| L’agenzia
di grafica pubblicitaria |
La comunicazione visuale –
e in particolare gli spot pubblicitari - non si presenta lineare,
ma si rivela essere un artifizio composto da continue miscele,
ricambi e interfacce di visioni, associazioni ed astrazioni. Tutto si
rovescia continuamente nel suo contrario. Come nella nostra
clessidra, dove il tempo di caduta dei granelli di sabbia
è sempre lo stesso, ma il suo ordine è caotico. E infine
si è cercato di praticare analogie e isomorfismi tra l’oggetto visuale
della ricerca – gli spot pubblicitari - e le forme della scrittura.
In un certo senso la scrittura si fa visuale, essa rifiuta
il nesso continuativo, tranquillizzante e ordinante delle sequenze discorsive.
Il metodo degli spot pubblicitari è il montaggio.
Si afferma la necessità di passare anche bruscamente e senza un senso
conclusivo da una trama narrativa ad un’altra. E come in
un plot che si rispetti, il montaggio alternato (tra testi teorici e testi
visuali) della storia, è inserito in un doppio inizio cui seguirà un doppio
finale per rendere circolare il discorso, come in molti spot pubblicitari.
Come in una buona sceneggiatura, alla fine ogni minimo elemento narrativo
deve trovare il suo senso nella trama della fiction.
La differenza tra la scrittura e altre forme del linguaggio, in particolare
quello visuale dei mass media e in particolare gli spot
pubblicitari, è che la prima segue uno sviluppo sintagmatico, in cui
la catena significante si definisce secondo l’ordine unidirezionale delle
parole, come in una melodia; mentre alcuni tra i media possono produrre
(insieme al sintagma) anche un tipo di linguaggio paradigmatico in cui
“parlano” simultaneamente una molteplicità di linguaggi differenti - come
in una struttura armonica (Leach, 1981). L’attuale cultura
postmoderna dei media, rende tecnicamente possibile moltiplicare
i segni per unità di immagine all’interno degli spot pubblicitari
e moltiplicare ancor di più i piani logici dell’interpretazione. Il che
vuoI dire che un messaggio mediale di uno dei
tanti spot pubblicitari è più penetrante nella percezione dello spettatore
quanto più moltiplica i codici presenti per ciascun frame:
commento esterno, commento interno, rumore, jingle, tecniche corporali,
colore, scritte, movimenti di camera, e tutti i sistemi espressivi presenti
negli spot pubblicitari. Quasi tutti questi codici possono essere copresenti
in una stessa inquadratura o in una sequenza che, in tal modo, diventano
un complesso armonico di tipo polisemico.
Ciò vuol dire che ciascuna frazione sincronica degli spot
pubblicitari - isolabile dal contesto narrativo diacronico, in particolare
dei media più aggressivi e contemporanei, come la pubblicità e i videoclip
- contiene in sé un numero di codici di gran lunga superiore a qualsiasi
medium finora conosciuto. E lo spettatore si abitua e anzi sviluppa le
sue capacità percettive e decodificatrici, che lo pongono
in una situazione altamente ambivalente rispetto al messaggio
presente negli spot pubblicitari.
[Tratto da Massimo Canevaggi, Antropologia della
comunicazione visuale, Costa & Nolan, pag. 85]
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Le belle ragazze che
compaiono negli spot pubblicitari, sono lì per prestare al prodotto i
propri tratti positivi
Il principio di associazione
ha un carattere generale, che regola i collegamenti sia negativi che positivi.
Nella nostra società sembra che a insegnarci come funzioni
l’associazione negativa siano principalmente le mamme: chi non ricorda
come ci mettevano sempre in guardia di non giocare con i ragazzacci da
strada, dicendo che agli occhi del vicinato saremmo stati giudicati in
base alle nostre compagnie. Era una lezione sul lato negativo del principio
di associazione, una lezione sostanzialmente esatta: è vero
che la gente suppone che si abbia lo stesso carattere degli amici.
Quanto alle associazioni positive, sono i professionisti
della persuasione a farci lezione, cercando sistematicamente di collegare
se stessi o i loro prodotti alle cose che ci piacciono. Così, le belle
ragazze che compaiono dovunque negli spot pubblicitari sono
lì per prestare al prodotto i propri tratti positivi, bellezza e desiderabilità.
