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6 giugno 1944: commemorazione o mistificazione?

Vi giro un brano scritto da Nico Hirrt, e segnalato da Carla Motta.

«Per il loro accumulo e per il loro carattere unilaterale, le commemorazioni del sessantesimo anniversario dello Sbarco sono destinate ad inserire nella coscienza collettiva delle giovani generazioni, una visione mitica, ma largamente inesatta, del ruolo svolto dagli Stati Uniti nella vittoria sulla Germania nazista. L’immagine veicolata dagli innumerevoli reportages, interviste di anziani combattenti americani, film e documentari sul 6 giugno, è quella di una svolta decisiva nella guerra. Ora, ogni storico vi direbbe: il Reich non è stato sconfitto sulle spiagge della Normandia, ma nelle pianure della Russia . Ricordiamo i fatti e, soprattutto, le cifre.

Quando americani e inglesi sbarcarono sul continente, si trovarono di fronte 56 divisioni tedesche disseminate in Francia, in Belgio e nei Paesi Bassi. Nello stesso momento, i sovietici affrontavano 193 divisioni sul fronte che si estende fal Baltico ai Balcani. Alla vigilia del 6 giugno, un terzo dei soldati sopravvissuti alla Wehrmacht erano già stati feriti in combattimento. L’11% feriti due volte o anche più. Questi disperati costituivano, ai lati dei contingenti di ragazzini e di soldati molto abbienti, l’essenziale delle truppe rintanate nei bunker del muro Atlantico.

Le truppe equipaggiate con i blindati migliori, l’artiglieria pesante e i resti della Luftwaffe, si battevano in Ucraina e in Bielorussia. Al culmine dell’offensiva in Francia e in Benelux, gli americani allinearono 94 divisioni, i britannici 31, i francesi 14. Nello stesso tempo, ci sono 491 divisioni sovietiche impegnate ad Est. Ma soprattutto, al momento dello sbarco in Normandia, la Germania è già virtualmente sconfitta. Su 3,25 milioni di soldati tedeschi, tre sono scomparsi nel corso della guerra, 2 milioni sono caduti tra il giugno del 1941 (invasione dell’URSS) e lo sbarco nel giugno del 1944. Prima del giugno 41, ne erano caduti meno di 100.000. E sulle 1,2 milioni di perdite tedesche prima del 6 giugno 44, i due terzi sono ancora sul fronte orientale.

La sola battaglia di Stalingrado ha eliminato il doppio delle divisioni tedesche battute dall’insieme delle operazioni militari che sono state intraprese sul fronte Occidentale tra il momento dello sbarco e quello della capitolazione.

Complessivamente, l’85% delle perdite militari tedesche della seconda guerra mondiale sono dovute all’Armata rossa (diversamente da quanto accade nel caso delle perdite civili tedesche: quelle sono, in primo luogo, l’effetto di uno sterminio operato dagli stessi nazisti e, in seguito, il risultato dei massicci bombardamenti di bersagli civili operato dalla RAF e dall’USAF).  Il prezzo pagato dalle diverse nazioni è in sintonia con questi dati. Nel corso di questa guerra, gli Stati Uniti hanno perduto 400.000 soldati, marinai e aviatori e circa 6.000 civili (essenzialmente personale della marina mercantile). Quanto ai sovietici, secondo le fonti, hanno subito perdite militari comprese tra 9 e 12 milioni e perdite civili tra 17 e 20 milioni di persone. E’ stato calcolato che l’80% degli uomini russi nati nel 1923 non è sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale.

Analogamente, le perdite cinesi nella lotta contro il Giappone - che si contano a milioni - sono infinitamente più elevate - e infinitamente meno conosciute - di quelle americane.

Queste macabre statistiche, chiaramente nulla tolgono al merito individuale di ciascuno dei soldati americani che si sono battuti sulle spiagge di Omaha Beach, sui ponti dell’Olanda o nelle foreste delle Ardenne. Ogni MI della seconda guerra mondiale merita la nostra stima e la nostra ammirazione, come la merita ogni soldato russo, britannico, francese, belga, iugoslavo o cinese. Al contrario, se non si parla più di individui ma di nazioni, il contributo degli Stati Uniti alla vittoria sul nazismo risulta largamente inferiore a quello che vorrebbe farci credere la mitologia del Giorno D. Questo mito, inculcato nelle generazioni precedenti da quella formidabile macchina di propaganda che è l’industria cinemetografica americana, viene rivitalizzato oggi, con la complicità dei governi e dei media europei.

Nel momento in cui l’esercito Usa si impantanasse nel Vietnam iracheno, avranno buon gioco nel farci credere che ciò sia solo frutto del caso. Quindi, benchè ormai i corsi di storia dei nostri allievi si siano ridotti all’acquisizione di "competenze trasversali", una volta tanto potrebbe essere cosa buona fargli memorizzare "brutalmente" qualcuno di questi saperi elementari concernenti la seconda guerra mondiale:

- E’ davanti a Mosca, durante l’inverno 41-42, che l’armata hitleriana è stata fermata per la prima volta.

 - E’ a Stalingrado, durante l’inverno 42-43, che questa ha subito la sua più pesante disfatta storica. 

- E a Kursk, nel luglio del 43, che il nocciolo duro della sua potenza di fuoco - le divisioni Panzer - è stato definitivamente spezzato (300.000 morti e 1000 carri distrutti in appena dieci giorni di combattimento!).

