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Il bello del conoscere sempre meglio la storia è che ogni tanto
cambi idea. O meglio: 1) hai certe informazioni; 2) ci costruisci sopra
una visione dei fatti; 3) Acquisisci nuove informazioni; 3) cambi la visione
dei fatti.
In particolare, vista la guerra in Irak, mi sono documentato meglio sul
precedente storico più simile, che riguarda il didattito tra interventisti
e neutralisti nel 1914.
La storia non si ripete; sono eventi diversissimi, eppure sollecitano
una presa di posizione. Essere un "dilettante" di storia vuol
dire tuffarsi nel passato, viverlo come fosse contemporaneo, sfruttarlo
come stimolo per chiarire le proprie concezioni del mondo.
Se è difficile farlo sulla lotta per le investiture nel 1200 ("sei
con il Papato o con l’Impero?" è una domanda al limite della
barzelletta), circa interventismo e neutralismo la discussione può
avere risvolti interessanti.
Un tempo ero rigidamente neutralista: se fossi esistito nel 1914/1915
non sarei mai entrato in guerra, e non capivo - anzi accusavo - chi spinse
l’Italia ad un conflitto con 600.000 morti; oggi, dopo essermi documentato
un po’, capisco di più gli interventisti, e di questo mio mutamento
di opinioni vi voglio dare conto, sperando in vostri commenti e approfondimenti.
Circa la guerra in Irak, chiarisco in due parole la mia posizione e poi
parlo dell’interventismo nel 1914. Le due parole sono "costituzione"
e "egemonia". La Costituzione italiana parla di guerra ammessa
solo in caso di difesa. Il grattacielo Pirelli di Milano (ricordate l’aviatore
italiano suicida che ci volle sbattere contro?) non è stato attaccato
dall’Irak, e neppure le Torri gemelle da Hussein, benchè Bush voglia
convincere di questo gli ignoranti, forse perché Bin Laden non
è un nemico adatto ai media. Noi non avremmo potuto quindi far
guerra a Saddam, la legge ce lo proibisce.
Circa "egemonia", questo conflitto sembra il risultato dell’esistenza
di una sola grande potenza, che per motivi tutti suoi (che Bush, almeno
a me personalmente, non è riuscito a illustrare in maniera convincente)
vuole una guerra: possibile che sia solo un pretesto per essere rieletto?
Circolano anche documenti sulla vera strategia Usa in proposito. Uno,
che odora però un po’ troppo di fantapolitica, ve lo allego: si
chiama "articolo Der Spiegel Progetto per il nuovo secolo americano
- Pnac.rtf" .
Ma veniamo al 1914.
Vi dicevo del mio totale neutralismo ora in parte ridimensionato.
La guerra fu un massacro: 9 battaglie tutte con lo stesso nome - Isonzo!
- basate non su strategie napoleoniche, intelligenti, audaci, ma sul buttare
carne umana sul filo spinato, a ondate, a spallate, finchè il muro
delle trincee non veniva rotto dal peso dei cadaveri, per poi accorgersi
che non si avevano più rinforzi per proseguire, accontentarsi di
un avanzata di 2 chilometri e ricominciare tre mesi dopo. Il vero termometro
della guerra era l’indice di produttività delle fabbriche di colpi
per cannone. Senza preparazione d’artiglieria non si poteva attaccare,
ma ogni settimana di attacco consumava così tante bombe, che poi
bisognava attendere 90 giorni di "produzione industriale di proiettili"
per rifare le scorte e progettare un nuovo assalto.
L’interventismo - specie quello "di sinistra" che ne fu una
grossa componente - non riuscivo proprio a comprenderlo. Meritava quindi
un approfondimento.
Il più celebre interventista
è stato Mussolini, mi sono letto quindi De Felice, "Mussolini
il rivoluzionario", Einaudi tascabili, del 1965.
Intanto un curioso aneddoto, che ho rintracciato in quel volume.
Lo sapevate che Lenin e Mussolini fecero un comizio insieme?
È al limite dell’incredibile. Successe il 18 Maggio 1904 a Ginevra,
in commemorazione della Comune di Parigi del 1870 [De Felice, p. 35].
