Si chiamava Mario

Vedova, sola. Ma dopo tre settimane dall’evento, il pensiero di esser sola le sembrò assumere una sfumatura diversa: poteva esser bello.
Tutto ciò che questo nuovo modo di considerare la situazione implicava, la fece tremare. Sola significava "libera", e lei veramente libera non lo era stata mai. I1 suo povero marito - Mario che nome banale! Una delle cose di lui che aveva sempre disprezzato - era stato il classico primo amore, ma niente stabiliva che dovesse essere l’ultimo.
Scoprì che poteva progettarsi una nuova esistenza. Forse era arrivato il momento di trasformare il suo nome - Gioia - in un programma di vita. Si trasferì al Nord, in una delle città più vivibili a sentire i giornali. Con la pensione del marito e qualche piccolo lavoro di cucito, avrebbe potuto vivere come voleva... ma cosa voleva?


Nella nuova città aveva preso in affitto un appartamentino caldo ed accogliente. I primi giorni li passò nel suo nido facendo progetti. Una mattina si fermò davanti allo specchio e si osservò: una massa di capelli neri corvini, bocca sensuale, curve al punto giusto, portamento giovanile, era una donna ancora piacente, peccato quell’inizio di rughe accanto agli occhi. Si sentì pronta per uscire, e passeggiando per il centro un ragazzotto le fece un complimento. Ma l’abitudine a negarsi era tale che finse indifferenza, anche se il cuore le batteva forte. Entrò in un bar e ordinò una camomilla per calmarsi e riflettere: in cuor suo decise che il prossimo uomo che avesse mostrato di desiderarla, l’avrebbe avuta.
Si sentì "bagnare" al pensiero.
Tornò a casa e provò a fantasticare sul futuro incontro scoprendo di non riuscire ad immaginarlo. Era talmente impreparata all’idea, da non sapersi vedere nelle braccia di un uomo: un maschio vero, in carne ed ossa. L’avventura poteva cominciare subito, era lì, a portata di mano, il nuovo l’aspettava dietro l’angolo appena fuori dalla porta, e il giorno dopo la varcò.
Camminando tra i negozi vide per caso una farmacia che esponeva un vibratore seminascosto in vetrina. Lo osservò curiosa. Questo le fece venire in mente l’opportunità di acquistare una confezione di profilattici.

Poi "lui" arrivò.
Che straordinaria sorpresa! Era un bel ragazzo sui vent’anni: alto, prestante, dall’apparenza ben educata, la guardava interessato Sapeva di futuro e lei finalmente era tutta "presente" al suo destino.
Sostenne e ricambiò quello sguardo. Poi lentamente, con femminile noncuranza, si avviò verso un caffè. Il giovane la seguì, si presentarono: era uno studente fuori sede. Chiacchierarono, bevvero un drink, e in un veloce e confuso succedersi di istanti, si ritrovò a casa di lui, una stanza vicino l’Università.
Si baciarono, e in un attimo quelle mani maschili erano già sotto le gonne. Sentiva le dita del giovane toccarle il ventre ma non riusciva a guardarlo in faccia. D’improvviso s’accorse di questo suo pudore e fermandogli le mani, sussurrò:
"Un momento!
Voglio prima vederti, osservarti. Dopo, stai tranquillo, faremo ciò che vuoi."
Lui si fermò e si lasciò ammirare: una faccia da bambino che le tendeva il sesso quasi fosse un bastone da coccolare, un serpente da lusingare, un gelato da sciogliere coi baci.
Poi lei con un sorriso prese l’iniziativa; si accostò fino a toccare la sua pelle calda e sensuale, mentre lui le insinuava un dito sotto le mutandine. A Gioia venne spontaneo allungare la mano sul pene: era turgido e gonfio, lo strinse morbidamente e poi si ritrovò a baciarlo. Temeva che venisse subito, allora rallentò i baci, ma lui non riuscì lo stesso a trattenersi ed esplose.

Non era soddisfatta: quel ragazzo era troppo giovane per lei, un rapporto cosi non le bastava più. Mezz’ora dopo era tornata a casa sua, e già pensava ad un incontro diverso. La prossima uscita meritava più preparazione.
Questa prima avventura la portò a ripensare al marito, a quelle rare volte in cui gli si era abbandonata, lasciando emergere la sua carica di sensualità; a quando si era scoperta a piazzargli le unghie sulla schiena, a mordergli il collo, a carezzarlo tra le gambe, a leccarlo come una mamma amorosa fino a sentire il suo respiro farsi affannoso.
Ma questi ormai erano solo ricordi. Qualunque cosa del suo futuro riguardasse Mario, sarebbe stata pura memoria e questo le suonava finalmente chiaro.

