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Da Brown D., “Lungo le rive del Colorado”
In preparazione della sua campagna contro Geronimo, il generale americano Crook mise San Carlos sotto il controllo militare e trasformò la polizia apache in esploratori da inseguimento.
Per fermare le incursioni apache, Crook studiò un piano per colpire la base di Geronimo, di cui ottenne la localizzazione da un Chiricahua che era tornato alla riserva. Per evitare di violare le leggi internazionali, dovette ottenere dalle autorità messicane il permesso di attraversamento della frontiera per i suoi soldati. Il lento processo di perfezionamento degli accordi e di preparazione della spedizione ritardò l’inizio della stessa fino alla primavera del 1883.
Con una forza di 320 uomini, inclusi 76 civili che si occupavano dei muli e del trasporto dei bagagli, 193 scout apache e un fotografo-giornalista, Crook entrò in Messico all’inizio di maggio. Quando le montagne rallentarono l’avanzata delle colonne, mandò il capitano Crawford con 150 scout in testa al convoglio dei rifornimenti. Il 15 maggio, Crawford accerchiò uno dei gruppi di Geronimo e catturò le donne e i bambini. In pochi giorni diversi guerrieri si arresero per raggiungere le proprie famiglie.
A quel punto Crook con il suo convoglio era arrivato in cima e seppe dai guerrieri che Geronimo voleva parlargli. Il capitano John Bourke, che era con Crook nell’incontro che seguì, affermò che Geronimo e i suoi guerrieri erano agguerritissimi e armati fino ai denti, con fucili Winchester a retrocarica. Geronimo disse a Crook che aveva sempre voluto essere in pace ma che era stato maltrattato a San Carlos e se ne era andato. Promise al generale che se avesse potuto tornare alla riserva e se gli fosse stato garantito il giusto trattamento, sarebbe stato contento di lavorare per la sua sopravvivenza e avrebbe seguito la strada della pace. Crook lasciò Geronimo in sospeso per pochi giorni, poi gli fece riunire la sua banda sparpagliata per la lunga marcia di ritorno a San Carlos.
La colonna si mosse lentamente verso nord, piccoli gruppi di Chiricahua vi si univano ogni giorno, finché furono più di 300 a dover essere nutriti dalle sempre più scarse razioni del convoglio dei rifornimenti. «Tutti i vecchi chiricahua erano ammassati sui muli, gli asini e i pony» disse il capitano Bourke. «Così anche i bambini piccoli, deboli e le donne inferme. La grande maggioranza proseguiva a piedi, quasi tutti indossavano ghirlande di foglie di pioppo per ripararsi dal sole.» Per la maggior parte del tragitto Geronimo si tenne lontano nella retroguardia, tentando di convincere i membri riluttanti della sua banda ad unirsi alla colonna, o cercando quelli che potevano essere a caccia o impegnati in incursioni private.
Appena dopo l’ingresso della colonna in Arizona il 10 giugno, i giornali locali iniziarono a domandare a gran voce la testa di Geronimo e dei suoi guerrieri, chiedendo che fossero giustiziati e che le donne e i bambini venissero esiliati nei Territori indiani. In qualche modo i Chiricahua seppero di queste minacce - forse da ufficiali che si procurarono i giornali e ripeterono queste storie mentre scout apache ascoltavano, e questi poi le riferirono ai Chiricahua - e Geronimo e i suoi luogotenenti sparirono nuovamente sulle montagne.
La colonna principale si mosse comunque verso San Carlos con le donne e i bambini, e passarono dei mesi prima che i guerrieri cautamente li raggiungessero. Crook mandò il tenente Britton Davis con gli scout apache giù alla frontiera per cercare Geronimo e lo assicurò che sarebbe stato al sicuro a San Carlos. Finché nel febbraio 1884 Geronimo apparve improvvisamente alla frontiera. Cavalcava un pony bianco alla testa di una mandria di 350 manzi che aveva rubato ad alcuni allevatori messicani allo scopo di allevare bestiame nella riserva.