Ci serve a capire meglio il futuro dittatore, che fino al 1914 era un
socialista di sinistra, e si opponeva ai riformisti parlamentari sostenendo
che la rivoluzione era un’idea, una questione spirituale. Una lira di
salario in più era un falso obiettivo, o tutto o niente, contrattare
non risolve il problema.
Nel 1914 Mussolini era il direttore dell’"Avanti!", un posto
in cui si poteva "dare la linea" a tutto il partito socialista,
e, subito dopo Sarajevo, propagandò il neutralismo più assoluto
e poi in tre mesi cambiò idea.
Perché? Seguendo che percorso? Come mai mutò posizione?
La chiave del suo cambiamento
e di quello di molti altri neo-interventisti, fu l’invasione del Belgio.
Era uno stato circa il quale il Kaiser aveva firmato e sottoscritto una
dichiarazione di neutralità assoluta, tale che nessuno potesse
attaccarlo, e invece la germania lo invase spietatamente all’inizio della
guerra, senza la minima provocazione, solo perché così faceva
comodo allo stato maggiore tedesco.
Ma andiamo con ordine.
Vari altri elementi contribuirono al mutamento di Mussolini. Intanto il
cambio di scenari. All’inizio il vero pericolo era stato di intervenire
al fianco dell’Austria, evento che faceva venire la pelle d’oca a tutti
gli intellettuali italiani. Eravamo legati dalla Triplice Alleanza, voluta
dai Savoia, nostra fortuna fu che era l’Austria a dichiarare guerra alla
Serbia. Fosse stato il contrario, i patti firmati ci avrebbero costretto
ad aiutare Francesco Giuseppe.
Fu subito chiaro che in Italia nessuno era per l’Austria; il vero dibattito
era: o neutrali o con la Francia.
Nel frattempo i socialisti francesi, tutti fino ad allora ferventi pacifisti,
vedendo la patria attaccata si erano schierati per l’intervento, mentre
i socialisti tedeschi si erano allineati dietro al loro Kaiser. Il 2 ottobre
l’organo di questi ultimi, il "Vorwarts ", che era stato soppresso
dalle autorità di Berlino allo scoppio della guerra, riprendeva
ad uscire pubblicando un’incredibile dichiarazione del generale von Kessel:
i dirigenti il partito si erano impegnati a " non più trattare
il tema dell’odio di classe e della lotta di classe... "
In questo contesto i socialisti
italiani si erano ritrovati soli, il nazionalismo aveva prevalso sull’internazionalismo,
e Mussolini non sapeva che fare.
Organizzò anche un referendum tra le sezioni socialiste e, naturalmente,
fu una valanga di voti contro la guerra. Per l’attivista contadino intervenire
non aveva il minimo senso, "vendicare Custoza" era inconcepibile,
liberare Trento fabbricando cannoni lo interessava ben poco. Di che si
occupava un attivista socialista contadino? Esemplare in questo senso
è uno scontro di classe guidato proprio da Mussolini nel 1907,
sette anni prima dello scoppio del conflitto, ma lo stesso indicativo
dell’atmosfera nelle campagne d’Italia.
L’USANZA DELLO "SCAMBIO
DELLE OPERE"
I braccianti italiani, e in
particolare quelli della Romagna dove Mussolini lavorava come agitatore
socialista e corrispondente dell’"Avanti!", erano stati danneggiati
e spesso costretti alla disocupazione, dall’introduzione delle macchine
agricole, nonché dal proprio continuo aumento (in provincia di
Forlì erano oltre 20 mila pari al 7 per cento dell’intera popolazione).
I braccianti tendevano alla costituzione di cooperative, di produzione
e di lavoro (per l’assunzione di lavori pubblici), agricole (per la conduzione
diretta di fondi), commerciali e di consumo, e pertanto tendevano ad impedire
il perpetuarsi dell’antica usanza dello "scambio delle opere"
tra famiglie coloniche e mezzadrili.
