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QUESTI I FATTI
Un gruppo religioso integralista, i cui appartenenti non temono la morte,
è ritenuto responsabile di una distruzione che sconvolge la città
principale del più potente stato della terra. Il leader dello stato
vittima della catastrofe, ordina la repressione: tutti gli appartenenti
al gruppo integralista vengono dichiarati "fuorilegge", a prescindere
dal fatto se abbiano o no preso parte alla distruzione.
Questa descrizione non si riferisce alle Torri Gemelle, ma parla di nerone
e dei Cristiani.
La persecuzione imperiale sembra apparentemente molto fondata. C’era stato
un incendio che aveva bruciato mezza Roma, una città in gran parte
di legno, dove avvenivano due o tre "grandi incendi" ogni secolo.
Furono incolpati i Cristiani e Nerone - anche per offrire comunque un
colpevole all’opinione pubblica adirata - ne condannò a morte tantissimi.
Da quel lontano 64 d. C. ogni governatore romano che voleva disfarsi dei
Cristiani, non aveva che da richiamarsi all’azione di Nerone, senza bisogno
di spiegare perché voleva perseguitare quella determinata parte
dei suoi sudditi.
Di Nerone e della sua repressione sappiamo pochissimo, in pratica c’è
un’unica fonte, uno storico che la descrive trenta anni dopo l’evento,
come se in Afghanistan fosse andato un unico e solo giornalista (per di
più schiavista, reazionario, aristocratico e di certo non amante
dell’integralismo religioso); o come se, per capire i gruppi extraparlamentari
di sinistra, si avesse solo un editoriale del 1992 firmato da Pino Rauti.
LE NOSTRE UNICHE INFORMAZIONI
Dice Tacito: "Nerone scaricò la colpa di quelle fiamme ed
inflisse le più crudeli torture ad una classe d’individui odiati
per le loro infamie, che il popolino chiamava Cristiani. Questa intollerabile
superstizione, per il momento tenuta sotto controllo, si diffuse non soltanto
in Giudea, il principale focolaio del male, ma anche nella città
di Roma dove si incontrano e diventano popolari tutte le cose orrende
e vergognose che vengono da ogni parte del mondo."
Tacito parla di "individui odiati per le loro infamie", di "cose
orrende e vergognose", ma nulla di tutto ciò che il Cristianesimo
fu dopo quella data, ci autorizza a definire così i suoi riti.
Perché allora questa nuova religione suscitò così
tanto odio? Il Cristianesimo sembrava far imbestialire non solo gli storici
di parte avversa, ma lo stesso popolo di Roma, la gente qualsiasi, gli
abitanti delle province. Leggendo alcuni atti di martiri, sembra quasi
che i vari governatori romani fossero costretti a perseguitare i Cristiani
non per loro autonoma volontà, ma per le richieste di una folla
tutta compatta nel dichiarare i seguaci di Gesù "malvagi e
pericolosi".
Secondo lo scrittore cristiano Tertulliano, i fedeli della nuova religione
venivano accusati di essere i responsabili di tutte le sciagure collettive.
Dice Tertulliano: "Se il Tevere straripa, se il Nilo non bagna le
campagne, se arriva la carestia o la peste, non si ode immediatamente
che un solo grido selvaggio: "Date i Cristiani in pasto ai leoni!"
È facile immaginare che se in una collettività pagana tutti
sacrificavano a Tellus - la Dea dei terremoti - mentre solo i Cristiani
rifiutavano di farlo, e poi arrivava una scossa di ottavo grado, i colpevoli
di questo "delitto religioso" erano già pronti.
IL PRODOTTO "RELIGIONE"
Ci sia permessa una similutidine quasi blasfema, di cui chiediamo scusa
a tutti i credenti, ma se si considera la religione come una qualsiasi
"merce", la produzione italiana ed europea durante l’impero
romano era veramente scarsa e primitiva, senza nessun appeal, assolutamente
non esportabile, da "età della pietra" della metafisica.