Per evitare difficoltà con il Governo messicano, Crook ordinò che il bestiame venisse confiscato appena giunto a San Carlos e autorizzò il pagamento come indennità agli allevatori messicani a cui gli animali erano stati rubati. Anche se la rabbia di Geronimo venne risvegliata dalla confisca, alla fine la sua gente ottenne la sua quota dei manzi, che venne consegnata loro più tardi come provvigioni dell’agenzia. Ma non c’era più bestiame da allevare.
Appena si fu insediato nuovamente a San Carlos, Geronimo presentò a Crook la richiesta di una localizzazione migliore per la sua gente, un posto con molta erba e molta acqua per allevare e coltivare. In particolare voleva spostarsi a Eagle Creek, ma Crook non poteva aiutarlo. Le terre di Eagle Creek erano già state tolte alla riserva e assegnate a coloni bianchi. Alla fine a Geronimo fu concessa un’area lungo il torrente Turkey che andava bene per delle piccole fattorie, ma i burocrati di Washington del Dipartimento degli Affari indiani rifiutarono loro il permesso di allevare animali, insistendo perché adottassero metodi di coltivazione adatti per l’Est ma non praticabili nell’arido Sudovest. Vennero dati loro carri, aratri e finimenti troppo grandi per i loro instancabili pony. «I pony, non abituati a un’andatura lenta, preferivano trottare o galoppare,» osservò il tenente Davis «e i solchi erano più spesso sopra la terra che dentro.»
Malgrado tutto in qualche modo i Chiricahua riuscirono a far crescere piccole pannocchie di mais. Il capitano Crawford riferì che forse il cereale avrebbe potuto ridurre le assegnazioni di cibo del Governo ma gli Apache avevano altri piani. Usarono una parte considerevole del loro mais per produrre segretamente il tiswin, una bevanda alcolica severamente vietata dal generale Crook. Il processo di distillazione era abbastanza semplice. Dopo essere stato inzuppato in erba umida fino a quando non germogliava, il mais veniva macinato e bollito, il liquido risultante sembrava birra che, come disse Geronimo, «aveva il potere di ubriacare ed era molto apprezzata».
Dopo che uno dei capi chiricahua chiamato Kayatennae venne sorpreso a produrre il tiswin, fu arrestato e condannato a tre anni di ferri nella prigione federale di Alcatraz. Non molto dopo che fu portato via iniziò a spargersi la voce che Kayatennae fosse stato impiccato dall’esercito e che poi sarebbe toccato a Gero
nimo. Questo risvegliò tutte le vecchie ansie e le paure di tradimento che perduravano nella mente di Geronimo, e per l’estate del 1885 egli fu anche pieno di risentimento per l’ingiustizia delle regole della riserva. Vide gli ufficiali dell’esercito che alleviavano la noia della loro vita con whisky e altre bevande alcoliche e non poté capire perché vietavano alla sua gente di produrre e bere la loro bevanda preferita.
Il 15 maggio, lo scontento di Geronimo raggiunse il colmo quando si unì a diversi altri capitribù in una dimostrazione fuori della tenda del tenente Davis. I Chiricahua dissero a Davis che avevano accettato la pace con gli americani, ma che niente era stato detto della condotta che avrebbero dovuto tenere tra loro. «Non erano bambini a cui dire come vivere con le proprie mogli e quello che avrebbero dovuto mangiare o bere. Per tutta la vita avevano mangiato e bevuto quello che era sembrato loro giusto... Avevano mantenuto tutto quello che avevano promesso di fare quando parlarono con il generale in Messico; avevano mantenuto la pace e non avevano danneggiato nessuno. Ora erano stati puniti per cose che avevano il diritto di fare dal momento che non danneggiavano nessuno.»
Il tenente Davis disse loro che il tiswin era vietato perché gli indiani ubriachi perdevano il controllo. Anche se Geronimo ebbe una parte minore nella discussione, Davis si rese conto che era adirato, e appena gli Apache se ne andarono mandò un telegramma di avvertimento a Crook. Il messaggio venne archiviato da un ufficiale superiore inetto e Crook non lo ricevette mai. Quarantotto ore dopo, Geronimo con 114 seguaci, inclusi un centinaio di donne e bambini, lasciò la riserva. Questa volta Davis non poté mandare un telegramma perché Geronimo e i suoi guerrieri avevano tagliato le linee in diversi punti, riannodando le rotture con sottili strisce di pelle di daino cosicché non potessero essere trovate facilmente e riparate.
