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È facile intuire la reazione iniziale che la notizia di questo nuovo servizio provoca. Voi digitate il vostro numero di telefono – unica forma di identificazione personale – e appare una mappa con la vostra abitazione. La prima reazione di chi non aveva mai visto una cosa del genere è stata: Mio Dio, sanno dove vivo!
Questa paura di una cosa in realtà molto semplice – nota come consultazione inversa dell'elenco telefonico – porta a fare ulteriori riflessioni.
Nella nostra società questo genere di elenchi è legale. Gli indirizzi e i numeri di telefono vengono considerati informazioni di pubblico dominio, a meno che l'intestatario non chieda di non pubblicare il proprio recapito. Ci piaccia o meno, non possiamo nascondere il nostro indirizzo postale, sebbene esistano certamente altri modi per evitare di collegare la propria identità con il luogo dove si vive, se si desidera farlo. Anche mettere in relazione un numero di telefono con un indirizzo è lecito: i giornalisti, i poliziotti e i detective privati lo fanno di continuo.
Ma se è vero che queste informazioni sono pubbliche, non sono però facilmente accessibili. Prima che Google e altri creassero la connessione digitale attraverso la ricerca, il grande pubblico era convinto che fosse difficile fare una consultazione inversa dell'elenco, e soltanto chi aveva un'esplicita o tacita autorizzazione sociale – le forze dell'ordine o la stampa – si prendeva la briga di farlo.
Se al vostro collega è capitato di essere coinvolto in un travagliato divorzio di cui hanno parlato i giornali, o che semplicemente è presente in un elenco di cause civili aperto alla pubblica consultazione (molti tribunali lo fanno), non sarebbe così difficile scoprirlo. O forse ha rifiutato sdegnosamente un'ex amante, lasciandola con molto rancore e un blog, che trasforma così la loro lite in una voce permanente nel “Database delle Intenzioni”. O forse il vostro compagno di stanza è stato redarguito da un'istituzione professionale, un rimprovero che è stato ripreso nella newsletter mensile di quel organizzazione, ora disponibile online.
È il caso di Mark Maughan, un commercialista di Los Angeles che ha inserito il suo nome su Google e quel che ha visto non gli è piaciuto affatto. La sua ricerca, fatta per vanità, gli ha dato come risposta una pagina tratta dal Consiglio dei ragionieri della California, che riportava la notizia di un provvedimento disciplinare nei suoi confronti, da lui peraltro contestato. Maughan ha fatto causa a Google, Yahoo e vari altri motori di ricerca, anche se la sua causa ha scarse possibilità di successo (il motivo, in breve: ambasciator non porta pena). La lezione, comunque, è chiara: nella mente degli altri voi siete quello che l'indice di risultati dice che siete. Se non vi va bene, cambiate l'indice. Per quanto possa sembrare strano, tutti gli articoli di stampa sul caso Maughan hanno fatto esattamente questo: hanno spinto la pagina ritenuta offensiva più in basso nell'indice, ma hanno fatto risaltare ancora di più il profilo polemico di Maughan. Adesso il primo risultato per "Mark Maughan" su Google è un contributo a un blog tratto da un sito chiamato Overlawyered che fa a pezzi Maughan per aver intentato causa su quella che il sito ritiene una questione frivola.
Secondo un articolo di Forbes dell'agosto 2004, una coppia nel bel mezzo di una furibonda vertenza scoprì che i dettagli di quel procedimento difficile e litigioso – incluse le entrate del marito, la predilezione della moglie perle pellicce e il desiderio del marito di risposarsi – erano visibili da chiunque su Google (da allora quel informazione è stata tolta).
La semplice realtà è questa: praticamente chiunque abbia accesso a un computer, prima o poi, inserirà in Google il nome di qualcun altro. Se siete un operatore della conoscenza probabilmente fate una ricerca del genere su qualcuno quasi tutti i giorni, se non più spesso. Vi attende un colloquio per coprire una posizione nella vostra azienda? Fate una ricerca sul candidato.
È consigliabile controllare il proprio nome su Google con una certa frequenza. Visto che praticamente chiunque incontriate lo farà comunque, è buona norma farsi un'idea di chi siete nel mondo secondo l'indice. Nell'era di Google, ogni nuova relazione comincia con una ricerca su Google.
Battelle J., “Google e gli altri”, Raffaello Cortina Editore, pag. 227
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