| Corsi
di apicultura a Roma |
Tra le varie forme di allevamento,
l’apicoltura è
tra quelle che richiedono maggior passione e vocazione, trattandosi di
un’attività che può certo essere razionalizzata, ma in nessun
caso industrializzata. L’apicoltura può essere assai significativa
anche ai fini del controllo ambientale, essendo l’ape un animale molto
sensibile alla qualità dell’ambiente in cui vive, e inoltre, per
la natura stessa della sua attività, una sorta di "campionatore
biologico" assai funzionale, almeno d’estate, in quanto le api, nella
loro attività di bottinamento, ispezionano una vasta area attorno
all’alveare, venendo a contatto con suolo, vegetazione, aria e acqua della
zona in cui vivono. La zona - nel caso dell’apicoltura Spiccalunto - è
l’incantevole campagna della provincia di Roma. Inoltre il corpo, rivestito
di peli, è particolarmente adatto per trattenere i materiali e
le sostanze con cui viene a contatto. L’apicoltore è il primo a
constatare il problemi delle sue colonie, e spesso interviene per allertare
i poteri o l’opinione pubblica sulla presenza nell’ambiente di inquinanti
pericolosi: in Europa, alcuni prodotti fitosanitari sono stati proibiti
proprio grazie all’intervento degli apicoltori.
L’arte dell’apicoltura
La gestione di un alveare
consiste soprattutto nel sorvegliarne lo sviluppo in funzione del periodo
e delle condizioni ambientali. Una colonia di api è costituita
da un’unica regina, da molte operaie (femmine), da fuchi (maschi) e dalla
covata (larve). Un alveare è composto da un’unica colonia o famiglia.
Per riprodursi e sopravvivere, una colonia di api cerca di accumulare
il massimo possibile di provviste durante la buona stagione, per poter
passare l’inverno. La popolazione della colonia varia secondo le stagioni.
È molto grande nei periodi in cui le risorse naturali sono abbondanti
(da 30.000 a 70.000 individui), allo scopo di fare la maggiore raccolta
possibile. D’inverno si riduce fino a scendere attorno ai 6.000 individui,
per ridurre al minimo indispensabile il consumo delle provviste. La popolazione
non può tuttavia scendere oltre un certo limite, giacché
è quella che dovrà rilanciare la colonia in primavera.
Apicoltura a Roma. La sciamatura artificiale
Una colonia che perde
la propria regina non può sopravvivere, senza l’individuo che depone
le uova ed assicura la sopravvivenza del gruppo. Le operaie se ne rendono
conto in un paio di giorni. Scelgono allora delle cellette che contengono
uova prodotte da meno di 3 giorni ed allevano le larve che esse contengono
esclusivamente a base di pappa reale.Per moltiplicare la colonia, quindi,
gli apicultori - come l’azienda Spiccalunto che opera in provincia di
Roma - prelevano in un alveare popoloso dei favi con cellette contenenti
uova di meno di 3 giorni, che sono coperti di operaie, e li trasferiscono
un un nuovo alveare con favi ricchi di provviste. Se tutto va bene, due
settimane più tardi nasce una nuova regina.
L’organizzazione delle api è incredibilmente efficace
L’osservazione di molti fatti e fenomeni legati alla vita delle api mostra
che la loro organizzazione obbedisce a principi fortemente economici,
che sarebbero certo giudicati come completamente totalitari, se applicati
a società umane. Alcuni esempi:
* le operaie sono interamente al servizio della comunità, e muoiono
normalmente sul lavoro;
* lo stesso accade per i maschi, il cui ruolo è strettamente ed
esclusivamente legato alla riproduzione.
* i guardiani dell’alveare non esitano a sacrificarsi attaccando nemici
più forti di loro; e muoiono quando pungono, non potendo sopravvivere
alla perdita del dardo.
* nella bella stagione, la regina depone uova ininterrottamente, da 1500
a 3000 al giorno.
* una giovane regina appena uscita dalla celletta uccide immediatamente
le sorelle più giovani, giacchè l’alveare non può
permettersi di nutrire più di una colonia per volta.
* quando una nuova regina esce dall’uovo, è la vecchia che, con
le operaie che l’accompagnano, si assume tutti i rischi lasciando l’alveare,
dato che la sciamatura avviene senza alcuna garanzia di trovare un nuovo
posto adatto.
* ogni individuo improduttivo è ucciso, senza esitazioni: anche
le larve sono espulse dall’alveare se, dopo un episodio di primavera precoce
che ha incoraggiato le vecchie operaie sopravvissute all’inverno ad avviare
la nuova cova, sopravviene un ritorno di freddo che brucia la vitalità
delle nuove larve.
