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Sri Lanka, previsti fino a
sette anni di carcere per chi si converte da una religione all’altra.
LA LEGGE ALL’ESAME DEL PARLAMENTO
Il provvedimento, denunciato dalle comunità cristiane locali, è stato
fortemente
voluto dai fondamentalisti buddisti
Le diverse comunità cristiane nello Sri Lanka, e fra loro la Chiesa cattolica,
sono seriamente preoccupate per il documento anti-conversioni che sarà
presto all’esame del Parlamento nazionale. Si tratta di un provvedimento
che, se approvato, modificherà radicalmente il comportamento e i rapporti
fra le comunità religiose nel paese, minacciando la libertà di coscienza
e di religione e i diritti umani, come spiega all’agenzia vaticana Fides
una fonte nella Chiesa locale.
Paradossalmente la legge, che dovrebbe essere esaminata e votata nei prossimi
giorni, viene spacciata come provvedimento per difendere la libertà religiosa,
ma i suoi effetti sono del tutto opposti. In pratica, il provvedimento
rende illegale la conversione personale da una religione all’altra in
ogni circostanza, che può essere considerata «non etica» e illegale. La
legge prevede pene pesanti come la multa di 500.000 rupie (5mila dollari)
e carcere fino a sette anni. La discrezionalità viene lasciata a un magistrato
che dovrebbe decidere se il cambio di religione di una persona è illegale,
fatto attraverso l’inganno e il proselitismo. Proprio questo concetto
di proselitismo preoccupa molto la Chiesa locale: così infatti viene definita
anche la pura attività di carità o di solidarietà svolta da sacerdoti,
religiosi, fedeli laici, istituti cattolici e anche da organizzazioni
non governative di ispirazione cristiana.
Il provvedimento è stato proposto dai nove monaci buddisti che sono stati
eletti nel Parlamento srilankese, membri del «Jathika Hela Urumaya», partito
buddista con taglio fondamentalista che aveva già presentato il progetto
lo scorso anno. La Corte Suprema dello Sri Lanka aveva però definito «incostituzionale»
il provvedimento in alcune sue parti. Nonostante ciò, il progetto di legge
è stato ripresentato in Parlamento senza modifiche sostanziali.
Il governo dello Sri Lanka e la sua presidente, Chandrilca Kumaratunga,
hanno lasciato ai parlamentari libertà di coscienza nel voto. Secondo
gli osservatori, la presidente non ha voluto inimicarsi i partiti buddisti
per opportunità politica, ma ciò significa che, con molta probabilità,
il provvedimento verrà approvato, dato che l’80 % dei parlamentari professa
la religione buddista. I vescovi dello Sri Lanka già lo scorso anno si
erano espressi con chiarezza dicendosi del tutto contrari al provvedimento.
[da "Il Giornale", 29/04/2005]
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