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Una premessa.
Noi della redazione de Ilpalo della vicenda Tav Val di Susa avevamo all’inizio
capito poco. Abbiamo allora chiesto informazioni ad un lettore della nostra
lista, invitandolo a far circolare documenti e chiarimenti sulla vicenda.
Ecco quel che ci ha risposto:
“Vivo a Buttigliera Alta (TO), e seguo con attenzione questa vicenda
che mi riguarda da vicino. La testimonianza che segue mi arriva da un
esponente dei comitati No-tav, investiti da un clima pesante.
«Come si possono giustificare oltre 1500 agenti di polizia, più carabinieri
e guardia di finanza, che infestano la vallata? Ci sono oltre 20 posti
di blocco che sono veri e propri check-point, e innumerevoli uomini della
Digos in borghese, che ti fermano e ti controllano ovunque, facendosi
riconoscere poi solo al momento di richiesta di documenti. Immagini che
spavento può essere una macchina affiancata da un’altra auto "civetta",
senza nessun simbolo o lampeggiante, un auto costretta da una pistola
puntata ad accostare, da cui scendono 4 individui armati, e si fanno riconoscere
solo dopo alcuni minuti, e il tutto perchè l’auto aveva un adesivo del
NO-TAV...
Quell’auto era la mia e non è successo solo a me!
E poi vanno via dicendo che sarebbe meglio restare a casa a farsi i fatti
propri (anche se uno ha l’ unica "colpa"di avere un adesivo
per poter sempre dimostrare il suo dissenso e di tornare dal lavoro passando
in un nodo nevralgico per le comunicazioni della valle), pc portatili
nei presidi requisiti improvisamente senza che vi sia un ordine di un
magistrato solo per provocare la reazione del "depredato", e
poi solo restituiti per intervento di un parroco o di un esponente con
fascia tricolore...»
Scrive ancora il nostro lettore Andrea Pedaggio:
«A tale proposito tempo fa mi aveva chiesto come si viveva nel mio paese
- Buttigliera Alta (TO) - e io le avevo risposto che era un paese
di gente con la famosa "puzza sotto il naso", che guarda i redditi
medi come dei poveracci. Ebbene il sindaco del mio paese è l’unico
in tutta la valle che oltre a non aver mai sfilato, con la fascia o come
semplice cittadino, non si sia mai espresso pubblicamente o a favore
o contro il Tav, molto significativo di che gente abita qui.
Le ripeto questa è la testimonianza che, anche chi in questo momento è
sui luoghi presidiati, è di spirito sereno e tutt’altro che minaccioso,
e che guarda l’evento al di là di ogni categoria sociale o punto di vista
politico. Questa è una cosa che sta molto a cuore a me e alla mia famiglia.
Mio figlio di 10 anni, Giacomo che va a scuola a Rivoli, è tra i pochi
bambini dell’intero istituto ad essere informato, e quando la scuola ha
paventato, per la fine dell’ anno scolastico, una visita ai siti di carotaggio
e trivellazione per far capire questa grande opera ingenieristica, si
sia alzato e abbia detto che lui nemmeno morto ci sarebbe andato perchè
alla salute della valle lui ci tiene!
Credo che questo sotto, sia l’articolo migliore su quanto si vuole sapere
sul Tav.
VAL DI SUSA: INCUBO TAV
La storia che voglio raccontarvi parla di grandi capitali e di piccoli
uomini, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie scavate
nell’uranio, di società private costituite con il denaro pubblico, piramidi
di Cheope fatte di smarino e grattacieli di fibre d’amianto, di cittadini
che difendono i propri diritti additati come canaglie, e di canaglie senza
scrupoli che si fingevano persone attente all’ambiente e ai diritti dei
propri cittadini, di sindaci bastonati dalla polizia in una Valle decisa
a resistere all’ennesimo stupro del proprio territorio, di come un grande
investimento non produrrà altro che impoverimento, di quando le parole
degli esperti vengono trasformate in sussurri ed il biascicare incompetente
dei politici assurge a realtà incontrovertibile.
La storia inizia il 7 agosto 1991 con la nascita di Tav spa, la società
a capitale misto pubblico e privato deputata a costruire in Italia quasi
900 km di linee ferroviarie per i treni ad alta velocità.
