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Una parodia di Kafka, da: "Il castello" L’agrimensore e i suoi stagistiHo "lavorato" un brano de "Il Castello" di Kafka, compiendo un’unica,
semplice sostituzione: dove era scritto "aiutanti" ora si legge "stagisti".
Sembra pochissimo eppure il testo - trattato così - diventa di schiacciante
attualità.Diventa la storia di un precario nei suoi primi giorni di lavoro
come "Agrimensore" (termine arcaico per "geometra"), però con contratto
Co. Co. Co. L'oste sedeva di fronte a Katia Rossi detta K., e non staccava
da lui i grandi occhi bruni spauriti. Dapprima si era avvicinato a K.,
ora sembrava avere una gran voglia di svignarsela. K. guardò l'orologio
e disse: «Fra poco arriveranno i miei stagisti, puoi alloggiarli qui?». «Certo, signore», disse l'oste, «ma non abiteranno con te
al castello?». «Non è ancora certo», disse K.. «Per ora del castello so
soltanto che quanto a scelta di un agrimensore…» «Un che?» «Un geometra a Co. Co. Co., che ora che i Co. Co. Co. son stati aboliti,
in gergo li chiamano "agrimensori".» Notò due uomini, ciascuno a un lato della porta. Tolse di mano all'oste
la lanterna e illuminò i due; K. fece un largo sorriso. «Chi siete?»,
chiese guardando prima l'uno poi l'altro. «I vostri stagisti», risposero.
«Sono gli stagisti», confermò l'oste a bassa voce. «Come?», chiese K.
«Siete i miei vecchi stagisti, quelli che ho fatto venire, quelli che
aspettavo?». I due risposero affermativamente. «Va bene», disse K. dopo
un momento, «sono contento che siate arrivati». E dopo un'altra pausa
aggiunse: «Però siete molto in ritardo, avete trascurato il vostro dovere.
Dove sono gli strumenti?», disse K. «Non ne abbiamo», dissero i due. «Gli strumenti che vi ho affidati», disse K. «Non ne abbiamo», ripeterono.
«Ah, che gente!», disse K. «Ve ne intendete un po' di agrimensura?». «No», dissero. «Ma se siete
i miei vecchi stagisti dovete pur conoscere il mestiere», disse K. e li
spinse davanti a sé. Presero allora posto a un tavolino e rimasero seduti tutti e tre piuttosto
silenziosi davanti alle loro birre, K. nel mezzo, a destra e a sinistra
gli stagisti. «È difficile con voi», disse K. confrontando i loro visi,
cosa che aveva già fatto più volte, «come faccio a distinguervi? Di diverso
avete soltanto il nome, per il resto vi assomigliate come...», s'interruppe,
poi continuò involontariamente, «per il resto vi assomigliate come due
serpi». I due sorrisero. «Di solito ci distinguono benissimo», dissero
come per giustificarsi. «Lo credo», disse K., «ne sono stato testimone
io stessa, ma io vedo solo con i miei occhi e con quelli non riesco a
distinguervi. Perciò vi tratterò come un solo uomo e vi chiamerò entrambi
Artur. Uno di voi si chiama così, no? Forse tu?», chiese K. a uno dei
due. «No», disse quello, «io mi chiamo Jeremias». «Fa lo stesso», disse
K., «vi chiamerò tutti e due Artur. Se mando Artur da qualche parte, ci
andrete entrambi, se do un lavoro ad Artur, lo farete entrambi, questo
per me ha il grosso inconveniente che non posso utilizzarvi in lavori
diversi, ma in compenso ha il vantaggio di rendervi tutti e due pienamente
responsabili di quanto v'incaricherò di fare. Non m'importa di come vi
dividerete il lavoro, solo non potete mai discolparvi accusandovi l'un
l'altro, per me siete un uomo solo». Essi rifletterono, poi dissero: «Sarebbe molto sgradevole per noi». «Non ne dubito», disse K., «è naturale che lo troviate sgradevole, ma
la cosa non cambia». Poi K. disse agli stagisti: «Uscite!». Sconcertati da quell'ordine inaspettato,
i due obbedirono, ma quando K. chiuse a chiave la porta dietro di loro,
vollero tornare e si misero a piagnucolare là fuori picchiando alla porta.