Prima di Cristo all’avanguardia tecnologica per la merce/religione era
l’Oriente: l’Egitto che esportava Iside, la Persia che esportava Mitra,
ma soprattutto la Palestina, vera Silicon Valley della teologia, con una
produzione di altissimo livello e "agenti commerciali" (cioè
missionari interessati al proselitismo) estremamente abili.
La religione più diffusa dell’impero era infatti l’Ebraismo. Gli
Ebrei come popolazione erano meno dell’1% dei sudditi dell’impero, ma
tra il 5 e il 10% degli antichi Romani professava l’Ebraismo. Esistevano
sinagoghe in ogni grande città, e il Tempio di Gerusalemme incoraggiava
il proselitismo. Ogni convertito versava - una volta l’anno - l’offerta
per il santuario palestinese, che raccogliendo tanto denaro contante,
fungeva anche da banca, utilizzato spesso per gli spostamenti di grosse
masse monetarie, un po’ come i fondi finanziari del Papato nel 1400.
L’Ebraismo era un "signor culto", raffinato, con un testo sacro
molto antico, esegeti, commentatori e concetti sofisticati come: ’’Patto
di alleanza tra un Dio e un popolo" o "resurrezione dei corpi".
Naturalmente aveva molto più fascino leggere o ascoltare la Bibbia,
piuttosto del limitarsi a osservare le fiamme che bruciavano il grasso
degli animali offerti in sacrificio a Giove.
L’Ebraismo aveva ampi spazi per il dibattito: una volta la settimana i
fedeli si riunivano a commentare l’Antico Testamento, ognuno poteva intervenire.
I dibattiti tra i seguaci della corrente dei Farisei e quelli dei Sadducei
erano uno spettacolo retorico di prima grandezza, simile alle udienze
dei processi celebri o ai dialoghi delle tragedie a teatro.
Questa diffusione quasi senza concorrenza dell’Ebraismo durò fino
al 30 - 40 d. C., quando proprio nelle sinagoghe comincia a propagandarsi
un culto diverso.
Era - si potrebbe dire paradossalmente - una "scissione a sinistra"
dell’Ebraismo tradizionale, dovuta a due grandi personaggi: il fondatore
Gesù e il riformulatore Paolo, che impose la sua interpretazione
del Cristianesimo, scontrandosi e vincendo il confronto con Pietro e Giacomo
"il fratello di Gesù", durante il Primo Concilio di Gerusalemme.
I nuovi predicatori cristiani infiammarono i dibattiti nelle sinagoghe.
Scrive Sallustio che già nel 49 d. C. ci furono dissidi - e scontri
anche fisici - tra gli Ebrei di Roma che litigavano circa un tale "Cresto",
a cui si rimediò espellendo un po’ di estremisti. Notate il "Cresto"
invece che Cristo: non se ne sapeva neppure il nome preciso; ringraziamo
allora la scrupolosità dei copisti medievali, che lasciarono "Cresto"
invece di sostituirlo con Cristo, fornendoci un’ulteriore informazione
su come Sallustio del nuovo culto sapesse pochissimo.
Su una cosa però i pagani erano molto più "moderni"
e "civili" dei Cristiani di allora: la tolleranza. L’animista
è tollerante per principio, il Dio del vicino può essere
un buon Dio: mangiare una parte dell’animale che lui sacrifica alla sua
Divinità è un atto normale. Invece i Cristiani la ritenevano
infestata dai Demoni, anche solo bruciare incenso davanti ad un idolo
che non era il loro, era peccato gravissimo!
NOTIZIE FALSE E TENDENZIOSE
La confusione e l’offerta diversificata nelle cose di religione era notevole.
L’uomo della strada non aveva un’idea precisa di cosa significasse "essere
cristiano", a meno che non lo fosse lui stesso.
