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Cianuro
e attentatori
L’attentato di Sarajevo del
1914, quello che fece scoppiare la prima guerra mondiale, fu organizzato
in maniera impeccabile da un colonnello del servizio segreto serbo: Dimitrijevic,
aveva solo un particolare dissonante: il cianuro. Gli attentatori, ben
sette giovani, ognuno con meno di 21 anni - quindi esente, se catturato,
dalla pena di morte - furono dotati delle migliori pistole in circolazione
e di bombe ad alto potenziale, costruite per l’occasione dall’arsenale
militare serbo, e piccole al punto da stare nelle tasche. Si allenarono
per un mese in Serbia in un campo dell’esercito. Ogni attentatore aveva
comunque la sua fialetta da cianuro nel caso dovesse finire prigioniero.
Il primo attentatore catturato inghiottì il veleno ma non gli successe
nulla. Anche il secondo ruppe la fialetta fra i denti e restò vivo.
I mandanti gli avevano dato bombe vere e cianuro finto. Evidentemente
il colonnello del servizio segreto serbo Dimitrijevic voleva che fossero
catturati e parlassero, il mondo doveva sapere che era stato il suo paese,
la Serbia, ad armare gli attentatori. Si voleva non solo il gesto esemplare,
ma la resa dei conti: la guerra. Un semplice colonnello dei servizi segreti
aveva deciso per tutti i suoi concittadini, ne derivarono più di
dieci milioni di morti.
Gavril Princip a Sarajevo,
descrizione dell’attentato
Quello del 28 giugno 1914 era stato un assassinio politico veramente fuori
del comune. All’inizio l’attentato sembrò non riuscire, poi il
destino ci mise lo zampino, e i due nobili austriaci ci rimisero le penne.
Le vittime, l’Arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte, erano di
certo tra i blasonati più iellati che la Storia ricordi.
A Sarajevo, a ottanta metri dall’angolo del corso Voivoda, alle ore 9,50,
tutti i vari attentatori erano corsi all’angolo della strada ad aspettare
di veder passare l’Arciduca per colpirlo. Alle 10 in punto Gavril Princip,
che a quel tempo aveva 19 anni e 11 mesi, un dettaglio che alla fine avrebbe
avuto la sua importanza, uscì dalla locanda, si unì alla
folla e prese posizione in prima fila. La sua mano affondata in tasca
stringeva qualcosa. Attendeva il momento per compiere la sua "missione",
l’attimo quando la macchina dell’Arciduca sarebbe giunta davanti a lui.
Poi all’improvviso si udì poco lontano, in fondo al corso, il fragore
di un’esplosione, e si vide l’automobile con sopra gli eredi al trono
austro-ungarico passare a tutta velocità, poi dirigersi verso il
municipio.
Gli attentatori erano più di uno, e il primo aveva lanciato la
bomba mirando male. Era stato lievemente ferito un aiutante dell’Arciduca,
costui era sceso e l’auto era ripartita.
La "missione" del giovane Princip era fallita! Nella tasca la
mano strinse con rabbia la pistola. Si rincamminò lentamente verso
via Re Pietro, profondamente deluso e amareggiato di non essere stato
utile alla "causa".
Il 28 giugno 1914, la macchina imperiale, raggiunto il municipio di Sarajevo
dopo il primo attentato fallito, vi sostò solo un attimo, il tempo
per gettare in faccia al tremebondo sindaco le parole indignate dell’Arciduca:
"Bella accoglienza voi bosniaci! Mi avete accolto a suon di bombe,
e ferito il mio aiutante!"
Poi, rivolto all’autista che aspettava a motore acceso, il futuro defunto
disse:
"Torniamo indietro, presto! A raccogliere il mio aiutante!"
Partirono. L’autista prese il Corso di Sarajevo, ma poi, per evitare la
folla ancora ammassata, imboccò la parallela strada angusta, quasi
a passo d’uomo. Princip, facendo ritorno alla locanda, stava percorrendola
deluso.