«Siete licenziati!», gridò K. «Non vi riprenderò mai più al mio servizio».
Gli stagisti, naturalmente, non intendevano sottomettersi e tempestarono
la porta di calci e di pugni. «Vogliamo tornare da te, padrone!», gridavano,
come se K. fosse la terraferma e loro stessero per affogare tra i flutti.
Ma K. fu senza pietà, aspettava con impazienza che quell'intollerabile
baccano costringesse il Direttore del personale a intervenire. E la cosa
non tardò. «Li faccia entrare, i suoi maledetti stagisti!», urlò il Direttore.
«Li ho licenziati!», urlò K. di rimando; la risposta ebbe anche l'effetto,
non intenzionale, di mostrare al Direttore come vanno le cose quando si
è abbastanza energici non per annunciare semplicemente un licenziamento,
ma anche per applicarlo. Il Direttore cercò allora di calmare gli stagisti
con le buone: che aspettassero lì tranquilli e K. avrebbe finito senz'altro
per lasciarli entrare. Poi se ne andò. E la calma sarebbe forse tornata se K. non avesse ricominciato a gridare
che gli stagisti erano definitivamente licenziati e non avevano la minima
speranza di essere riassunti. Al che i due ripresero il baccano di prima.
Di lì a poco comparvero dietro le finestre della azienda, bussarono ai
vetri e gridarono, ma le parole non si capivano più. Tuttavia non restarono
a lungo nemmeno lì, nella neve alta non potevano saltellare come esigeva
la loro agitazione. Corsero quindi alla cancellata del giardino e balzarono
sulla sua base di pietra da dove potevano veder meglio, anche se da lontano,
nell'azienda; tenendosi alle sbarre, si misero a correre avanti e indietro,
ogni tanto si fermavano e tendevano imploranti le mani giunte verso K.
Continuarono così per un pezzo, senza preoccuparsi dell'inutilità dei
loro sforzi; erano come abbacinati, non dovettero smetterla nemmeno quando
K. abbassò le tende per liberarsi della loro vista. K. era ben consapevole che oggi la sua stanchezza gli aveva nuociuto
più che ogni sfavore delle circostanze, ma perché, lei che aveva creduto
di poter fare assegnamento sul proprio corpo, e che senza questa convinzione
non si sarebbe nemmeno messa in cammino, perché non poteva sopportare
qualche brutta nottata e una insonne, perché proprio qui non riusciva
a dominare la propria stanchezza, qui dove nessuno era stanco, o meglio
tutti, e sempre, erano stanchi, senza che questo andasse a scapito del
lavoro e anzi sembrava piuttosto favorirlo? Se ne doveva concludere che fosse una stanchezza di una natura diversa
da quella di K. Qui era la stanchezza nel fervore di un lavoro felice;
qualcosa che visto dall'esterno assomigliava a stanchezza ed era invece
una quiete indistruttibile, una pace indistruttibile. Se a mezzogiorno
si è un po' stanchi, questo fa parte del felice, naturale decorso della
giornata. Per i signori, qui, è sempre mezzogiorno, si disse K. E si accordava benissimo con questo che ora, alle cinque, tutto si animasse
già sui due lati del corridoio. Quella confusione di voci nelle stanze
aveva qualcosa di estremamente allegro. Una volta sembrava l'eccitazione
gioiosa di bambini che si preparano a una gita, un'altra il risveglio
in un pollaio, la gioia di essere in piena armonia con il giorno che nasce;
da qualche parte uno dei signori imitava addirittura il canto di un gallo.