L’efficacia del procedimento ha avuto anche verifiche sperimentali: in
una ricerca, i soggetti (maschi) attribuivano alla stessa auto un prezzo,
una velocità, un’attrattiva maggiore, quando nella foto compariva una
modella seducente. Interrogati in seguito, rifiutavano di credere che
la sua presenza avesse influenzato il loro giudizio sull’automobile.
Una cattiva ricetta italiana
per gli spot pubblicitari. La sindrome di Carosello
di Giancarlo Livraghi
Carosello, ormai, è storia antica; anche se gli italiani che hanno più
di trent’anni anni lo ricordano come parte della loro infanzia.
Ma gli effetti di quella strana formula si fanno sentire ancora oggi,
spesso producendo forme di spot pubblicitari che forse sono divertenti
(o almeno così pensa chi le fa) ma hanno scarsa attinenza
con la marca e con il prodotto di cui dovrebbero trasmettere i valori
e la promessa.
"Carosello" è un curioso fenomeno, che non è mai esistito in
alcun altro paese del mondo. Di quello strano meccanismo sono sempre stato
nemico. Quando, più di vent’anni fa, finalmente
scomparve, ero negli Stati Uniti. Avrei preferito essere qui a festeggiare.
Carosello è durato vent’anni. Un’intera generazione di
italiani ricorda quegli spot pubblicitari con affetto, come i compagni
dell’infanzia. La mia opinione è che la RAI avrebbe dovuto
produrre, per conto suo, uno spettacolino serale, divertente ed educativo,
per "mettere a letto i bambini". Non le mancavano certo i mezzi
per farlo; e se lo avesse fatto bene sarebbe ancora oggi
un appuntamento fisso per le famiglie di tutta Italia. Pare, invece, che
quel compito sia passato ai Puffi e agli altri protagonisti degli spot
pubblicitari per bambini.
In realtà tutta questa vicenda nacque da un compromesso ipocrita e contorto.
La RAI
temeva le critiche per il fatto che aveva il canone, e in più voleva anche
la pubblicità. Temeva soprattutto la potente lobby degli editori di giornali,
la FIEG, che odiava allora, come odia
oggi, la pubblicità televisiva e gli spot pubblicitari.
Voleva anche assecondare un’altra potente lobby, quella delle case di
produzione cinematografica, creando un meccanismo che facesse
entrare un po’ di soldi nelle loro labili casse.
L’idea iniziale era che la produzione degli spot pubblicitari fosse controllata
dalla RAI, cioè che pensasse la
SACIS a produrre, o a far produrre da Cinecittà,
una serie di filmini, cui poi sarebbero stati "attaccati" messaggi
pubblicitari. Ma presto si resero conto che produrre 120 film al
mese, e poi dover discutere con gli utenti e con le loro agenzie sulla
qualità dei film cui era collegata la loro pubblicità, era un’impresa
esageratamente complessa. E così decisero di scaricare il
barile a noi.
Pensavano di chiamare il programma "Luna Park" e di usare come
sigla degli spot pubblicitari la "marcia dei gladiatori",
cioè quella musica che accompagna l’entrata dei pagliacci nel circo. Riuscimmo
a convincere la RAI che bisognava
trattare la pubblicità in modo magari allegro, ma con meno disprezzo;
così nacquero i siparietti e la musica che tutti conosciamo.
La SACIS
da organizzazione produttiva si trasformò in censore. Aveva potere assoluto
di censura preventiva sugli spot pubblicitari (in realtà ce l’ha
ancora, ma la concorrenza sul mercato ha reso le sue regole molto più
flessibili). Dovemmo tutti sviluppare una nuova arte, quella di negoziare
con la SACIS. Le regole erano
infinite, complicatissime, e in buona parte non scritte. Ogni volta che
un prelato, un politico, un giornalista o qualche altra "autorità"
criticava qualcosa, nasceva un nuovo divieto. Per fortuna ci furono sempre
in SACIS persone ragionevoli, con le quali pazientemente si riusciva a
trovare un’intesa; ma i negoziati sugli spot pubblicitari
erano un capolavoro di bizantinismo. E se pensiamo che la parte pubblicitaria
(il cosiddetto "codino") poteva rimanere uguale, ma nei
primi anni ogni "carosello" andava in onda una volta
sola, per cui occorreva produrre un numero enorme di film diversi, l’impresa
era davvero complessa.