Era questa un’antichissima usanza, secondo la quale ciascun contadino
veniva aiutato nella trebbiatura del grano da tutti i contadini vicini;
consuetudine che l’introduzione delle trebbiatrici a vapore, avvenuta
da pochi anni, aveva rafforzato per l’elevato numero di persone che quelle
macchine esigevano lavorassero congiuntamente.
Scriveva Mussolini sull’"Avanti!":
"
la trebbiatura non è semplicemente un lavoro, ma una
festa e per dirla
con un poeta coronato, la festa del grano. E delle feste ha la solennità,
i canti, le risa, i banchetti e le abbondanti libazioni. Mal si acconciavano
i contadini - sobillati astutamente dai padroni e dai preti - ad ammettere
nelle loro aie dei braccianti, degli intrusi che toglievano l’occasione
di un secondo carnevale. Questa psicologia arretrata ci spiega l’accanita
resistenza dei mezzadri e la ferocia delle loro gesta
"
Contro questa usanza i braccianti
avevano combattuto da anni, ora però - dopo l’introduzione delle
macchine agricole - la sua cessazione era divenuta la loro richiesta più
importante e per ottenerla erano pronti a tutto.
L’agitazione raggiunse il suo acme in occasione dei lavori di trebbiatura
del 1907 e del 1908; in alcune località i proprietari cercarono
di far ricorso a mano d’opera crumira; nel complesso però - di
fronte alla decisione dei braccianti - gran parte dei proprietari finì
via via per capitolare. Nel 1908 l’agitazione raggiunse i comuni della
provicnia di Forlì, investendo, in luglio, Predappio. Qui la situazione
era particolarmente difficile: i proprietari disponevano di propria mano
d’opera fidata, sicché - sia pure con la protezione della truppa
- i lavori di trebbiatura avevano avuto regolarmente inizio, suscitando
la violenta reazione dei braccianti.
Secondo la corrispondenza inviata da Mussolini all’"Avanti!":
"
stamane un centinaio di braccianti erano accampati nelle vicinanze
di un podere dove la macchina crumira trebbiava. Un duplice cordone di
fanteria sbarrava la strada maestra e molti soldati erano disseminati
pei campi. A mezzogiorno, mentre la macchina veniva condotta ad un altro
podere, i braccianti riuniti in gran numero hanno sfondato il cordone
delle truppe e si sono spinti sino nelle vicinanze della casa colonica.
Allora i carabinieri hanno spianato i fucili. Ho sentito chiedere: Facciamo
fuoco? Lo Zanotti [uno dei capi dei braccianti] ha consigliato i dimostranti
a retrocedere. Giunti sulla strada il vostro corrispondente [lo stesso
Mussolini] ha raccolto con poche parole la folla. Il delegato lo ha dichiarato
in contravvenzione e minacciato d’arresto. Mentre i braccianti si disponevano
a ritornare alle loro case, sono stati caricati violentemente dalla cavalleria
e inseguiti."
In seguito a questi primi incidenti,
la Camera del lavoro di Predappio proclamò un giorno di sciopero
e il 13 una grande massa di braccianti affluì a Predappio dalle
campagne circonvicine. Il deputato repubblicano del collegio, Giuseppe
Gaudenzi, cercò di porsi come mediatore; verso mezzogiorno, prolungandosi
le trattative, i braccianti mossero verso una trebbiatrice, ma all’ultimo
momento lo scontro fu evitato. Nel pomeriggio, mentre continuavano le
trattative, uno squadrone di cavalleria caricò " con violenza
assassina " la folla dei dimostranti, provocando alcuni feriti. Nonostante
ciò prima di sera le richieste dei braccianti furono parzialmente
accettate e l’agitazione ebbe finalmente termine. Per alcuni giorni la
situazione rimase però tesa e la calma tornò solo lentamente.
Qua e là si ebbero ancora piccoli incidenti, uno dei quali, nel
pomeriggio del 18 luglio, ebbe per protagonista proprio Mussolini. Mentre
passava per Dovia in bicicletta, un certo Emilio Rolli, gerente di macchine
trebbiatrici, fu apostrofato da Mussolini, che aveva un bastone in mano,
con l’espressione "ti svirgolo". Lì per lì non
successe nulla e il Rolli passò oltre; si recò però
in questura e sporse denunzia per minacce. A sera Mussolini fu arrestato
e tradotto nelle carceri di Forli. Il processo segui per direttissima:
Mussolini fu condannato a tre mesi di reclusione.
