menare per il naso per sempre dai nostri stessi raggiri. La mente ha molte parti, alcune progettate per la virtù, altre per la ragione, alcune abbastanza in gamba da superare in astuzia quelle che non lo sono né per l’una né per l’altra. Un sé può ingannare un altro sé, ma ogni tanto un terzo sé vede la verità.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 453

I gemelli monozigotici e loro innamorate

Le personalità differiscono sotto almeno cinque aspetti principali: vi sono persone socievoli o solitarie (estroversione-introversione), sempre preoccupate o calme e soddisfatte di sé (nevroticismo-stabilità), gentili e fiduciose o rudi e sospettose (amabilità o antagonismo), premurose o incuranti (coscienziosità o superficialità) e audaci o conformiste (apertura-chiusura).

Da dove provengono questi tratti? Se sono genetici, i gemelli monozigotici dovrebbero condividerli, anche quando sono stati separati fin dalla nascita, e i fratelli di sangue dovrebbero condividerli in misura maggiore dei fratelli adottivi. Se sono un prodotto dell'integrazione sociale realizzata dai genitori, i gemelli adottivi dovrebbero condividerli, e i gemelli e i fratelli di sangue dovrebbero condividerli maggiormente se sono cresciuti nella stessa famiglia che se sono cresciuti in famiglie diverse. Decine di studi hanno sottoposto a test questo tipo di previsioni su migliaia di persone in numerosi paesi, prendendo in esame non solo questi tratti della personalità, ma anche esiti concreti prodottisi nel corso della vita, quali il divorzio e l'alcolismo. I risultati sono chiari e replicabili, e contengono due grosse sorprese.Un risultato è ormai ben noto. Gran parte delle varianti personologiche, circa il cinquanta per cento, hanno cause genetiche. Gemelli monozigotici separati alla nascita sono simili; fratelli di sangue cresciuti insieme sono più simili fra loro di quanto lo siano dei fratelli adottivi. Il che significa che l'altro cinquanta per cento deve provenire dai genitori e dalla famiglia, giusto? Sbagliato! Il fatto di crescere in una famiglia piuttosto che in un'altra è responsabile, al massimo, del cinque per cento delle differenze di personalità tra gli individui. I gemelli monozigotici separati alla nascita non sono soltanto simili; sono praticamente simili quanto due gemelli monozigotici cresciuti insieme. I fratelli adottivi di una stessa famiglia non sono soltanto diversi; sono diversi quasi quanto due bambini presi a caso tra la popolazione. La più grossa influenza che i genitori esercitano sui figli è al momento del concepimento.

(Mi devo affrettare ad aggiungere che i genitori hanno scarsa importanza solo per quanto riguarda le differenze tra loro e le differenze tra i figli che hanno allevato. Quello che fanno tutti i genitori normali e che influenza i figli non viene misurato da questi studi. I bambini piccoli hanno senz'altro bisogno dell'affetto, della protezione e degli insegnamenti di un buon genitore. Come ha detto la psicologa Judith Harris, gli studi implicano solo che i bambini, a lasciarli nelle loro case e nel loro ambiente sociale ma scambiando a casaccio tutti i genitori, si trasformerebbero nello stesso genere di adulti.)

Nessuno sa da dove provenga il restante quarantacinque per cento della variabilità. Forse la personalità è forgiata da eventi unici che influiscono sul cervello in crescita: la posizione che ha il feto nell'utero, quanto sangue materno si accaparra, che pressioni subisce durante il parto, se il bambino nei primi anni picchia la testa o contrae Certi virus. Forse sono determinanti esperienze uniche di altro genere, come venire inseguiti da un cane o essere oggetto di una gentilezza da parte di una maestra. Forse i tratti dei genitori e quelli dei figli interagiscono in modi complessi, per cui due bambini che crescono con gli stessi genitori vivono in realtà in due ambienti diversi. Un tipo di genitore può premiare un bambino turbolento e punirne uno placido; un altro tipo di genitore può fare il contrario. Non esistono prove attendibili a sostegno di queste ipotesi, e a mio parere ve ne sono altre due più plausibili; entrambe vedono nella personalità un adattamento che nasce dalla divergenza di interessi tra genitori e figli. Una riguarda il piano di battaglia del figlio per competere con i suoi fratelli; l'altra il piano di battaglia del figlio per competere nel gruppo dei suoi coetanei.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 480

