I materiali riciclati
Nella immondizia contemporanea
coesistono molte cose: metalli potenzialmente ancora utili, carta, compost.
Nessuno però sembra accorgersi che alcune parti dell’immondizia conservano
intatte grosse potenzialità. Sculture e oggetti artistici possono così
nascere dai rifiuti. Il rotolo della carta igienica una volta terminata,
si dimostra un cilindro perfetto. Il polistirolo bianco è lì che provoca,
e chiama: “Perché non mi dipingi?” L’umile cartone – grazie ad uno strato
di colla, o a interventi di forbici e taglierino - può divenire praticamente
ogni cosa, anche una serie di sculture e di oggetti artistici. La cenere
addirittura, è uno splendido color grigio, magari reso lucido da una mano
leggera di vinavil come plastificante. Ecco i materiali, ecco un angolo
del balcone dove si può operare, ecco le mani che prudono. Sculture e
oggetti artistici ne saranno il risultato.
L’arte è la soddisfazione di produrre oggetti belli
Suonavo i bongos a una festa, quella sera. Uno degli invitati, particolarmente ispirato dal ritmo, andò in bagno, si tolse la camicia, si spruzzò sul petto strani disegni con la schiuma da barba e tornò a ballare scatenato, con delle ciliege appese alle orecchie. Quel matto ed io diventammo naturalmente subito amici per la pelle. Si chiama Jirayr Zorthian, ed è un artista.
Abbiamo discusso spesso, sull’arte e la scienza. «Gli artisti sono smarriti. Non hanno più soggetti! Una volta avevano argomenti religiosi, ma ora - perduta la fede - non hanno più niente. Non capiscono il mondo tecnico in cui vivono, non sanno nulla della bellezza del mondo reale - il mondo scientifico - e non hanno nulla nel cuore, con cui dipingere», dico io.
Jerry ribatte che gli artisti non hanno bisogno di un soggetto concreto, l’arte sa esprimere molte emozioni, e può essere astratta. Per di più gli scienziati distruggono la bellezza della natura, sostiene lui, la vivisezionano, ne traggono equazioni matematiche.
Ero da lui per il suo compleanno, quando una di queste discussioni si protrasse fine alle tre del mattino. L’indomani gli telefonai: «Senti Jerry, è un circolo vizioso: tu non sai niente di scienza e io non so niente di arte. Quindi una domenica io ti do lezione di scienza, e quella successiva tu mi dai lezione di arte.»
«Bene», accettò. «T’insegnerò a disegnare.»
«Non ce la farai mai.»
Già alle medie, l’unica cosa che riuscivo a disegnare erano le piramidi nel deserto, cioè delle linee rette. A volte mi azzardavo a metterci una palma, o un sole. Non avevo il minimo talento, e il mio compagno di banco era quasi peggio di me. La sua specialità erano due macchie piatte, ellittiche, tipo due pneumatici sovrapposti, dalle quali emergeva un bastone; in cima al tutto un triangolo verde. Secondo lui era un albero.
Scommisi con Jerry che non sarebbe mai riuscito a insegnarmi a disegnare.
«Dovrai studiare, beninteso», mi spiegò.
Promisi di far del mio meglio, ma insistetti per la scommessa. Desideravo davvero imparare, per un motivo che non confidavo a nessuno: volevo esprimerere l’emozione che provo davanti alla bellezza del mondo. È difficile metterla in parole, proprio perché è un’emozione. È simile al sentimento religioso di chi crede in un dio che controlli ogni cosa nell’universo. È un senso di globalità al pensiero che fenomeni e comportamenti apparentemente così diversi siano mossi, dietro le quinte, da una stessa organizzazione, dalle stesse leggi fisiche. È tener conto della bellezza matematica della natura, di come operi all’interno, è capire che percepiamo fenomeni originati dalla complessità dell’interazione degli atomi. Uno spettacolo inebriante! Suscita un timore - una reverenza scientifica - che secondo me si può comunicare, ad altri che l’abbiano sperimentato, attraverso un quadro, un dipinto che evochi la stessa emozione, ricordi per un attimo la magnificenza dell’universo.
