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Il cristianesimo non si deve adattare alla Cina: il Papa condanna i Gesuiti, che vengono cacciati dall’Imperatore cinese

Caduta nel 1644 la dinastia Ming, avevano preso il potere i Qing venuti dalla Manciuria. Secondo imperatore di tale dinastia, Kangxi era salito al trono all’età di otto anni nel 1662, e dal 1668 reggeva direttamente le sorti della Cina. Spirito aperto, curioso e versatile, si era interessato a ogni forma di conoscenza, teorica e pratica. Apprezzava il contributo offerto dai gesuiti e si era circondato dei loro uomini migliori, per rinnovare e consolidare arti, scienze e tecnologie della Cina. Nella corte erano accolti astronomi e cartografi, fisici e medici, ingegneri, pittori e musici che continuavano e approfondivano il lavoro di scambio e integrazione culturale avviato da Matteo Ricci. In considerazione dei grandi contributi che essi avevano offerto, nel 1682, esattamente un secolo dopo l’arrivo di Ricci a Macao, Kangxi aveva emanato un decreto di libera predicazione del cristianesimo. Le prospettive di fecondo dialogo e di costruttiva integrazione tra civiltà del tutto estranee fino a cento anni prima apparivano concrete e incoraggianti.
Tuttavia, appena un anno dopo l’editto imperiale, il vicario apostolico della provincia del Fujian, il francese Charles Maigrot, aveva emanato un decreto di condanna dei "riti cinesi". Egli proibiva che i cinesi convertiti al cristianesimo continuassero a praticare culti in onore degli antenati e di Confucio, che Ricci e i gesuiti avevano permesso, considerandoli esclusivamente civili, non religiosi. La questione, in verità, non era nuova. Era stata sollevata quasi subito dopo la morte di Ricci, tra gli stessi gesuiti, insieme a due altri problemi: la traduzione in cinese del termine latino Deus e il giudizio di sostanziale conformità tra morale cristiana e confuciana dato da Ricci.
La disputa si era aggravata con l’arrivo in Cina di altri ordini religiosi: domenicani, francescani, agostiniani, dotati di minore preparazione culturale, di scarsa conoscenza della lingua e della civiltà cinese e, soprattutto, fautori di una strategia di evangelizzazione opposta a quella promossa da Ricci e Valignano. Ignari e incuranti della specificità cinese, pretendevano di adottare anche qui il metodo ovunque praticato delta tabula rasa: cancellare dapprima i caratteri e i segni distintivi della cultura del popolo da evangelizzare, per impiantarvi la religione e la civiltà cristiana. Lo scontro tra le due concezioni e i due metodi era già in corso in seno alla Chiesa cattolica: tra i gesuiti, chiamati a difendersi, e gli altri ordini religiosi che li accusavano. In mezzo, la Curia romana, che si pronunciava con commissioni di cardinali privi della conoscenza e dell’esperienza necessarie per giudicare.
Nel 1697 Maigrot aveva sollevato di nuovo la questione a Roma. I gesuiti, informati, fecero pervenire alla Santa Sede una testimonianza dello stesso imperatore Kangxi, sul valore civile del culto di Confucio e degli antenati. Il nuovo papa Clemente XI volle presiedere personalmente la commissione incaricata di decidere. Accortosi della difficoltà, decise di inviare in Cina una delegazione guidata da Charles Maillard de Tournon.
Dotato di amplissimi poteri, il legato pontificio partiva per la Cina il quattro luglio 1702, giungendo a Guangzhou l’otto aprile 1703. Intanto, a Roma, il tribunale dell’Inquisizione aveva pronunciato un giudizio di condanna nei confronti dell’operato dei gesuiti. Si decretava che, per indicare Dio, si permettesse soltanto l’espressione Tianzbu (Signore del Cielo), con la proibizione dei termini Tian e Shangdi; che i cristiani si astenessero dall’assistere o partecipare ai sacrifici in onore di Confucio; che venissero aboliti nelle case private tutti i segni e i riti di culto degli antenati, facilmente confondibili con pratiche superstiziose.