I figli vengano introdotti in società dai loro coetanei, non dai genitori

Judith Harris ha documentato come ovunque i figli vengano introdotti in società dai loro coetanei, non dai genitori. A ogni età si aggregano a svariati gruppi, combriccole, bande, cerchie e salotti, al cui interno si destreggiano per farsi una posizione. Ognuno di essi è una cultura che assorbe alcune abitudini dall'esterno e ne crea molte proprie. Il patrimonio culturale dei bambini (le regole per giocare a nascondino, la melodia e i testi delle nenie, la convinzione che per legge chi uccide una persona deve pagare la sua lapide) si trasmette da bambino a bambino, a volte per migliaia di anni. Crescendo, i figli passano a gruppi di età sempre superiore, finché non si aggregano in gruppi di adulti. Il prestigio conquistato a un dato livello funge da trampolino di lancio al livello successivo; è molto significativo che i leader dei gruppi di giovani adolescenti siano i primi ad avere rapporti con l'altro sesso. A tutte le età i figli sono portati a calcolare cosa occorre per avere successo tra i coetanei e a dare a queste strategie la precedenza su qualsiasi insegnamento che i genitori cerchino di inculcare loro. I noiosi genitori sanno di non poter tenere testa ai coetanei del figlio, e sono giustamente assillati dalla preoccupazione di avere il miglior vicinato possibile in cui farlo crescere. Molte persone di successo sono immigrate negli Stati Uniti da bambini e non sono state minimamente ostacolate dall'avere genitori culturalmente inabili, che non hanno mai imparato la lingua o le usanze locali. Come studioso dello sviluppo del linguaggio, sono sempre rimasto colpito da come i bambini acquisiscono in breve tempo il modo di parlare dei loro compagni (specialmente l'accento), pur trascorrendo più tempo con i genitori.Perché i figli non sono come creta nelle mani dei genitori? Come Trivers e Harris, sospetto che sia perché i loro rispettivi interessi genetici coincidono solo in parte. I figli prendono calorie e protezione dai genitori perché essi sono i soli disposti a fornirle, ma traggono le informazioni dalle migliori fonti che hanno a disposizione ed elaborano in prima persona le proprie strategie per affrontare la vita. I genitori possono non essere gli adulti più saggi e più ricchi di cultura a portata di mano e, peggio ancora, le regole domestiche congiurano spesso contro i figli a favore dei fratelli già nati o di quelli che verranno. Per quanto riguarda la riproduzione, la famiglia è un binario morto. Il figlio dovrà competere per i partner, e prima ancora per lo status necessario a trovarli e conservarli, in altri campi di battaglia, dove vigono regole diverse. Gli conviene padroneggiarle.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 480

Doppiezza delle madri

Parlando del suo libro The Myths of Motherhood, Shari Thurer ha osservato: “Il mito più pervasivo è la negazione dell'ambivalenza materna: del fatto che davvero le madri amano e odiano i loro figli allo stesso tempo. C'è un silenzio totale sui sentimenti ambivalenti ... averli equivale a essere una cattiva madre. Nella mia esperienza clinica rabbia e moti di collera sono normali. I bambini non fanno che chiedere, fino a prosciugarti. Le donne non dovrebbero essere indotte a sentire che quello che ci si aspetta da loro è che soddisfino tutte le necessità dei figli. Ma il mito vuole che l'amore materno sia naturale e sempre attivo.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 481

Un nuovo partner risveglia il desiderio sessuale maschile

Il fatto che un nuovo partner risvegli il desiderio sessuale maschile è stato chiamato effetto Coolidge. Un giorno il presidente statunitense Calvin Coolidge e la moglie stavano visitando, separatamente, una fattoria governativa. La signora Coolidge, quando le fu mostrato il pollaio, chiese se il gallo si accoppiasse più di una volta al giorno. «Decine di volte» rispose la guida. «Diteglielo, al presidente, per favore» disse allora la First Lady.

Quando, durante la visita al pollaio, glielo dissero, il presidente chiese: «Con la stessa gallina tutte le volte?». «No, presidente, ogni volta con una diversa.» «Diteglielo, alla signora Coolidge» disse il presidente.

Molti mammiferi maschi sono instancabili quando, dopo un accoppiamento, si presenta una nuova femmina disponibile, e non si lasciano ingannare da uno sperimentatore che cerchi di camuffare una vecchia partner o mascherarne l’odore. Il che dimostra, per inciso, che il desiderio sessuale maschile non è propriamente «indiscriminato>’. Ai maschi non importa con che tipo di femmina si accoppiano, ma riguardo a quale femmina è, sono ipersensibili. È un altro esempio della distinzione logica tra individui e categorie di cui ho sostenuto l’importanza, nel capitolo Il, criticando l’associazionismo.

