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Microsoft e Google hanno raggiunto un accordo extragiudiziale sul caso Kai-Fu Lee. Anche se i suoi termini non sono stati rivelati, il risarcimento non poteva riportare il sorriso sulla faccia di Bill Gates.
Per Kai-Fu Lee, l'accordo ha significato essere finalmente libero di assumere pienamente l'incarico di responsabile di Google per la Cina, dove il mercato Internet è sempre più competitivo. Yahoo ha recentemente investito un miliardo di dollari in Alibaba, un'azienda leader del mercato Internet. E Baidu.com, il principale motore di ricerca cinese, il cui nome significa «cento volte» e il cui logo di colori primari su sfondo bianco riprende quello di Google, si è quotata a Wall Street nell'agosto 2005, in una IPO rovente che ha visto l'azione schizzare da $27 a $122 nel primo giorno di contrattazioni. Questo è stato il più grande balzo in avanti nel giorno del debutto borsistico dai tempi dello scoppio della bolla della new economy nel 2000. Miliardi di dollari di valore borsistico sono andati così ad aggiungersi alla Google Economy globale, in espansione anche altrove. Infatti, in quella stessa settimana, un'azienda britannica comprava per $43 milioni il Search Engine Watch, vale a dire l'evento fieristico e la newsletter di Danny Sullivan, che continua a seguire con attenzione ogni mossa di Google per la sua platea globale di lettori.
Il potenziale di Google in Cina diventaa ogni giorno più evidente agli occhi di Larry, Sergey ed Erich. La tumultuosa crescita che ci si aspetta in Cina sia dalla ricerca sia dalla pubblicità online può sostenere nel tempo le straordinarie cifre su profitti e fatturato di Google, continuando a mantenere appetibile il titolo. Con una più ampia presenza nel mercato cinese, e con al timone Kai-Fu Lee, Google è in posizione privilegiata per attingere alle centinaia di migliaia di laureati in informatica che ogni anno vengono sfornati dalle università cinesi.
Ma una più ampia presenza, in Cina pone anche dei problemi. Il paese è governato da un'enorme burocrazia comunista che attivamente sorveglia, limita e censura l'accesso a Internet. Fare business in Cina significa quindi andare contro i più sacri principi dei fondatori, tesi a fornire l'accesso gratuito e privo di vincoli a ogni tipo di informazione. A partire dal 2000, la policy dell'azienda è stata di fornire gli stessi risultati di ricerca in lingua cinese che gli utenti di qualunque altra parte del mondo potevano trovare su Google.com. Siccome Google operava il sito al di fuori del territorio cinese, il governo non aveva modo di disporre ciò che andava e ciò che non andava visto. C'era un però. Dall'interno della Cina alcuni link erano bloccati, anche se gli utenti avevano modo di vedere quale era il tipo d'informazione censurata. La lista nera comprendeva i siti pornografici e politici, in particolare quelli che avevano a che fare con i diritti umani, il Tibet, Taiwan e la rivolta di Tienanmen. Per bloccare l'acceso a tali siti, il governo ricorreva a una serie di filtri sofisticati, ribattezzati la grande muraglia cinese (Great Firewa^ che spesso rallentavano il traffico web che li attraversava.
Quello che era un fastidio generico si è trasformato in una questione aziendale vitale, quando gli utenti cinesi hanno fatto sapere che l'accesso a Google.com era stato bloccato interamente. Anche se la durata del blocco fu breve, la questione aveva illustrato chiaramente a Larry e Sergey che non avevano nessun controllo sul mercato cinese. Sembrava non ci fosse via d'uscita da quella situazione. L'azienda avrebbe potuto collocare i suoi server in Cina, dove non avrebbero subito i rallentamenti dati dalla grande muraglia. Ma operare dall'interno della Cina significava che avrebbero dovuto accettare di censurare Internet.
I ragazzi si sono trovati di fronte al più grande dilemma morale nella breve vita dell'azienda, il primo ad aver seri risvolti politici. Resistere alla censura e rischiare di perdere quote di mercato a causa del servizio rallentato? Oppure partecipare attivamente alla censura del web in cambio di una maggiore possibilità di accesso al mercato cinese? Microsoft e Yahoo operavano già in Cina versioni censurate dei loro siti web, e offrivano e-mail, motore di ricerca e altri servizi personalizzati. Dato che Google si era a lungo vantata della sua supposta superiorità morale, incarnata dal motto Don't Be Evil dei due fondatori, l'azienda non si trovava in una posizione invidiabile; d'altro canto star fuori dal mercato cinese avrebbe rischiato di danneggiare gli azionisti.
Al Googleplex sono seguiti mesi di accese discussioni e lancinanti interrogativi morali, che hanno raggiunto il culmine nel gennaio 2006. Larry e Sergey, il cui verdetto è sempre quello decisivo, hanno alla fine deciso che procedere con la costruzione di un sito Google basato in Cina, censura inclusa, era la soluzione migliore. Al chief executive Eric Schimdt è stata lasciata l'incombenza di spiegare la decisione alla platea del World Economic Forum di Davos: «Abbiamo concluso che anche se le limitazioni non ci facevano certo impazzire, sarebbe stato peggio rinunciare a servire del tutto quegli utenti. Ci siamo costruiti un «malometro» per risolvere la questione». I dirigenti di Google fanno notare le concessioni ottenute: il motore fa sapere agli utenti quando i risultati sono stati censurati e non raccoglie dati personali per non rischiare di farle cadere in mani governative. Ciononostante, le prime pagine di tutto il mondo hanno tuonato contro l'azienda, intaccando la sua immagine aurea. Il congresso americano ha chiesto un'interrogazione parlamentare. E rimane il fatto che in Cina i due fondatori di Google si sono allontanati dal loro atteggiamento irrispettoso nei confronti dell'autorità.
E, come se non bastasse, si è aperto contemporaneamente negli Stati Uniti un dibattito d'altro profilo intorno alla richiesta del Dipartimento di Giustizia di accedere ai dati contenuti nei server di Google e delle altre aziende web. Mentre Microsoft, Yahoo e AOL non hanno fatto una piega e hanno consegnato al governo tutto ciò che chiedeva, Google si è vigorosamente opposta alla richiesta, sostenendo che aveva margini discrezionali troppo ampi, riuscendo a rintuzzare in parte le pretese dell'amministrazione americana.
In un viaggio a Pechino, nella primavera del 2006, per aprire il centro ricerca e sviluppo di Google in Cina, Schimdt ha di nuovo difeso la decisione: «E stata assolutamente la cosa giusta da fare». Sarebbe stato secondo lui «arrogante» da parte di Google cercare di far recedere il governo cinese dalla sua politica di censura. Ma nel mese di giugno, durante una visita a Washington, Brin ha riconosciuto che Google «aveva sacrificato» i suoi principi in Cina, facendo capire che la questione scotta ancora e che ripensamenti siano possibili: «Forse l'integrità a ogni costo sarebbe la soluzione migliore, ma non è quella la direzione che per il momento abbiamo preso».
Nell'estate 2006, il valore di borsa di Google raggiunge ormai $120 miliardi, più di Amazon, eBay e Yahoo messe insieme.
David Vise, Mark Malseed, “Google story”, EGEA, pag. 255
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