Kangxi aveva accolto il legato pontificio a Pechino con grande onore. Si attendeva che portasse da Roma direttive non contrastanti con la pratica tradizionale dei riti cinesi. Non tardò ad accorgersi che l’orientamento della corte pontificia era opposto alle sue attese e vide, soprattutto, che i membri di quella delegazione, specialmente il suo presidente, ignoravano del tutto la lingua e la civiltà della Cina. Le trattative erano già proseguite per alcuni mesi senza risultati. Infine Kangxi aveva accettato, sorprendendo ministri e consiglieri, di affrontare nuovamente il problema con un uomo che gli veniva presentato come buon conoscitore della lingua e della cultura cinese, risiedendo nel Paese già da diciotto anni: si trattava proprio del vescovo Maigrot. Diversi verbali in latino ci trasmettono gli atti di quell’incontro.
L’imperatore siede in trono, con gli abiti da cerimonia. La delegazione presta il saluto di rito e si dispone su sedie collocate di fronte. L’imperatore si dice lieto di accogliere gli uomini inviati dal papa di Roma e fiducioso che i colloqui possano appianare le contese sorte dopo la morte di Ricci su tre punti principali:
1. la traduzione del nome "Dio" con il termine cinese Tian, che significa "Cielo";
2. il valore civile del culto di Confucio e la concordanza della morale cristiana con quella confuciana;
3. il permesso concesso ai cinesi convertiti al cristianesimo di continuare a praticare i riti in onore degli antenati.
L’imperatore si rivolge al vescovo Maigrot: «Tu comprendi i libri cinesi?».
«Abbastanza».
«Hai letto il Si Shu?».
«Sì».
«Ne puoi recitare qualche parte?».
«No».
«Hai letto e non hai imparato a memoria? In Europa non si apprendono le scienze a memoria? Se sai leggere i nostri libri, leggi questi quattro caratteri scritti sopra il mio trono!».
«La prima lettera è Hoa, la seconda yn, la terza non la conosco, la quarta ngo».
«Non sbagli forse? La prima è giusta, la seconda è yen, non yn, la terza è yiin, la quarta è go, non ngo. Dimmi ora il significato di queste lettere».
«Non lo capisco».
«Se non sei in grado di intendere quattro caratteri, come puoi comprendere i nostri libri, che noi cinesi, anche dopo cinquant’ anni di studio, abbiamo difficoltà a intendere in alcuni passaggi ? Come puoi pretendere di dimostrare la contrarietà tra la dottrina di Confucio e la vostra religione? Come hai potuto decidere e condannare, nel tuo decreto sui riti confuciani, cose che neppure intendi? Che c’è di male nell’espressione "onora il Cielo" ? Non significa forse "onora il Signore del Cielo"?».
«No, non significa questo; ma soltanto "cielo materiale"».
I ministri guardarono preoccupati l’imperatore. Il quale, con voce calma, continuò:
«Le discordanze tra la nostra e la vostra religione quando sono cominciate? Forse dalla morte di Matteo Ricci ad oggi? Hai letto questo libro di Ricci intitolato Vera spiegazione del Signore del Cielo?». L’imperatore ha in mano il libro di Ricci e lo mostra a Maigrot.
«Non l’ho letto».
«Matteo Ricci e i suoi compagni vennero in questa terra più di cento anni fa. Prima di quel tempo, la Cina non sapeva nulla dell’incarnazione e del termine "Signore del Cielo" che attribuite a Dio, il quale non si è incarnato nella nostra terra. Perché prima dell’arrivo di Ricci non ci sarebbe stato lecito chiamare Dio con il termine "Cielo"? E perché sarebbe proibito chiamare Dio nella nostra Cina anche oggi con lo stesso termine?».
«Perché "Cielo" non è il "Signore del Cielo", ma è il "Signore del Cielo" che ha fatto il "Cielo"».
L’imperatore, con tono severo e a voce più alta: «Ti ho già detto che "Cielo" in lingua cinese significa la stessa cosa che "Signore del Cielo"!».
Poi, con tono più basso, ma fermo:
«Noi onoriamo Confucio unicamente come nostro maestro, per mostrargli gratitudine per gli insegnamenti che ci ha lasciato; ma dinanzi al suo altare non chiediamo né salute, né ricchezza, né onore né felicità. Ecco! Se non vi piacciono i tre punti che avete chiesto di discutere, meditateli lasciando questa terra! E se quelli che hanno abbracciato la vostra religione si accorgessero che tra voi non vi sono che divisioni e lotte, comincerebbero subito a dubitarne e nessun altro l’abbraccerebbe. Io stesso vedo che siete venuti non a rafforzare, ma a distruggere la vostra religione. E dunque ascrivete a voi stessi la responsabilità del pessimo esito di questa trattativa»
In viaggio verso Macao, divenuto ormai noto il decreto dell’Inquisizione di tre anni prima, De Tournon fece stampare disposizioni ancora più restrittive, minacciando di scomunica chiunque non vi si fosse attenuto. Appreso ciò che lo straniero aveva osato nel suo regno, Kangxi lo fece arrestare e consegnare alle autorità portoghesi di Macao. Qui il cardinale fu tenuto in una sorta di libertà vigilata, si ammalò e mori.