Brown D., “Lungo le rive del Colorado”, Il Giornale, pag. 296
L’ultima fuga di Geronimo
Quest’ultima fuga di Geronimo diede inizio a una delle più lunghe e più pubblicizzate campagne militari delle Guerre indiane, che coinvolse prima di finire migliaia di soldati nell’inseguimento di meno di cinquanta guerrieri e ispirò una moltitudine di storie truculente per i giornali.
«Non me ne andai spontaneamente» disse successivamente Geronimo a Crook, spiegando che era stato informato diverse volte da amici che l’esercito aveva in progetto di arrestarlo e di impiccarlo. «Voglio sapere adesso chi ordinò di arrestarmi. Pregavo la luce e l’oscurità, Dio e il sole, di farmi vivere in pace qui con la mia famiglia. Non so per quale ragione la gente parlasse male di me... Molto spesso ci sono storie sui giornali che dicono che dovrei essere impiccato. Non voglio più che succeda. Quando un uomo prova a comportarsi bene, queste storie non devono essere messe sui giornali.»
Con la sua solita abilità, Geronimo eluse l’inseguimento della cavalleria, attraversò rapidamente la frontiera con il Messico e raggiunse il suo vecchio rifugio nella Sierra Madre. E ancora una volta Crook ordinò al capitano Crawford di dargli la caccia. Questa volta Crawford venne accompagnato da uno spietato pioniere, Tom Horn, come capo degli scout apache. (Nella sua autobiografia, che ha la veridicità di un romanzo da quattro soldi, Horn esagerò il suo ruolo nella campagna e aggiunse il suo nome alla leggenda di Geronimo.) Mentre Crawford e Horn seguivano le tracce fino in Messico, un capo apache chiamato Ulzana aveva guidato incursioni sanguinose in Nuovo Messico e in Arizona, alcune delle quali vennero attribuite dalla stampa a Geronimo.
Crawford non trovò il gruppo di Geronimo prima del 9 gennaio 1886 e due giorni dopo Geronimo con la sua caratteristica padronanza di sé arrivò per un colloquio. Dopo diverse lunghe discussioni accettò di incontrare Crook di lì a due mesi da qualche parte vicino alla frontiera. In questo lasso di tempo una grande squadra di truppe irregolari messicane a caccia di scalpi attaccò gli scout apache, uccidendo Crawford e ferendo lievemente Horn. Geronimo tuttavia mantenne la sua promessa e incontrò Crook il 25 marzo.
Questo incontro proprio sotto la frontiera dell’Arizona a El Cafion de los Embudos si svolse come le scene di un accurato dramma teatrale. Ogni parola del fitto dialogo tra Geronimo e Crook fu annotata dal capitano Bourke, e le immagini dei partecipanti vennero preservate per la storia dal fotografo Camillus S. Fly di Tombstone, Arizona.
Nei suoi discorsi Geronimo provò a spiegare le sue azioni passate, ma Crook rispose dandogli del bugiardo. Quando Geronimo parlò di tornare alla riserva, il generale gli disse schiettamente che aveva solo due possibilità - arrendersi incondizionatamente o rimanere sul sentiero di guerra, nel qual caso sarebbe stato braccato e ucciso. Il terzo giorno degli incontri, Geronimo capì che Crook intendeva farlo prigioniero insieme ai suoi guerrieri e mandarli in qualche posto lontano. Uno a uno i guerrieri si arresero, e poi Geronimo porse la mano a Crook. «Mi metto nelle tue mani, » disse «fa’ di me quello che vuoi. Una volta mi spostavo come il vento... Questo è tutto quello che ho da dire eccetto poche parole. Vorrei che mia moglie e mia figlia venissero a incontrarmi a Fort Bowie. »
Crook promise a Geronimo che la sua famiglia l’avrebbe raggiunto in prigione e poi lasciò il luogo della riunione e tornò a Fort Bowie alla testa della colonna di scout e di Chiricahua arresisi. Inviò un telegramma al generale dell’esercito Philip Sheridan, annunciando la resa di Geronimo. Tre giorni più tardi dovette mandare un altro messaggio per informare Sheridan che Geronimo e quaranta membri della sua banda erano fuggiti un’altra volta nella Sierra Madre in Messico. Sheridan era furioso, accusò Crook di negligenza nel comando e rifiutò di accettare le sue spiegazioni. Crook rassegnò le dimissioni e il 2 aprile il generale Nelson Miles prese il suo posto.