* le operaie smettono di nutrire i maschi, la cui utilità come
riproduttori è finita, quando la stagione è troppo avanzata,
e ciò compromette le possibilità di sopravvivenza di una
colonia che, perdendo la propria regina, dovrebbe allevarne immediatamente
una nuova (il che richiederebbe 16 giorni di allevamento, poi il tempo
di fecondazione, prima di poter avviare la successiva covata e l’allevamento
di nuove generazioni di operaie destinate a proteggere la regina durante
l’inverno imminente).
* la forma esagonale della sezione delle celle ottimizza la quantità
di cera necessaria a costruirne le pareti. Le colonie più prospere
si riproducono per sciamatura All’inizio della primavera vengono prodotte
alcune cellette reali. Una settimana circa prima della nascita delle nuove
regine, la vecchia lascia l’alveare con circa la metà di tutte
le operaie per formare uno sciame; al momento della partenza, tutte le
operaie si riempiono il sacco melario di provviste sufficienti per 48
ore: per questo periodo le api non possono pungere e quindi un nuovo sciame
è per alcune ore inoffensivo. Questo sciame parte alla ricerca
di un riparo: può essergli fornito dall’apicultore, che lo cattura
e lo sistema in un nuovo alveare, oppure esso si inselvatichisce e trova
riparo in un albero cavo, in un buco, in un camino in disuso o addirittura
dietro un’imposta. Una colonia può produrre, tra l’inizio della
primavera e l’inizio dell’estate, fino a tre sciami, che sono detti primario,
secondario e terziario. Uno sciame secondario ha una regina giovane e
può volare a chilometri di distanza, a differenza dello sciame
primario.
L’allevamento delle api: le tecniche dell’apicoltura
Nella storia dell’apicoltura,
particolare importanza riveste l’arnia in cesta di paglia o di vimini,
che veniva impermeabilizzata con una copertura in creta o in creta e sterco.
In questo caso si richiama l’attenzione sull’uso greco di porre i cesti
rovesciati verso l’alto con una serie di legnetti ed una copertura di
pietra o di corteccia. In tale caso i favi venivano spesso costruiti dalle
api appesi ai legni mobili posti superiormente e la sfasatura delle pareti,
analoga a quella naturale dei favi, non provocava la saldatura alle pareti
tipica altrimenti di questi "bugni villici": erano le antesignane
delle arnie moderne a favi mobili. Si afferma poi sicuramente un tipo
di arnia o "bugno villico", costituito da quattro assi poste
a formare un parallelepipedo vagamente piramidale con un imbocco leggermente
più piccolo rispetto alla parte terminale. Quest’ultima veniva
chiusa da uno sportellino rimovibile. L’origine di tali ricoveri per le
api si perde nei secoli e il loro utilizzo, in maniera quasi immutata,
è continuato fino a qualche decina di anni fa. L’uso e l’allevamento
delle api è comune a molte culture: da quella egizia, che li ha
effigiati nelle decorazioni tombali, a quella greca e di Roma antica,
che inseriva con sapienza il miele nella propria alimentazione, codificandone
l’uso gastronomico. Virgilio, nelle "Georgiche" descrive le
tecniche apistiche. Il miele è poi citato anche nelle religioni
ebraiche e musulmane dove "fiumi di latte e miele ristoreranno i
guerrieri morti valorosamente per la fede".
Nel 1800, in tutto il mondo, il settore apistico registra un fermento
nuovo, una storica rivoluzione. L’arnia in paglia con favi mobili di tipo
greco aveva ispirato nel corso dei secoli alcuni sviluppi verso l’arnia
razionale, ma si erano tutti arenati. Nel 1851 Langstroth fa proprie alcune
esperienze precedenti ed inventa il favo mobile. Apre una strada. E’ tutto
un pullulare di invenzioni, molte delle quali abortiscono o non vengono
raccolte, ma altre determinano in pochi anni un’autentica rivoluzione,
che porta all’arnia moderna. A differenza dell’arnia di antica concezione,
la nuova struttura è costituita da un modulo base contenente favi
mobili e un sistema modulare di melari, contenenti favetti, sempre mobili,
per il periodo di raccolto. Ma le invenzioni non si limitano alle arnie:
nel 1857 sono i fogli cerei, e nel 1865 lo smielatore centrifugo. Nasce
la moderna apicoltura. Ci vorrà quasi un secolo però per
soppiantare completamente i bugni villici e l’apicoltura di tipo più
tradizionale.
Oltre settant’anni di attività,
centinaia di clienti in tutt’Italia, passione e cura nell’allevamento
delle api e nella produzione di tutti i prodotti dell’alveare.
Queste sono le caratteristiche che contraddistinguono Apicoltura
Spiccalunto di Morlupo in provincia di Roma, e che affiancate a 400
mq di laboratorio per la lavorazione
di miele e prodotti apistici la collocano tra una delle emergenti
realtà del settore apistico nazionale.
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