Lo stesso vale oggi per noi nel parlare di ’’islamismo’’: a mala pena
sappiamo che esistono Sciti e Sunniti, qualcuno ha sentito nominare i
Sufi, ma concetti quali "Il tredicesimo Iman" sono ignoti ai
più.
Nella Roma di inizio millennio giravano quindi "leggende metropolitane",
pregiudizi, dicerie, calunnie reciproche tra culti concorrenti. Il cristiano
Minucio Felice, nel suo "Ottavio", riporta alcune di queste
accuse, facendole pronunciare ad un suo personaggio pagano:
"Chi non deplora che [i Cristiani], individui di una disgraziata,
illecita fazione, osino ribellarsi ai nostri dei, costituendo, con i più
spregevoli detriti della società, con donnicciole e analfabeti,
una collettività tenebrosa, odiatrice della luce, che tace in pubblico
ma mormora sobillatrice nei bassifondi dei porti, disprezza i templi,
sbeffeggia le cose sacre, guarda con arroganza e superbia i sacerdoti
ufficiali?
Nei giorni festivi [i Cristiani] si radunano tutti insieme: uomini, donne,
sorelle, madri, figli in una indecorosa promiscuità di sessi e
di età. Ben sazi, quando il fuoco della lussuria, arroventato dalle
vivande e dai vini, è arrivato al massimo, aizzano un cane, legato
al candelabro che illumina la scena. Gli lanciano poi una fetta di carne
oltre la linea cui può estendersi la sua catena. Il candelabro
è rovesciato e la comunità così adunata approfitta
del buio per abbandonarsi alle proprie balzane voglie.
E poi sulle bocche dei Cristiani risuona costantemente la minaccia al
mondo circostante."
Quest’ultima frase merita una riflessione più approfondita. Il
vero cristiano lo si riconosceva perché aspettava come vicina,
molto vicina, questione di giorni, al massimo di alcuni anni, la terribile
"Fine del mondo". Il Giudizio universale stava per arrivare,
nel Vangelo è scritto chiaramente: prima che tutti gli apostoli
che hanno conosciuto fisicamente Gesù siano morti, il loro Maestro
tornerà a vivere, e tutto sarebbe stato sovvertito dal ritorno
di Dio in terra. La prossima venuta di Cristo avrebbe segnato la rovina
e la distruzione del regno di Satana, che San Giovanni identifica esplicitamente
nell’impero di Roma. San Paolo grida ai cittadini di Atene: "Pentitevi!
Dio chiede agli uomini di pentirsi perché ha fissato il giorno
nel quale giudicherà il mondo".
La gente reagiva a questi "iettatori" a volte ridendo, come
fecero gli ateniesi con San Paolo che tentava di convertirli, a volte
accusando i seguaci di Gesù di ogni disgrazia che accadeva.
COMMENTI INOPPORTUNI
Ad Agosto 2002 a Bologna vengono arrestati dei Mussulmani che fanno commenti
"poco ortodossi" su un dipinto di San Petronio. Di certo la
polizia imperiale romana, 1940 anni prima delle Torri Gemelle, avrà
avuto anche lei la massima cura di raccogliere, sollecitare e indirizzare
le prime testimonianze, impressioni e confessioni non ortodosse, aiutandosi
con un ampio uso della tortura.
Supponiamo l’esistenza di un Servio, liberto romano, saltuariamente impiegato
come scaricatore al porto sul Tevere, convertitosi prima all’Ebraismo
e poi al Cristianesimo per aver ascoltato le parole di un predicatore.
Il predicatore - cacciato dalla sinagoga perché diffondeva un’interpretazione
innovativa dei Testi Sacri - tiene incontri, comizi e raduni semiclandestini
nelle case, nelle osterie, nei giardini e Servio ne rimane affascinato
e contagiato. Il suo odio represso verso i ricchi e i potenti, verso l’arroganza
dell’aristocrazia romana, cresce giorno dopo giorno. Il suo disgusto verso
la religione ufficiale del Potere, verso i templi pagani dove ardevano
buoi e pecore offerti a Divinità dello status quo e della pace
sociale che non erano le sue e con cui non si identificava, gli fa emettere
commenti poco opportuni su quegli stessi templi che ora bruciano nel Grande
Incendio, come colpiti dalla vendetta del Padre di Cristo.