La parte del cattivo in quest’ultima fuga di Geronimo fu svolta da un commerciante e contrabbandiere di whisky agli indiani, Bob Tribolett, che era scivolato oltre la frontiera e di nascosto dagli ufficiali dell’esercito aveva rifornito gli Apache di mescal e altri liquori. Appena gli indiani furono ubriachi, Tribolett iniziò ad accennare loro che sarebbero stati impiccati appena arrivati a Fort Bowie, giocando sul sospetto sempre vivo nelle loro menti.
«Non eravamo sotto sorveglianza in quel momento,» disse poi Geronimo «avevo paura del tradimento e decisi di rimanere in Messico. » Uno dei suoi luogotenenti, Natchez, fu più esplicito nelle sue spiegazioni della fuga: «Temevo che sarei stato portato in un posto che non mi piaceva e che non conoscevo. Pensai che tutti quelli che fossero stati portati via sarebbero morti».
Molti ufficiali dell’esercito, incluso il generale Crook, sospettavano che Tribolett fosse stato mandato dall’Indian Ring dell’Arizona per spaventare Geronimo e costringerlo a continuare la lotta. Appaltatori civili e commercianti avevano tratto profitto dalle lunghe guerre con gli Apache, facendo affari con entrambe le parti e avevano un forte interesse nel mantenimento dei numerosi forti e nella continua presenza dei soldati nei territori. Che l’azione di Tribolett fosse stata pianificata deliberatamente oppure no, sicuramente risultò essere un colpo di fortuna per l’Indian Ring.
Poco dopo aver preso il comando, il pluridecorato e ambizioso generale Miles mise velocemente 5000 soldati (o circa un terzo della forza di combattimento dell’esercito degli Stati Uniti) sul campo. Aveva anche 500 scout apache e molte milizie civili irregolari. Per rendere veloci le comunicazioni organizzò un servizio costoso di eliografi per inviare messaggi avanti e indietro attraverso Arizona e Nuovo Messico. Il nemico che andava sottomesso da questa forza potente consisteva in Geronimo e ventiquattro guerrieri che dall’inizio alla fine di quell’estate erano anche costantemente inseguiti da migliaia di soldati messicani.
Il 23 agosto Geronimo alla fine decise di arrendersi al tenente Charles Gatewood e a due scout apache che lo trovarono in un canyon della Sierra Madre. Geronimo posò il suo fucile e strinse la mano a Gatewood, chiedendogli con calma della sua salute.
E così per quella che sarebbe stata l’ultima volta della sua vita, Geronimo si arrese. Molti abitanti dell’Arizona come il presidente Grover Cleveland volevano impiccare il vecchio guerriero, ma Miles mantenne la sua promessa di mandarlo in Florida, e 1’8 settembre lo mise su un treno alla stazione di Bowie sotto stretta vigilanza. Due giorni più tardi i nemici di Geronimo nel Dipartimento della Guerra di Washington ordinarono di farlo scendere dal treno a San Antonio mentre loro avrebbero discusso del fatto che si fosse arreso o fosse stato catturato. Nel secondo caso l’avrebbero impiccato. Mentre aspettava il suo destino a San Antonio un fotografo lo fece appoggiare a un muro per l’intenso ritratto di un Apache sconfitto, un uomo di sessant’anni solo per metà nel mondo dei bianchi, vestito con un abbigliamento misto fatto di un cappotto di tela di sacco, cappello e stivali sopra ai suoi originari indumenti indiani.