Il corridoio stesso era ancora vuoto, ma le porte erano già in movimento,
ce n'era sempre una che veniva aperta a metà e subito richiusa, il corridoio
ronzava di quell'aprire e chiuder porte, K. vedeva anche qua e là, al
di sopra delle pareti che non arrivavano al soffitto, comparire e subito
sparire teste arruffate dal letto. Avanzava lento, di lontano, spinto
da un inserviente, un carrettino che conteneva degli incartamenti. Un
secondo inserviente l'accompagnava, teneva in mano un elenco ed evidentemente
confrontava i numeri delle porte con quelli degli incartamenti. Il carrettino
si fermava dinnanzi a quasi tutte le porte, allora di solito la porta
si apriva e le carte pertinenti, a volte un semplice foglietto - in tal
caso si svolgeva un breve dialogo dalla stanza al corridoio, probabilmente
si facevano delle rimostranze all'inserviente - venivano allungate nella
stanza. Se la porta rimaneva chiusa gl'incartamenti venivano ammucchiati
con cura sulla soglia. In questi casi a K. pareva che il movimento delle
porte attorno non diminuisse, sebbene lì i documenti fossero già stati
distribuiti, ma piuttosto s'intensificasse. Forse gli altri sbirciavano
con avidità gl'incartamenti inspiegabilmente abbandonati lì in terra davanti
a quelle porte, non riuscivano a concepire che qualcuno, bastandogli aprire
la porta per prendere possesso dei suoi incartamenti, non lo facesse;
forse era addirittura possibile che gl'incartamenti non ritirati venissero
più tardi distribuiti tra gli altri signori, i quali fin d'ora volevano
assicurarsi, tenendoli continuamente d'occhio, che fossero sempre lì sulla
soglia e quindi per loro ci fosse ancora una speranza. Del resto quegl'incartamenti
non ritirati erano per lo più pacchi particolarmente voluminosi; e K.
suppose che fossero lasciati lì provvisoriamente per una forma di ostentazione
o malignità, o anche per un legittimo orgoglio che avrebbe avuto un effetto
stimolante sui colleghi. Lo confermò in questa supposizione il fatto che
a volte, sempre quando lui non guardava, il pacco, dopo esser rimasto
in mostra piuttosto a lungo, tutt'a un tratto veniva frettolosamente ritirato
nella stanza, e dopo la porta tornava immobile come prima, anche le porte
lì attorno si calmavano, deluse o magari contente che quell'oggetto di
continua provocazione fosse finalmente rimosso; poi, però, poco alla volta
si rimettevano in movimento. K. osservava tutto questo non solo con curiosità ma anche
con partecipazione. Si sentiva quasi bene in mezzo a quel trambusto, guardava
di qua e di là, seguiva - anche se a opportuna distanza - gl'inservienti
che tuttavia si erano già ripetutamente voltati verso di lui con sguardo
severo, inclinando la testa e sporgendo le labbra, e assisteva al loro
lavoro di distribuzione. Lavoro che, più progrediva, meno liscio filava:
o l'elenco non concordava del tutto, o gl'inservienti non riuscivano a
distinguere bene gl'incartamenti o per altri motivi i signori sollevavano
obiezioni; ad ogni modo capitava che qualche distribuzione dovesse venire
annullata, allora il carrettino tornava indietro e attraverso lo spiraglio
della porta si trattava la restituzione degl'incartamenti. Le trattative
creavano già di per sé grosse difficoltà, ma abbastanza spesso succedeva
che, quando era in atto la restituzione degl'incartamenti, proprio quelle
porte che prima erano state in animatissimo movimento rimanessero inesorabilmente
chiuse, come se non volessero più saper nulla di nulla. Allora soltanto
cominciavano le vere difficoltà. Chi credeva di avere diritto agl'incartamenti
era impazientissimo, faceva un gran chiasso in camera sua, batteva le
mani, pestava i piedi in terra, continuava a gridare nel corridoio attraverso
lo spiraglio della porta il numero di un determinato incartamento. Spesso,
allora, il carrettino rimaneva lì abbandonato. Uno degli inservienti si
dava da fare per calmare l'impaziente, l'altro lottava davanti alla porta
chiusa per ottenere la restituzione. Un'impresa difficile per entrambi.
