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Per cercare di conquistare il crescente mercato cinese, Google si è infatti piegato pubblicamente per la prima volta alle richieste di censura, rendendo inaccessibili i siti indicati dai censori di Pechino agli utenti che effettuano le ricerche dal territorio cinese. Ma già nel 2002 uno studio di Harvard aveva mostrato che, nelle versioni locali francese e tedesca (Google.fr e Google.de), Google censurava centotredici siti. Il colosso di Mountain View rispose che era vero, ma le pagine erano state rimosse solo su segnalazione di enti governativi, autorità di polizia e altri soggetti, e solo dopo un'attenta analisi dei loro contenuti: molti siti erano di matrice razzista, altri ispirati dal fondamentalismo religioso. Qualcuno polemizzò sul fatto che la tanto sbandierata trasparenza di Google cominciava a vacillare: bisognava rendere nota agli utenti l'applicazione di una censura che rischiava altrimenti di rimanere "nascosta"; altri rilevarono come la colpa non fosse certo di Google ma fosse insita negli ordinamenti giuridici che prevedono la possibilità di trascinare in tribunale un'azienda per la presenza di un link sulle proprie pagine. In quel caso, è evidente che Google, per evitare possibili conseguenze legali, preferì rimuovere i link valutandoli a uno a uno. Da notare, per inciso, che la fine del diritto di link è destinata a pesare sulle libertà digitali in misura sempre maggiore: chi deciderà cosa è lecito censurare? L'ennesima superautorità, magari sovrastatale? Il diritto del più forte, ovvero nel sistema di mercato il diritto di chi paga (o vale) di più? Oppure i ricatti dei fondamentalismi locali, soprattutto di matrice religiosa, che minacciano ritorsioni ogni qual volta la loro particolare visione del mondo viene lesa da qualche sito "sovversivo"? La portata del problema è vasta quanto l'importanza della libertà d'espressione e certo non sii può risolvere nelle aule di un tribunale. Il clamore sollevato dal caso cinese è però legato a una censura ordinata da un governo; nonostante questo mutamento di scala, Page e Brin non hanno cambiato idea, coscienti dell'importanza di un mercato rivolto a un quarto della popolazione mondiale.
Ippolita, “Luci e ombre di Google”, Feltrinelli, pag. 36
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