Dopo un mese di dispute burocratiche, l’esercitò lo mandò in Florida. Alla fine nel 1894, i Kiowa e i Comanche, dopo avere appreso della loro situazione, offrirono a questi antichi nemici apache una parte della loro riserva vicino a Fort Sill in Oklahoma. Là, vicino al forte, Geronimo e gli altri sopravvissuti costruirono case e coltivarono piccoli campi. Geronimo iniziò di nuovo a gioire della vita con sua moglie e i figli, orgoglioso del suo podere di cocomeri, e coltivandone abbastanza per venderli al forte. Si adattò rapidamente al sistema economico dell’uomo bianco, e per la sua fama gli fu facile vendere i suoi autografi, o archi e frecce, e anche vecchi cappelli ai visitatori curiosi. Un visitatore nel 1905 lo descrisse come un «indiano sorridente, ben tenuto, alto un metro e 75... vestito con un completo da cittadino, di panno blu ben tagliato».
Fu circa in questo periodo che Stephen M. Barrett, un sovrintendente scolastico nella vicina città di Lawton, chiese a Geronimo di dettare la storia della sua vita, una prova che intraprese volentieri quando gli fu assicurato che sarebbe stato pagato. Il risultato è un resoconto unico della vita indiana raccontato dal punto di vista di un capo guerriero.
Anche se Geronimo era ancora tecnicamente un prigioniero di guerra, l’esercito gli permise di partecipare, sotto sorveglianza, a fiere internazionali ed esposizioni a Omaha, Buffalo e St. Louis. Attirava grandi folle e traeva guadagno dalla vendita di autografi, bottoni, cappelli e sue fotografie. Una domenica, mentre la sua guardia lo portò fuori nella campagna per una corsa in calesse, si persero nei campi di alto mais. La notte cadde prima che trovassero la strada di ritorno alla fiera, e quando tornarono nelle strade della città sentirono gli urli dei ragazzi che vendevano un’edizione straordinaria del giornale locale con titoli che annunciavano che Geronimo era scappato diretto in Arizona. Fu sempre nel mirino di certa stampa sensazionalistica, ma queste storie aiutavano anche a vendere più autografi e fotografie.
Quando il presidente Theodore Roosevelt lo invitò a Washington per una parata inaugurale, gli venne inviato un assegno di 171 dollari per coprire le spese di viaggio. Geronimo portò l’assegno alla sua banca di Lawton e depositò tutto tranne un dollaro, e poi salì sul treno per Washington. Ad ogni fermata firmò autografi per la folla nelle stazioni. Quando si diresse giù per Pennsylvania Avenue con cinque altri capi indiani praticamente rubò la scena a Teddy Roosevelt, e poi tornò a casa in Oklahoma con una grande quantità di vestiti nuovi e le tasche piene di denaro. Non era spilorcio, comunque; elargiva i suoi guadagni agli indiani meno fortunati e mandava il necessario a parenti e amici in Arizona.
Nei suoi ultimi anni Geronimo divenne amante delle automobili, anche se non ne ebbe mai una. Quando aveva il permesso di partecipare a rodei e fiere locali in Oklahoma, correva spesso su una di queste nuove invenzioni mobili dell’uomo bianco, preferendo i modelli rosso brillante con luccicanti rifiniture d’ottone. Partecipando a uno spettacolo sul selvaggio West sparò a un bisonte dal sedile di una macchina da corsa. In una delle ultime apparizioni in pubblico, venne convinto da un fotografo a posare con un cappello nero al volante di una luccicante automobile decappottabile - la perfetta immagine comica dell’indiano americano visto dalla cultura popolare della nazione all’inízío del ventesimo secolo.
Fu una caduta da cavallo a determinare la fine del vecchio chiricahua. In una fredda notte di febbraio del 1909 stava tornando a casa da Lawton, dove aveva venduto alcuni archi e alcune frecce in cambio di whisky. Cadde di sella vicino alla riva di un torrente, e rimase sdraiato lì per diverse ore. Tre giorni più tardi, il 17 febbraio, morì di polmonite. Il suo corpo fu segnato da molte ferite, ma, come si era sempre vantato, nessuna pallottola lo uccise. A ottant’anni, o forse uno o due anni più vecchio, era sopravvissuto alla maggior parte dei suoi contemporanei delle guerre indiane nel West.
Brown D., “Lungo le rive del Colorado”, Il Giornale, pag. 306
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