Fra le mille complicate regole RAI sugli spot pubblicitari,
ce n’era una che stabiliva quante volte si poteva dire il nome del prodotto
(non solo nei "caroselli" ma anche nei normali comunicati televisivi
o radiofonici). Un buffo risultato è che se il numero di "citazioni"
era inferiore al massimo consentito spesso il cliente se ne lamentava,
sentendosi in qualche modo privato di un suo diritto, ed era
difficile convincerlo che la citazione in più era inutile e pleonastica
in quegli spot pubblicitari.
La battaglia per avere uno "spettacolo" che fosse in qualche
modo attinente al prodotto era continua, e talvolta bizantina.
Ricordo, per esempio, una serie di "caroselli" per una marca
di macchine per ufficio, basate su una segretaria di straordinaria intelligenza
e umanità, che risolveva con gusto e buon senso ogni sorta di problemi
(un’idealizzazione di persone che per fortuna esistono davvero,
e sono preziosissime). Ovviamente gli spot pubblicitari si
svolgevano in un ufficio. La SACIS disse che nella parte "spettacolo"
non potevano essere visibili le nostre macchine da scrivere. Alla domanda
"ma com’è possibile?" risposero con nochalance
"metteteci quelle della concorrenza". Girammo i film con una
serie di acrobazie per "far sentire" la presenza
delle macchine da scrivere senza inquadrarle. Ma la
SACIS non si era accorta che il nostro cliente faceva
anche mobili per ufficio, che naturalmente erano sempre ben visibili in
tutta la serie. Lo facemmo più per beffa che per utilità; ciò che ci
interessava davvero non era mostrare i mobili negli spot pubblicitari,
ma collocarci in un terreno attinente al prodotto che volevamo proporre.
Molti ottimi "caroselli" furono realizzati senza bisogno di
attori famosi.
Ma fin dal primo giorno partì il grido: "Ci vogliono le star!"
Non avevo alcuna esperienza in materia, ma decisi che era
meglio mettersi in azione. La coppia di maggior successo in televisione
a quell’epoca era Tognazzi e Vianello.
Riuscimmo ad anticipare i nostri concorrenti e scritturarli tutti
e due per gli spot pubblicitari, per una cifra che poteva sembrare
alta rispetto a quanto guadagnava normalmente un attore, ma che si rivelò
presto piuttosto piccola rispetto a un mercato improvvisamente impazzito.
Ugo Tognazzi per un po’ fece buon viso a cattivo gioco, ma
poi divenne molto cagionevole di salute. Investiti da una raffica di certificati
medici, fummo costretti a "ritoccare" il suo compenso, che tuttavia
era sempre modesto rispetto alla follia che nel frattempo si era scatenata.
Lavorare con le "star" negli spot pubblicitari
non è facile. Fra le cose da imparare ci fu anche come vivere con i loro
capricci.
Mina è una delle persone più simpatiche e divertenti che
io abbia mai incontrato. Ma anche lei ha un discreto caratterino.
Aveva fatto una serie di spot pubblicitari per la pasta Barilla.
Trovare un nesso fra un personaggio come Mina e la pasta non era facile
(nella sua vita privata è una buongustaia e un’ottima cuoca, ma si trattava
della sua immagine televisiva). Miracolosamente, ci riuscimmo. Aveva promesso
anche di partecipare a un grande convegno di vendita; ma
all’ultimo momento ci piantò in asso. Pare che si fosse seccata
perché qualcuno voleva darle un consiglio sul suo abbigliamento o sulla
sua pettinatura.
Non era affatto vero che ci volessero le "star".
Carosello, collocato in un orario di massimo ascolto, divenne presto un
appuntamento fisso per le famiglie italiane. Lo vedevano tutti, che ci
fossero le "star" o no. L’arte sottile
era fare uno spettacolo gradevole, ma non uno spettacolo "qualsiasi";
qualcosa che creasse le premesse giuste per il messaggio, che lavorasse
per la marca; nel rispetto delle rigidissime regole SACIS che vietavano
ogni presenza del prodotto o della marca fuori dal "codino",
o da brevissimi spazi definiti da norme complicatissime quanto inviolabili.
