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Per parlare del rapporto tra le streghe
e l’erotismo, bisogna tener conto che la stregoneria medievale è l’erede delle
concezioni erotiche dell’antichità pagana, che, com’è noto, erano tutt’altra
cosa dalla sessuofobia cristiana.
Il culto fallico e i "riti osceni" erano praticati - oltre che dai Greci e dai
Romani abituati a venerare le statue a forma di pene del Dio Priapo - anche
in numerose sette gnostiche descritte dai Padri della Chiesa.
Secondo Epifanio, gli Adamiti condannavano il matrimonio e sostenevano che la
perfezione era compatibile solo con la comunione delle donne. Sceglievano luoghi
segreti o caverne per le loro riunioni, alle quali ambo i sessi assistevano
completamente nudi. Altri gruppi gnostici dopo "riti abietti e scene lascive",
amministravano il seme virile come loro sacramento: una sorta di "comunione"
sessuale.
Altri gruppi ancora, mettevano in comune le donne e le prostituivano agli ospiti.
Si riconoscevano fra settari con un tocco speciale del dito sul palmo della
mano. Fatto il segno, si stabiliva una fiducia reciproca. Lo straniero era invitato
a mangiare, alla fine il marito si allontanava dicendo alla moglie: "Fai la
carità verso il nostro ospite", e questo era lo spunto per elargizioni di ospitalità
sempre più intima.
Nel Medioevo invece, ogni atto sessuale che deviasse dalla pura fecondazione
veniva considerato di origine diabolica. Alcuni manuali ad uso dei confessori
specificano: "Hai gustato il seme di tuo marito affinchè a mezzo delle tue operazioni
diaboliche, più ardentemente fosse innamorato di te? Se lo hai fatto, devi far
penitenza per sette anni."
Proseguendo nell’indagine storica, è legittimo affermare che le grandi esponenti
della trasgressione erotica furono le streghe.
Il luogo tipico dove si riunivano per praticare il sesso, erano i grandi Sabba
stagionali: il primo il giorno di San Giovanni, il secondo il 2 Novembre. Gli
adepti di tutta una zona convergevano in un bosco presso un albero di noce considerato
sacro. Qui si svolgeva un banchetto e varie cerimonie religiose di iniziazione
con l’apporto di musiche e danze popolari. Lo stregone più importante indossava
una maschera rituale da caprone, con grandi corna, guanti a forma di zoccolo
e una coda posticcia. In alcune sette l’accettazione di un novizio culminava
con il bacio dato sotto la coda del "Grande Capro".
Gli stessi Templari vennero accusati di praticare cerimonie che prevedevano
baci degli iniziandi sulle natiche dei maestri.
Nei verbali dei processi contro le streghe, è spesso citato il fatto che il
"Diavolo" - titolo con cui veniva chiamato il capo della congrega - avesse un
pene sempre rigido eppur freddo. Secondo Margareth Murry, una delle più interessanti
studiose di stregoneria, si doveva trattare di un pene artificiale indossato
dal capo-conventicola, che lo utilizzava per la penetrazione simbolica delle
nuove adepte.
Le streghe che non potevano recarsi fisicamente al Sabba, ricreavano un’atmosfera
analoga grazie ad un unguento magico a base di erbe: aconito, stramonio, atropa
belladonna, che bollite insieme a sostanze grasse, producevano una pomata da
spalmare sulla fronte, sui polsi e sulle parti intime. La pomata produceva un
effetto stupefacente fortissimo che proiettava le menti delle streghe nel luogo
dei loro sogni: il sabba a cui non erano potute andare,
Volendo immaginare un’intervista impossibile
con il mondo delle streghe, questa potrebbe suonare più o meno così:
"Gentili lettori, ho appena raggiunto il settimo secolo dopo Cristo, sono qui
in compagnia di Ezza, una strega fantastica che ha accettato di rispondere alle
mie domande.
Dicci Ezza: come ti sei avvicinata al mondo dell’occulto?"
"Accadde ad Isernia, ero andata lì per accompagnare mia sorella afflitta da
sterilità. Mi ritrovai poco lontano dal paese davanti ai ruderi di un antico
tempio. In quel luogo ogni 27 Settembre c’è una festa in onore del cazzo."
"Come "del cazzo"?"
"Proprio così. Quel giorno si può guarire da tutte le malattie che riguardano
il sesso: sterilità, impotenza, castità virginali non volute, "zitellaggio"
per intenderci, e tutto il resto. Ad Isernia in quella occasione, il vero padrone
è il pene!
