Ci scrive Paolo Morioni:
“Perché il vaso da notte si chiama Zi’ Peppe?”
Me lo sono chiesto ascoltando uno stornello romano cantato dalla straordinaria voce
di Greg (di Lillo e Greg).
Ho trovato questa pagina:
http://placidasignora.iobloggo.com/archive.php?eid=6
Che vi segnalo.
Ecco il testo che ci ha segnalato:
Re Ferdinando e i canteri, cioè i vasi da notte
Ferdinando di Borbone re delle Due Sicilie non è certo passato alla storia per l’eleganza di comportamento; divenuto re a 8 anni, come istitutore ebbe lo zio Domenico Cattaneo Principe di San Nicandro, che le cronache descrivono “ignorante, incapace, ipocrita, gretto e vizioso”. In realtà San Nicandro, nobile-contadino, educò il nipotino insegnandogli più la pesca e la caccia che l’etichetta, e facendolo probabilmente divertire come un pazzo.
Fatto sta che la storia è piena di aneddoti più o meno veri, riguardanti la presunta maleducazione del sovrano.
Ad esempio si dice che, quando assisteva agli spettacoli nel suo palco reale del San Carlo, si facesse portare enormi piatti di spaghetti al pomodoro che mangiava con le mani cacciandoseli dall’alto nella bocca spalancata, stile Totò in “Miseria e Nobiltà” e che poi si pulisse le suddette mani sulle giacche dei suoi dignitari.
E dicono anche che ricevesse gli ospiti stando seduto sul “càntero” (vaso da notte), da allora a Napoli detto anche Zi’ Peppo e a Roma Zi’ Peppe (dove zi’ sta per "signor"): la spiegazione del soprannome è raccontata da Renato Ribaud nel suo piacevolissimo “Tradizioni Popolari Napoletane” (ed. Gallina).
A 17 anni Ferdinando aveva sposato per ragioni di Stato Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria. Poco dopo le nozze andò a trovarli a Napoli l’austero e serissimo fratello di Carolina, Giuseppe, futuro imperatore d’Asburgo e Lorena, che portò in dono al cognato - sospetto con una punta di malignità - un lussuoso vaso da notte austriaco ”racchiuso in lignee colonne con ante che si aprivano al di sotto di un capitello in stile barocco su cui venivano sistemate in bella mostra delle piante dalle cascanti foglie.”
Ferdinando - risospetto per scambio di malignità - si mostrò così entusiasta del dono che lo battezzò immediatamente “Zi’ Peppo” (diminutivo di Giuseppe) e lo pose trionfalmente nella sala ambasciatori del suo appartamento privato.
Ecco una lettera che il Peppo (cognato) scrisse alla madre: “Iersera, dopo cena, Maria Carolina cantava al clavicembalo mentre, in un altra stanza Ferdinando ci pregò di tenergli compagnia, mentre stava seduto sul vaso. Lo trovai già con i calzoni calati, circondato da cinque o sei valletti, ciambellani ed altri. Facemmo conversazione per più di mezz’ora, e pensavo che egli sarebbe stato ancora lì, quando una terribile puzza ci convinse che era tutto finito. Non mancò di darci tutti i dettagli e voleva perfino mostrarceli; poi, senza tanti complimenti, coi calzoni calati e col puzzolente vaso in mano, corse dietro a due dei suoi gentiluomini, che se la squagliarono. Io me ne andai tranquillamente da mia sorella".
Invece lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale ’o Re non si divertì affatto.
Nel 1820 fu obbligato, assieme alla consorte, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, pieno di repubblicani che lo odiavano.
Arrivato a Caltagirone, le Autorità consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale due enormi e vistosissimi zi’ peppi.
E Ferdinando s’imbufalì, “questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!” - avendo colto perfettamente il sottile e trasversale messaggio d’invito: “Re, ma va’ a…”
di Mitì Vigliero
da http://placidasignora.iobloggo.com/archive.php?eid=6