Torniamo ai mesi che precedettero
l’entrata in guerra.
Se l’attivista socialista contadino era pacifista per principio, l’intellettuale,
anche di sinistra, non aveva le idee così chiare. Vedeva il nazionalismo
crescere come una marea nell’Europa ante 1914. Tutta la stampa ufficiale
monarchica e liberale pompava il tema del Risorgimento. Il Kaiser tedesco
poi, era uno dei peggiori monarchi, reazionario, aristocratico, aggressivo,
militarista, un pessimo sovrano per tutti i "liberi pensatori".
Mussolini non sapeva che fare, nel senso che slogan come "né
aderire né sabotare" erano la programmazione non di un’idea,
di un intervento guidato dallo spirito, ma l’inazione più assoluta.
Gli prudevano le mani. Dicono di lui che da ragazzino "’non parlava,
picchiava" [De Felice, p. 10], gli piaceva l’azione diretta, lo sciopero
generale, le barricate, finì in galera svariate volte, la violenza
gli era connaturale, come a Boccioni [vedi precedente intervento su questa
lista: http://groups.yahoo.com/group/nuova-storia/message/8 ].
DUBBI SULLA "NEUTRALITÀ
ASSOLUTA"
Benito continuava dall’"Avanti!"
a parlare di "neutralità assoluta", ma il suo istinto,
la sua personalità profonda, andava sempre più in crisi.
All’inizio prese posizione in senso neutralista con alcuni articoli pienamente
in linea.
"La guerra all’Austria sarebbe la suprema delle follie...
Una guerra vittoriosa coll’Austria significa il rinsaldarsi della monarchia
e delle correnti militariste all’interno; una guerra disastrosa può
avere le più imprevedibili e catastrofiche conseguenze anche territoriali."
All’"Avanti!" faceva
eco la gran maggioranza dei settimanali socialisti di tutta la penisola.
Già in agosto però in questo coro si poteva cominciare a
cogliere qualche voce stonata ed altre, ben più esplicite, potevano
sentirsi nei dibattiti delle sezioni e nelle discussioni tra i militanti.
Più di uno, come Roberto Marvasi sulla " Scintilla ",
si chiedeva, per esempio, quale sarebbe stato l’atteggiamento dei socialisti
italiani in caso di un’aggressione tedesca e concludeva che in questo
caso il loro dovere sarebbe stato quello di " difendere l’integrità
territoriale, cioè la nostra casa".
Subito dopo Sarajevo, fu quindi
deciso dalla direzione del partito, che i sindaci socialisti avrebbero
convocato i rispettivi consigli comunali " onde deliberare un voto
contro la guerra e per il mantenimento della neutralità, fino alla
fine della presente guerra europea ".
Un risultato che, per altro, doveva di lì a poche settimane sfumare
pressoché nel nulla: divenuta la guerra europea, invaso il Belgio,
fallita l’Internazionale, anche i termini della neutralità italiana
erano destinati necessariamente a mutare e con essi la posizione dei partiti
e delle organizzazioni della sinistra, che sul primo momento erano sembrati
concordi nel respingere con orrore l’idea di una partecipazione italiana
al conflitto.
Motivi nuovi d’ordine politico
e sentimentale dovevano venire alla superficie e provocare un differenziamento
delle rispettive posizioni. La neutralità assoluta era una formula
che, scoppiata la guerra - e che guerra - non poteva non far acqua da
tutte le parti e non mostrare la sua provvisorietà, la sua astrattezza.
Sul piano sentimentale e psicologico questa risultò subito evidente.
L’aggressione tedesca al Belgio, grazie anche all’abile propaganda franco-inglese,
turbò tutte le coscienze, anche le più fredde. Persino l’"Avanti!"
non nascose le sue simpatie per il piccolo e pacifico popolo belga aggredito.
Per oggi è tutto.
Il resto col prossimo invio tra una settimana.
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