In realtà dopo il disastroso risultato economico del tunnel sotto la Manica
non si riscontrava assolutamente traccia di privati disposti a rischiare
il proprio capitale nella costruzione di grandi infrastrutture e quello
di presentare Tav spa come una società a capitale misto era un mero artificio
volto a far si che l’Italia potesse rispettare i parametri di Maastricht
che imponevano il rapporto deficit-pil al 3%.
Lo Stato garantì il finanziamento del 40% in conto capitale, mentre finanziò
il restante 60% (quello di appannaggio dei privati) attraverso prestiti
bancari, accollandosi gli interessi degli stessi fino al completamento
dell’opera.
Il 10 marzo 1998 le Ferrovie di Stato che detenevano la maggioranza del
capitale pubblico acquisirono il 100% di Tav spa e dal primo gennaio del
2003, ormai nell’ambito della “legge obiettivo” Tav spa è entrata nell’orbita
di Infrastrutture spa, il cui azionista unico è la Cassa Depositi e Prestiti.
Tutto questo gioco di scatole cinesi, nato una quindicina di anni fa dalla
fervida fantasia dell’allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino e perfezionato
poi dal governo Berlusconi sotto il nome di “project financing”, ha come
unico scopo quello di permettere allo Stato di contrarre enormi debiti,
senza però doverli iscrivere nel proprio Bilancio, evitando così che essi
incidano nei parametri del Patto Europeo di stabilità. I privati esistono
veramente ma rivestono il ruolo di General Contractor grazie al perfezionamento
di un’altra “intuizione” del buon Cirino Pomicino. Fiat IRI ed ENI (i
General Contractor) sono concessionari con l’esclusione della gestione,
hanno cioè tutti i poteri del committente pubblico nella gestione dei
subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri, ma non hanno poi
la gestione diretta dell’opera, (caso unico in Europa) per cui il loro
solo interesse, essendo disancorati dalla successiva gestione, sarà quello
di fare durare i lavori il più a lungo possibile al fine di fare levitare
al massimo la spesa. Inoltre il General Contractor a differenza del concessionario
tradizionale di lavori o servizi pubblici, potrà affidare i lavori a chi
vuole anche con trattativa privata, ed essendo un privato, non sarà mai
perseguibile per corruzione, in quanto eventuali tangenti potranno essere
giustificate sotto forma di “provvigioni”.
Si trasferisce tutto
il rischio d’impresa dal privato allo Stato
Un’architettura senza
dubbio ingegnosa attraverso la quale si trasferisce tutto il rischio d’impresa
dal privato allo Stato, che alla fine dei lavori sarà però costretto a
restituire i prestiti delle banche, aprendo così una voragine senza fondo
nella quale precipiterà giocoforza la nostra già fragile economia.
La conseguenza di tutto ciò è che il progetto dell’Alta Velocità, presentato
nel 1991 con un costo previsto di 26.180 miliardi di lire, rischierà invece
di costare, una volta terminato in un lontano futuro, circa 80 miliardi
di euro (160 miliardi delle vecchie lire, sei volte la cifra iniziale)
e gli italiani ne pagheranno i debiti fino al 2040 ad un ritmo di 2 miliardi
e 300 milioni di euro l’anno.
Ci sarebbero molte altre cose da raccontare concernenti questi 14 anni
nei quali il progetto Alta Velocità ha preso forma e mosso i suoi primi
passi, anni nei quali la zona del Mugello è stata devastata dalle gallerie
con conseguenze idrogeologiche irreversibili, anni nei quali personaggi
legati a doppio filo alla politica e all’imprenditoria come Necci Lorenzo,
Pacini Battaglia, Icalza Ercole e molti altri, si sono spartiti tangenti
miliardarie, sono stati indagati, hanno corrotto giudici, vinto e perso
processi, il tutto continuando a mantenere sempre posizioni preminenti
all’interno delle istituzioni.
