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Nel marzo 1996 Page lancia il suo spider, un programma per esplorare il web, testandolo con l'algoritmo di ranking che aveva sviluppato.
Il motore di ricerca dei due talenti di Stanford, costruito attorno allo spider, miete immediatamente successi tra studenti e ricercatori, acquisendo una straordinaria e repentina popolarità. Tuttavia, per gli amministratori di rete di Stanford il consumo di banda del motore di ricerca comincia a rappresentare un problema significativo. In più, i proprietari dei siti indicizzati si preoccupano da un lato dei diritti di copyright del proprio materiale e dall'altro del fatto che il ranking di Google non tiene in alcuna considerazione i premi ufficiali o gli altri sistemi di valutazione consolidati, fatta eccezione per la quantità e la qualità (nel senso di "popolarità") dei collegamenti che una pagina è in grado di muovere attorno a sé. A Google interessa l'economia relazionale espressa in termini di link e null'altro: "Lo spider non si interessa dei contenuti di una pagina".
Il valore di un risultato si costruisce attraverso il conteggio delle relazioni di una pagina con altre, e non imponendo una classificazione arbitraria in base a termini di ricerca. Questa forzatura sarà la chiave dell'efficienza di Google negli anni seguenti: i risultati non sono più stabiliti in maniera assoluta una volta per tutte, ma variano dinamicamente a seconda della posizione assunta dalle pagine nel contesto della Rete.
Ippolita, “Luci e ombre di Google”, Feltrinelli, pag. 20
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