Lavorando in casa adattava vestiti per conto di una sartoria. Le capitò alla porta un cliente che aveva bisogno di una cucitura. C’era da stringere un paio di calzoni, cosa da nulla per una sarta come lei. Gioia si scoprì a fare delle sottili allusioni ai pantaloni senza provare eccessivi imbarazzi, e lui le intese per quel che erano. Da vero signore però, rimandò l’incontro al giorno dopo. La salutò dicendole:
"Domani sera, se permette, le porterei una giacca da aggiustare."
Gioia aveva tempo per prepararsi all’appuntamento: "il tizio dei calzoni" forse sarebbe stato l’uomo della sua nuova vita. Fra l’altro era piuttosto attraente: un tipo maturo, elegante e "per bene" eppure molto maschile.
Quel desiderio di cambiar subito uomo, la fece sentire per un attimo quasi una puttana. Il pensiero l’atterriva e insieme l’affascinava, però l’umido che provava lì al centro delle cosce, questo sì era innegabile, non era un opinione: era il suo corpo che le parlava.
Avvertiva un bisogno intenso, quasi doloroso, di essere penetrata, riempita.
Si scoprì ad infilarsi un dito tra le natiche - un "buchino" che a Mario aveva sempre negato! - sperimentare questa delizia inusitata la sconvolse. Agitare l’indice, farlo ruotare lentamente, le provocava una strana euforia: brividi dolci mai conosciuti. Quando il dito usciva, le rimaneva un senso di vuoto e invece lei voleva sentirsi un "pieno" dentro. Provava una voglia implacabile di far crescere la ricerca di nuovi piaceri, altrimenti l’emozione le si sarebbe tramutata in dolore.
Fece una pazzia: uscì e si comprò il vibratore; un gesto così impulsivo che si scordò completamente le pile. Fu costretta a levarle dalla sveglia del marito, una delle poche cose di lui che ancora conservava.
L’energia di Mario azionava adesso questo insolito congegno. Con l’aiuto dello strumento elettrico, si impegnò in una riscoperta del proprio corpo. Cercò l’orgasmo ma non lo raggiunse: il ronzio del vibratore la disturbava; trovò allora una musica alla radio per non sentirne il rumore, poi mosse quel pene artificiale in un lento gioco, ma non ricavò godimento.
Questi ghirigori la sfinirono, le diedero un’ansia insopportabile tanto che fu costretta a smettere. Si consolò al pensiero che un uomo, non una macchina, sarebbe stato presto insieme a lei. Fece una doccia per rinfrescare il suo corpo estenuato da troppa eccitazione, e andò dal parrucchiere.

L’uomo dei pantaloni arrivò portando delle rose. Gioia si commosse tanto da tremare di piacere. Iniziarono una schermaglia d’amore che in breve li condusse dove... lo possiamo immaginare.
Si spogliarono a vicenda quasi con rabbia, poi una volta nudi si ritrovarono ad accarezzarsi. Gioia era distesa e lui, la testa appoggiata al suo petto, le baciava il seno. Com’era dolce farsi mordicchiare i capezzoli, renderli teneramente duri, saziarli di premure. Lei gli percorse corpo con la lingua. Lo eccitava con movimenti ritmici di antica sapienza orientale, prima lenti e poi veloci.
Era il momento di sentirselo dentro.
Gli cercò le labbra per un lungo bacio ancora, poi salì su di lui.
Indugiò un istante, voleva assaporare quell’attimo magico, eterno. Quando l’uomo spinse a fondo, si sentì schiantare, finalmente una sensazione di totalità!
Non riusciva a trattenere colpi sempre più rapidi, frenetici, al di là della mente: una fisicità pura che si affermava prepotente eppure così dolce! Quello strofinarsi dei ventri, quel su e giù la facevano cadere in estasi naturali.
Lo volle provare da tergo, sentirsi premere e strusciare sulle natiche. Godeva di quelle mani che giocavano dovunque: carezze provocanti, fiato caldo sulla nuca, pelle ardente. Un altro corpo, una realtà appena incontrata, affondava in lei finchè non le fu possibile controllarsi: doveva gridare, urlare, uscire da se stessa.
La potenza di Eros le frugava le viscere e le raschiava via i ricordi, sostituendoli con sensazioni intense, concentrate in quel membro che la scuoteva mandandola in delirio come se il mondo fosse tutto lì, in quel distillato di piacere che sarebbe schizzato dentro di lei. Era pronta a farsi prendere dall’impeto di un erotismo sublime, dalla rivelazione del sentirsi finalmente femmina!

Poi giacquero uno accanto all’altro; un "uomo" e una "donna", come era sempre accaduto e sempre accadrà. Gioia chiuse gli occhi e si mise a fantasticare su quell’ultimo maschio. Come per incanto si vide nel futuro al suo fianco: sognò loro due a giocare, a cucinare insieme, a fare lunghe passeggiate; immaginò quando avrebbe danzato per lui assumendo le posizioni più sensuali, dando corpo alle fantasie che gli erano nate leggendo il "Kamasutra".
Si addormentarono.

Al risveglio, sorseggiando the e biscotti, presero a chiacchierare amabilmente, finchè lui gli rivelò che si chiamava "Mario"!!
La notizia le rimestò il cervello. Non ebbe il minimo dubbio: l’uomo della sua vita poteva chiamarsi in qualsiasi modo, ma assolutamente no "Mario"!
Doveva trovarne un altro, e la città era grande a sufficienza per offrirle una nuova avventura. L’idea che il giorno dopo si sarebbe messa alla ricerca di uno sconosciuto la elettrizzò infuocandole la mente.
Chissà domani notte, che scoperta sarebbe stata.

Francesco Cascioli & Paolo de Manincor

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