Anni di grossi guadagni per chi come l’attuale ministro delle infrastrutture
Pietro Lunardi, attraverso la Roksoil azienda di famiglia, si è aggiudicato
un numero infinito di opere e consulenze, o chi come Romano Prodi fondò
la Nomisma, società bolognese indagata nel 1992 nell’ambito di una consulenza
miliardaria sull’Alta Velocità, le cui conclusioni a fronte di un’analisi
quanto mai approfondita e retribuita si manifestavano nell’enunciato che
“la velocità fa risparmiare tempo”. Anni nei quali 13.779 lavoratori impegnati
nel progetto Tav hanno lavorato a ciclo continuo con turni che potevano
impegnarli anche per 48 ore di seguito, in gallerie dove l’aria era inquinata,
la luce poca ed i rischi molti, come molti sono stati fra loro gli operai
deceduti in incidenti sul lavoro. Basti pensare che nei soli primi 6 mesi
di lavori sulla tratta Torino - Novara si sono annoverati 350 infortuni
dei quali 2 mortali.
Ma la storia che voglio raccontarvi è una storia ad Alta Velocità, dove
non esiste tempo per soffermarsi a riflettere, valutare i giudizi degli
esperti, confrontarsi con le istituzioni locali. Esiste solamente una
montagna di denaro senza fine, sulla quale gettarsi con voracità assassina,
ed una montagna di roccia da sventrare al più presto, per garantire la
sopravvivenza del bengodi. Il progetto per la costruzione della Linea
ferroviaria Alta Velocità – Alta Capacità Torino – Lione si è evidenziato
fin da subito come il più scellerato ed economicamente dispendioso dell’intero
programma Tav, e la nostra storia vuole entrare nel merito delle motivazioni
che hanno spinto decine di migliaia di persone ad osteggiarlo con veemenza
fin dalla sua nascita.
L’intenzione dei progettisti è quella di costruire un tracciato che partendo
da Settimo Torinese (periferia nord est di Torino) attraversi buona parte
della Valle di Susa per poi sbucare in Francia attraverso un tunnel di
52 km sotto il massiccio dell’Ambin. Tale tracciato accreditato come parte
integrante di un fantomatico “Corridoio 5 Lisbona – Kiev” viene definito
indispensabile ed irrinunciabile dalla maggior parte degli uomini politici
di ogni razza e colore, nonché dalla Confindustria e da tutti i poteri
forti, che attendono di spartirsi le enormi somme di denaro garantite
dall’opera per almeno i prossimi 15 anni.
Le ragioni addotte per suffragare la necessità assoluta del progetto,
si sono sempre limitate a demagogiche affermazioni secondo le quali la
Torino – Lione sarebbe indispensabile al rilancio del Piemonte, che senza
di essa resterebbe isolato dall’Europa, oppure a proclami privi di fondamento
secondo i quali l’opera risulta indispensabile per l’innovazione del sistema
dei trasporti italiano e garantirà un enorme ritorno sia dal punto di
vista economico che da quello occupazionale.
E’ stata anche ventilata, in realtà senza troppa convinzione, la necessità
di garantire attraverso l’opera, la gestione del supposto futuro incremento
dei flussi passeggeri e commerciali, nonché ipotizzato un futuro trasferimento
alla rotaia del traffico su gomma tramite le navette in grado di trasportare
i Tir, con conseguenze positive in termini d’inquinamento ambientale.
Quando le commissioni tecniche, scientifiche e gli esperti hanno iniziato
nel corso degli anni ad analizzare il progetto nelle sue varie sfaccettature,
è però emersa una realtà in profonda distonia con le roboanti dichiarazioni
della folta schiera di politici, pennivendoli e mestieranti vari che si
sono prodigati e si prodigano nel tentativo di dare alla Torino – Lione
una patente di “opera necessaria”, che non ha assolutamente ragione di
esistere.
Già
oggi passano un’autostrada, due strade statali, una linea ferroviaria
passeggeri e merci a doppio binario, un fiume, molteplici strade provinciali,
acquedotti, condutture del gas, linee elettriche aeree ed interrate
Quella di un Piemonte isolato dal resto d’Europa è un’affermazione talmente
assurda da meritare di albergare solo nella fantasia di una mente malata.
Lungo la sola la Valle di Susa passano infatti attualmente circa il 35%
delle merci che valicano le Alpi, troppe veramente per una regione in
stato d’isolamento.
