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All'interno di una piccola cerchia di membri dell'università, Google fu un successo. Stimolati da questo, Brin e Page cominciarono a migliorare il servizio, aggiungendo la ricerca sull'intero testo e sempre più pagine all'indice. In genere i dottorandi non hanno i soldi per comprare nuovi computer; Page e Brin non facevano eccezione. Anzi, mendicarono e chiesero prestiti per far esistere Google: un disco fisso del laboratorio di rete, una CPU inutilizzata da quello di informatica. Usando la stanza di Page come laboratorio, forgiarono una sorta di macchina-Frankenstein, fatta con componenti di scarto, poi la collegarono alla rete a banda larga del campus di Stanford. Dopo aver riempito quella stanza di attrezzature, i giovani studenti trasformarono la camera di Brin in ufficio e centro di programmazione.
Hector Garcia-Molina, un altro assistente al progetto della facoltà, prestò agli studenti un Sun Ultra, un computer potente che, come ricorda Page, disponeva di una memoria dieci volte superiore rispetto a un normale Pc. Ma nemmeno questo era lontanamente sufficiente. Ottenere risorse per il loro lavoro divenne quasi un'occupazione a tempo pieno. "Mendicavamo hardware e connettività da altri gruppi, avevamo troppi dati da trasferire – dice Page –. Dovevamo chiedere loro di aprire i loro armadi di cavi e di prestarci le loro schede Ethernet."
Un'e-mail di quel periodo iniziale da Larry Page a Terry Winograd illustra il tipo di problemi incontrati dai due fondatori. È datata 15 luglio 1996 e vi si legge fra l'altro:
« Ho praticamente finito lo spazio su disco, ho scaricato quasi... 24 milioni di URL e circa 100 milioni di link... Penso che mi serviranno altri 8 giga per contenere tutto... I prezzi di mercato oggi sono attorno ai 1000 dollari per 4 giga... Finora sono arrivato soltanto al 15 per cento circa delle pagine, ma il lavoro sembra davvero molto promettente. »
A causa della sua dimensione e scala, il progetto diventò una sorta di leggenda all'interno del dipartimento di informatica e degli uffici di gestione della rete del campus. A un certo punto il crawler BackRub consumava quasi metà dell'intera larghezza di banda della rete dell'università, un fatto straordinario se si considera che Stanford era una delle istituzioni meglio cablate del pianeta. E, almeno in un'occasione, il progetto fece saltare la connessione a Internet di tutta l'università. "Eravamo fortunati che ci fossero un sacco di persone lungimiranti a Stanford – ricorda Page –. Non ci assillavano troppo per le risorse che utilizzavamo."
Gli amministratori della rete di Stanford erano invece a lo ro volta assillati da numerosi proprietari di siti Web, molti dei quali non capivano perché il servizio di Google richiedesse in continuazione copie delle pagine dei loro siti. Nel 1996 a nessuno interessava essere indicizzato da un motore di ricerca; la richiesta di scaricare l'intero contenuto di un sito era spesso considerata alla stregua di una violazione di proprietà. Il tipico visitatore di un sito Web poteva cuccare in giro, guardare qua e là, e poi proseguire verso la successiva destinazione. Ma il crawler di BackRub esauriva interamente un sito indícizzando ogni pagina alla velocità della luce. Spesso, semplicemente, i siti non erano stati progettati per farsi carico di una cosa del genere: rischiavano di soccombere sotto le voraci esigenze di BackRub. Anche se un sito riusciva a sostenere la richiesta del crawler, comunque quella procedura sembrava una violazione di qualche regola di condotta non scritta, se non qualcosa di peggio.