Spesso sull'impaziente quei tentativi di calmarlo avevano l'effetto di
spazientirlo ancor di più, egli non poteva più sentire le vuote parole
dell'inserviente, non voleva consolazione, voleva i suoi incartamenti;
una volta, uno di questi signori dalla fessura in alto rovesciò un intero
catino d'acqua addosso all'inserviente. Ma per l'altro inserviente, evidentemente
superiore di grado, era peggio ancora. Se il signore accettava le trattative,
s'intavolava una discussione oggettiva nel corso della quale l'inserviente
si riferiva alla sua lista, il signore alle sue annotazioni e per l'appunto
ai documenti che doveva restituire ma che intanto teneva ben stretti in
mano tanto che gli occhi avidi dell'inserviente ne riuscivano a vedere
appena un angolino. Per fornire altre prove l'inserviente doveva allora
correre al carrettino, che nel corridoio lievemente in pendenza era rotolato
da solo un po' più avanti, oppure andare dal signore che reclamava i documenti
e scambiare le obiezioni di quello che li aveva avuti in mano finora con
le nuove obiezioni che ad esse venivano opposte. Queste trattative duravano
molto a lungo, a volte si arrivava a un accordo, il signore cedeva magari
una parte delle sue carte o ne riceveva altre in compenso, poiché c'era
stato soltanto uno scambio; ma succedeva anche che qualcuno dovesse rinunciare
senz'alcun compenso a tutte le carte reclamate, sia che fosse messo alle
strette dalle prove addotte dall'inserviente, sia che si fosse stancato
delle interminabili discussioni; allora, però, non consegnava le carte
all'inserviente, ma con improvvisa decisione le gettava lontano nel corridoio,
così che lo spago si scioglieva e i fogli volavano e gl'inservienti avevano
un bel daffare a rimettere tutto in ordine. Ma tutto ciò era relativamente
semplice in confronto a quando l'inserviente non otteneva alcuna risposta
alle sue richieste di restituzione, e rimaneva davanti alla porta chiusa,
implorava, scongiurava, citava l'elenco, si appellava ai suoi regolamenti,
tutto invano, dalla stanza non proveniva alcun suono, ed evidentemente
l'inserviente non aveva il diritto di entrare senza permesso. Allora anche
quell'ottimo inserviente poteva perdere il controllo, tornava al suo carrettino,
si sedeva sugl'incartamenti, si asciugava il sudore dalla fronte, e per
un po' non faceva altro che lasciar ciondolare le gambe, perplesso. Tutt'intorno
l'interesse era enorme, si faceva un gran bisbigliare, non una porta rimaneva
ferma, e in alto, affacciati alla parete, dei volti stranamente ravvolti
in panni, che per giunta non rimanevano fermi al loro posto un solo istante,
seguivano tutti gli avvenimenti. In mezzo a quell'agitazione, K. fu colpito
dal fatto che la porta di Bürgel fosse rimasta chiusa tutto il tempo e
che gl'inservienti avessero già oltrepassato quella parte del corridoio
ma senza assegnare alcun incartamento a Bürgel. Forse stava ancora dormendo,
per quanto con quel baccano sarebbe stato un sonno ben robusto, ma perché
non c'erano incartamenti per lui? Solo pochissime stanze, e probabilmente
non occupate, erano state saltate allo stesso modo. Invece nella stanza
di Erlanger c'era già un ospite nuovo e particolarmente irrequieto, Erlanger
doveva esser stato addirittura cacciato via in piena notte da lui; questo
mal s'accordava con l'indole fredda e formale di Erlanger, ma il fatto
che egli avesse dovuto aspettare K. sulla soglia lo confermava. Da tutte le osservazioni marginali, K. tornava presto a riflettere sull'inserviente; non si poteva certo applicare a questo ciò che avevano raccontato a K. degl'inservienti in genere, della loro inerzia, della loro vita comoda, della loro arroganza; dovevano esservi delle eccezioni anche fra gl'inservienti o, cosa ancor più probabile, categorie diverse, perché qui vi erano, come K. notava, molte suddivisioni di cui finora non aveva quasi avuto indizio. Di quell'inserviente gli piaceva in special modo l'inflessibilità. Nella lotta con quelle piccole stanze ostinate - a K. sembrava spesso una lotta con le stanze, poiché a malapena riusciva a vederne gli occupanti - l'inserviente non cedeva. Si stancava - e chi non si sarebbe stancato? - ma subito si riprendeva, scivolava giù dal carrettino e, stringendo i denti, andava dritto verso la porta da conquistare. E capitava che fosse respinto due, tre volte, in modo semplicissimo, a dire il vero, solo con quel diabolico silenzio, e tuttavia non era affatto