La Valle di Susa è una valle alpina larga in media solamente 1,5 km con
abbondanza d’insediamenti abitativi ed industriali. Attraverso di essa
già oggi passano un’autostrada, due strade statali, una linea ferroviaria
passeggeri e merci a doppio binario, un fiume, molteplici strade provinciali,
acquedotti, condutture del gas, linee elettriche aeree ed interrate.
Dovrebbe essere evidente per chiunque come una realtà naturale già così
fortemente violentata, non sia assolutamente in grado di sostenere il
peso di nuove pesanti infrastrutture, se non al prezzo di conseguenze
disastrose sia per il territorio che per la qualità di vita di coloro
che lo abitano.
La costruzione della Torino – Lione comporterà nella sola parte italiana
l’estrazione dalle gallerie di 16 milioni di metri cubi di smarino (almeno
6 volte il volume della piramide di Cheope) per i quali occorreranno 2.500.000
passaggi di camion solo per stoccare nelle varie discariche i materiali
di risulta. I recenti studi d’ingegneria dei trasporti affermano che quando
tra una quindicina di anni l’opera sarà terminata, solo l’1% dell’attuale
traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. La contropartita di questo
deludente risultato sarà pagata in maniera salatissima dai cittadini della
Valle e della cintura di Torino, in quanto si calcola che durante questi
15 anni almeno 500 camion circoleranno giorno e notte per il trasporto
dei materiali di scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio, con il conseguente
aumento d’inquinanti, polveri e rumore.
Oltre ai grossi rischi di natura idrogeologica focalizzati nella bassa
valle, ad elevato rischio alluvionale, le cui conseguenze potrebbero ripercuotersi
in maniera drammatica anche sulla città di Torino, gli studi hanno messo
in evidenza due punti di estrema criticità del progetto Alta Velocità
– Alta Capacità Torino – Lione. Il primo riguarda la galleria di 23 km
Musinè/Gravio che dovrebbe attraversare un terreno caratterizzato da rocce
ricche di amianto. Secondo le analisi commissionate dalla Rete Ferroviaria
Italiana ai geologi dell’Università di Siena, il volume previsto di materiale
estratto contenente amianto dovrebbe essere di almeno 1.150.000 metri
cubi.
Non risulta sia stato previsto alcun piano di sicurezza volto ad impedire
la dispersione delle fibre d’amianto durante le fasi di lavorazione e
di stoccaggio. La metà del materiale estratto contenente amianto (paragonabile
per volume ad un grattacielo alto 400 metri) è previsto sia stoccata in
un sito a cielo aperto nei pressi del comune di Almese, senza nessuna
protezione e giocoforza esposto ai forti venti di fhon che spesso soffiano
nella valle (mediamente per 40 giorni all’anno) in direzione Torino.
In un dossier curato dal dottor Edoardo Gays, oncologo dell’ospedale San
Luigi di Orbassano, viene sottolineato come l’amianto, riguardo al quale
non esiste per l’uomo una soglia minima di tollerabilità, causa oltre
ad altre affezioni il mesotelioma pleurico, un tumore maligno che si manifesta
anche dopo 15, 20 anni dall’inalazione delle particelle, esso porta al
decesso in media entro 9 mesi dal momento della diagnosi ed ha un tasso
di mortalità nell’ordine del 100%. Sempre il dottor Gays nel suo studio
esprime grossa preoccupazione per le conseguenze degli scavi e dello stoccaggio
dei materiali contenenti amianto sulla salute dei cittadini, ed afferma
che alla luce di queste condizioni le morti per mesotelioma rischieranno
di aumentare di oltre 100 volte su scala regionale.
Il secondo punto critico è costituito dal tunnel di 52 km che dovrà correre
sotto il massiccio dell’Ambin, preceduto da una galleria di prospezione
lunga oltre 7 km e del diametro di 6 metri. All’interno del massiccio
dell’Ambin sono infatti presenti numerosi giacimenti di uranio, come documentato
dal CNR fin dal 1965. Per maggior precisione il materiale presente è pechblenda,
una forma particolarmente radioattiva.
