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2. Il paradosso della "creatività"
Sono molti anni, ormai, che
quando si parla di pubblicità corre il termine "creativo". A
tal punto che sui giornali e nel parlar comune quelli che lavorano in
pubblicità sono definiti "creativi". Sembra il mercato dei guitti...
"vieni avanti, creativo, dammi un’idea".
Come se le idee crescessero sui rami.
La creatività è come il sesso. Più se ne parla, meno se ne
fa.
3. Che cosa
vuol dire, "creativo"?
Ho sempre considerato un po’
comica questa definizione "creativo". Se qualcuno
chiedeva a Michelangelo, Mozart o Einstein "che
cosa fai", si sentiva rispondere scultore, musicista o fisico. Non
"creativo".
Personalmente, ho sempre preferito dire copywriter.
Mi piacerebbe meritarmi un più breve, ma più ambizioso, writer:
scrittore.
Per ambiziosa che sia, la parola "scrittore" ha un suono onesto,
artigianale, come "pittore". Chiamarsi "creativo"
non è un segno di creatività.
Guardiamoci intorno. Vediamo creatività? Ci sono immagini, statiche o
in movimento, realizzate con maestria. Cura nei colori, nelle luci, nella
musica. Ci sono testi che sembrano "brillanti" perché nascondono
con vezzi barocchi la loro mancanza di contenuti. Il tutto è spaventosamente
ripetitivo. Si copia, si imita, ad nauseam.
Approfondimento? Vera innovazione? Suvvia... ma chi vuole quelle cose?
C’è fretta; e l’importante è creare una momentanea suggestione, senza
perder tempo ad approfondire.
Insomma un gran vuoto, una girandola di immagini senza sugo
né promessa. Ci sono le eccezioni, certo: ma sono poche, e troppo spesso
appaiono nuove perché la più semplice delle formule tradizionali sembra
una grande novità quando si colloca in mezzo a un mondo di
orpelli senza costrutto.
Il concetto di "creatività" si è profondamente corrotto. Si
è ridotto ad un esercizio cosmetico, privo di spessore e di contenuto.
Come si spiega? I "creativi" sono tutti superficiali, sciocchi,
esibizionisti, incapaci di analisi, privi di immaginazione?
No. Le radici del problema sono molto più profonde.
4. Ma perché
le agenzie di pubblicità sono in crisi?
Si sente dire spesso "le
agenzie sono in crisi". Si sente spesso dire dai clienti che non
riescono ad avere dalle agenzie ciò che vorrebbero. Ma sanno
come chiederlo?
Nella girandola delle "gare", delle improvvisazioni, dei continui
cambiamenti di rotta che spesso derivano da motivi estranei alla comunicazione...
come ci si può aspettare continuità, approfondimento, entusiasmo?
Allora è facile... è tutta colpa dei clienti. Sono diventati
prepotenti, impazienti, invadenti. Non ascoltano, impongono; non vogliono
dialogo, ma solo obbedienza ad ogni loro capriccio.
Ma anche questa è una spiegazione inadeguata. Possibile che
tutti i clienti siano così sciocchi da badare solo alla loro ambizione
ed autorità, da seguire un metodo che alla fine si ritorce contro di loro?
Quanto ai mezzi... tutti dicono che non c’è criterio né ragione,
che si commercia spazio come se fosse una "merce" indifferente.
Gli stessi mezzi se ne lamentano; e ognuno accusa il suo concorrente.
E anche le ricerche... si applicano abitualmente metodologie
discutibili, si accettano come "misura" criteri grossolani...
Se tutte le componenti di un sistema sono in difficoltà,
se ognuna si lamenta dell’altra, l’unica spiegazione possibile è che l’origine
del problema sia più generale. Ma qual è?
5. La crisi del marketing
del “prodotto di marca"
La causa non è la "crisi
economica", su cui troppo spesso si scaricano tutte le colpe. L’economia
ha alti e bassi, ma il problema rimane.
La causa è strutturale. Ha un effetto, che non accenna a finire, su tutto
il marketing, su tutta la pubblicità, su tutti i metodi di comunicazione
e promozione; ma la causa principale è una: la crisi di identità
dei prodotti di marca.
La marca è in crisi, si dice. Aggredita dai
hard discount e in generale dalla battaglia dei prezzi e degli sconti,
delle promozioni di corto respiro, dallo strapotere della distribuzione.
Perché è in crisi? Perché è debole. Prodotti
forti, con significative superiorità reali, con vere barriere
tecnologiche, sono molto meno sensibili a questi problemi. Possono soffrire
per un po’ di tempo, ma sulla distanza vincono.
Ma quante marche hanno creduto di poter vivere a colpi di
"immagine", di cosmesi, di opportunismo, invece di investire
nella qualità e nell’innovazione? I peggiori nemici delle marche sono
i falsi profeti che per tanti anni hanno predicato "i prodotti sono
tutti uguali, la differenza sta nell’immagine".
