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di Piera Favro. Fonte: LUNA
NUOVA dell’ 8/11/2005 n° 81
Abito in un paesino dal nome bizzarro. Quand’ero piccola, a onor
del vero, mi vergognavo un po’ di quel nome e lo pronunciavo a bassa voce.
Quel paesino era, ed è, il Seghino. Beh, questo simpatico nome da lunedì
31 ottobre è diventato famoso, di una celebrità non cercata. Di quelle
che ti investono e ti chiedi: perché? Da allora è passata solo una settimana...
di quel che è successo ne hanno parlato in tanti, Ognuno dicendo la sua:
persone, giornali, televisioni.. ma tutta questa notorietà non ha aiutato
noi, residenti di questo bellissimo (consentitemelo) posto. Una sola settimana,
ma da allora sembra di vivere una vita sdoppiata, irreale.
Apparentemente tutto è come era prima, i giorni seguono i giorni come
hanno fatto finora: lavoro, famiglia, casa...
In realtà le cose però sono molto più complicate, sembra di essere come
sospesi in attesa che accada qualcosa. Quell’ormai famoso lunedì 31 ottobre,
fin dalle prime luci dell’alba, una folla multicolore ha camminato tra
i boschi e sentieri, ovunque fosse possibile farlo per raggiungere e difendere
luoghi che fino a pochi giorni prima erano semplici mete di scampagnate
famigliari. E’ strano come i posti che viviamo possano cambiare di significato
così in fretta...
Più tardi è cominciata
l’occupazione del paese da parte delle forze dell’ordine (anche la parola
"ordine" cambia spesso di significato in questi giorni) e da
allora una sensazione di grande disagio è entrata dentro di me e non mi
ha ancora lasciata. Al calar della sera, quando tutto si credeva finito,
quando si tornava ognuno alle proprie case, una moltitudine di militari
scendeva dai sentieri di queste montagne. Alcuni avevano il viso di ragazzini,
ma sono armati fino ai denti, alcuni forse molto di più di quanto vorrebbero
loro stessi. Ti chiedi, ma dov’erano? Da dove spuntano? E un’inquietudine
ti prende, perché senti che quello che sino ad allora era il "tuo"
territorio, che conosci come le tue tasche, quel giorno non ti era più
"amico".
L’inquietudine e l’amarezza più grande però l’ho provata quando ormai
era notte, poco dopo cena, poco prima di andare a dormire, quando una
luce blu, poi un’altra e un’altra ancora han segnato la strada e la notte.
Luce che entra in casa, spegne il buio ma non rassicura, illumina la montagna
e squarcia la notte. E’ difficile descrivere i sentimenti di quei momenti:
si è increduli, sai che sta succedendo qualcosa di grave, percepisci che
qualcosa s’è infranto, che le tue speranze nate con l’alba e con tutti
quei visi amici si trasformano in pure illusioni... e svaniscono... Da
quel momento in poi si vive una vita irreale.
Tornare a casa è sempre stato un piacere, e credo lo sia per chiunque
di noi abbia una casa. Adesso, ogni volta, a qualunque ora del giorno
o della notte, si è inquieti perché si sa che si dovrà affrontare due,
tre, forse quattro (dipende dalla fortuna) posti di blocco. Blindati,
macchine della polizia di traverso, una gran quantità i militari ti ferma,
ti chiedono dove vai, chi sei... E ti viene da chiedere: "Ma TU chi
sei? Cosa ci fai qui?".
Devi viaggiare con la carta d’identità a portata di mano, e quella strada
che ti porta a casa, che percorrerla già ti faceva sentire meglio, quasi
arrivato alla meta, al caldo, ora la vivi con un disagio crescente, come
se qualcuno ti avesse privato di un bene prezioso, come se qualcuno avesse
violato il tuo territorio, e tu per entrare devi chiedere il permesso.
Devi chiedere il permesso per entrare a casa...
Una volta arrivati a destinazione le inquietudini non sono molto diverse,
il senso di isolamento e la sensazione prevalente. Sai che nessuno potrà
salire, se non i residenti, nessuno verrà a trovarti, nessuno a farsi
una passeggiata... Ormai conosci i cambi turno dei blocchi, ma non ti
riesci ancora ad abituare ai lampeggianti che la notte entrano nella camera
da letto al passaggio degli automezzi. Li guardi passare, scorrere questi
nuovi "originali turisti", li conti e li vedi sparire lungo
la strada che si perde nella montagna. Ci si affaccia alla finestra al
rumore di auto, ma si sa già che non è chi stai aspettando, sai già che
non è una novità, ma una nuova spiacevole normalità, una normalità che
lampeggia di blu.
Ed allora come un fumatore che sta per finire le sigarette vorresti andare
via. Incontrare la gente, condividere le tue emozioni... Ma è difficile
dire come ci si sente, come si sente uno straniero in casa propria…
E’ passata solo una settimana...
Piera Favro
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