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Un gruppo di agenti di borsa andò alla sede di Google il giorno di San Valentino per incontrare Larry, Sergey e il team dirigenziale dell'azienda. È successo pochi giorni prima che altri 177 milioni di azioni fossero immesse sul mercato, e lo scopo della riunione era fornire informazioni su quella che il chief executive Eric Schmidt riconosceva essere un momento cruciale. Eric aveva capito che per Google a quel punto era importante aprirsi un po', e arrivare a San Valentino senza un evento organizzato per i professionisti di borsa era una cosa che avrebbe potuto minare la fiducia degli investitori nei confronti della società.
L'incontro è cominciato con le rassicuranti parole di Schmidt: «Il nostro network pubblicitario è una cosa meravigliosa da contemplare; abbiamo una fantastica varietà di inserzionisti. Non dipendiamo da nessuna categoria di clienti in particolare in modo soverchiante».
«Questo è in parte dovuto al principio della "coda di domanda"», ha proseguito. Si tratta del principio secondo cui, nell'era di Internet, la geografia non è più determinante perché i bassi costi di distribuzione rendono i prodotti di nicchia, che tradizionalmente si rivolgono a gruppi circoscritti di clienti, in grado di attrarre un pubblico più vasto. La conseguenza è che le vendite dei libri, dei film e dei dischi più popolari si sono rivelate con sorpresa una parte minore del fatturato di Amazon, Netflix e degli altri portali di commercio elettronico; il grosso dei loro affari, invece, proviene dalla coda di domanda relativa a beni meno diffusi e più ricercati che Internet ha finalmente reso più semplici da trovare. Nel caso di Google, il concetto si applica all'inaspettatamente vasto ventaglio di aziende che hanno deciso di comprare link pubblicitari sul motore di ricerca.
«La cosa sorprendente della coda di domanda è quanto sia davvero lunga, e quante piccole imprese ci siano là fuori che non hanno ancora potuto accedere al mercato di massa», ha spiegato Schmidt: «Noi siamo posizionati nel mezzo della coda e ci sta andando piuttosto bene, mentre a nostro parere non abbiamo ancora gli strumenti necessari per servire al meglio gli inserzionisti più grossi, così come quelli più piccoli. Vogliamo essere sicuri di riuscire a servire l'intera domanda di pubblicità online, e stiamo sviluppando i sistemi adatti».
Le parole di Schmidt hanno chiarito che il modello pubblicitario e di business di Google ha ancora ampi margini di crescita, e anche che l'azienda ha in programma di conquistare i ricchi inserzionisti che rientrano nella graduatoria Fortune 500. «Non siamo poi così anticonformisti come diciamo di essere», ha osservato: «Le cose che facciamo sono uniche se stiamo creando nuovi prodotti, ma per il resto l'attività viene gestita secondo i metodi abituali e monitorata secondo procedure e tecnologie contabili che sono lo stato dell'arte. Comunque ci interessano anche gli obiettivi a breve e ogni trimestre ci domandiamo: "Come stiamo andando?"».
Quindi anche Google, in fin dei conti, guarda alla sua performance finanziaria.
David Vise, Mark Malseed, “Google story”, EGEA, pag. 243
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