Il trucco presto o tardi si scioglie - come il rimmel che cola dagli occhi
di una donna che piange – ma senza passione e senza poesia.
I predatori della distribuzione, gli importatori disinvolti, i negozi
a basso prezzo non sono gli assassini delle marche. Sono la nemesi, inevitabile,
creata da strategie miopi, marketing superficiale e pubblicità senza contenuto.
6. L’origine del problema
Ma anche la debolezza
delle marche (o meglio di quelle marche che hanno dimenticato il vero
motivo della loro esistenza) è, a sua volta, una conseguenza di qualcosa
di più profondo. La crisi di identità delle imprese.
Nessuno, che io sappia, ha ancora dato una spiegazione nitida dello stato
confusionale in cui si trova l’intero sistema economico, politico e culturale
del pianeta. Sarebbe troppo lungo tentare qui di approfondire il problema.
Ma è chiaro che l’umanità non ha avuto il tempo di adattarsi
ad una situazione nuova ed inesplorata.
Ci sono problemi smisurati, come la crescita della popolazione, le enormi
aree di povertà e sofferenza, il dissesto ambientale, la totale inadeguatezza
del sistema politico, i conflitti etnici e culturali, che nessuno sa come
risolvere. Forse nessuno li vuole affrontare davvero.
Nello steso tempo, ironicamente, c’è una sovrabbondanza di denaro. Denaro
che è diventato una convenzione astratta, non corrisponde
più a cose "reali" come beni, risorse, prodotti o servizi. Non
obbedisce ad alcun "padrone". Segue regole proprie, logiche
governate solo dalle alchimie della speculazione. Un’immensa muffa acefala,
senza alcuna direzione od obiettivo, che nutre solo se stessa.
In una situazione di marketing come questa l’impresa perde di vista l’idea
di avere una "missione" o un’identità. I suoi dirigenti guadagnano
e fanno carriera in base a una sola misura: i profitti di
breve periodo. Spesso gli incentivi personali, legati al
risultato finanziario di un anno o di un trimestre, sono tali da trasformare
in un opportunista anche il più geniale degli strateghi.
Il risultato è che invece di pensare, investire, costruire, l’attività
più importante è comprare e vendere imprese. E con le imprese,
le marche, come se potessero sopravvivere in buona salute staccate dalle
loro radici.
Insomma sono scomparse, in gran parte delle situazioni, le premesse di
cui si nutre una marca forte, con autentici valori. Così è inevitabile
che prevalgano le soluzioni superficiali, la ricerca di una "immagine"
fine a se stessa, la tendenza a rifugiarsi nelle tattiche e nella cosmesi.
Chi non ha più un’identità e una faccia, va in cerca di chi possa
dargli una maschera, magari folle e bizzarra, per la prossima festa in
costume. Tanto, si sa, è tutto un carnevale.
A tutto questo si aggiunge la crisi dei mezzi. Perciò la crisi genetica,
fondamentale, sta nella perdita di identità dei due grandi
poli del sistema: i mezzi e le imprese.
7. Come si risolve?
Non credo nelle panacee e nelle
soluzioni miracolistiche. Anche perché se la radice del problema, come
credo, è fuori dal mondo del marketing e della comunicazione,
non è possibile risolverlo da dentro.
Se ne uscirà, probabilmente, in modo conflittuale, con una crisi darwiniana
in cui alla fine dovrà prevalere chi davvero saprà tornare ai "valori
reali", a quella "qualità" di cui tanto si parla, ma per
cui poco si fa...
Intanto, chi opera in una parte del sistema, e non può cambiarne la struttura,
che cosa può fare?
"Tirare a campare", come quasi tutti fanno oggi, cercando di
sopravvivere e, per quanto possibile, di ingegnarsi a trarne vantaggio.
Oppure... concentrarsi su casi singoli, e ripartire dalle
origini. Una singola impresa, una singola agenzia di pubblicità,
un singolo professionista, possono decidere di andare contro corrente.
Risalire alle radici e farsi le domande fondamentali: chi sono?
Qual è la mia "missione"? Che servizio pubblicitario offro,
e a chi? Come ed in che cosa posso essere assolutamente ed
invincibilmente superiore a tutti gli altri? Quali cose devo
fare per esserlo?
Questo è possibile se l’impresa pubblicitaria ha le risorse (umane e tecniche,
prima che economiche) per farlo. Chi ci riesce ottiene il successo tanto
più facilmente quanto più gli altri sono dispersi nelle tattiche,
nelle politiche di carriera, nelle faide aziendali o nelle alchimie finanziarie.
Ci vuole impegno, capacità di innovazione, autentica creatività
– e ostinazione per vincere nel marketing. Quando succede, finalmente
si sente dire: "sto lavorando molto, ma mi diverto".
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