L’uranio si disperde nell’aria e può essere inalato
Una parte dello smarino estratto sarà perciò con tutta probabilità carica
di radioattività ed estremamente pericolosa sia in fase di scavo che di
stoccaggio. L’uranio si disperde nell’aria e può essere inalato, inoltre
contamina le falde acquifere e va ad inquinare i corsi d’acqua che possono
essere utilizzati per l’irrigazione. L’uranio se inalato o ingerito provoca
contaminazione interna e può essere causa di linfomi e leucemie.
Occorre anche sottolineare che la distribuzione delle falde acquifere
all’interno del massiccio dell’Ambin è estremamente complessa, e le conseguenze
degli scavi rischiano di compromettere gravemente il sistema idrografico
dell’area, come già avvenuto nel corso degli scavi delle gallerie per
la linea Alta Velocità Firenze – Bologna nella zona del Mugello.
Se alla luce delle analisi fin qui esposte, il progetto della linea ferroviaria
Alta Velocità – Alta Capacità Torino – Lione si dimostra in maniera incontrovertibile
un’opera altamente pericolosa per la salute e l’incolumità dei cittadini,
non solo della Valle di Susa ma anche della cintura torinese e del capoluogo
stesso, anche gli studi inerenti all’utilità ed al ritorno economico del
tracciato mostrano imbarazzanti incongruenze nel merito delle quali non
si può evitare di entrare.
I traffici sull’asse Lisbona – Kiev sono ad oggi irrilevanti
I traffici di lunga distanza sull’asse Lisbona – Kiev, che motiverebbero
il concetto di “Corridoio 5”, sono ad oggi irrilevanti. Il traffico passeggeri
di lunga distanza si muove e si muoverà in aereo, poiché risulta ampiamente
dimostrato come le ferrovie ad Alta Velocità non siano assolutamente competitive
nelle distanze superiori ai 500 km.
I traffici merci di lunga distanza sono estremamente esigui, la velocità
non è un requisito fondamentale (basta osservare il successo delle ferrovie
statunitensi con velocità commerciali nell’ordine dei 30 km/h.) anzi contribuisce
ad aumentare i costi a dismisura, favorendo sull’asse in oggetto l’alternativa
marittima.
L’attuale linea ferroviaria Torino – Modane è oggi utilizzata solamente
al 38% della sua capacità. Le navette predisposte per il caricamento dei
Tir sono state usate solo durante il breve periodo di chiusura del Frejus,
altrimenti partono ogni giorno vuote.
Gli unici due treni giornalieri del collegamento ferroviario diretto Torino
– Lione sono stati soppressi per mancanza di passeggeri.
Una scarsità di traffico davvero disarmante per una direttrice così importante
da giustificare l’investimento di 21 miliardi di euro (la metà dei quali
di competenza italiana) al fine di dotarla di una linea ad Alta Velocità.
Negli anni passati, quando ancora la pesante crisi economica europea non
si era manifestata in tutta la sua interezza, il governo aveva affidato
ad una società molto quotata, la Setec Economie il compito di valutare
i benefici dell’opera. Tale società aveva analizzato i volumi tendenziali
di traffico per gli anni a venire, stimando con un ottimismo che alla
luce della contrazione odierna del mercato non può che far sorridere,
un volume di traffico che avrebbe dovuto attestarsi nel 2015 intorno ai
174 treni/giorno. La linea esistente, una volta effettuati gli interventi
di potenziamento previsti, molti dei quali già in corso dovrebbe consentire
già nel 2008 una capacità di circa 220 treni/giorno, un valore ampiamente
compatibile con qualsiasi ottimistica previsione.
Il costo esorbitante della Tav
Alla luce di questi dati si stenta veramente a comprendere, se non nell’ottica
della spartizione mafiosa dei finanziamenti pubblici, per quale arcana
ragione anziché perseguire lo sfruttamento della linea attuale ottimizzandone
le potenzialità, s’intenda invece portare a termine un progetto totalmente
inutile come quello della linea ferroviaria Alta Velocità – Alta Capacità
Torino – Lione, finalizzata ad una capacità di trasporto superiore di
oltre 5 volte agli attuali livelli di traffico, oltretutto alla luce del
fatto che detti livelli anziché in crescita esponenziale come si prevedeva
nel passato sono scesi del 9% solamente nell’ultimo anno.