Gli uomini non hanno il vigore sessuale dei galli, ma su più lunghi periodi il loro desiderio mostra una sorta di effetto Coolidge. In molte culture, inclusa la nostra, i mariti confessano che il loro trasporto sesSuale per la moglie si affievolisce nei primi anni di matrimonio. E questo non avviene a causa del suo aspetto o di altre qualità, ma per via che si tratta di quello specifico individuo.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 503

Quale guadagno potevano trarre le donne ancestrali dalle relazioni adulterine, tale da permettere che il loro desiderio di intrecciarne si evolvesse? Uno è costituito dalle risorse. Se gli uomini hanno un desiderio così insaziabile di rapporti sessuali, le donne possono farseli pagare. Nelle società di cacciatori-raccoglitori esse chiedono apertamente doni agli amanti, di solito sotto forma di carne. L’idea che le nostre progenitrici si concedessero per una bistecca può dar fastidio, ma per le popolazioni di cacciatori-raccoglitori, in tempi di magra, quando le proteine di alto valore nutritivo sono una risorsa scarsa, la carne è un assillo.

La bellezza e il vigore, dichiarano le donne, contano più in un amante che in un marito; come vedremo, la bellezza è un indice di qualità genetica. Quando intrecciano una relazione extramatrimoniale, in genere le donne scelgono uomini di condizione sociale superiore a quella del marito; e le qualità che portano alla posizione sociale sono quasi certamente ereditabili (nella preferenza per amanti di alto livello può avere un peso, tuttavia, anche il primo movente, quello di trarne risorse). Le relazioni con uomini di classe superiore possono inoltre dare a una donna l’occasione di saggiare la propria abilità negoziale nel mercato del matrimonio, come preludio allo sposalizio o per aumentare la propria forza contrattuale nei confronti del marito. Symons sintetizza le differenze tra i sessi nell’adulterio dicendo che una donna intreccia una relazione perché sente che l’uomo è in qualche modo superiore o complementare a suo marito, mentre l’uomo perché la donna non è sua moglie.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 513

A formare un volto composito mettendo insieme quelli delle persone di sesso opposto che ci circondano, si otterrebbe un’immagine ideale del partner meglio adattato, con la quale confrontare quella di ogni candidato. Non c’è bisogno di immettere l’esatta geometria facciale della razza o del gruppo etnico locale. In effetti i volti compositi, che siano costruiti sovrapponendo i negativi in un ingranditore o per mezzo di sofisticati algoritmi di computer graphics, sono più piacenti dei singoli visi che concorrono a formarli.

I volti medi sono un buon punto di partenza, ma alcuni visi sono ancora più attraenti di quelli medi. Quando i ragazzi raggiungono la pubertà, il testosterone fa crescere le ossa delle mandibole, delle arcate sopraccigliari e della regione nasale. I volti delle ragazze crescono in modo più uniforme. La differenza nella geometria tridimensionale permette di distinguere una testa maschile da una femminile anche se sono completamente calve e rasate. Se la geometria di un volto femminile è simile a quella di un volto maschile, la donna è bruttina; se è meno simile, è più carina. La bellezza in una donna è data da una mandibola breve, delicata e dalla curvatura poco pronunciata, da mento, naso e mascella superiore piccoli, e da una fronte liscia con arcate sopraccigliari non sporgenti. Gli «zigomi alti» di una bella donna non sono ossa, ma tessuti molli, e contribuiscono alla bellezza perché le altre parti di un bel viso (le mascelle, la fronte e il naso) al confronto sono piccole.

Perché le donne mascoline sono meno attraenti? Se il viso è divenuto mascolino, probabilmente la donna ha un eccesso di testosterone nel sangue (sintomo di molte malattie); se ha troppo testosterone, ha buone probabilità di non essere fertile. Un’altra spiegazione è che i sensori della bellezza sono in realtà rilevatori di volti femminili, progettati per distinguerli da qualsiasi altro oggetto al mondo e tarati per minimizzare il rischio di un falso allarme di fronte a un volto maschile, che è l’oggetto più simile a un volto femminile. Quanto più un volto è diverso da quello maschile, tanto più forte suona il segnalatore. Una progettazione analoga potrebbe spiegare perché gli uomini con volti non femminei sono più piacenti. Un uomo con la mandibola ampia e angolosa, il mento pronunciato, la fronte e le arcate sopraccigliari prominenti è indubbiamente un maschio adulto con ormoni maschili normali.

Secondo i freddi calcoli della selezione naturale, le mogli migliori sono le donne giovani che non hanno mai partorito, perché hanno davanti a sé la carriera riproduttiva più lunga e non hanno i figli di un altro uomo da trascinarsi dietro. I segni della giovinezza e quelli che indicano che non è mai stata incinta dovrebbero rendere una donna più attraente. Le adolescenti hanno gli occhi più grandi, le labbra più rosse e carnose, la pelle più liscia, umida e tesa e seni più turgidi, tutti elementi riconosciuti da tempo quali ingredienti della bellezza. Con l’età le ossa facciali della donna si allungano e si fanno più grossolane, e lo stesso accade con le gravidanze. Pertanto un volto con la mandibola piccola e le ossa facciali leggere è indizio di quattro virtù riproduttive: essere femmina, avere gli ormoni giusti, essere giovane e non essere mai stata incinta.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 518