Feynman R., «Sta scherzando Mr. Feynman!», Zanichelli, pag. 261
Gli inizi come disegnatore
Jerry si rivelò un ottimo insegnante. Per prima cosa mi disse di andare a casa, e di disegnare quello che volevo. Provai con una scarpa, poi con una pianta in vaso. Un orrore!
Quando ci rincontrammo, gli mostrai quei tentativi: «Guarda qui», disse, «qui dietro, la linea del vaso non tocca la foglia» (del tutto involontario, da parte mia), «ottimo. È un modo per far intuire la profondità. Sei stato bravo.»
«Le linee non sono tutte dello stesso spessore», (invece ci avevo provato!), «bravo! Un disegno con un tratto sempre uguale risulta piatto. » Ogni cosa che credevo sbagliata prendeva un valore. Non mi diceva mai che sbagliavo, non mi umiliava mai. Continuai a provare e man mano migliorai. Ma non ero soddisfatto.
Per far pratica mi iscrissi a un corso per corrispondenza, e devo dire che era ottimo. Mi fecero iniziare con piramidi e cilindri da ombreggiare. Poi passammo ad altre cose: tratto, pastelli, acquarello e olio. Alla fine però mi persi d’animo. Avevo anche dipinto un quadro ad olio che non ho mai spedito, malgrado continuassero a sollecitarmi a non lasciar perdere. Erano ammirevoli.
Disegnavo sempre, mi interessava. Se partecipavo a qualche riunione inutile, come quella volta che Carl Rogers venne al Caltech per discutere dell’apertura di una facoltà di psicologia, provavo a far dei ritratti. Avevo con me un blocchetto, facevo pratica dappertutto. Come mi aveva consigliato Jerry, studiavo molto.
Una signora che frequentavo in quel periodo vide quei tentativi di imparare a disegnare e suggerì: «Dovresti seguire i corsi del museo d’arte di Pasadena. Ci sono lezioni con delle modelle, modelle nude...»
«No, non sono abbastanza bravo. Sarei a disagio.»
«Sì che sei abbastanza bravo. Dovresti vedere gli altri!»
Mi feci coraggio. Alla prima lezione si parlò della carta - grandi fogli di carta scadente, formato quotidiano - delle matite e dei carbonciri i che dovevamo procurarci. Alla seconda, venne una mocI2lla a posare per dieci minuti. Ebbi appena il tempo di disegnare una gamba, i dieci minuti erano scaduti. Mi guardai intorno: tutti avevan disegnato la figura intera, con ombreggiature e tutto quanto.
Ero una frana. Poi però abbiamo avuto diritto a trenta minuti di posa, lavorai sodo e con grande sforzo riuscii a disegnare la figura intera. Speranzoso, quella volta non nascosi il foglio - come avevo sempre fatto fino ad allora.
Andai a vedere i disegni degli altri, scoprii quello che sapevano davvero fare: avevano disegnato la modella coi dettagli e le ombre, il quaderno sulla scrivania dove era seduta, la pedana, tutto! Deprimente, per me.
Tornai al mio disegno, poche linee ammucchiate in alto a sinistra - fino a quel momento avevo sempre disegnato su fogli più piccoli. Mi si fecero attorno altri studenti, e uno esclamò: «Guardate questo! Ogni linea conta!»
Non sapevo con precisione cosa ciò significasse, ma mi sentii incoraggiato, al punto da seguire anche la lezione successiva. Jerry mi ricordava sempre che i disegni troppo pieni non vanno bene. Il suo scopo era insegnarmi a non preoccuparmi degli altri. Li svalutava sempre.
Feynman R., «Sta scherzando Mr. Feynman!», Zanichelli, pag. 263 |