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Dei delitti del pene

parodia di "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria (1763)

scritta da Cesara Becca & Pia, amante di Giovanni Verga, il più duro tra gli autori italiani.

CAPITOLO PRIMO:
DELLA TRANQUILLITA’ PUBBLICA

Tra gli amplessi goduriosi sono da indagare quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete dei cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio dei cittadini, come i fanatici pettegolezzi sulle corna altrui, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli adulteri e più dall’oscuro e misterioso entusiasmo per la chiavata che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d’uomini.

Sono mezzi efficaci per prevenire il pericoloso addensamento delle popolari passioni: la notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite nei differenti quartieri della città, i discorsi sulla voglia di scopare riserbati al silenzio ed alla sacra tranquillità dei motel protetti dall’autorità pubblica. Ma quali saranno le pene convenienti agli amplessi adulterini?

L’orgasmo con una verga dal maestoso aspetto è veramente utile e necessario per la sicurezza e pel buon ordine della vagina?

La pomiciata, detta anche "P.E.T.T.I.N.G - Pomiciamento Erotico Tramite Tastamenti Intimi Necessariamente Goduriosi" -  ottiene il fine che si propongono le leggi del sesso?

Qual è la miglior maniera di prevenire gli amplessi?
Qual influenza hanno essi sulle scopate?

Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non possono resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato il primo all’Italia con qualche maggior evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere circa il controllo pubblico delle chiavate, io mi stimerei fortunato; ma se sostenendo i diritti degli uomini - ma più le donne - contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce dell’orgasmo non andato a buon fine, qualche vittima sfortunata dell’ignoranza, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente che freme della gioia dell’eiaculazione mi consolerebbero dal disprezzo di beghine e bacchettoni.

Del resto chiunque si masturbi fa un minor male alla vagina che colui che ne esce per sempre dai confini, perché questi non vi schizza tutta la sua sostanza, ma quegli eiacula se stesso con parte del suo avere. Merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio di gettare nell’oscuro e disprezzato suo gabinetto la moltitudine dei primi semi lungamente eiettati nelle utili cavità.

Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dal supporre in me principi distruttori della virtù ninfomane da tutte assai gradita, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche di manipolazione del pene.

OBIETTIVO DEL PENE

Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente che il fine della misurazione del pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Può egli in un corpo femmineo, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà strumento del furore e del fanatismo dei superdotati tiranni? Le strida di un infelice sodomizzato per errore, richiamano forse dal "tempo che non ritorna" le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire al partner dal far nuovi danni ai suoi cittadini - ma più che altro cittadine - e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Deve esser prescelto quel pene e quel metodo d’infliggerlo e infilarlo nella vagina che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi, e la meno tormentosa sul corpo della femmina.

INTRODUZIONE DEL PENE

Ogni pene che oltrepassi la misura
è ingiusto e crea usura,
rossore e infiammamenti,
cause di femminei tormenti,
senza i necessari godimenti.

Ogni pene che superi l’assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannico. Fu l’invidia e non la necessità che costrinse gli uomini - ma più le donne - a misurare quella parte della propria libertà. Ogni pene che oltrepassa la misura è ingiusto di sua natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola "giusto" l’idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente.

L’amplesso in generale, è una semplice maniera di concepire gli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità dell’orgasmo di ciascuno.
In ogni congiungimento carnale l’erezione, conforme o no alla legge, ben presto modifica la verga dal maestoso aspetto. 

La prima conseguenza di questi principi è che le sole leggi del sesso possono discettare sul pene e sugli amplessi: serve una terza parte, uno sguardo oggettivo, un terzo incomodo, e quest’autorità non può risedere che presso il guardone, che rappresenta l’occhio freddo e indagatore su tutta la vagina impegnata in un contatto sociale. Nessun membro (che è in parte nella vagina) può con giustizia soffrir le pene del pene contro ad un altro membro nella vagina medesima. Ma una verga dal maestoso aspetto, non di molto accresciuto al di là dal limite fissato dalle leggi del sesso, quello è il pene giusto; neppure il magistrato può accrescere il pene prestabilito di un superdotato o minidotato cittadino.

Se ogni membro particolare è legato alla vagina, questa è parimente legata con ogni membro particolare per una bella chiavata che di sua natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che è valida dal letto matrimoniale fino alla capanna, che lega egualmente e il più grande e il più poco dotato fra gli uomini, non altro significa che è interesse di tutti che i peni siano usati e lubrificati.

La conseguenza è che quando si provasse che l’enormità del pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d’impedire gli amplessi, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe contraria a quelle virtù di giustizia sessuale ninfomane e benefica.

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