vinto. Poiché vedeva che con un attacco aperto non otteneva nulla, tentava in altri modi, per esempio, a quanto K. poteva capire, con l'astuzia. Faceva allora finta di disinteressarsi di quella porta, lasciava che esaurisse, per così dire, la sua capacità di silenzio, si volgeva verso altre porte, dopo un po' di tempo ritornava, chiamava l'altro inserviente, con ostentazione e a voce alta, e incominciava ad ammucchiare incartamenti sulla soglia della porta chiusa, come se avesse cambiato idea e al signore si dovesse legalmente non già portar via ma anzi consegnare degl'incartamenti. Poi andava oltre, ma sempre tenendo d'occhio la porta, e quando il signore, come di solito accadeva, di lì a un istante apriva cautamente la porta per prendersi le carte, in due balzi era lì, infilava il piede tra porta e stipite costringendo il signore almeno a trattare con lui faccia a faccia, e di solito trovavano un accordo a metà strada. E se così non riusciva o se non gli pareva il sistema adatto per una certa porta, provava in un altro modo. Passava ad occuparsi per esempio del signore che reclamava i documenti. Allora spingeva da parte l'altro inserviente, un stagista di ben scarso valore, che svolgeva solo meccanicamente il suo lavoro, e incominciava a fare lui stesso opera di persuasione sul signore: sussurrando misteriosamente, infilando tutta la testa nella stanza, gli faceva senz'altro delle promesse e gli garantiva anche, alla prossima distribuzione, di punire adeguatamente l'altro signore, o almeno guardava spesso la porta dell'avversario e rideva, per quanto glielo consentiva la stanchezza. Vi furono però dei casi, uno o due, in cui rinunciò a ogni tentativo, ma anche qui parve a K. che fosse una rinuncia solo apparente o almeno una rinuncia fondata su buoni motivi, perché andò avanti tranquillo, tollerò senza voltarsi lo strepito del signore danneggiato, solo di tanto in tanto un prolungato chiuder gli occhi rivelava che quello strepito lo faceva soffrire. Ma poi, a poco a poco, anche il signore si calmava; come il pianto dirotto di un bambino si converte pian piano in singhiozzi sempre più isolati, così era delle sue grida; ma anche dopo che si era fatto completo silenzio, c'era ogni tanto un grido isolato o un rapido aprirsi e sbattere di quella porta. Ad ogni modo era evidente che anche in questo caso l'inserviente aveva probabilmente agito in maniera corretta. All'ultimo rimase un solo signore che non intendeva calmarsi, stette zitto a lungo, ma soltanto per riposarsi, poi ricominciò, e non più debolmente di prima. Non si capiva bene perché gridasse e protestasse in quel modo, forse non era affatto per la distribuzione degl'incartamenti. Frattanto l'inserviente aveva terminato il suo lavoro; un unico documento, in realtà un pezzetto di carta, un foglietto staccato da un taccuino, era rimasto sul carrettino per colpa dell'stagista, e non si sapeva a chi darlo. Potrebbe benissimo essere il mio documento, passò per la testa a K. Il sindaco aveva sempre parlato di «piccolo caso». E K., per quanto arbitraria e ridicola gli paresse la propria ipotesi, cercò di avvicinarsi all'inserviente che stava scorrendo pensieroso il foglietto; non fu molto facile, perché questi mal ricambiava la simpatia di K., anche nei momenti più duri del suo lavoro aveva sempre trovato il tempo di lanciare a K., con una mossa nervosa del capo, sguardi cattivi o spazientiti. Solo ora, a distribuzione ultimata, pareva che avesse un po' dimenticato K., come pure era diventato più indifferente a tutto il resto, nemmeno di quel foglietto si preoccupava molto, forse non lo leggeva neanche, fingeva soltanto, e sebbene probabilmente avrebbe dato una gioia a ognuno dei signori di quel corridoio assegnandogli il foglietto, prese una decisione diversa, ne aveva abbastanza di distribuire carte, con l'indice alle labbra fece cenno al suo compagno di tacere, strappò - K. non lo aveva ancora raggiunto - il foglietto in piccoli pezzi e se li ficcò in tasca. Era la prima irregolarità che K. avesse visto lì nell'esercizio amministrativo, poteva anche darsi però che egli l'avesse interpretata male. E anche se era un'irregolarità, bisognava perdonarla; in quelle condizioni, l'inserviente non poteva lavorare senza commettere sbagli, un bel momento la rabbia, l'agitazione accumulate dovevano esplodere, e se questo si traduceva semplicemente nel fare a pezzi un fogliettino, non era poi una gran colpa. |