Nel 1713 Clemente XI pubblicò la costituzione "Ex illa die", nella quale si ribadiva la condanna dei riti cinesi e a tutti i missionari residenti in Cina s’imponeva una formula di giuramento da firmare e inviare a Roma.
Due anni dopo, il tribunale dei riti rispondeva alla intollerabile ingerenza con un decreto di espulsione di tutti i missionari presenti in Cina, obbligando ad abiurare coloro che avevano accettato il cristianesimo. Kangxi mitigò la sentenza permettendo soltanto ai gesuiti che avessero ottenuto il biao, una speciale licenza, di restare nella corte. Non voleva privarsi del servizio di pittori come Giuseppe Castiglione e Matteo Ripa, o di uno straordinario musicista come Teodorico Pedrini, dell’Ordine dei Lazzaristi. Non tollerava, tuttavia, che autorità straniere turbassero il secolare equilibrio tra potere civile e religioso che si incarnava nella persona del "Figlio del Cielo". Leggendo il decreto papale che il nuovo legato Carlo Ambrogio Mezzabarba gli aveva recato sul finire del 1720, Kangxi commentava:
«Tutto quello che si può dire di questo decreto è che bisogna chiedersi come gli europei, ignoranti e spregevoli come essi sono, ardiscano dare un giudizio intorno all’eccelsa dottrina dei cinesi, dal momento che essi non conoscono né i loro costumi né i loro usi né le loro lettere. Oggi il legato porta un decreto che insegna una dottrina uguale a quella delle sette senza Dio, dei Hoxans e Tassus, i quali si sbranano con crudeltà inaudita. Non conviene concedere agli europei la predicazione della loro religione in Cina. Bisogna proibir loro di parlarne e con ciò saranno risparmiati molte noie e imbarazzi». Ormai la porta della città proibita, che Wanli aveva aperto a Ricci  - il "Maestro del Grande Occidente" - e che lo stesso Kangxi, nel nome di Ricci, aveva cercato in ogni modo di non chiudere, era stata di nuovo serrata.
Mignini F., "Matteo Ricci", Il Lavoro Editoriale, pag. 256

 

La "querelle dei riti": una vera e propria tragedia della storia missionaria in Cina
Circa il messaggio della nostra mailing list del 12 Ottobre 2005 "Il cristianesimo non si deve adattare alla Cina", ci è arrivato questo contributo, segnalato da Raffaello Minimi rafminimi@infinito.it
La "querelle dei riti" è stata una vera e propria tragedia della storia missionaria in Cina.
È scoppiata nonostante le direttive della Congregazione che aveva dato ai suoi Missionari nell’Estremo Oriente, inculcando loro con parole inequivocabili il rispetto per la cultura dei popoli, la stima per i loro costumi, comprensione per la loro mentalità, come necessarie e insostituibili premesse di una sana ed efficace evangelizzazione di quei popoli.
Di che cosa si trattava?
In Cina si trattava di riti o ceremonie che si compivano nei templi, nelle scuole ed in case private, dagli ufficiali dello Stato e dai letterati, dagli alunni e dai membri della famiglia, in onore di Confucio e degli antenati della famiglia. La cerimonie in onore degli antenati si compivano nelle case dinanzi alle tavolette con i nomi degli antenati, o dell’ anniversario della morte. Si accendevano candele, si bruciava incenso, si facevano inchini e genuflessioni (il kotou), ecc. Le cerimonie in onore di Confucio erano prescritte dallo Stato, in occasione del giuramento degli ufficiali statali, di una promozione accademica e in certi giorni dell’anno civile. In Giappone invece si trattava soprattutto del cosidetto culto all’Imperatore ed ai Grandi della patria, da praticarsi nei Jinja, cioè templi o meglio monumenti nazionali.