Invocato ed adorato viene posto in vendita ritratto in ex voto di cera: qualcuno
grande un palmo, altri più piccoli. Ogni mercante porta con una mano un cesto
carico di falli e con l’altra il vassoio per le offerte. Se un fedele chiede
il prezzo di uno di quei membri, loro rispondono: "Più ci metti più ti meriti"."
Mi ricordai allora di aver già letto di
tutti questi rituali, ampiamente citati anche da Richard Kinght nel suo saggio
"Il culto di Priapo" (1), cerimonie che smentiscono che l’affermarsi del Cristianesimo
abbia posto fine ai culti dionisiaci. Ancora nel VII secolo, dunque, si praticavano
cerimonie contro la sterilità simili a quelle celebrate mille anni prima dalle
matrone romane, che si recavano in processione fino a sedersi sul gran fallo
di marmo, simbolo di Priapo.
"Raccontaci Ezza: che altro succede in
questa festa?"
"Ogni donna chiede alla Divinità quel che gli serve. C’è chi, consegnando il
pene di cera, si raccomanda al Dio. Qualcun altro è venuto alla festa solo per
ringraziarlo. Altre ancora dopo aver comprato un fallo enorme, baciandolo sulla
punta al momento della presentazione , pregano: "Oh Dio Benedetto! Così lo voglio!".
Gli uomini col pene malato invece, arrivati davanti all’altare scoprono i1 membro
che, durante la cerimonia, viene unto con un olio miracoloso.
Toh! Guarda chi arriva: la mia cara amica
Regina. Lei sicuramente avrà ancora dell’unguento, la pomata magica che è la
base per tutte le stregonerie."
Infatti si avvicina una creatura piena di fascino, ancor più bella di Ezza che
piantandomi gli occhi addosso, mi fa:
"Sei disposto a provare il sacro Unguento?"
"Beh... perchè no?"
Ricordo come un sogno che ci spogliammo.
Le streghe presero una pomata verdastra che emanava un odore acre, quasi insopportabile.
Ci spalmammo il corpo a vicenda, strofinando la pelle fino ad arrossarla, in
modo da dilatare i pori. Quel grasso pestifero penetrò a poco a poco finchè
l’epidermide non divenne rossa e bollente. Poi le donne unsero il manico di
una scopa e se lo infilarono in vagina, agitandolo su e giù!
"È per far penetrare meglio la droga!" Spiegò Regina, e a quella parola un brivido
mi percorse la schiena. Una delle due, sorprendendo un mio sguardo a metà tra
l’impaurito e il curioso, aggiunse:
"La vulva assorbe meglio della pelle e reagisce rapidamente ai poteri dell’unguento."
"A mio giudizio" ridacchiò Ezza, "lui è più interessato alle nostre fichette
che non al bastone della scopa che ci penetra."
"Tu, mia cara, sottovaluti il nostro amico," disse Regina sorridendo, "vuoi
che non abbia mai visto una donna nuda?"
ln realtà, lo spettacolo delle due femmine intente a far scorrere nelle vagine
quell’insolito fallo artificiale, aveva prodotto visibili effetti sul mio corpo
nudo. Accorgendosi della mia erezione, loro continuarono a prendermi in giro
amabilmente.
"Forse una donna nuda l’avrà anche vista, ma due insieme certo no!" Insistette
la fanciulla. "Altrimenti come spiegheresti quell’aria arrogante del suo basso
ventre? Quello è un uccellaccio che chiede di essere messo in gabbia!"
"Colpa tua!" Rimbeccò ironica Regina. "Che gli mostri la "cuccia" spalancata!"
Io intanto cominciavo ad avvertire i primi effetti della pomata stupefacente.
Chiusi gli occhi e mi concentrai su quelle magiche sensazioni.
Sentivo il battito del cuore farsi nitido, veloce, rimbombante; eppure la mente
sembrava andare più libera e sciolta. Strane onde mi calavano dal centro del
petto giù fino alle viscere, irradiando un’energia sconosciuta. Avvertivo in
pancia un calore quasi insopportabile, come fosse un braciere arroventato.
La botta arrivò al cervello.
Non ero in grado di muovere alcun muscolo. Una folata d’aria gelida mi spazzò
la fronte; sembrava l’alito di un fantasma! Quella scarica di vento sempre più
forte, mi rendeva fredda la testa con una sensazione di brivido così inspiegabile
che fui forzato ad aprire gli occhi. Volavo!!