L’ASSENZA DI UNA GERARCHIA
Servio era un "cane sciolto", non controllato, libero di assumere
la veste di portavoce improvvisato di tutto un gruppo, così come
oggi Bin Laden può sembrare l’autentico interprete dell’Islamismo.
A Roma nel 64 non esisteva una gerarchia ecclesiastica cristiana, come
si potrebbe falsamente credere anticipando strutture verticali di potere
dei vescovi, che ebbero invece bisogno di oltre tre secoli di lento consolidamento.
In un gruppo clandestino appena nato, con meno di trenta anni di vita,
che attende da un giorno all’altro il ritorno del Vero Capo e Fondatore,
la gerarchia non può far molto. Cento anni dopo l’incendio, esistevano
sette gnostiche come i Naasseni, che si autoproclamavano cristiane, e
officiavano riti ancor oggi poco comprensibili. I Naasseni erano soliti:
"
mettere vari pani su di un tavolo, accanto ad un sacco contenente
un serpente. Attendevano che il rettile uscisse dal sacco, che si acciambellasse
vicino ad una determinata pagnotta, e mangiavano proprio quella, un pezzetto
per uno, ritenendola benedetta e consacrata dal serpente." Eppure
il popolino li chiamava "cristiani" come chiamava cristiani
gli altri, quelli della gerarchia "ufficiale".
Se un secolo dopo era ancora possibile questa confusione, questo fare
di ogni erba un fascio, è anche possibile che nel 64 d. C. qualcuno
che si diceva "cristiano" facesse azioni o diffondesse commenti
che credeva ispirati da Gesù, comportamenti che magari la gerarchia
non avrebbe ritenuto opportuni.
PRECEDENTI
Alcuni cristiani non intendevano attendere che il vecchio culto pagano
morisse di vecchiaia: incendiare un tempio pagano era per loro un onore.
All’epoca di Diocleziano, dopo che l’imperatore pagano aveva fatto demolire
la chiesa cristiana di Nicomedia, scoppiarono due incendi nel palazzo
imperiale, tanto che il sovrano abbandonò la città, dichiarando
che se ne fuggiva per non essere bruciato vivo.
In qualche caso abbiamo addirittura delle confessioni, magari espresse
come vanto dell’azione incendiaria.
Un certo Gallo, vescovo e santo, zio dello storico Gregorio di Tour, andò
ad appiccare il fuoco ad un idolo pagano. Il fumo dell’incendio tradì
il sant’uomo, gli abitanti arrivarono in fretta e cercarono l’autore del
misfatto. Lo inseguirono con le spade pronte, e il cristiano incendiario
fu costretto a rifugiarsi presso il re Teodorico.
I Cristiani avevano inoltre un rapporto insolito con la morte, segnato
dall’uccisione del loro fondatore. Il messaggio di Cristo era stato diffuso
e riformulato proprio per il suo potere di sconfiggere e superare la morte.
Il fatto che ci fossero uomini che accettavano di essere uccisi pur di
non rinnegare Cristo, era la prova che Gesù aveva vinto la morte.
"Chi perderà la propria vita per me, la troverà".
"Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati
da tutti i popoli a causa del mio nome."
Per tornare alla prima persecuzione di Nerone, è possibile che
alcuni Cristiani, vedendo Roma bruciare, abbiano pensato che il castigo
cominciava, che la fine era prossima, che non abbiano condiviso l’orrore
e la desolazione del popolino romano davanti alla catastrofe, e che alcuni,
forse, abbiano dato l’impressione di gioire.
Può bastare un fanatico che confessi il suo "non-dolore",
perchè venga coinvolto
tutto il suo gruppo?
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