La liceità o meno di tali riti, ceremonie ed usanze per un cristiano dipendeva dal loro significato. Se si trattava solamente di riti civili, cioè di cortesia e di gratitudine per Confucio, il grande maestro del popolo cinese, per l’imperatore giapponese o per gli antenati della famiglia, un cristiano poteva senz’altro svolgere tali riti o parteciparvi. Se invece i riti e cerimonie avevano un significato religioso, si trattava di superstizione ed un cristiano non poteva in nessuna maniera fare questi riti. La questione era tanto più grave inquanto si trattava di riti e cerimonie che stavano molto a cuore a quei popoli ed erano parte integrante della loro cultura, cosicché proibendoli ai cristiani, non era possibile inculturare il cristianesimo. C’erano in Cina dei Missionari, anzitutto i Gesuiti, in relazione con la classe colta dei Mandarini, che giudicarono quei riti puramente civili, ed altri, specialmente gli Ordini mendicanti – Francescani e Domenicani - in contatto prevalentemente con la gente incolta, che li qualificarono religiosi e quindi superstiziosi, vedendo il comportamento e la mentalità della gente nello svolgimento delle cerimonie. Similmente contrastante era lo "status quaestionis " presentato dai Missionari a Roma, e quindi apparentemente contraddittorie le decisioni del Santo Ufficio che, nel 1645, proibeva ai cristiani la partecipazione ai riti, nel 1656, invece, la permitteva.
Per mezzo secolo ogni Missionario seguiva l’una o l’altra decisione, secondo il suo giudizio intorno al significato dei riti, finch´all’inizio del secolo XVIII le autorità romane, provocate dalla lettera pastorale del vicario apostolico Carlo Maigrot MEP, si videro costrette a riesaminare la questione dei riti. Con un rigoroso decreto del 1704, la Santa Sede proibì ai cristiani i riti. In seguito alle turbulente conseguenze di tale decreto in Cina, Clemente XI pubblicò, il 19 marzo 1715, la costituzione apostolica "Ex illa die", confermando in forma solenne i decreti anteriore e imponendo a tutti i Missionari il giuramento di osservarli. Finalmente Benedetto XIV pubblicò, l’11 luglio 1742, la famosa costituzione apostolica "Ex quo singulari", con l’intenzione di far finire una volta per sempre la questione. D’ora in poi era pure proibita ogni discussione intorno a questo tema.
Bisogna aggiungere che la questione sul significato dei riti cinesi, già in sé molto grave, fu aggravata ancora di più dalla rivalità tra gli Ordini religiosi che si adoperavano nell’evangelizzazione della Cina e, peggio ancora, dalle rivalità politiche delle due grandi potenze del Patronato Missionario, Portogallo e Spagna, che mandarono il maggior numero di Missionari in Cina. E - last not last - la lotta giansenistica in Europa inasprì la querela dei riti. I giansenisti, infatti, ne fecero un nuovo campo di battaglia nella loro accanita lotta contro i Gesuiti, rinfacciando le loro idee eretiche ed evidenziando la propria fedeltà alla Chiesa e la propria ortodossia.
Anche le Università europee si immischiarono indebitamente nella questione dei riti. Il problema, all’inizio puramente missionario, divenne così sempre più un groviglio di problemi politici, di dispute e lotte religiose e ideologiche europee ed internazionali e di bisticci universitari.
La costituzione "Ex quo singulari" aveva proibito ogni discussione intorno a riti cinesi.
Ma nel 1934 il Prefetto della Congregazione, Fumasoni-Biondi (1933- 1960) permise in una lettera ai vicari apostolici, di riesaminare e di discutere la questione. Era un permesso coraggioso.
In seguito la Congregazione scrisse, con l’espressa approvazione di Pio XI, la lettera del 28 maggio 1935, con la quale si permetteva ai cattolici il culto civile confuciano e di appendere anche nelle scuole cattoliche l’immagine di Confucio e renderle gli onori prescritti dallo Stato.
Negli stessi anni trenta la Congregazione esaminò pure la questione dei riti giapponesi, che, già all’inizio del secolo furono oggetto di molta discussione. Ora, sotto l’influsso della mentalità occidentale, né il governo né il popolo giapponese attribuivano più alcun senso religioso ai riti e cerimonie per l’Imperatore. Perciò, la Congregazione, in una Istruzione del 1936 permise ai cattolici la partecipazione alle celebrazioni shintoistiche, convinta, che si tratta soltanto di riti civili e patriottici, con cui i Giapponesi esprimono il loro amor di patria. Celso Costantini, il Segretario della Congregazione (1935-1953), andò con questa Istruzione dal Papa e la fece approvare.

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