Si dovevano verificare i dettagli con un cronometro di precisione; o meglio,
contare i fotogrammi.
C’è una vastissima letteratura su Carosello, una ridda di celebrazioni
nostalgiche di quegli spot pubblicitari, ma nessuno si
è mai occupato di verificare quali campagne abbiano davvero funzionato.
Se un giorno quell’analisi sarà fatta, si scoprirà
quante marche hanno sprecato miseramente l’occasione offerta da una "posizione"
televisiva così dominante. Molti personaggi, umani o disegnati, che ricordiamo
con affetto, come favole dell’infanzia, furono gli incolpevoli testimoni
del fallimento pubblicitario e commerciale delle marche che rappresentavano.
Nei primi anni la pubblicità televisiva in Italia tramite spot
pubblicitari era solo "carosello". O si imparava
a usare bene quel bizzarro strumento, o non si andava in televisione.
Troppi badarono allo "spettacolo" e dimenticarono il messaggio.
Con il risultato che le loro marche non ne trassero alcun beneficio, e
in alcuni casi riuscirono a farsi parecchi danni.
Per quanto cerchi di sforzare la memoria, non riesco a ricordare quale
fosse il prodotto che veniva "in coda" alle avventure
di Mammut, Babbut e Figliut. O a quale dimenticato
prodotto (credo tessile) facesse la guardia, coi suoi du’
metri de torace, Caio Gregorio, er Guardiano der
Pretorio. Eccetera... Molte di quelle marche, di cui affettuosi archeologi
ripropongono quegli spot pubblicitari in qualche trasmissione
notturna, sono morte. Altre no, ma mi sono trovato al loro capezzale dopo
anni di "cattiva terapia carosello" e vi assicuro che non
stavano affatto bene.
Accadevano cose incredibili. C’erano mercanti di caroselli, che andavano
in giro con grossi pacchi di sceneggiature "generiche", non
riferite ad alcun prodotto o categoria merceologica. L’ultima pagina diceva
semplicemente "segue codino". Erano operazioni a costo zero:
dicevano agli autori "tu scrivimi qualcosa, se la comprano ti pago".
E naturalmente li abbindolavano facendo credere di avere
sottomano – per quegli spot pubblicitari - grandi e meravigliosi clienti
che non avevano mai visto né conosciuto.
Forse il più famoso personaggio di carosello è Calimero, il pulcino nero,
che è stato oggetto di dotte analisi da parte di tutta una schiera di
psicologi e pedagoghi. Pochi sanno che il magico pulcino diede uno scarsissimo
contributo all’identità di marca del detersivo Ava, che sul piano
della comunicazione e del mercato fu pesantemente sconfitto dai suoi concorrenti,
anche se con campagne meno famose. La Mira Lanza
vendeva abbastanza bene non per merito della pubblicità, ma di pesantissime
promozioni nei negozi, agganciate a una raccolta di "figurine".
Chiunque avesse i dati di mercato poteva facilmente constatare
che dove c’erano le promozioni i suoi prodotti guadagnavano quota, e altrove
no.
Ma la storia triste è che per vent’anni molti
italiani, specialmente nelle case di produzione, crogiolandosi nei caroselli
persero l’occasione di imparare come si fa davvero la pubblicità televisiva
tramite spot pubblicitari.
La ventennale vicenda di Carosello fu davvero strana. Perversa,
ma talvolta divertente. Il problema è che non è finita. E’ rimasta nel
sangue di molti italiani, che si occupano di pubblicità, la percezione
che "fare televisione" voglia dire raccontare una
storia qualsiasi e poi appiccicarci un "codino". C’è chi cerca
di fare "caroselli" sulla stampa, o in un’affissione – o addirittura
su internet. Bisognerà capire una volta per tutte che questo
non è uno dei modi fondamentali di fare pubblicità, spot pubblicitari,
o più in generale comunicazione. E’ soltanto una cattiva abitudine.
[Questo testo è tratto, con piccole modifiche, dal capitolo
16 del “Nuovo libro della pubblicità”.]
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