Appare inoltre lapalissiano come il costo esorbitante di un’opera di queste
dimensioni, stimato in circa 11 miliardi di euro per la sola competenza
italiana e passibile (come l’esperienza ci insegna) di ulteriori notevoli
incrementi durante i 15 anni di lavori, non potrà assolutamente essere
ammortizzato attraverso i ricavi derivanti da un traffico composto da
elementi di sola fantasia. Tale costo ricadrà per forza di cose sulle
spalle di tutta la collettività con effetti a dir poco disastrosi.
La storia della biblica lotta di Davide contro Golia
La storia che ho voluto raccontarvi si è ormai trasformata in pura
cronaca di attualità, una cronaca che vede riproporsi la biblica lotta
di Davide contro Golia.
Da un lato i cittadini della Valle di Susa e tutti gli abitanti dell’area
torinese, che hanno avuto la sensibilità e la capacità di riuscire a comprendere
i termini del problema, pur attraverso la disinformazione messa in atto
dai grandi media, asserviti alle ragioni della politica. Insieme a loro
i sindaci dei comuni della Valle, alcuni studiosi, medici ed esperti che
si manifestano quali spiriti liberi non aggiogati al carro dei potenti,
nonché esigue frange della politica appartenenti ai Verdi ed a Rifondazione
Comunista.
Dall’altro le arroganti falangi del potere, i ministri del governo insieme
agli onorevoli dell’opposizione, fino ad arrivare al Presidente della
Regione Piemonte Mercedes Bresso (donna che per l’occasione è giunta al
punto di abiurare ogni parola esperita in tanti anni di militanza ambientalista),
al sindaco di Torino Sergio Chiamparino e addirittura il Cardinale di
Torino Poletto.
Tutti uniti, coesi, forti di quella protervia che deriva loro dalla consapevolezza
di poter gestire l’opinione pubblica attraverso le televisioni, i giornali
e gli esperti compiacenti, convinti di potere reprimere ogni forma di
protesta con la furia belluina della polizia e la militarizzazione del
territorio.
Il primo scontro si è già svolto il 31 ottobre, quando il potere ha usato
i manganelli della polizia per bastonare i tanti, tantissimi cittadini,
nonché alcuni sindaci che si erano inerpicati sulla montagna sopra Monpantero,
nel tentativo d’impedire la conquista del primo lembo della loro terra,
sul quale sarebbe stata installata la prima trivella a sancire di fatto
l’inizio dell’opera.
Il lembo di terra è stato conquistato solo con l’ausilio dell’inganno,
in maniera probabilmente illegale ed è ora presidiato dalla polizia. Le
trivelle non hanno ancora potuto mettersi in moto, ma la Presidente della
regione Piemonte Mercedes Bresso ed il sindaco di Torino Sergio Chiamparino
si sono già espressi con durezza, affermando che la ferrovia Alta Velocità
– Alta Capacità Torino – Lione si farà in ogni caso, poiché si tratta
di un progetto irrinunciabile, e nessun tipo di protesta riuscirà ad impedirne
la realizzazione.
In risposta al rifiuto di ogni dialogo che non passi attraverso l’uso
dei manganelli da parte delle istituzioni, il 16 novembre tutta la Valle
di Susa si fermerà unita in uno sciopero generale contro l’ennesima violenza
perpetrata nei confronti del territorio e dei suoi abitanti.
La storia ovviamente non finisce qui e come tutte le storie potrà riservare
infinite sorprese, anche a coloro che si sentono onnipotenti quando tengono
in mano il bastone del potere. I contestatori NO TAV della Valle di Susa
potrebbero un giorno di questi apparire al resto d’Italia nella loro veste
reale, non uno sparuto gruppo di estremisti ecologisti, no global, luddisti,
nemici del progresso, bensì semplicemente tanti cittadini coraggiosi disposti
a mettersi in gioco e lottare per difendere i loro diritti, la propria
salute e la propria terra.
Quel giorno potrebbero diventare tantissimi e poi ancora di più, così
tanti da uscire dall’invisibilità nella quale si è cercato per lungo tempo
di nasconderli, troppi perché i poliziotti possano bastonarli tutti, ed
allora forse inizierà una storia diversa che parlerà di treni costruiti
per essere utili alla qualità di vita dell’uomo e non di uomini sacrificati
nel nome dei treni e della velocità.
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