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“Questi scritti, apparsi in volume nel 1963, annotavano osservazioni di costume e parodie ispirate dall’attualità. Questo tono diaristico si è andato via via attenuando e questi pezzi sono diventati veri e propri esercizi di falsificazione letteraria, che del progetto iniziale avevano solo il riferimento costante a fatti o polemiche di attualità. Così ora il titolo complessivo della raccolta deve venire inteso come una ennesima falsificazione e serve a designare quasi esclusivamente pastiches e parodie a cui ho aggiunto qualche pezzo scritto successivamente nella stessa chiave.
Alcuni di questi falsi saggi hanno avuto la ventura di piacere al pubblico e di essere adattati nelle edizioni scolastiche o di entrare a far parte di un repertorio di citazioni d’obbligo. Altri sono stati ridotti per rappresentazioni teatrali, altri ancora sono serviti (mi è stato detto) a studiosi di varie discipline per guardare con doveroso sospetto alle cose che talora si fanno sul serio. Cosa che molto mi conforta, perché una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie — e tale è la funzione seria della parodia.
Per cui se quando scrivevo questi pezzi lo facevo con un poco di imbarazzo, come se non fosse decoroso scherzare su pratiche culturali che io stesso in altra sede seguivo, oggi mi sento un poco più sicuro: certe cose bisogna continuare a farle (purché naturalmente non diventino fini a se stesse).
Non avrei altro da dire se non che, entrando questi testi su uno strumento di comunicazione come Internet, potrebbero cadere nelle mani di chi non è capace di riconoscere a prima vista i modelli a cui le parodie si ispirano. Ora non è certo bello fare dell’ironia e poi spiegare a tutti che si voleva dire il contrario, ma penso che la lettura delle parodie debba servire anche a far conoscere meglio i modelli a cui si ispirano. Anche perché non sempre una parodia si esercita su un modello che considera negativo; sovente parodiare un testo significa anche rendergli omaggio”.
Da “Diario minimo” di Umberto Eco, Mondadori, 1975