- Per due anni, Stalin ha fatto appello agli anglo-americani perchè aprissero un secondo fronte. Invano. 

- Quando, infine, la Germania è vinta, i sovietici corrono verso l’Oder, la Resistenza - spesso comunista - ingaggia rivolte insurrezionali un po’ in tutta Europa.

Proprio allora la bandiera stellata sbarca repentinamente in Normandia ... 

Nico Hirtt Insegnante, scrittore (autore di "L’école prosituée", ed Labor). trad. a cura di Paola Capozzi   

Gli angloamericani entrano in guerra in Europa ufficialmente dopo il 7 dicembre 1941, data in cui subiscono l’attacco a sorpresa giapponese alla base di Pearl Harbor. Entrano in guerra contro la Germania perché Hitler e Mussolini dichiarano guerra per primi agli USA, non perché l’attacco giapponese li avesse trascinati in guerra anche contro la Germania. (d’altra parte, anche quando la Germania aveva aggredito la Russia, il Giappone era rimasto a guardar,e e anzi aveva stipulato un patto di non aggressione con l’URSS, quindi non vi era nessun automatismo che avrebbe costretto la Germania ad attaccare gli USA, neppure il patto tripartito). Paradossalmente gli USA, che già aiutavano attivamente la Gran Bretagna nel suo sforzo di resistere all’Asse, avrebbero potuto continuare a farlo senza per il momento impegnarsi militarmente contro la Germania (e l’ormai insignificante Italia).

Sono state scritte pagine su pagine sulle ipotesi di azione degli USA alla fine del 1941 e sui motivi che spinsero follemente Hitler a dichiarare guerra agli Stati Uniti, favorendo Roosevelt che non era poi del tutto sicuro di avere tutta la nazione dietro di sé in una guerra "europea" e non solo contro il Giappone. Le motivazioni di Hitler sono ormai abbastanza chiare: la visione ideologica e "globale" dello scontro, ai suoi occhi rendeva inevitabile un confronto anche con gli USA, ma i dati economici e produttivi facevano già paura: solo la produzione di aerei USA nel 1941 era stata di 26.277 unità, quella britannica di 20.094, quella tedesca di 11.770 (non superò mai le 40.000 unità, quasi raggiunte nel 1944). Pochi anni dopo, nel 1944 gli USA da soli produssero quasi 100.000 aerei, e 85.000 nel 1943. Gran Bretagna e Commonwealth raggiungevano lo stesso numero della Germania, con un’Italia che non produsse mai più di 2.000 unità all’anno.

La domanda può avere solo una risposta: l’Asse avrebbe perso sulla distanza, perché priva di quelle risorse necessarie ad una guerra di lunga durata, che richiede uno sforzo economico e produttivo continuativo e possente.

Avrebbe perso perché logorata, bombardata e sottoposta a privazioni troppo pesanti, che il popolo russo e quello britannico evidentemente potevano sopportare meglio: l’uno perché abituato a poco e in grado di combattere con una sussistenza ridotta al minomo, l’altro perché aveva alle spalle l’arsenale delle democrazie che, sul piano strettamente militare-tattico non ha mai significato una vera differenza ma lo ha fatto sul piano logistico. Voglio dire che le divisioni americane che hanno combattuto sul suolo europeo potevano anche essere assenti, mentre l’immenso apparato logistico che gli USA fornirono alla Gran Bretagna e all’URSS, gli aiuti in mezzi, armamenti, carburante, munizionamento, aerei, proiettili, tecnologia, quello è stato determinante. Le divisioni russe, milioni di uomini appiedati, hanno cominciato a diventare determinanti e aggressive e vincenti quando sono state dotate di camion USA che le hanno rese meccanizzate e mobili, con artiglieria, viveri, vestiario USA.

Il dominio aereo sarebbe stato raggiunto con molta più fatica senza invenzioni come le spolette di prossimità dei proiettili antiaerei, il radar aviomontato, la capacità di mettere in linea cinque aerei per ogni velivolo abbattuto. Bombardieri che volavano a 15.000 metri di quota, con cabine pressurizzate e impianti di respirazione per l’equipaggio, hanno fatto la differenza, perché virtualmente irraggiungibili dagli aerei tedeschi e dalla contraerea. Il peso USA non è stato il fantaccino Ryan, ma l’apparato industriale e tecnologico messo al servizio di una democrazia (Gran Bretagna) e di una non-democrazia (l’URSS): ha fatto la differenza in questo senso. Intendiamoci, sono più che felice che la scelta USA sia andata verso la Gran Bretagna, ma mettiamoci bene in testa che fino al 1939 gli USA non hanno fatto un scelta chiara, e non l’aveva fatta neppure la Gran Bretagna, che sopportava Hitler ma diffidava di Mussolini.

Il sostegno al campo delle democrazie è stato il risultato di una resistenza ad un tentativo egemonico che avrebbe monopolizzato l’economia europea, rompendo quella libertà commerciale che per gli USA è sempre stata supremo interesse.

La vera libertà che è stata difesa è quella, coincidente per una felice coincidenza con la libertà politica. Ma l’idea che gli USA siano entrati in guerra perché inorriditi dalle dittature, be’ questa è retorica spicciola che lascio volentieri a Spielberg.

Il pragmatismo americano non prescinde dai principi, ma guarda al risultato finale. Così Franco, dittatore fascista, entra nella Nato alcuni anni dopo la fine della II g.m., perché "utile" in una visione di scenario.

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