La macchina dell’Arciduca avanzava nella stradina quasi deserta rasentando
il piccolo marciapiede. Giunta all’altezza del giovane l’auto, quasi lo
sfiorava; Princip stringeva ancora la pistola nella mano affondata nella
tasca; la tirò fuori, Gavril distese il braccio e sparò
solo due colpi, quelli essenziali. I coniugi imperiali morirono quasi
all’istante, le guardie che sostavano all’angolo, subito accorsero e agguantarono
il giovane.
Gavril Princip, poi processato, non salì sul patibolo, perchè
la severa giustizia austriaca non applicava la pena di morte a delinquenti
d’età inferiore ai vent’anni, e a Princip mancava un mese al compleanno.
Strano destino!
Salvato da un codicillo legale, di cui probabilmente avrà tenuto
conto prima di accettare di diventare l’attentatore. Nonostante la sua
giovane età, la Giustizia austriaca non gli salvò del tutto
la vita; percosso malamente dalla polizia e dai suoi carcerieri, non si
riprese mai del tutto, e finì moribondo nel 1916 nell’infermeria
del carcere.
In quel periodo la Serbia era stata spazzata via dagli eserciti nemici,
tutto il suo territorio era stato occupato e aveva perso la guerra. La
nazione intera era stata completamente distrutta, e nessuno avrebbe saputo
prevedere, nel 1916, l’esito finale e ben diverso della Prima guerra mondiale.
A Princip in carcere era stata interdetta ogni lettura; non vide mai un
giornale, ma il carceriere lo informava dei fatti. Mortalmente infermo
e sotto le cure del Dott. Pappenheim, anche da lui venne a sapere che
il popolo serbo era stato schiacciato per sempre. In quel periodo infatti
l’esercito austroungarico era riuscito a occupare tutto quanto il territorio
della Serbia. Il dottore tenne un diario (poi pubblicato) dei colloqui,
anche se Princip si esprimeva con difficoltà in tedesco e il dottore
capiva poco di slavo. Il brano riportava anche alcune parole dell’attentatore
serbo. Curioso come la loro sgrammaticatura le renda vive ed attuali.
Sembra di sentire un extracomunitario slavo, magari pronipote del celebre
attentatore, che racconta della futura e del tutto imprevedibile guerra
in Kossovo.
"Tutto quanto distrutto - si lamentava piangendo Princip - tutto
quello che era scopo di mia vita, mio ideale. Oh mio popolo serbo!
Non posso sentirmi colpevole. Non potevo sapere. Guerra mondiale sarebbe
scoppiata comunque. Cause: vendetta, amore, libertà!
Mio popolo serbo! Nostro ideale, l’ideale di tutti studenti: l’unione
del popolo iugoslavo, Serbi, Croati, Sloveni. Ora mia patria tutta occupata
da nemico!’’
Sotto il peso di queste amare riflessioni, moriva uno dei responsabili
della Prima guerra mondiale.
Gavril sapendo della futura dissoluzione della sua Jugoslavia, si starà
rivoltando nella tomba.
Ma sentite ancora le sue parole:
’’Si credeva che noi serbi con attentato scatenare la rivolta, mettendo
Austria in posizione difficile. Mai pensato che potesse scoppiare guerra.
Non s’immaginava possibile guerra mondiale per così poco. Si credeva
scoppiasse un giorno o l’altro, ma non allora. Allora si credeva possibile
solo rivolta di tutto popolo bosniaco contro Austriaci.
Ho sentito la notizia tragica, che mia Serbia non esiste più. Questo
per colpa mia!"
Princip morì credendo che il popolo serbo fosse stato schiacciato
per sempre.
Invece da quelle due pistolettate del 28 giugno 1914 fino alle ultime
dell’11 novembre 1918, il suo popolo creò la Jugoslavia, ma a qual
prezzo!
Nel frattempo avevano trovato la morte in Europa dieci milioni di soldati.
I due colpi sparati a Sarajevo si erano moltiplicati a miliardi.
E’ tutto.
Grazie per l’attenzione, ci risentiamo tra una settimana. Se avete amici
interessati alla Storia, inoltrategli questa email.
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siamo più ci si diverte.
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