Sì! Volavo!
Avvinghiato alle due donne, avvertivo le raffiche di un vento così impetuoso
da farmi mancare il respiro.
Correvamo nella notte dapprima a volo radente sopra gli alberi, poi sorvolando
vallate illuminate dalla Luna, quindi veleggiando sopra monti altissimi, evitando
le nuvole che si alzavano sotto di noi, trascinati per l’aria ad una pazza velocità.
Vedevo le stelle splendere su un mondo che non era lo stesso di sempre. Chissà
quale universo stavamo attraversando. Dove mi avrebbe condotto la magia?
Finalmente atterrammo in una radura nei
pressi di un albero di noce. La notte era piena di fuochi e di gente eccitata.
Ci tenemmo un po’ in disparte, nessuno badava a noi.
Era in corso una pubblica punizione: un ricco funzionario municipale, che aveva
tentato di porre fine alla sua fedeltà alla setta (2), veniva frustato dal ’’Grande
Caprone" in persona, che lo batteva con il pene di un toro, fra le risate dei
presenti.
Quanto a me, il pensiero del volo mi aveva già abbandonato
Una cosa sola adesso mi importava: far l’amore con Ezza e Regina, le più belle
donne che avessi mai incontrato! Vederle nude mi aveva terribilmente eccitato,
desideravo averle a tutti costi.
Ora non rammento bene come andò veramente: se presi io l’iniziativa o furono
loro, oppure se finimmo d’impulso ad abbracciarci insieme. Non ho memoria di
quando ci sdraiammo, ricordo solo un calore umido sul ventre: la sensazione
sconvolgente di un contatto vivo che mi circondava il pene: Regina era sopra
di me e si stava infilando il mio pene dentro.
Mentre la penetravo come un forsennato, l’altra mi porgeva la sua "micina" che
io leccavo avidamente infilando il volto tra i suoi peli. La prima godeva dei
colpi violenti che gli davo col bacino, la seconda mugolava vagiti d’amore,
piantandomi le unghie nella pelle. Mi sembrava di baciare l’anima di Ezza, i
suoi gemiti erano un canto che allietava il cuore e i sensi.
Le due streghe superavano tutte le mie precedenti amanti. Ogni istante di amore
con loro era il massimo in qualche cosa: in potenza, in movimento, in raffinata
o perversa lentezza. Riuscivo a spingere come se una montagna cedesse, quasi
dovessi far crollare un muro, e quei meravigliosi impeti cambiavano il mondo
sotto i miei occhi. Barriere di pudore cadevano una dopo l’altra: ostacoli superati
grazie all’accumulo di una sublime energia, in uno scambio di erotismo elettrizzante
che rendeva ogni gesto naturale e insieme fantastico. Era come se il pene nel
corpo di una e la lingua nel sesso dell’altra, ballassero una danza dionisiaca.
Eravamo pervasi da una forza più grande, incontrollata, sotto un comando inflessibile,
più antico del cervello.
Grandi brividi mi scuotevano. Ondate di fremiti scendevano dalla testa fino
ai piedi, come una doccia esaltante sotto una sorgente calda.
Da un gemito simile a un ruggito, capii che Regina aveva raggiunto l’orgasmo,
in un attimo scivolò fuori dal mio membro rotolandomi a fianco. Ezza allora,
che non aveva mai smesso di allisciarmi con le unghie appuntite, scese fino
all’inguine e prese a leccarmi come una gattina in calore. Imboccava la punta
del pene seguendolo con la lingua, azzardando ogni tanto teneri baci. Vedevo
i suoi occhi attenti sul mio sesso: era delicata ed esperta, carica di sensualità.
Ad un tratto sentii qualcosa di caldo lambirmi l’orecchio: Regina stava esplorando
il mio corpo. Scese lungo il collo, mi porse il suo seno rigoglioso che io coprii
di baci.
Fra tutti gli incontri di sesso in cui la voglia di erotismo è così forte e
matta da restare comunque inappagata, questo era il più folle, il più disperato.
Ognuno di noi obbediva al ritmo della danza d’amore che crescendo vorticosamente
mi portò al culmine, finchè venni "...come corpo morto cade".
Francesco Cascioli & Paolo de Manincor
(1) R. Kinght: "Il culto di Priapo", Newton
Compton, pag. 33
(2) Fatto accaduto nel 1460 ad Arras; citato da Margareth A. Murray, "Le streghe
nell’Europa occidentale", Garzanti, pag. 187
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