Rivali

Ovunque nel mondo si lotta per sostanze eteree tipo autorità, carisma, dignità, dominio, superiorità, stima, immagine, posizione, preminenza, prestigio, rango, considerazione, reputazione, rispetto, levatura o status. Vi sono persone che soffrono la fame, rischiano la vita e danno fondo alle proprie ricchezze per qualche pezzetto di nastro e metallo. L’economista Thorstein Veblen ha osservato che per fare colpo sugli altri si sacrificano talmente tante necessità della vita da dare l’impressione che si risponda a un «bisogno spirituale superiore». Status e virtù vanno a braccetto nella mente umana, come rivelano termini quali cavalleresco, di classe, cortese, gentiluomo, onorevole, nobile, principesco e loro opposti quali volgare, di basso livello, scortese, malnato, villano e ignobile. Per quanto riguarda le frivolezze dell’aspetto personale, esprimiamo l’ammirazione per il buon gusto usando metafore etiche come giusto, appropriato, impeccabile o inappuntabile, e censuriamo il gusto cattivo con toni di solito riservati al peccato (atteggiamento che Quentin Bell ha chiamato «moralità sartoriale»).

Serve a costruire un organismo intelligente, tutto ciò? Da dove provengono moventi così potenti?

Le creature che hanno un peso pubblicizzano il proprio valore con un segnale. La materia preziosa che sta dietro i segnali si può suddividere in predominio (chi può danneggiarti) e status (chi può aiutarti). Spesso essi vanno insieme, perché chi può danneggiarti può anche aiutarti con la sua capacità di danneggiare gli altri.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 529

           

Quanto sia potente la pura e semplice altezza fisica.

Fra gli esseri umani non esistono stratificazioni rigide, ma in tutte le società si riconosce una forma di gerarchia, soprattutto tra gli uomini. Gli uomini d’alto rango sono rispettati, hanno più voce in capitolo nelle decisioni collettive, di norma dispongono di una quota maggiore delle risorse del gruppo e hanno immancabilmente più mogli, più amanti e più relazioni con mogli altrui. Gli uomini lottano per il rango e lo conquistano in parte con le modalità che ci sono note dai libri di zoologia, in parte con modalità peculiari della nostra specie. A un rango superiore pervengono i combattenti migliori, e anche coloro che sembrano combattenti migliori. È sorprendente, in una specie di esseri che si autodefiniscono animali razionali, quanto sia potente la pura e semplice altezza fisica. Nella maggior parte delle società di cacciatori-raccoglitori il termine corrispondente a «leader» è «grande uomo», e di fatto i leader sono in genere uomini grandi. Negli Stati Uniti gli uomini più alti trovano lavoro più facilmente, fanno più carriera, guadagnano di più (circa 250 dollari l’anno per centimetro) e sono eletti presidenti più spesso: delle ventiquattro elezioni succedutesi fra il 1904 e il 1996, venti sono state vinte dal candidato più alto. Un’occhiata alle inserzioni matrimoniali pubblicate dai giornali basta a convincere che le donne cercano uomini alti. Come in altre specie in cui i maschi competono, il maschio umano è più grosso della femmina e ha evoluto dei modi per apparire ancora più grosso, come la voce bassa e la barba (che fa sembrare più grande la testa e si è evoluta in modo indipendente nei leoni e nelle scimmie). Leonid Breznev sosteneva di essere arrivato al vertice grazie alle sopracciglia! Ovunque gli uomini esaltano la dimensione della loro testa (con cappelli, elmetti, acconciature e corone), delle spalle (con imbottiture, spallacci, spalline e nappe) e, in alcune società, del pene (con impressionanti brachette e guaine, lunghe a volte quasi un metro).

Ma gli esseri umani hanno evoluto il linguaggio e un nuovo modo di diffondere informazioni su chi predomina: la reputazione. I sociologi sono a lungo rimasti perplessi nel constatare che i moventi che portano più spesso all’omicidio, nelle città statunitensi, non sono il furto, un traffico di stupefacenti andato storto o altri tangibili interessi, bensì quelli che essi chiamano «alterchi per motivi relativamente futili: insulti, imprecazioni, spintonate e simili». Due giovani litigano su chi abbia la precedenza al tavolo da biliardo del bar, Si strattonano l’un l’altro e si scambiano insulti e oscenità. Il perdente, umiliato davanti agli occhi di tutti, corre via e ritorna con una pistola. Questi omicidi sono un esempio perfetto di «violenza insensata», e gli uomini che li commettono vengono spesso liquidati come folli o bestie.

Daly e Wilson fanno osservare che uomini del genere si comportano come se fosse in gioco una posta molto più alta della precedenza a un tavolo da biliardo.

Pinker S., “Come funziona la mente”, Mondadori, pag. 531