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Un algoritmo di ricerca, infatti, è uno strumento tecnico che attiva un meccanismo di marketing estremamente raffinato: l'utente conta sul fatto che i risultati non siano filtrati e corrispondano alle preferenze di navigazione generate dalla comunità degli utenti. In sostanza, si propaga un meccanismo di fiducia nell'oggettività della tecnica, ritenuta "buona" in quanto non influenzata dalle idiosincrasie e dalle preferenze di individui umani. Le macchine "buone", figlie di una scienza "oggettiva" e di una ricerca "disinteressata", non manipoleranno i risultati, non ci diranno bugie perché non possono mentire e comunque non avrebbero alcun interesse a farlo. La realtà è ben diversa e questa credenza si rivela un'ipotesi demagogica, dietro alla quale gli strumenti del marketing e del controllo accumulano profitti da capogiro.
Il caso di Google è l'esempio più lampante di questa "strategia dell'oggettività" legata alla tecnica: il motore di ricerca "buono per definizione", infatti, sfrutta e traccia interamente e in maniera continuativa i comportamenti degli utenti che usufruiscono dei suoi servizi.
Ippolita, “Luci e ombre di Google”, Feltrinelli, pag. 83
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