Winograd racconta la storia di un museo d'arte online che contattò Stanford dopo che BackRub aveva indicizzato il suo sito. Poiché il crawler aveva richiesto ogni singola pagina, al museo erano convinti che il suo vero scopo fosse quello di rubare le immagini e il testo, e ricreare il sito altrove. Il museo minacciò di fare causa, ma Winograd negoziò una tregua. Reclami di questo tipo alla fine fecero storcere il naso a Steve Hansen, il responsabile della sicurezza informatica dell'Università di Stanford, che scrisse per posta elettronica all'intera squadra del progetto Google nel febbraio del 1997:
« Negli ultimi sei o sette mesi ho ricevuto numerose lamentele da siti Web esterni al campus riguardanti i troppi e/o non autorizzati accessi Web provenienti dal [...] dipartimento di Informatica [...]. Il signor Page [...] ha fatto poco per placare gli operatori dei siti Web. Se deve essere fatta una ricerca all'esterno, su Internet, bisogna che si faccia con maggiore attenzione e supervisione di quanto non stia accadendo con il progetto BackRub. Se non applichiamo un'efficace autoregolamentazione in questo ambito, potrebbe succedere che altri decidano che abbiamo bisogno di un controllo dall'esterno. »
Page si scusò, incontrò Hansen e promise che avrebbe fatto meglio in futuro. Mise sul Web una pagina per spiegare al pubblico che in effetti Google stava indicizzando l'intero Web, ma non conservava copie di ogni pagina. Spiegò anche in modo dettagliato come era possibile per un proprietario di sito Web chiedere di essere escluso dalle zelanti richieste del crawler. Ma, incitato da un'altra lamentela nell'aprile del 1998, Hansen scrisse di nuovo un'email a Page:
« Questa non è la prima, e nemmeno la seconda volta che il progetto causa problemi a un altro server Web sulla Rete. Episodi simili sono costati a queste persone una significativa perdita economica. E ciò di sicuro non favorisce la reputazione dell'università o del dipartimento d’informatica.
Sono anche preoccupato delle potenziali responsabilità legali. »
Page riuscì di nuovo a placare Hansen e il progetto riprese velocemente. (Page evidentemente restò impressionato dalle capacità di Hansen, visto che in seguito lo assunse come responsabile della sicurezza di Google.)
Ma i reclami non erano soltanto per l'uso (o abuso) di risorse di calcolo da parte di BackRub. I proprietari dei siti cominciavano anche a prestare attenzione al servizio stesso di Google, in particolare a come i propri siti si classificavano secondo il nuovo algoritmo PageRank. Molti non gradivano il fatto che quel motore di ricerca venuto dal nulla desse un giudizio – apparentemente alla cieca – sul loro sito. Dopotutto, era la prima volta che qualcuno pretendeva di classificare il valore intrinseco di un sito Web. Come succede ancora oggi, quel giudizio evocava una risposta violenta. Si legge in una delle tipiche lamentele:
« Sono rimasto stupefatto dal vostro processo di classificazione. Visto che voi avete creato questo motore di ricerca, dovete anche correggere un odioso errore che è allo stesso tempo ridicolo e offensivo per un webmaster. Per favore, digitate le parole "Ulysses S. Grani" nel vostro motore e guardate i risultati. Il mio sito Web, "la home page di Ulysses S. GranC fu votato come "miglior sito sulla Guerra Civile" nel numero del febbraio 1994 della rivista Civil War Time Illustrateti [...]. Si è classificato come la più importante risorsa Web su qualsiasi personaggio o battaglia della Guerra Civile. Bill Gates mi ha persino inviato un'e-mail personale elogiandolo [...]. Voi [...] collocate altri siti, inferiori (alcuni patetici) più in alto nella vostra graduatoria [...]. Questa è un'ingiustizia di tale gravità da richiedere una spiegazione. Sono convinto che se dedicherete cinque minuti a guardare il mio sito lo collocherete più in alto. »
Page e Brin avevano evidentemente toccato un nervo scoperto, non solo per i patiti della Guerra Civile, ma per chiunque avesse lavorato a un sito Web. Chi erano questi mocciosi di Stanford per dire al mondo chi di noi era più importante? Che cosa ne sapevano del lavoro e della passione che c'erano dietro ai nostri siti?
Battelle J., “Google e gli altri”, Raffaello Cortina Editore, pag. 97
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